domenica 6 settembre 2026

L’UCRAINA CHE MOSCA AVEVA GIÀ CANCELLATO: UN PICCOLO PROBLEMA CHIAMATO REALTÀ

 



Se prendessimo sul serio i bollettini del Cremlino, l’esercito russo oggi non sarebbe ancora impantanato a misurare trincee e boschetti nel Donbas: avrebbe già superato Pavlohrad, raggiunto il Dnipro, tagliato in due l’Ucraina e messo Kyiv sotto pressione diretta. TASS, usando le cifre del Ministero della Difesa russo, sosteneva già a febbraio che l’Ucraina avesse avuto oltre un milione e mezzo di perdite complessive; Mosca dichiara inoltre di aver abbattuto 674 aerei ucraini dall’inizio dell’invasione. Se quelle cifre fossero cronaca, non propaganda, a Kyiv dovrebbero difendersi con tre trattori, un elicottero giocattolo e la lampada da tavolo di Zelensky.


Invece la “nazione distrutta” continua ostinatamente a esistere e, cosa ancora più maleducata, a far saltare i piani russi. Nel 2022 ha liberato Balakliia, Kupiansk, Izium e Lyman nella controffensiva di Kharkiv, costringendo le truppe di Mosca a ritirarsi oltre l’Oskil; poi ha riconquistato Kherson e tutta la riva occidentale del Dnipro, costringendo il comando russo a chiamare “ritiro organizzato” quello che, in qualunque lingua non sia il burocratese del Cremlino, si chiama lasciare l’unico capoluogo regionale occupato dopo l’invasione. Solo nelle zone liberate di Kharkiv restavano da sminare circa 12.000 chilometri quadrati: più del Qatar, non il cortile dietro una dacia.


Nel 2023 Kyiv non ha ottenuto la svolta totale che sperava, e raccontarlo diversamente sarebbe propaganda con la bandiera opposta. Ma ha ripreso Robotyne, Staromaiorske, Urozhaine, Andriivka, Klishchiivka e altri insediamenti fra Donetsk e Zaporizhzhia. La Russia, in seguito, ha dovuto tentare di riconquistarne alcuni: una di quelle verità imbarazzanti che entrano dalla porta di servizio. Se devi riconquistare una posizione, vuol dire che prima l’hai persa. È la grammatica della guerra, non una teoria del complotto NATO.


Nel 2026 il giochino è ancora più evidente. Ad agosto, mentre i canali pro-Putin ci raccontavano l’ennesima cavalcata imperiale, ISW ha rilevato circa 90,35 chilometri quadrati consolidati dalla Russia, 2,91 al giorno; perfino includendo le infiltrazioni il totale arriva a 123,53. Nello stesso periodo, l’Ucraina ha liberato almeno 129,81 chilometri quadrati. Vuol dire che, nel mese della grande avanzata annunciata dai geometri di Telegram, Kyiv ha recuperato più territorio di quanto Mosca sia riuscita a tenersi.


E veniamo all’aspetto che rende davvero tragicomica l’idea di una superpotenza “inarrestabile”. Una nazione invade il vicino, promette di “denazificarlo” in pochi giorni e quattro anni dopo subisce attacchi ripetuti dentro i propri confini: raffinerie, depositi di carburante, nodi logistici, aeroporti militari e installazioni energetiche colpiti da droni ucraini. Nel solo 2026 sono stati segnalati o confermati attacchi contro impianti a Tuapse, Mosca, Perm, Ryazan, Taganrog, Novoshakhtinsk, Afipsky, TANECO/Nizhnekamsk, NORSI, Saratov e Engels; in più casi si sono verificati incendi, sospensioni temporanee della produzione o evacuazioni. Non sono “la fine della Russia”, ma sono esattamente la prova che la guerra, quella che Putin doveva tenere lontana dalle case russe, è arrivata fin dentro la sua infrastruttura economica e militare.


Poi c’è il mare, dove il capolavoro è persino più spettacolare. La Russia aveva una Flotta del Mar Nero; l’Ucraina non aveva una marina tradizionale in grado di affrontarla alla pari. Eppure Mosca ha perso o visto gravemente danneggiati il suo incrociatore ammiraglia Moskva, le navi da sbarco Saratov, Minsk, Novocherkassk e Caesar Kunikov, la nave pattuglia Sergei Kotov, il rimorchiatore Vasily Bekh, il sommergibile Rostov-on-Don e altre unità. Almeno quattro grandi navi da sbarco risultano distrutte e altre piattaforme hanno richiesto riparazioni; valutazioni open source stimano che circa 24-29 unità della Flotta del Mar Nero siano state distrutte o danneggiate. 


Il risultato strategico è che una parte rilevante delle unità russe ha dovuto ridurre l’operatività o allontanarsi da Sebastopoli verso basi più protette come Novorossijsk. La flotta che doveva dominare il Mar Nero si è trasformata nella squadra di nuoto sincronizzato più costosa d’Europa: alcuni navigano poco, altri non navigano più, altri stanno così sott’acqua da aver finalmente trovato il loro elemento naturale.


E allora, se la propaganda russa fosse vera, Putin dovrebbe essere a decidere il colore dei lampioni sul Dnipro; invece deve spiegare perché l’Ucraina continua a riconquistare territorio, perché i droni arrivano su raffinerie e aeroporti russi e perché la sua flotta, nata per controllare il Mar Nero, ha sviluppato un forte interesse per l’architettura portuale di Novorossijsk. I ciucciaPutin italiani continueranno a definirsi “voci libere” mentre fanno da centralino alle veline di Mosca: una libertà commovente, quella di scegliere ogni mattina tra TASS, RIA e il canale Telegram che ha già scelto per loro. Poi arrivano mappe, relitti, incendi e riconquiste, e il loro grande pensiero indipendente resta lì, con la bandiera in mano e il manuale delle scuse aperto alla pagina “ritirata strategica”.


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