sabato 3 ottobre 2026

QUANDO SI MUORE DI BUFALE: IL LETALE NEGAZIONISMO DELL’AIDS.

 

UN MESTO COPIONE REPLICATO COL COVID

 

Come il Covid-19, anche l’HIV ha vissuto il negazionismo più becero. Buon per il virus, meno per noi se il complottismo avesse avuto la meglio. I termini della cantilena negazionista sono sempre gli stessi: virus creato in laboratorio, virus che non esiste, invenzione di Big Pharma, cure farmacologiche inutili, meglio certe cure naturali.

 

Fortunatamente hanno vinto la scienza e, nel caso dell’AIDS, i suoi farmaci antivirali che non hanno sconfitto il virus, ma hanno domato la sua capacità di replicazione (la fitness virale) al punto che gli infetti hanno più o meno le stesse attese di vita dei non infetti

 

Vediamo alcuni celebri esempi in cui la negazione della malattia e/o delle cure si è sgretolata in un tragico scontro frontale con la realtà

Christine Maggiore scoprì di essere HIV positiva nel 1992. Stava bene, benissimo. Ed è proprio questo il punto: l’HIV può restare per anni quasi invisibile mentre continua a replicarsi e a danneggiare lentamente il sistema immunitario.


Poi incontrò Peter Duesberg, il biologo diventato icona del negazionismo sull’AIDS. Lui sosteneva che l’HIV non causasse l’AIDS e che le terapie fossero inutili o perfino dannose. Per Christine fu la risposta che voleva sentirsi dire. Se sto bene, pensò, allora non sono malata.


Peccato che i virus non siano particolarmente impressionati dai ragionamenti consolatori. Rifiutò le terapie, trasformò la propria convinzione in una battaglia pubblica, scrisse libri e divenne una delle figure più note del negazionismo HIV/AIDS.


La realtà, nel frattempo, continuava a fare il suo lavoro. Sua figlia, contagiata dall’HIV, morì a tre anni per una patologia correlata all’AIDS. Christine continuò comunque a negare il legame tra HIV e AIDS.

Morì a 52 anni per una polmonite associata a immunodeficienza avanzata.


STESSO CIARLATANO, STESSA MORTE ANNUNCIATA

Raphael Lombardo, sieropositivo, scrisse a Peter Duesberg per raccontargli quanto stesse bene senza assumere le terapie contro l’HIV. Duesberg trovò la testimonianza evidentemente così convincente da pubblicarla nel suo libro L’invenzione del virus dell’AIDS.


Peccato per il piccolo aggiornamento che arrivò dopo: circa un anno più tardi Lombardo morì di AIDS.

Poi c’era Boyd Graves, avvocato sieropositivo e sostenitore della teoria secondo cui l’HIV sarebbe stato creato negli Stati Uniti come arma biologica. Graves, almeno, riteneva che l’HIV potesse provocare l’AIDS. Semplicemente non credeva nei farmaci antiretrovirali e preferiva affidarsi a terapie alternative, comprese sostanze contenenti argento.


È morto nel 2009 per complicanze legate all’AIDS.


Perché evidentemente un complotto mondiale può sembrare credibile, mentre decenni di virologia, immunologia e sperimentazione clinica risultano ancora sospetti.


Fela Kuti, leggenda della musica nigeriana e padre dell’afrobeat, arrivò invece a negare persino l’esistenza dell’AIDS.

Morì nel1997, a58 anni. La famiglia annunciò che la causa della morte erano complicanze dell’AIDS.


Anche la rivista britannica Continuum, per anni tra le principali voci del negazionismo HIV/AIDS, ebbe una storia dal finale particolarmente amaro: diversi suoi protagonisti morirono proprio per patologie associate all’AIDS, e la rivista cessò le pubblicazioni.


Ed è qui che la faccenda smette definitivamente di essere folcloristica.

Perché si può discutere di quasi tutto. Si possono mettere in discussione istituzioni, aziende farmaceutiche, autorità sanitarie e persino singoli studi scientifici. La scienza, anzi, vive proprio di critica e verifica.


Ma c’è una differenza enorme tra criticare le prove e fare finta che le prove non esistano.


L’HIV non cambia comportamento perché qualcuno pubblica un libro, apre una rivista o costruisce una teoria alternativa su Internet. Il virus continua a replicarsi, il sistema immunitario continua a deteriorarsi. E senza terapie efficaci, le conseguenze possono diventare devastanti.


Il negazionismo sull’AIDS, come quello sul Covid, quindi, non è soltanto una teoria sbagliata.

È una teoria sbagliata con un dettaglio piuttosto spiacevole: può convincere le persone a rifiutare cure e vaccini capaci di salvarle.

E quando una bugia porta qualcuno a rinunciare a una terapia o vaccino salvavita, chiamarla semplicemente “bufala” è quasi farle un complimento. È una bufala che può uccidere.


FONTE

 

Roberto Burioni, “Balle mortali. Meglio vivere con la scienza che morire con i ciarlatani”- Rizzoli, 2018

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