Il 20 agosto 1940, a migliaia di chilometri da Mosca, un uomo entrò nello studio di Lev Trotsky con alcune pagine da fargli leggere. Sotto l'impermeabile nascondeva una piccozza da alpinismo con il manico accorciato. Pochi minuti dopo, uno dei protagonisti della Rivoluzione russa giaceva a terra gravemente ferito alla testa. L'ordine di eliminarlo era arrivato da Stalin ed era stato affidato all'apparato dei servizi segreti sovietici, appartenente allo stesso Stato che Trotsky aveva contribuito a costruire.
Lev Davidovič Bronštejn, passato alla storia con il nome di Trotsky, era nato nel 1879 nell'attuale Ucraina.
Rivoluzionario marxista, perseguitato dal regime zarista, conobbe il carcere, la deportazione e l'esilio molto prima che i bolscevichi conquistassero il potere.
Nel 1905 era già una figura importante della rivoluzione russa. Ma fu nel 1917 che entrò definitivamente nella storia.
Dopo il ritorno in Russia e l'avvicinamento ai bolscevichi, divenne uno dei principali collaboratori politici di Lenin durante la Rivoluzione d'Ottobre. Dopo la presa del potere assunse incarichi decisivi nel nuovo governo e, durante la guerra civile, come commissario del popolo per gli Affari militari e navali, ebbe un ruolo fondamentale nell'organizzazione e nella costruzione dell'Armata Rossa.
Per alcuni anni Trotsky fu quindi uno degli uomini più potenti della Russia rivoluzionaria.
Poi Lenin si ammalò.
E l'equilibrio cominciò a cambiare.
Quando Lenin morì, nel gennaio 1924, all'interno del Partito comunista era già in corso una durissima lotta per il potere. Trotsky rappresentava una delle principali figure del gruppo dirigente, ma Stalin possedeva un vantaggio meno spettacolare e decisivo: come segretario generale aveva costruito negli anni una vasta rete di alleanze e di controllo sull'apparato del partito.
Lo scontro non fu semplicemente personale.
Dietro i due uomini esistevano anche profonde divergenze politiche.
Trotsky sosteneva la prospettiva della “rivoluzione permanente”, legata alla convinzione che la rivoluzione socialista non potesse rimanere stabilmente isolata entro i confini di un solo paese. Stalin affermò invece la linea del “socialismo in un solo paese”, concentrata sul consolidamento dell'Unione Sovietica.
Ma la battaglia teorica si intrecciò sempre più con quella per il controllo del potere.
E Trotsky perse.
Nel 1925 fu rimosso dall'incarico militare. Nel 1926 venne estromesso dal Politburo. Nel novembre 1927 fu espulso dal Partito comunista insieme ad altri oppositori.
Poco dopo venne mandato ad Alma-Ata, nell'Asia centrale sovietica.
Nel 1929 fu espulso definitivamente dall'Unione Sovietica.
Cominciò allora uno degli esili politici più celebri del Novecento.
Trotsky visse prima in Turchia, sull'isola di Büyükada, poi in Francia e in Norvegia.
Continuava a scrivere.
Continuava a intervenire nella politica internazionale.
E soprattutto continuava ad attaccare Stalin.
Denunciava la burocratizzazione dell'Unione Sovietica, la repressione dell'opposizione e la trasformazione del sistema sovietico sotto il dominio staliniano. Nel 1938 contribuì inoltre alla fondazione della Quarta Internazionale, concepita come alternativa rivoluzionaria all'Internazionale comunista controllata da Mosca.
Nel frattempo, nell'Unione Sovietica, la repressione staliniana raggiungeva dimensioni immense.
Durante le grandi purghe degli anni Trenta, dirigenti del partito, militari, funzionari e comuni cittadini furono arrestati, deportati o fucilati. Molti vecchi bolscevichi che avevano partecipato alla rivoluzione insieme a Lenin finirono davanti ai tribunali dei processi di Mosca.
Trotsky, benché lontano dal paese, divenne uno dei principali bersagli politici di quelle campagne.
La propaganda sovietica lo presentava come traditore e cospiratore. Nei processi spettacolo venne accusato, in absentia, di attività controrivoluzionarie e complotti contro lo Stato.
Il regime cercò anche di ridimensionarne o cancellarne il ruolo nella memoria ufficiale della rivoluzione, mentre la repressione colpiva duramente persone accusate di appartenere all'opposizione trotskista. La macchina repressiva staliniana colpì milioni di persone attraverso arresti, deportazioni, detenzione nei Gulag ed esecuzioni.
Trotsky trovò infine rifugio in Messico.
Arrivò nel gennaio 1937 grazie all'asilo concesso dal governo messicano e si stabilì a Coyoacán, nella periferia di Città del Messico.
Neppure lì era al sicuro.
Nella notte tra il 23 e il 24 maggio 1940 un commando armato guidato dal pittore comunista messicano David Alfaro Siqueiros attaccò la casa.
Gli uomini spararono decine di colpi nelle stanze.
Trotsky e sua moglie Natalia Sedova sopravvissero.
Ma l'attentato dimostrava che i suoi nemici erano disposti a raggiungerlo dall'altra parte dell'oceano.
Tre mesi dopo sarebbe arrivato un secondo tentativo.
Questa volta non con un commando.
Con un solo uomo.
Ramón Mercader era un comunista spagnolo reclutato dai servizi segreti sovietici, l'NKVD, durante la guerra civile spagnola.
Per avvicinarsi a Trotsky aveva costruito una falsa identità.
Si era legato sentimentalmente a Sylvia Ageloff, una giovane statunitense vicina agli ambienti trotskisti, presentandosi inizialmente come Jacques Mornard e utilizzando successivamente documenti intestati a Frank Jacson.
Attraverso di lei riuscì lentamente a entrare nell'ambiente che circondava l'esule.
Non appariva come un assassino.
Era un conoscente.
Ed era proprio questo il punto.
Il pomeriggio del 20 agosto 1940 Mercader arrivò alla casa fortificata di Coyoacán.
Portava con sé un articolo che voleva sottoporre all'attenzione di Trotsky.
I due entrarono nello studio.
Trotsky si sedette e cominciò a leggere.
Mercader attese alle sue spalle.
Poi estrasse la piccozza nascosta sotto l'impermeabile e lo colpì violentemente alla testa.
Il colpo, sorprendentemente, non lo uccise sul momento.
Trotsky gridò e riuscì a reagire. Le guardie accorsero e immobilizzarono Mercader. Trotsky, gravemente ferito, venne trasportato in ospedale.
Morì il giorno successivo, 21 agosto 1940.
Aveva sessant'anni.
Mercader fu arrestato dalle autorità messicane e condannato a vent'anni di carcere.
Per anni Mosca negò ogni responsabilità.
Ma il legame dell'assassino con l'intelligence sovietica e l'ordine proveniente da Stalin sono oggi ampiamente documentati. Dopo essere uscito dal carcere nel 1960, Mercader raggiunse l'Unione Sovietica e ricevette il titolo di Eroe dell'Unione Sovietica, una delle massime onorificenze dello Stato.
C'è però un aspetto della vicenda che spesso viene dimenticato.
Trotsky non fu soltanto una vittima dello stalinismo.
Prima della sua sconfitta politica era stato uno dei massimi dirigenti del regime bolscevico nato nel 1917, protagonista della guerra civile e parte di un sistema che aveva fatto ricorso alla repressione contro i propri avversari.
La storia che culminò nello studio di Coyoacán è quindi più complessa del semplice duello tra un dissidente e un dittatore.
Fu anche la lotta mortale tra uomini provenienti dalla stessa rivoluzione.
Trotsky aveva contribuito a creare uno Stato che avrebbe cambiato il corso del Novecento. Ventitré anni dopo la Rivoluzione d'Ottobre, l'apparato dello Stato sovietico nato dalla rivoluzione alla quale aveva partecipato riuscì a raggiungerlo dall'altra parte del mondo.
Stalin conquistò il potere politico che Trotsky aveva perduto.
Ma non riuscì a cancellarlo dalla storia.
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