sabato 12 settembre 2026

Salvador Allende

 


Sono le 9.10 del mattino dell'11 settembre 1973.


Salvador Allende è asserragliato nel palazzo della Moneda, a Santiago del Cile, con un elmetto in testa e un fucile tra le mani. Fuori ci sono i carri armati. Dal cielo stanno per arrivare i caccia.


Afferra il microfono di Radio Magallanes, l'ultima emittente rimasta fedele al governo democraticamente eletto, e parla ai cileni per l'ultima volta: "Pagherò con la mia vita la lealtà del popolo".


I golpisti gli offrono un aereo per lasciare il Paese insieme alla famiglia. Allende rifiuta.


Poco prima di mezzogiorno le bombe cominciano a piovere sul palazzo presidenziale. Nel primo pomeriggio Salvador Allende è morto.


Sono passati 53 anni.


Tre anni prima, quest'uomo vince le elezioni. Libere, regolari, democratiche. Il primo presidente marxista arrivato al governo col voto popolare.


Una volta al governo nazionalizza il rame, la ricchezza del Cile che fino a quel momento riempiva le casse delle multinazionali americane. Lo fa con un voto unanime del Parlamento, destra compresa. Avvia la riforma agraria. E stabilisce che ogni bambino cileno abbia diritto a mezzo litro di latte al giorno. Gratis.


Mezzo litro di latte. Ecco il pericolo rosso.


Già nel giugno del 1970, prima ancora del voto, Henry Kissinger spiega la linea statunitense così: "Non vedo perché dovremmo restare a guardare un Paese che diventa comunista per l'irresponsabilità del suo popolo".


A settembre Richard Nixon convoca il capo della CIA e gli consegna un ordine: strozzare l'economia cilena. Per tre anni ci lavorano. Poi arriva l'11 settembre e arriva Augusto Pinochet.


Quel giorno comincia una delle dittature più feroci dell’America Latina: migliaia di persone furono assassinate, torturate, arrestate o fatte scomparire. Lo stadio di Santiago divenne un luogo di prigionia e di morte. Centinaia di migliaia di cileni furono costretti all’esilio.


Allende rimase dentro La Moneda fino alla fine.

La sua voce attraversò Santiago per l’ultima volta.


Sapeva che aveva perso.


Sapeva che di lì a poco i militari sarebbero entrati. Sapeva probabilmente che non avrebbe visto il giorno successivo.


Eppure quelle ultime parole non furono una richiesta di pietà. Furono rivolte a chi sarebbe rimasto: ai lavoratori, alle donne, ai giovani, ai contadini, a quel popolo cileno che tre anni prima lo aveva portato alla presidenza attraverso le urne.


La Moneda venne bombardata. Il palazzo prese fuoco. Le immagini del fumo che si alzava dal cuore di Santiago sarebbero diventate una delle fotografie più terribili del Novecento: un governo democraticamente eletto abbattuto con le armi, sotto gli occhi del mondo.


Allende morì quel giorno. E nelle ore successive cominciò la lunga notte del Cile.


Salvador Allende rimase nella memoria collettiva molto più a lungo dei generali che lo rovesciarono.


È rimasta l’immagine di quell’uomo dentro un palazzo assediato, con il casco in testa e il Paese che gli crollava intorno. È rimasta la voce gracchiante della radio. È rimasto quel tentativo, disperato e lucidissimo, di affidare al futuro ciò che in quel momento veniva schiacciato con le bombe.


Nelle sue ultime ore Allende pronunciò parole diventate immortali: “La storia è nostra e la fanno i popoli”.


La storia, alla fine, si è ricordata soprattutto di lui.

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