mercoledì 30 settembre 2026
FIANO, QUANTO SEI NOIOSO
“Emanuele Fiano, se il Pd voterà no al ddl antisemitismo per l’approvazione definitiva alla Camera l’8 ottobre, lei lascerà davvero il partito al quale appartiene da una vita?”. È l’inizio della sedutissima e strappalacrime intervista del Corriere della Sera al mitologico Emanuele Fiano, che da par suo esprime contrizione e sdegno - con approccio lievissimamente teatrale - in merito alla decisione del Pd di votare contro l’orrendo “ddl antisemitismo”.
Fiano, con tono solenne e definitivo, risponde così: “È il mio orientamento. Ho ragionato e sofferto: non è un atto d’impeto. È una constatazione intellettuale, politica ed emotiva. Lo farei a cuor pesante”. Parole forti. E soprattutto irrinunciabili.
L’intervista va avanti, con il cronista del Corriere della Sera che usa a sua volta toni costantemente e comicamente contriti, quasi che chiunque voti “no” al decreto indegno sia da considerarsi un novello Goebbels, Himmler o Göring.
Fiano aggiunge dramma al dramma, contestualizzando in maniera appena appena enfatica il momento in cui ha saputo della decisione di Elly Schlein: “Ero in visita a Birkenau. Faccio parte dell’esecutivo del Comitato internazionale Auschwitz. Ero, parola d’onore, davanti alle rovine del forno crematorio numero 4, dove ci fu la rivolta del Sonderkommando, da parte di 600 ebrei coraggiosi. Mi squilla il cellulare: il Pd aveva appena concluso la sua riunione del gruppo alla Camera, decidendo di votare no. Sono rimasto annichilito”. Povera stella!
Di questo dialogo, oltre alla teatralità totalmente inutile e all’approccio tipicamente frignone che caratterizza ogni agire del tenero Fiano, colpisce - ma non stupisce - un altro aspetto: l’autostima smisurata di questi esimi statisti. Pensateci: ma se anche Fiano decidesse di andare via dal Pd (magari!!!!!), cosa gliene fregherebbe al mondo reale? Esiste anche solo una persona interessata alle ubbie di Fiano? La sola idea che Fiano pensi che gli italiani si struggano di fronte ai suoi struggimenti politicanti, e che al tempo stesso talkshow e giornaloni la ritengano una notizia, dà la misura di questo paese.
Sia come sia, vogliamo però partecipare a questa finzione scenica secondo cui quello che fa politicamente Fiano sia davvero degno del benché minimo interesse. Stiamo allora al gioco, aggiungendo alla lista altri cinque personaggi che – se se ne andassero pure loro dal Pd – farebbero un regalo al mondo (o anche solo al campo largo). Il loro abbandono libererebbe il partito da quelle insopportabili zavorre pseudo-riformiste che non solo non portano mezzo voto, ma appesantiscono pure drammaticamente ogni possibile slancio del pachidermico Pd verso una politica più progressista, radicale, democratica, innovativa e dunque realmente alternativa alla pessima destra di governo che ci ritroviamo.
Ecco chi dovrebbe andarsene con Fiano: Filippo Sensi, Lia Quartapelle, Lorenzo Guerini, Piero Fassino, Graziano Del Rio. E siamo buoni, per ora, nel fermarci solo a loro. Ci si potrebbe a questo punto chiedere dove tali cime dovrebbero andare, una volta consumato l’agognato (da noi) strappo. La risposta è semplice: Renzi li accoglierebbe a braccia aperte, e del resto questi qua sono e saranno sempre colpevolmente renziani.
Se poi queste meraviglie volessero consegnarsi alla leggenda, potrebbero approdare ad Azione, sempre prodiga nel raccattare gli “scarti” (con rispetto parlando) politici altrui. Oppure, ed è ciò che consigliamo tanto a Fiano quanto agli altri, il loro approdo naturale sarebbe a fianco di Pina “Dolce Forno” Picierno. La quale, dopo aver incarnato il peggio del peggio del Pd, ha avuto se non altro il (tardivo) coraggio di abbracciare ciò che merita: ovvero quel pulviscolo sionista e guerrafondaio che si finge di centrosinistra, ma è in realtà un centrodestra malamente camuffato. Una sorta di “Partito MP”, ovvero Partito Molinari-Parenzo, dove - ne siamo certi – l’eterno piangina Fiano si troverebbe benissimo.
(Uscito oggi sul Fatto Quotidiano)
Andrea Moretti
Incredibile, è successo nel Ministero della Cultura. Il povero Andrea Moretti morto al Colosseo era inquadrato come manovale. Le porcate del subappalto. Il povere 22enne pur facendo un lavoro tra i più difficili e complessi era pagato da manovale. E il lorsignori degli appalti a cascata, introdotta da Salvini a fine 2022 si ingrassano con il sangue degli ultimi. A pagare, con le leggi degli appalti a cascata sono nell'ultima catena degli appalti come il cognato di Andrea che lavorava con lui che ha commesso l'ingenuità di diventare il responsabile della Sicurezza. "Firma qui è una proforma". Uno schifo. Carlo Soricelli curatore dell'Osservatorio di Bologna morti sul lavoro
VIA LIBERA ALLO STADIO DI PIETRALATA: IL PARTITO DEL CEMENTO ACCELERA SULL’INIZIO DEI LAVORI.
COSTRUIAMO L’OPPOSIZIONE PER LA CITTÀ PUBBLICA E LA SICUREZZA SOCIALE.
Ieri è arrivata l’autorizzazione finale per la costruzione dello stadio della Roma a Pietralata, sancita presso il Ministero delle Infrastrutture e Trasporti durante la conferenza dei servizi decisoria. I lavori inizieranno già nel 2027.
Tutta la politica festeggia, dal sindaco Gualtieri, al presidente della Regione Rocca, a Matteo Salvini: l’ennesima dimostrazione che il partito unico del cemento e della speculazione è più unito che mai. Gualtieri non manca di ringraziare anche l’AS Roma e la famiglia Friedkin, per l’investimento.
Il sindaco parla del felice esito di un “percorso complesso”. Forse parla del percorso che ha portato, tramite la nomina a maggio 2026 del commissario straordinario di governo Sessa, a tagliare sui tempi e sui processi decisionali, di fatto sancendo una volta per tutte un modello di governance antidemocratico della città che tiene insieme governo, regione e comune: il modello Giubileo.
O forse è la reminiscenza del malcontento degli abitanti, che hanno visto chiudersi ogni spazio di dialogo e confronto. In tanti, abitanti ed esperti, per anni hanno dimostrato che quello stadio non lo si vuole, perché porta alla distruzione di uno dei polmoni verdi del quadrante est di Roma, perché la “riqualificazione” comporterà problemi enormi alla circolazione – incluso l’accesso all’ospedale –, così come all’espulsione di una parte degli abitanti di Pietralata dovuta al caroaffitti.
Quanto abbiamo visto con lo stadio della Roma è la più alta espressione di un modello di città che guarda solo agli interessi dei privati, lasciando indietro chi abita i quartieri popolari. La città è così uno spazio su cui guadagnare con grandi opere inutili e dannose, senza interesse per una reale vivibilità dei quartieri, che quando non sono riqualificati ai fini della speculazione, restano abbandonati a sé stessi, privi di servizi e tutele.
Davanti a chi chiude ogni spazio di democrazia a favore del guadagno, costruiamo la vera opposizione per la città pubblica e la sicurezza sociale a partire dai nostri quartieri!
Oggi o soldi sono l'unico dio dell'occidente!
Lo sfratto in barella di un’87enne che ha fatto tremare il governo spagnolo.
IL DECRETO MARICARMEN
Avete presente la narrazione della "Spagna progressista e avanzata"?
Tenetela a mente.
Ora metteteci vicino un’altra immagine: un’anziana di 87 anni portata via da casa sua in barella dagli ufficiali giudiziari.
Benvenuti a Madrid. Benvenuti nel 2026.
Maricarmen Abascal ha 87 anni e viveva nello stesso appartamento nel quartiere Retiro dal 1956. Poi l'immobile viene rilevato da un fondo immobiliare, perché nelle nostre metropoli non si comprano più case per farci vivere la gente, ma per far fare ginnastica ai capitali speculativi.
Il fondo decide di quintuplicare il canone d'affitto. Maricarmen non può pagare, il quartiere si mobilita con i Sindicatos de Inquilinas, ma la risposta del sistema è implacabile: sfratto esecutivo. Arrivano le forze dell'ordine e la scortano fuori in barella verso un'ambulanza.
Ci vuole un talento politico speciale per trasformare lo sfratto di un’ottantasettenne in una parata di pubblica forza.
L’impatto visivo è stato così devastante che il governo Sánchez ha dovuto interrompere la solita paella del weekend per annunciare a furor di popolo il "Decreto Mari Carmen" e bloccare gli sfratti dei vulnerabili.
E qui la piazza ha risposto con una lezione di maturità:
"Belli i comunicati stampa, ma noi rimaniamo ad accamparci in Puerta del Sol finché non lo votate in Parlamento".
E noi in Italia? Beh, il parallelo fa sorridere (per non piangere)
Va detto: il governo spagnolo ha fatto una figura di merda colossale. Ma, incastrato dalla protesta sociale, ha dovuto rispondere su un problema reale: la casa e l'emergenza abitativa.
Da noi, invece, si segue una strategia opposta. Invece di rispondere alle emergenze reali con decreti reali, il nostro meraviglioso governo partorisce "decreti di bandiera" creati a tavolino per fare titoli da TG.
Non hai soluzioni per il carovita, per i salari da fame o per le famiglie a rischio sfratto? Nessun problema! Ti inventi il Decreto Rave, il Decreto Anti-Maranza o la nuova emergenza securitaria della settimana.
In Spagna usano la decretazione d'urgenza per tamponare (anche se per terrore di perdere consenso) una falla vera; noi usiamo il diritto penale come arma di distrazione di massa per non parlare mai dei problemi strutturali.
Quando la casa smette di essere un diritto e diventa solo una voce di bilancio per un fondo speculativo, non serve a niente riempirsi la bocca di "progressismo" nei convegni se poi l'unica risposta sociale è un'ambulanza fuori dal portone.
Ma giù il cappello per la piazza spagnola, che non si fa bastare un'infografica per tornare a casa.
Questa la prova che ha ancora senso far scendere la gente in piazza per costringere le istituzioni a muoversi.
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Facebook
Il caso Regeni
Tre agenti egiziani condannati per l’uccisione di Regeni. Ma la verità è un’altra cosa
La condanna a dieci anni di tre agenti dei servizi segreti egiziani per l’uccisione di Giulio Regeni (Uhsam Helmi, Athar Kamel Mohamed Ibrahim e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif) e l’assoluzione del quarto imputato, il generale Tariq Sabir, chiudono un processo nel quale, fin dall’inizio, la magistratura italiana ha cercato in tutti i modi di arrivare a una sentenza, forzando progressivamente le regole del processo pur di celebrarlo. Resta da capire quale “verità” possa consegnare un processo costruito in questo modo. I quattro imputati non erano presenti, non avevano nominato avvocati di fiducia e non era stato possibile notificare loro gli atti. Per consentire che il processo cominciasse è stata necessaria una sentenza della Corte costituzionale dal contenuto piuttosto discutibile. Da allora si è sviluppato un dibattimento che ha ben poco di ordinario.
I quattro imputati non sono mai comparsi davanti alla Corte, non si sa neppure se siano vivi, dove si trovino e se abbiano mai ricevuto notizia del processo. I testimoni sono stati protetti e indicati con lettere dell’alfabeto greco (Alfa, Beta, Gamma, Delta) e in gran parte dei casi si sono rifiutati di venire in aula a riferire, adducendo rischi per la propria sicurezza. I difensori d’ufficio sono stati costretti a difendere persone che non hanno mai potuto incontrare, non hanno potuto citare testimoni, svolgere effettivi controesami, produrre altri verbali che non fossero già contenuti nel fascicolo della procura.
Ma è il castello accusatorio, basato sulle dichiarazioni di testimoni di dubbia credibilità, a mostrare i punti più fragili. Per esempio il teste Delta, uno dei pochi ad avere deposto direttamente in aula, ha raccontato di essere stato arrestato il 25 gennaio 2016, di avere incontrato Regeni al commissariato di Dokki e di averlo poi sentito mentre veniva torturato. Delta ha sostenuto di essere stato messo in macchina insieme a Regeni nel primo pomeriggio, ma secondo tutte le ricostruzioni il ricercatore italiano scomparve invece nel tardo pomeriggio. Delta ha anche detto di essere passato per piazza Tahrir quella mattina e di averla trovata in condizioni normali, quando però all’epoca la piazza era blindata con imponenti schieramenti dell’esercito per impedire proteste.
Poi c’è Gamma, testimone sul quale l’accusa ha costruito uno dei passaggi più importanti della propria ricostruzione: la presunta confessione di Sharif. La circostanza in cui avrebbe raccolto quella confessione è già di per sé surreale: nel 2017, in un ristorante di Nairobi, Gamma avrebbe ascoltato per caso una conversazione proveniente dal tavolo di Sharif, senza parteciparvi e senza registrarla. Eppure, secondo il suo racconto, da quella conversazione avrebbe ricavato una serie di frasi precisissime sulla sorte di Regeni: “Lo abbiamo fatto a pezzi”, “lo abbiamo distrutto”.
Ci sono poi i due ex detenuti palestinesi, presentati come testimoni oculari delle torture subite da Regeni. Anche qui, però, il processo assume contorni discutibili. I due non sono mai comparsi davanti alla Corte e non sono mai stati interrogati dai difensori: a parlare al posto loro sono stati due video, estratti da un documentario di Al Jazeera e proiettati in aula nel novembre 2024. Nei filmati raccontano di avere visto Giulio bendato e ammanettato, sfinito dopo gli interrogatori e portato in cella a spalla dai carcerieri. Ma la Corte non ha mai potuto rivolgere loro una sola domanda, né la difesa ha potuto contestare una sola delle loro risposte. Le loro dichiarazioni sono così entrate nel processo già confezionate.
Stessa sorte per il teste Z, che ha riferito di una conversazione dalla quale sarebbe emerso il presunto depistaggio sul passaporto di Regeni: i documenti di Giulio sarebbero stati portati nella casa degli uomini uccisi il 24 marzo 2016 per far ricadere su di loro la responsabilità del sequestro e dell’omicidio. Anche il teste Z non ha deposto in udienza, affermando di avere timore per la propria incolumità. Anche in questo caso i giudici hanno ammesso l’acquisizione delle sue dichiarazioni rese in fase d’indagine.
Insomma, si è assistito a un processo straordinario, non perché straordinario sia l’esito del procedimento, ma perché straordinario è il modo in cui si è arrivati al giudizio.
La morte di Giulio Regeni esige chiarezza, ma una sentenza non coincide con la verità soltanto perché arriva dopo undici anni di indagini. La condanna dei tre agenti egiziani non basta a trasformare in verità una ricostruzione che questo processo ha costruito pezzo dopo pezzo, superando l’assenza degli imputati, aggirando l’impossibilità di ascoltare alcuni testimoni e affidandosi, in passaggi decisivi, a testimonianze tutt’altro che solide. La magistratura italiana voleva arrivare a una sentenza e ci è arrivata. Il problema è capire se, insieme alla sentenza, sia arrivata anche la verità. Dubitarne è lecito.
Ermes Antonucci Il Foglio settembre 2026
Emmanuel Bonsu
"#PerchèNonAccadaMaiPiù Oggi, 29 settembre, è la ricorrenza del pestaggio di EMMANUEL BONSU, avvenuto nel 2008.
Tardo pomeriggio del 29 settembre 2008 a Parma. Nel parco Falcone e Borsellino Emmanuel venne aggredito da quattro vigili in borghese. Gli agenti erano convinti di aver acciuffato un pusher. Quel giorno i poliziotti della municipale si erano appostati, avevano concordato gesti di intesa e quando sono riusciti a mettere le mani sul sospettato non hanno badato al capello: giù con calci pugni e sberle alla cieca. Immobilizzato con un piede in testa e la pistola puntata. Le botte hanno fracassato ad Emmanuel l’orbita sinistra. Botte durante il trasporto al commissariato e botte anche durante l’interrogatorio, il tutto condito da continui insulti razzisti. Uno degli agenti si fece fotografare con Bonsu sanguinante ed ammaccato per i colpi ricevuti. Nei giorni successivi venne portata al giovane ghanese una busta contenente le notifiche degli atti relative al suo fermo su cui c’era scritto “Emmanuel negro”.
Una testimone che ha assistito alla scena racconterà: “Ho sentito urlare. C’era quel ragazzo per terra con quattro uomini e una donna che lo tenevano fermo. Uno di quel gruppo, racconta la donna, gli ha dato un calcio nel fianco e lui ha urlato. Ho visto che lo portavano via e uno degli uomini è salito sulla sua bici. Il ragazzo ha urlato: ”perché mi portate via la bicicletta?”. A quel punto uno degli agenti gli ha dato un altro pugno nel fianco gridandogli di stare zitto.
Con il processo d'appello bis, il Comune di Parma è stato considerato responsabile civile e condannato a pagare il risarcimento dei danni a Bonsu, con provvisionale immediatamente esecutiva di 135mila euro, nonché alla rifusione delle spese di parte civile. Tre anni di reclusione per l'ex vicecomandante Simona Fabbri e per l'ispettore Stefania Spotti, due in meno rispetto alla precedente pronuncia d'Appello. Gli agenti Andrea Sinisi, Marco De Blasi e Albertini Giorgio condannati ciascuno a due anni e 8 mesi di reclusione. Mirko Cremonini due anni e 9 mesi di reclusione. La pena più pesante è per Fratantuono Pasquale, l'agente che si fece fotografare con il giovane ghanese: quattro anni e 6 mesi di reclusione con interdizione per cinque anni dai pubblici uffici. In solido con il responsabile civile gli imputati, tranne Cicinato, dovranno pagare 10mila euro di spese legali a Emmanuel Bonsu."
L'autista va immediatamente licenziato!
Alla stazione ferroviaria di Fossano (CN) un autista della compagnia di trasporti STAM ha impedito a una quattordicenne marocchina, in possesso di regolare biglietto, di salire sull'autobus cui era alla guida, sostitutivo di un treno cancellato, perché secondo lui era riservato agli italiani e gli stranieri non potevano dunque salirci. Il fratello della ragazza, che con l'autobus sarebbe dovuta rincasare, ha ripreso in un video il suo confronto verbale con l'autista, che ha arrangiato un goffo tentativo di difesa.
C'è chi, fra gli esponenti di Futuro Nazionale, ha invocato i campi di concentramento al posto di quelli di accoglienza. Siamo già alla segregazione razziale.
Questi sono gli effetti della caccia all'immigrato scatenata da Roberto Vannacci e dal suo partito di neofascisti conclamati. E siamo purtroppo solo all'inizio.
La famiglia della ragazza marocchina si è rivolta a un legale. Vanno denunciati tutti.
Viva l'Italia antifascista
Massimo Arcangeli
Italia libera anche dal ricordo del fascismo!
✌🌹 Brescia cancella Mussolini. Lucio Pedroni, presidente provinciale ANPI: “Soddisfatti, finalmente”
Dopo 102 anni, il Consiglio comunale ha revocato la cittadinanza onoraria conferita al capo del fascismo nel 1924. Un voto — 17 favorevoli, 9 astensioni — che riafferma l’identità antifascista di una città Medaglia d’Argento al Valor Militare per la Resistenza e segnata dalla strage di Piazza della Loggia.
“Un atto politico e morale. In tanti volevamo esserci, e dopo oltre due ore di dibattito, la sala ha accolto l’approvazione con un lungo applauso”.
Ad assistere ai lavori dell'Aula c’erano cittadini, associazioni, studenti, compagne e compagni dell’ANPI. C’era Lucio Pedroni, presidente provinciale dell’Associazione, figlio di Lino “Modroz”, partigiano appena quindicenne. Ha seguito ogni parola, ogni tensione, ogni tentativo di spostare il discorso altrove.
E quando il voto è arrivato, dopo più di due ore di discussione, la sala ha applaudito.
Un applauso di sollievo, di memoria, di giustizia.
Pedroni lo ha detto con una lucidità che non si può ignorare: “Mai come oggi il pericolo del fascismo è così palpabile”.
E ha ricordato una verità che qualcuno tenta di confondere: “Fascismo e nazismo sono intrinsecamente violenti: nascono dalla violenza, vivono di violenza, e sono stati sconfitti dalla storia. Il comunismo, invece, al di là delle distorte applicazioni del Novecento, come ideale resta nobilissimo. Non puoi metterli sullo stesso piano”.
La storia, a Brescia, pesa. Nelle fabbriche dove nacquero le Brigate Garibaldi, nelle valli delle Fiamme Verdi, nei quartieri popolari dove la propaganda clandestina delle Matteotti rischiava ogni notte, nei ragazzi e nelle ragazze del Fronte della Gioventù.
Pesa nella Medaglia d’Argento al Valor Militare per la Resistenza. Pesa nella strage di Piazza della Loggia, dove il neofascismo colpì al cuore una città intera.
E pesa anche nel destino del Bigio, la statua fascista inaugurata dal duce in persona, con il lato B rivolto verso i portici come gesto di dominio.
Gli americani la rimossero nel 1945, non volevano lasciare in piedi un monumento del regime nel cuore della città libera.
Da allora è in un magazzino. E ogni tentativo di riportarla in piazza è stato respinto dalla Brescia antifascista, dalle Fiamme Verdi, dall’ANPI, da chi sa che la memoria è una scelta politica.
E oggi Brescia ha scelto un’altra volta.
E parla a tutta l’Italia.
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https://www.patriaindipendente.it/servizi/brescia-cancella-mussolini-lucio-pedroni-presidente-provinciale-anpi-soddisfatti-finalmente/
ANPI Brescia - Comitato provinciale PD Brescia Comune di Brescia #memoria #storia #antifascismo
Naza 320
Ho visto “Naza”, ieri sera.Seduta in poltrona, al cinema Barberini. Davanti ad un schermo grande, molto grande, molto più grande di ciascuna delle persone che lo stavano guardando.Perfetto per consentire il miracolo dell’identificazione , che sarebbe poi il compito del dispositivo cinematografico. Un miracolo che davanti ai piccoli schermi domestici non si compirà mai.
La sala era quasi piena. Il silenzio assoluto. Sui tetti della luminosa ( e intonsa) città di Tel Aviv, figure buie con le voci alterate raccontano atrocità commesse ai danni del popolo palestinese. Con leggerezza. Oppure con un principio appena di perplessità, raccontano della normalizzazione dei massacri che Israele ha compiuto nella striscia dopo il 7 ottobre 2023.
Naza ( terribile l’assonanza con Nazi) deriva dalle parole ebraiche NEZEK AGAVI, cioè: Danno collaterale
Danni collaterali sono le migliaia di bambini donne e uomini uccisi senza pietà.
Senza motivo.
A parlare sono 24 persone, fra militari e membri dell’intelligence, sono loro, le figure buie che vuotano il sacco in questo documentario di 80 minuti:alcuni ammettono di essersi sentiti come degli dei, quelli che decidono la morte degli altri, dicono che ascoltavano le voci dei gazawi dai loro telefonini (tutti sotto controllo israeliano) e se un bambino diceva “Papà sta tornando a casa”,partivano le bombe, “papà” era una parola chiave, poteva essere uno di Hamas, papà... Quanti civili era legittimo ammazzare per catturare un presunto terrorista? Un tot, ma si sforava sempre. Certo, ci sono delle tabelle, qualcuno le condivide senza imbarazzo.Qualcuno parla di videogiochi. Qualcuno si interroga:” credo ancora che i nazisti siano il male,ma mi chiedo allora cosa sono io”.
Non sono eroi della resistenza o dell’obbiezione di coscienza, comunque rischiano, hanno rischiato, nonostante i travestimenti.
Si esce dal cinema in silenzio, con tutto il peso della propria impotenza addosso. Grati a Rachel Szor e Yuval Abraham , i due autori, un uomo e una donna, israeliani, per i rischi che corrono, che hanno corso già con “No other land”, il rischio di essere eliminati, la certezza di essere emarginati. E perseguitati
Quei tempi ritorneranno se non lottiamo
Poche ore dopo questa fotografia, la Gestapo arrivò a casa loro.
Era il 21 agosto 1944. Felice Schragenheim ed Elisabeth “Lilly” Wust avevano trascorso alcune ore sulle rive dell’Havel, a Berlino. Nelle immagini rimaste di quella giornata apparivano vicine, sorridenti, mentre si guardavano negli occhi.
Sembravano fotografie di una normale giornata d’estate.
Non lo erano.
Felice aveva 22 anni ed era ebrea. Dal 1942 viveva in clandestinità dopo aver ricevuto un ordine di deportazione. Utilizzava documenti falsi, cambiava rifugio e si muoveva con estrema cautela, sapendo che un semplice controllo avrebbe potuto portarla all’arresto.
Lilly, invece, era una donna tedesca non ebrea, madre di quattro figli. Quando conobbe Felice, nel 1942, le loro vite sembravano appartenere a due mondi completamente diversi.
Eppure si innamorarono.
Tra loro nacquero anche due soprannomi destinati a diventare inseparabili dalla loro vicenda: Lilly era Aimée, “l’amata”. Felice era Jaguar.
Felice le portava fiori, le scriveva poesie e trovava continuamente nuovi motivi per tornare a trovarla.
All’inizio Lilly non sapeva che Felice fosse ebrea.
Quando Felice le rivelò la propria identità, Lilly non si allontanò.
La accolse nella propria casa.
Nel giugno del 1943 le due donne scrissero persino un proprio contratto matrimoniale. Si promisero amore, fedeltà e condivisione di ciò che possedevano.
Quel documento non aveva alcun valore legale nella Germania nazista.
Per loro, però, quelle firme e gli anelli che si scambiarono rappresentavano qualcosa di reale.
Per più di un anno vissero nella casa di Lilly, insieme ai suoi figli.
Felice continuava a utilizzare una falsa identità e cercava di non attirare l’attenzione.
La minaccia, però, rimaneva costante.
Bastavano una denuncia, un controllo o una visita inattesa perché tutto finisse.
Eppure, nei documenti e nelle fotografie rimaste di quel periodo, comparivano anche momenti di normalità: passeggiate, lettere, fiori, giornate trascorse insieme e brevi istanti nei quali la guerra sembrava restare fuori dalla porta.
Poi arrivò il 21 agosto 1944.
Felice e Lilly presero le biciclette e raggiunsero l’Havel.
Trascorsero alcune ore vicino all’acqua, fecero il bagno e utilizzarono una macchina fotografica con autoscatto per ritrarsi insieme.
Quelle immagini le ritraevano sorridenti e rilassate, apparentemente lontane dal pericolo che incombeva su di loro.
Poi tornarono a casa.
La Gestapo era lì.
Felice venne arrestata.
Lilly fu interrogata, ma non venne deportata.
Quella stessa sera iniziò a scrivere un diario. Tra le prime parole annotò una preghiera affinché fosse protetta la donna che amava.
Nei giorni successivi riuscì ancora a visitare Felice mentre era detenuta a Berlino.
Le due si videro per l’ultima volta all’inizio di settembre.
Poco dopo Felice venne deportata a Theresienstadt.
Lilly tentò persino di raggiungerla. Si spinse fino nei pressi del campo, ma non le permisero di entrare.
Continuò allora a inviarle pacchi con cibo e vestiti.
Il 9 ottobre 1944 Felice venne trasferita ad Auschwitz.
Successivamente fu trasferita nel sistema dei campi di Gross-Rosen e nel sottocampo di Kurzbach.
Durante l’inverno, mentre l’Armata Rossa avanzava, migliaia di prigionieri furono costretti ad abbandonare i campi e ad affrontare marce estenuanti in condizioni estreme.
Felice non tornò mai.
Le circostanze precise della sua morte non vennero mai ricostruite con certezza. Secondo le ricostruzioni successive, potrebbe essere morta durante una delle marce di evacuazione oppure dopo essere arrivata a Bergen-Belsen, nei primi mesi del 1945.
Lilly continuò ad aspettarla anche dopo la fine della guerra.
Conservò le fotografie, le lettere, le poesie e quel contratto matrimoniale scritto nel 1943.
Negli ultimi mesi del regime nazista aiutò anche altre donne ebree, nascondendole nella propria abitazione.
Nel 1995 Yad Vashem la riconobbe come Giusta tra le Nazioni.
Lilly morì nel 2006, all’età di 92 anni.
Per decenni conservò anche le fotografie scattate sull’Havel il 21 agosto 1944.
Quando Felice e Lilly si misero davanti alla macchina fotografica, volevano soltanto conservare il ricordo di una giornata trascorsa insieme.
Poche ore dopo furono separate.
Felice non tornò più.
E quelle immagini rimasero come una delle ultime testimonianze della loro vita insieme: due donne sorridenti davanti all’acqua, senza sapere che quella sarebbe stata la loro ultima giornata di libertà insieme.
‼️COLPISCONO UNX RISPONDIAMO TUTTX ‼️
Lo scorso autunno, in centinaia di migliaia, in tutto il Paese, abbiamo incrociato le braccia contro genocidio e riarmo, bloccando, con diversi scioperi generali, l'economia di guerra e la sua logistica.
Abbiamo riempito le piazze, fermato fabbriche, porti, strade e stazioni. Abbiamo scelto di non voltarci dall’altra parte di fronte al genocidio del popolo palestinese.
Oggi la repressione ci presenta però il suo conto più amaro.
Per gli scioperi del 22 Settembre e del 3 Ottobre, più di 50 persone della nostra provincia sono chiamate alla sbarra per aver deciso di non voltarsi dall'altra parte di fronte a quanto accade in Palestina.
Abbiamo denunciato la complicità del nostro Paese nelle operazioni genocidarie dello Stato sionista di Israele e lo abbiamo fatto in maniera determinata e alla luce del sole, consapevoli di essere dalla parte giusta della storia.
In quelle giornate di lotta abbiamo incrociato le braccia contro tutte le guerre, il genocidio in Palestina e contro il riarmo a cui il nostro stato è subito ricorso. Politiche di cui oggi vediamo già effetti anche nel nostro Paese: con l' aumento del PIL al 5% per le spese belliche e i relativi tagli a welfare sociale, sanità e istruzione, con i goffi tentativi di reintroduzione della leva obbligatoria e con l'aumento esponenziale della benzina a 2,50 euro al litro in conseguenza alle mosse politiche del nostro stato e dell'Europa.
Il 12 Ottobre, il 14 Ottobre e il 9 Novembre siamo convocati in tribunale a rispondere delle nostre azioni, e noi garantiremo la presenza ad ogni udienza.
Non rinneghiamo nulla di ciò che abbiamo fatto e, anzi, rilanciamo.
Anche USB ha subito in tutta Italia minacce, denunce e ripercussioni per l'attività sindacale svolta nell'autunno scorso. Diversi nostri delegati e delegate sono stati colpite da denunce, avvisi verbali, lettere di contestazione disciplinare e decreti penali. Ma la repressione non ci ha mai fatto chinare la testa e non lo farà di certo oggi.
Per il 14 Ottobre la USB indice SCIOPERO PROVINCIALE. Ci vediamo presso il tribunale di Massa, come ci é stato richiesto da numerosi indagati e indagate, per dare sostegno e solidarieà alle persone che dovranno comparire in udienza alle ore 9.00.
Le parole d'ordine sono chiare: se siamo colpevoli di qualcosa, siamo colpevoli di aver difeso il popolo Palestinese e la sua resistenza. Lo rifaremmo e continueremo a farlo.
Viene da sé che, se questa è la ragione per cui vogliono condannarci, diventa per noi impossibile condividere piazze, cortei o mobilitazioni con chi solo pochi giorni fa votava il DDL Del Rio (che equipara antisionismo e antisemitismo), o condividere momenti di lotta con chi si schiera apertamente a favore di un piano di riarmo europeo o incentiva nelle parole e nei fatti l'esplosione di una terza guerra mondiale.
Per questo abbiamo deciso di sostenere il percorso unitario e orizzontale portato avanti dal Presidio Permanente per la Palestina di Massa Carrara, proclamando sciopero provinciale per la giornata del 14 ottobre.
Contro il riarmo, contro la repressione, per chi lotta, per chi non vuole più vivere in un mondo che normalizza la guerra.
Ci vediamo in tribunale. Il 12 Ottobre, il 14 Ottobre e il 9 Novembre.
Saranno giornate di lotta.
#palestina #carovita #guerra #riarmo #repressione #tribunale #FreePalestine
Su Facebook i morti di fame stanno "ovviamente " difendendo i ricchi. Solo in Italia abbiamo questi soggetti meravigliosi!
Ha vinto il Comune di Genova, e ha vinto, personalmente, la sindaca Silvia Salis.
Il Tar della Liguria ha appena respinto il ricorso delle compagnie marittime unite contro la tassa sugli imbarchi in porto fortemente voluta dalla sindaca di Genova.
In pratica è andata così.
Per tre anni l’allora sindaco Bucci (e dopo di lui il reggente Piciocchi) non ha mai applicato la tassa da 3 euro a passeggero sugli imbarchi prevista da un accordo tra la sua stessa Giunta e il governo nel 2022.
Poi è arrivata Salis e cosa ha fatto?
Prima ha fatto approvare in Consiglio comunale una misura che impone i pagamenti presenti e futuri.
Poi, nel marzo scorso, ha inviato una lettera alla Corte dei Conti con cui ha denunciato un presunto danno erariale della precedente giunta Bucci a danno della città e dei cittadini.
In totale parliamo di 17 milioni di euro stimati da Salis e che l’allora giunta di destra non ha mai incassato né preteso.
Le compagnie marittime hanno fatto allora ricorso al Tar contro una delibera secondo loro “illegittima”.
Bene.
Oggi è arrivato il verdetto del Tar.
Avevano ragione il Comune e la sindaca Salis.
Quella tassa è assolutamente legittima, e ora le compagnie dovranno riscuotere e versare alla città e ai genovesi oltre 5 milioni e mezzo di euro stimati all’anno e quasi 10 milioni tra la metà del 2026 e la fine del 2027.
Soldi che, se non fosse stato per la nuova sindaca Salis, i genovesi avrebbero completamente perso, oltre a quelli a cui a causa della destra hanno di fatto rinunciato, a tutto vantaggio delle compagnie private.
Anche da questi particolari si vede la differenza esatta tra la sindaca Salis e l’ex sindaco Bucci.
Poi dite che “tanto sono tutti uguali”, che “votare non serve a nulla”.
Venitelo a dire ai genovesi.
Lorenzo Tosa
Naza
È stato un successo clamoroso.
Il film Naza, al debutto nelle sale italiane, ha fatto registrare un record al box office con oltre 450.000 euro di incassi in un solo giorno, tre volte tanto gli Avengers.
È nettamente il film più visto in Italia. Al punto da convincere gli addetti ai lavori a prolungare le proiezioni oltre le tre giornate inizialmente previste.
Dopo l’eccezionale successo della critica alla Mostra del cinema di Venezia, col Premio speciale della giuria e i 25 minuti di applausi, ora arriva anche il risultato più importante: il successo di pubblico.
La dimostrazione che non è vero che gli italiani sono disinteressati o indifferenti a Gaza.
Semplicemente il tema è stato scientificamente oscurato dal dibattito pubblico, dai tg, dai media.
Non appena hanno l’occasione di informarsi e guardare l’orrore da vicino, questo è il modo in cui risponde.
Lorenzo Tosa
Alessandro Di Battista
Poco fa, in collegamento a DiMartedì, Alessandro Di Battista ha raccontato per la prima volta pubblicamente le vere ragioni del suo malore a Cuba.
“Ho un tumore al cervello”.
Lo ha raccontato con parole di rara dignità e forza, ma una forza lontanissima da quella “retorica del guerriero” che ha espressamente rifiutato.
“Ogni giorno mi riprendo degli spazi di libertà. A Cuba mi sono iniziato a sentir male in virtù di un edema cerebrale dovuto alla presenza di un tumore che mi è stato riscontrato.
I medici cubani hanno azzeccato immediatamente le cure che hanno ridotto l'edema permettendo di operarmi, mi hanno asportato quasi tutto il tumore”.
E il pensiero è andato proprio ai medici di quest’isola martoriata, e all’uomo che la sta strangolando.
“Sono stato operato in un ospedale senz’acqua. A Cuba c’è un assedio medievale nel silenzio generale, stessa dinamica con l’Iran. Trump spera di vincere le elezioni con lo scalpo. Ma i cubani sono abituati a soffrire, non credo che avrà il loro scalpo”.
Poi un pensiero personale su quello che lo aspetta:
“Adesso farò le cure sperando che funzionino. Faccio parte di quel club di cittadini italiani che dicono ‘perché proprio a me?’
Questa peste del XXI secolo ha un pregio: è democratica. Io non sono uno di quelli che dice ce la farò, io devo fare le cure e avere un atteggiamento positivo. Dico no alla retorica del guerriero. Quelli che non devono mollare sono i dottori”.
È una confessione intima e dolorosa, eppure importantissima.
In questo momento voglio solo mandare un abbraccio immenso ad Alessandro e ringraziarlo per queste parole, la scelta delle parole, il modo con cui si è rivolto a milioni di italiani perché anche una testimonianza privatissima diventi atto pubblico e persino politico, nel senso più alto del termine.
Forza Alessandro!
Lorenzo Tosa
Solo 25 anni? Scontera', si e no, un terzo della pena!
Una rapina da poco più di 500 euro, poi la coltellata al cuore e una fuga durata appena una settimana. Sedici mesi dopo l’omicidio di Nahid Miah, benzinaio originario del Bangladesh e padre di due figli, è arrivata la condanna a 25 anni per Marco Adamo, 18 anni all’epoca dei fatti. Il delitto avvenne il 27 maggio al distributore Toil di Tor San Lorenzo, ad Ardea. Decisive le immagini delle telecamere, che permisero ai carabinieri di ricostruire il percorso del giovane e risalire alla moto usata per la fuga, poi trovata carbonizzata. Dopo l’arresto, Adamo confessò.
Articolo di @andrea_oss_ su Repubblica
JOAO PAULO ASSO SFORTUNATO DEL BARI
Nel 1989 dal Guarani approda a Bari un attaccante brasiliano brevilineo che sa calciare le punizioni, è veloce e ha il dribbling nel sangue
Si chiama Joao Paulo e presto farà innamorare Bari con le sue giocate e i suoi gol. Il Bari si salva anche grazie alle sue giocate e Joao Paulo sembra destinato a una carriera luminosa ma i suoi sogni di gloria si spezzano un giorno di settembre del 1991
Si gioca Bari-Sampdoria e Joao Paulo rimedia un infortunio terribile: tibia e perone vanno in frantumi
Tornerà, ma non sarà più lo stesso e nel 1994 se ne andrà da Bari iniziando una lunga carriera da girovago del pallone in Brasile
Pietro Maiellaro
"Nell'estate del 1987, il giorno prima della firma col Bari ero nella sede della Roma. Sembrava che dovessimo chiudere coi giallorossi da un momento all’altro, poi non successe. E così fui ceduto al Bari. Sono stato 5 ore e mezza in sede, non volevo firmare. Non ne ero convinto, in realtà volevo andare alla Roma. Poi mi parlò l’allora presidente del Taranto, Vito Fasano, in lacrime: 'Sai Pietro, a noi i soldi della tua cessione servono per salvare il club, sennò non possiamo iscriverci al campionato'. Allora firmai, andando al Bari che poi è rimasto nel mio cuore, sia chiaro." - tratto dal Corriere del Mezzogiorno
E sarà proprio nelle quattro stagioni trascorse a Bari che 'il poeta di Candela' Pietro Maiellaro, troverà la propria consacrazione calcistica. Personaggio schietto e mai banale, dotato di grande tecnica e di un piede destro educatissimo, era uno di quei giocatori in grado di cambiare le sorti di una gara con una singola giocata. Allo stesso tempo però, era uno di quei talenti genio e sregolatezza che spesso vanno a corrente alterna, risultando a tratti indolenti nelle giornate di luna storta.
Ma in fondo sono proprio i calciatori come Maiellaro che fanno innamorare di questo sport i tifosi di ogni latitudine: quelli che ti fanno brillare gli occhi quando accarezzano la palla; quelli a cui perdoni anche le giornate di assenza ingiustificata perché la domenica successiva, magari, ti fanno sobbalzare dalla sedia tirando fuori dal cilindro un gol da 40 metri o una serpentina con cui scarta mezza squadra avversaria insaccando in rete.
Compie oggi gli anni lo 'Zar di Bari' Pietro Maiellaro.
Emanuele Zossolo
L'intervento integrale del provocatore Emanuele Zossolo al V Municipio di Roma prima del voto di Consiglio sulla mozione, approvata a maggioranza (13 voti favorevoli, 7 contrari), contro l'islamofobia e a tutela della libertà religiosa.
Zossolo è uno dei tanti "inflluencer del degrado" che speculano sul disagio urbano e suburbano. Un estremista di destra che nell'atto di strappare la bandiera della Palestina, a chiusura di una sceneggiata che la dice tutta sulla pasta di cui sono fatti vigilanti e sceriffi di quartiere da quattro soldi, dimostra il degrado di cui è composto lui stesso.
P. S. La versione qui postata dev'essere quella più ampiamente circolante in profili, gruppi, pagine espressione delle destre più estreme. Quelle al cui interno nessuno farebbe notare che "Ahmed", nella sottotitolatura di trascrizione del parlato, è scritto "a me ad".
Massimo Arcangeli
martedì 29 settembre 2026
Daniele Beccari
🔴 ULTIM'ORA - Daniele Beccari aveva 58 anni. Dopo la malattia e la perdita del lavoro, viveva in un’auto ferma per un guasto. È stato trovato morto lì, sul sedile posteriore. Le cause precise del decesso sono ancora da accertare.
Un’auto non è una casa. E un uomo fragile non è un uomo invisibile. Questa storia pone una domanda politica: quando un uomo perde la salute, il lavoro e un tetto, chi si accorge di lui prima che sia troppo tardi? Non sappiamo quali aiuti Daniele avesse ricevuto, e non sarebbe onesto inventare responsabilità. Ma sappiamo che aveva bisogno di molto più di un posto dove passare la notte. Le istituzioni devono saper vedere anche la fragilità maschile. Chiedere protezione per gli uomini non significa togliere nulla alle donne: significa rifiutare l’idea che un uomo debba cavarsela da solo fino all’ultimo. Servono risposte concrete — casa, sostegno economico, cure, accompagnamento al lavoro — non parole di cordoglio dopo una tragedia.
Daniele aveva da poco trovato una possibilità di ripartire in un emporio solidale. Non ha fatto in tempo. Una politica che vede le persone solo quando diventano una notizia deve avere il coraggio di cambiare.
https://www.ilmessaggero.it/persone/morto_auto_daniele_beccari_mantova_perso_lavoro_e_casa_chi_era-9792722.html
Dal' ombra alla Gloria: La Rinascita di Pablito 🖤➡️🏆
Prima di diventare l'eroe del Mondiale '82, Paolo Rossi ha vissuto il momento più buio della sua carriera. Nel 1980, lo scandalo del Totonero e una squalifica di 2 anni lo hanno fermato proprio all'apice.
Tutti gli voltarono le spalle. Immaginate un talento costretto a stare fermo, senza partite ufficiali, considerato "finito" da tutti.
La Più Grande Rinascita della Storia
Aprile 1982: finisce la squalifica, a due mesi dal Mondiale.
La Scommessa di Bearzot: Enzo Bearzot sciocca tutti e lo convoca lo stesso. La stampa era furiosa.
Il Miracolo in Spagna: dopo un inizio difficile, l'esplosione. Tripletta leggendaria al Brasile, doppietta in semifinale e gol in finale.
Da emarginato a Campione del Mondo, Pallone d'Oro del Mondiale, Scarpa d'Oro e Pallone d'Oro 1982.
Per sempre il nostro Bomber Azzurro. 👑🇮🇹
PABLITO 💙
TINA E BIANCA* - *VOCI PARTIGIANE*
*TINA E BIANCA*
*VOCI PARTIGIANE*
*Un filo rosso dalla Resistenza al presente*
*Sabato 3 ottobre, a Roma, in piazzale degli Eroi 9* presentiamo in anteprima nazionale *"Tina e Bianca. Voci partigiane"*, un libro che, attraverso biografie, testimonianze e ricordi, racconta le vite di Tina Costa e Bianca Bracci Torsi, due comuniste partigiane che hanno posto l'antifascismo al centro della propria esistenza.
Giovanissime staffette partigiane durante la Resistenza, dopo la Liberazione non smisero di lottare. Continuarono il loro impegno nelle battaglie politiche e sociali del dopoguerra, prima nel Partito Comunista Italiano e successivamente nel Partito della Rifondazione Comunista, nel quale ricoprirono anche ruoli dirigenti.
Le loro vite raccontano così un filo rosso che dalla Resistenza attraversa il dopoguerra e arriva fino ai nostri giorni.
Ricordarle oggi non significa guardare nostalgicamente al passato. In un tempo in cui riaffiorano razzismo, nazionalismo e intolleranza e si tenta di riscrivere o relativizzare la storia del fascismo, quelle radici antifasciste continuano a parlare al nostro presente.
Dopo i saluti di *Giovanni Barbera*, Segretario PRC Roma, Castelli e Litoranea, interverranno *Rita Scapinelli*, membro della Segreteria nazionale e responsabile Antifascismo PRC, e *Marina Pierlorenzi*, Presidente provinciale ANPI Roma.
Interverranno anche gli autori e le autrici dei testi raccolti nel libro.
E dopo il dibattito restiamo insieme: pastasciutta antifascista, canti e musiche della Resistenza e un brindisi collettivo.
*Perché la memoria non è soltanto ricordo. È incontro, partecipazione e impegno. Un filo rosso da non spezzare*.
PRC - Dipartimento nazionale Antifascismo
PRC - Federazione Roma Castelli Litoranea
Giovanni Barbera
Yatterman
Nel live action Yatterman del 2009, Doronjo aveva il volto di Kyoko Fukada… e bastavano pochi secondi per capire che non sarebbe stata una versione timida del personaggio. 😏
Maschera, costume nero, posa da regina del male e quell’aria da “so benissimo di essere la più interessante della scena”. Il bello è che il film non prova nemmeno a renderla più seria del necessario: Doronjo resta esagerata, vanitosa, sexy e irresistibilmente sopra le righe, proprio come deve essere.
E in mezzo al caos del Trio Drombo, Fukada riesce nell’impresa più difficile: trasformare una cattiva da cartoon in una presenza live action che sembra uscita davvero da un’anime.
Diciamolo: quando appariva Doronjo, per qualche minuto Yatterman poteva anche aspettare. 😎
#Yatterman #Doronjo #KyokoFukada #TrioDrombo #liveaction #anime #nostalgia #ricordi #anni80
Oj Simpson
Era Il 13 Giugno 1994 quando il mondo dello star system hollywoodiano fu colpito da una tremenda notizia.
Nicole Brown, ex-moglie del giocatore di football americano ed attore OJ Simpson, e l'amico di lei Ronald Goldmam, furono trovati barbaramente uccisi in casa loro.
La donna presentava ben 12 coltellate e la testa quasi del tutto decapitata, mentre l'uomo addirittura aveva subito ben 20 fendenti.
Una vera e propria scena da film dell'orrore.
Cosa aveva potuto scatenare una simile ondata di violenza?
Qualche tempo dopo, al termine di alcune indagini giudiziarie, l'attore OJ Simpson fu formalmente accusato di omicidio e richiesto dalla polizia di rendersi disponibile all'arresto, in attesa del processo definitivo.
Quel che successe dopo è rimasto nella cronaca televisiva americana e non.
Simpson, venuta la polizia per prelevarlo, riuscì a sfuggirgli e tentò la fuga, con un lungo inseguimento in macchina ripreso dalle telecamere fissate a bordo di elicotteri, mentre OJ minacciava di togliersi la vita.
La televisione, dall'altro, riprese quello che sembrava uno dei tanti inseguimenti visti in innumerevoli film d'azione statunitensi... solo che stavolta era tutto reale e non c'era una cinepresa a fermare il ciak.
Simpson fu comunque alla fine acciuffato e, al processo penale, grazie ad una difesa che tirò fuori presunte discriminazioni razziali da parte della polizia nei suoi confronti, a delle prove come i guanti (quelli del killer) che non calzavano perfettamente con le mani del giocatore di football e varie imprecisioni nello studio del DNA, Simpson riuscì a farla franca.
Solamente dopo, al processo civile, fu condonnato a risarcire salatamente le famiglie dei due deceduti, lasciando però loro un senso di amaro in bocca per quanto accaduto.
Ad ogni modo, anche se libero, la carriera di attore di OJ fu compromessa per sempre: nessuno, infatti, voleva avere a che fare con un presunto omicida.
Nessuno, certo.
Tranne la WWE.
Nel suo podcast "Something to wrestle", l'ex- "Brother Love" Bruce Prichard dichiarò che, dal momento che gli avvocati e l'entourage di Simpson erano ben disposti verso qualsiasi cosa che avesse a che fare con un assegno per il loro assistito, ormai alla canna del gas, senza il becco di un quattrino e disperato, lui e Vince McMahon ebbero la straordinaria idea di fare un match a WrestleMania 12 tra il presunto serial killer ed uno dei wrestler più controversi della storia di questa disciplina, che sicuramente non aveva paura a confrontarsi con lui: "Rowdy" Roddy Piper.
Piper da tempo era assente dagli show della WWF e nel 1996, dopo aver nuovamente firmato un accordo con la promotion, McMahon e soci cercarono di creare la rivalità adatta per portarlo agli onori della cronaca: cosa di meglio allora che farlo scontrare con l'uomo più tristemente famoso del momento?
Sia Piper che il gruppo di Simpson furono informati della cosa, e da ambo le parti si accordarono per procedere. Il match sarebbe stato il quarto della serata, con Piper che avrebbe fatto vedere i sorci verdi all'attore della serie "Una Pallottola Spuntata".
Grazie a tutta una costruzione della rivalità ad opera del genio creativo di Vince Russo, nelle settimane antecedenti l'evento Piper iniziò a citare a destra e a manca nei suoi intermezzi con il microfono il processo OJ Simpson.
Ma presto le notizie su di un loro presunto incontro iniziarono a circolare ed il risultato fu quanto mai disastroso: sponsor e personalità importanti in contatto con la WWF minacciarono di allontanarsi dal prodotto se solo OJ avesse fatto capolino negli spettacoli della federazione.
Così alla fine non se ne fece più nulla.
Ma rimaneva una questione: come giustificare Piper, che nelle settimane prima di WrestleMania aveva più volte citato il presunto omicida?
Prichard, Russo e McMahon decisero allora di inserire Goldust (Dustin Rhodes), anche per via del suo personaggio "bizzarro" e per i suoi presunti legami con Hollywood, e fu quindi creato il famoso "Hollywood Back Lot Brawl", girando il 90% del match all'aperto, giorni prima, in uno dei primissimi esempi di incontri "cinematici".
Tutto risolto? Non proprio.
Il match era destinato ad essere maledetto fin dall'inizio.
La scena parte con il figlio di Dusty Rhodes che arriva sulla sua Cadillac dorata e con le prime colluttazioni tra i due. Piper prende una mazza da baseball, spacca il finestrino e per un errore si taglia la mano.
Si decide di proseguire, con Piper che lancia il wrestler dipinto d'oro contro un cassonetto dell'immondizia, ma qualcosa va storto e Goldust picchia violentemente la testa, procurandosi una seria commozione cerebrale.
L'azione continua, ma nel colpire il suo nemico Piper accidentalmente si frattura definitivamente la mano.
Dopodiché, in un segmento pensato a simulare una sorta di investimento da parte di Goldust, Hot Rod calcola male i tempi ed impatta duramente con il ginocchio la macchina.
Finite le registrazioni della prima parte, i due vengono immediatamente portati in ospedale d'urgenza, vista la quantità impressionante di infortuni.
Due settimane dopo, il tutto viene montato ad arte, addirittura inserendo segmenti del vero inseguimento della polizia ai danni di Simpson e facendolo passare come quello di Piper ai danni di Goldust.
Il match si concluderà live durante l'evento, con Piper che "denuda" il wrestler, mostrando sotto l'attire una sexy lingerie nera di pizzo... ma non prima di aver nuovamente rischiato l'ennesimo infortunio serissimo andando contro la portiera dell'auto di Goldust.
Il match è comunque rimasto impresso a lungo nella mente dei fans di wrestling, tanto da parlarne ancora.
Simpson è morto nell'aprile del 2024, lasciando aperti molti enigmi e domande.
Chissà cosa avremmo potuto vedere se veramente fosse andato in porto lo scontro tra lui e Roddy Piper.
#OJSimpson #RoddyPiper #WrestleMania #WWE #wrestling #maestrozamo
Tutti a seguire l'esempio del professor Arcangeli
Denuncerò pubblicamente, non solo via social, chiunque istighi all'odio razziale o religioso in quanto, così facendo, si rende responsabile di un reato e ogni cittadino rispettoso della legge, di fronte a un reato, ne denuncia l'autore perché è suo preciso dovere.
Questo personaggio, un pazzo esaltato conosciuto in rete come Fede Rossi King, il cui video qui postato è stato ripetutamente rilanciato da pagine, gruppi e singoli utenti affiliati o simpatizzanti dell'estrema destra, arriva a definire "bastardo" il Dio in cui crede (lo stesso all'origine delle altre due più grandi religioni monoteiste del pianeta), solo in Italia, almeno un milione e mezzo di persone.
È iniziata la caccia al nero, al musulmano e a chiunque altro venga avvertito come rappresentante di una minoranza da schiacciare, polverizzare, disintegrare.
È ora di dire basta.
Unitevi al nostro movimento. Dobbiamo fermare questa deriva.
"Tutti per una, l'Italia antifascista per tutti'
Massimo Arcangeli
Pac
Lutto nel wrestling: è morto Pac, aveva solo 40 anni. Due giorni fa era sul ring a Londra 🙏
Benjamin Satterley, meglio conosciuto con l’attuale ring name di Pac, è morto improvvisamente all’età di 40 anni. Il decesso del wrestler inglese è stato comunicato dalla All Elite Wrestling, la federazione con cui era sotto contratto dal 2019. Pac si era esibito nella notte tra sabato e domenica a “All Out”, uno dei principali eventi in pay-per-view della Aew, lottando contro Andrade, ed è stato trovato senza vita ventiquattro ore dopo. Le cause della morte non sono state rese note, con le autorità che stanno svolgendo tutti gli approfondimenti del caso per accertarle.
Un accento particolarissimo, un volto cattivo con i capelli lunghi e le orecchie pronunciate e uno stile di lotta unico, fatto di incredibili acrobazie e un ottimo repertorio di mosse. Ma fuori dal ring, Ben Satterley è sempre stato identificato come una delle persone più belle e gentili di questo ambiente, nonché - fino all’esplosione di Will Ospreay - come il miglior wrestler britannico in attività. Pac, nato a Newcastle il 22 agosto 1986, si è distinto immediatamente in alcune federazioni indipendenti in Inghilterra, per sbarcare negli Stati Uniti all’inizio del 2007 tra la Tna e la Ring of Honor. Nel 2012 firma un contratto con la Wwe, dove si esibisce con il nome di Adrian Neville, per poi passare alla Aew nel 2019.
In quest’ultima federazione, è stato il campione inaugurale dell’International Championship e ha detenuto anche il World Trios Championship. La morte di Pac è il secondo lutto che scuote il mondo del wrestling in breve tempo. Poche settimane fa, infatti, si era spento Andy Williams, chitarrista degli Every Time I Die e wrestler conosciuto col nome di The Butcher, sempre con un trascorso in Aew.
✍️ Salvatore Malfitano

















































