Il film brutto che ha inventato un dio
Tutti pensano che Bruce Lee sia nato con Dalla Cina con furore (1972) e il dojo di Shanghai. Non è vero. È nato un anno prima, in una fabbrica di ghiaccio in Thailandia a 40 gradi, con la dissenteria e la maglietta strappata. Il film si chiamava Tang Shan Da Xiong - da noi Il furore della Cina colpisce ancora_, in America The Big Boss.
1. Non doveva essere suo
Il film non doveva essere di Bruce Lee. La neonata Golden Harvest di Raymond Chow aveva appena rotto con la Shaw Brothers e doveva lanciare James Tien, il suo attore di punta. Quello che nel film fa il cugino Hsiao Mi, che muore all'inizio.
Bruce era l'attore di ripiego, preso per 7.500 dollari dopo il flop in America. Un nome di seconda fascia.
Sul set di Pak Chong, in Thailandia, succede il caos. Il primo regista, Wu Chia-hsiang, viene licenziato. Arriva Lo Wei, che non sa girare le scene di lotta. Fa caldo, 40 gradi all'ombra, cibo avariato, acqua non potabile. Tutta la troupe sta male. Bruce perde 7 chili, vomita tra una ripresa e l'altra.
Poi guardano le prime giornaliere e capiscono: Tien scompare quando inquadrano Lee. Bruce è dieci volte più veloce, più potente, più magnetico. Riscrivono tutto al volo. Il cugino di campagna Cheng Chao-an diventa il protagonista.
Lo stesso con il cattivo finale: Han Ying-chieh, il Grande Boss, non è un combattente vero. È il coreografo, ha 45 anni, non ha fiato. Il combattimento finale è tutto tagliuzzato perché non riusciva a tenere il ritmo di Lee. Bruce lo odiava, diceva che sembrava finto.
2. La storia della fabbrica di ghiaccio
Cheng Chao-an arriva dalla Cina in Thailandia con una valigia di cartone. Ha fatto una promessa a sua madre: non combatterà mai più. Al collo porta un ciondolo di giada che glielo ricorda.
Trova lavoro nella fabbrica di ghiaccio dei cugini. Scopre che la fabbrica è una copertura: la droga viene nascosta dentro i blocchi di ghiaccio. Gli operai che chiedono che capiscono troppo, spariscono. Vengono segati e messi nel ghiaccio.
Per metà film Cheng mantiene la promessa. Si fa umiliare, picchiare, vede i suoi cugini sparire uno dopo l'altro e non reagisce.
Poi li trova. Morti, nel ghiaccio. Strappa il ciondolo al collo si rompe e con esso il giuramento. E da lì in poi è un massacro uno contro tutti. Alla fine, dopo aver ucciso il Boss, non scappa. Alza le mani e si arrende alla polizia. Un finale imposto dalla censura di Hong Kong: il colpevole, anche se per giustizia, non poteva farla franca.
3. Perché alla prima la gente piangeva
Non era un capolavoro. La sceneggiatura faceva schifo e Bruce Lee stesso non l'ha mai sopportato. Lo diceva apertamente: trama raffazzonata, girata male, personaggio che non gli piaceva.
Eppure alla prima a Hong Kong, il 31 ottobre 1971 al Queen's Theatre, la gente piangeva e urlava.
Non piangeva per il film. Piangeva perché per la prima volta sullo schermo c'erano loro.
I cinesi emigrati in Thailandia e in Malesia, gli operai delle fabbriche di ghiaccio, dei cantieri, delle piantagioni, trattati come schiavi dai padroni thailandesi e inglesi. Al cinema fino a quel giorno il cinese era sempre la macchietta, il cameriere pauroso, quello che muore per primo.
Quella sera vedevano Cheng Chao-an, arrivato con la loro stessa valigia, umiliato come loro, che finalmente diceva basta e faceva giustizia per i cugini scomparsi. Bruce Lee in quel momento non era un attore. Era la loro rivincita. L'unico che sullo schermo faceva quello che loro non potevano fare nella vita reale: alzare la testa.
È per questo che ha funzionato.
4. Il casino dei titoli e i numeri folli
Costato circa 100.000 dollari di Hong Kong, girato in due mesi in condizioni disumane, ne incassò oltre 3,2 milioni in soli 19 giorni a Hong Kong. Polverizzò il record che apparteneva da 6 anni a Tutti insieme appassionatamente.
Da attore da 7.500 dollari, Bruce diventò in due settimane l'attore più pagato d'Asia.
In Italia arrivò solo dopo, nel '73, sull'onda del successo di Dalla Cina con furore. Per sfruttare l'onda i distributori lo chiamarono _Il furore della Cina colpisce ancora_, facendo credere che fosse il sequel. Era il primo. Stesso casino in America, dove lo scambiarono e uscì come Fist of Fury.
È lì che nasce tutto: il tocco al naso prima di attaccare, il gioco di gambe felino, l'urlo acuto che non si era mai sentito prima in un film di kung fu. Prima di lui il kung fu al cinema era opera lirica con le spade. Con The Big Boss diventa lotta vera, Jeet Kune Do, senza fili.
Non è il suo film più bello. È il più grezzo, il più povero. Ma è l'unico dove vedi Bruce Lee prima di diventare BRUCE LEE: ancora umano, ancora davvero arrabbiato.
Fenix

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