il 9 ottobre di 59 anni fa hanno ammazzato Ernesto Che Guevara.
Una specie di rockstar della quale troppi non conoscono nemmeno una canzone.
Antesignano di tutte le vittime di fake news, della costruzione di un mito osannato e demolito.
Mostrificato. Mercificato. Odiato. Amato a dismisura, al limite (o ben oltre) il fanatismo.
Là fuori il “pensiero unico” che tutto o quasi decide nelle nostre vite è ancora dominante. Ragionare di trasformazione dell’esistente, di rivoluzione, immaginare un altro mondo è ancora e sempre più difficile. Riuscite a immaginare un talk in cui si discute di imperialismo, potere, oppressione, rivolta, rivoluzione? Impossibile. Eppure l’interesse c’è, ed è altissimo.
È un interesse che non trova spazio nei talk e nemmeno più tra le riviste, dove domina incontrastata un’opinione pubblica costretta tra i confini della polemica del giorno, sempre più simile a una partita da vincere, costi quel che costi, entro i 90 minuti di gioco. È un cibo che scarseggia, ma di cui c’è ancora fame.
Nel vuoto pneumatico del pensiero usa e getta, che erge nuovi miti (usa e getta anche quelli), torno a scrivere del Che.
Dieci anni fa ho pubblicato un libro su Ernesto Guevara,
ora, la seconda edizione è pronta.
A prestissimo.

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