Ci sono morti che riempiono le prime pagine e altre che sembrano non meritare nemmeno un titolo.
Don David Tanko è stato bruciato vivo dai terroristi mentre svolgeva la sua missione. Un uomo di fede, un prete, una persona che aveva scelto di stare accanto alla propria comunità anche in un luogo dove la violenza può diventare morte da un momento all’altro.
Eppure, di lui quasi nessuno parla.
Forse perché era un prete africano? Perché la sua morte è avvenuta lontano dall’Europa? Perché non alimenta il solito teatrino politico, non divide l’opinione pubblica e non produce clic?
È questo che dovrebbe farci vergognare.
Perché se fosse stato coinvolto in uno scandalo, accusato di un reato o protagonista di una vicenda capace di indignare e far discutere, probabilmente avremmo visto titoli, servizi, commenti e dibattiti per giorni.
Invece una persona viene uccisa nel modo più atroce possibile e il silenzio diventa quasi normale.
Il problema non è soltanto ciò che fanno i terroristi. È anche ciò che facciamo noi quando decidiamo quali vite meritano attenzione e quali possono essere dimenticate.
Una società si misura anche dalla capacità di indignarsi davanti a una morte che non ci riguarda direttamente.
E allora smettiamola di dare sempre la colpa agli altri. Ai politici, ai giornali, alle istituzioni.
Guardiamoci allo specchio.
Perché quando il dolore di un essere umano non riesce più a scuoterci soltanto perché viene da lontano, forse il problema non è soltanto il mondo che ci circonda.
È anche quello che siamo diventati noi.
Soumalia Diawara

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