sabato 31 dicembre 2022
La Regione Lazio ci ha dato buca
venerdì 23 dicembre 2022
giovedì 15 dicembre 2022
domenica 11 dicembre 2022
venerdì 9 dicembre 2022
martedì 6 dicembre 2022
lunedì 5 dicembre 2022
Un paese senza giustizia
#ingiustizia
Non solo il dolore fisico subito, il dolore per la morte di mio marito, perfino l' INGIUSTIZIA DI CHIUDERE IL CASO, A MIA INSAPUTA, SENZA CHE NESSUNO SI È ASSUNTO LA RESPONSABILITÀ.
CHE SCHIFO ! MA DOVE STA LA GIUSTIZIA ED IL RISPETTO PER LA VITA ?
lunedì 28 novembre 2022
domenica 27 novembre 2022
sabato 26 novembre 2022
LA RIVOLTA DEGLI OPERAI CON LO SMARTPHONE
È di questi giorni, nonostante la censura, la notizia dell"ultima protesta nella fabbrica cinese della FOXCONN (multinazionale TAIWANESE) con 13 stabilimenti in Cina,2 in Europa, Malesia, Messico e centri sviluppo in USA e Giappone. La protesta riguarda il mega impianto di Zhengzhou , dove lavorano/vivono 330.000 dipendenti, per produrre la maggior parte degli smartphone, tv, decoder, chiavette e altro, per i marchi cinesi, statunitensi, ecc. In passato questa fabbrica/città era stata tristemente famosa per i numerosi suicidi. Oggi, a causa del covid, che il governo cinese sta affrontando con la tolleranza zero e per evitare di fermare la produzione, gli operai non possono lasciare l'impianto, ma devono continuare a lavorare alle condizioni che gli vengono imposte. Il mercato non accetta rallentamenti. La globalizzazione ha resi più ricchi i consumatori, ma ha reso tante persone più schiave, lontano e molto vicino a noi.
Fenix
venerdì 25 novembre 2022
martedì 22 novembre 2022
Spettacolo in Tanzania!
È un bellissimo branco, numeroso e con molti esemplari di grandi dimensioni. Forse femmine con i cuccioli , i maschi vanno da soli. Non hanno predatore quando crescono, sono i padroni della savana. Che spettacolo!
Fenix
domenica 20 novembre 2022
sabato 19 novembre 2022
Le fake news su via Rasella
La bufala del revisionista del famoso "appello" di Kappler a "consegnarsi" a seguito di via Rasella. Tratto da pg 23 del libro.
Un’altra “chicca” la ricaviamo da una sua intervista (Anon., 2009) de“Il 24 luglio [2009 N.d.A.]... a Trieste... per la presentazione del suo ultimo libro ‘Il revisionista’ (Rizzoli 2009), incontro che è stato condotto dal vicedirettore del TG5 Toni Capuozzo”. Ecco lo sfondone in cui sarebbe incorso secondo quanto riporta l’articolista: “…Secondo Pansa via Rasella fu una cosa terribile che innescò una polemica mai quietata e gli attentatori avrebbero dovuto consegnarsi dopo l’appello di Kappler...”.
Appello di Kappler?! Andiamo a rileggere, per sicurezza, la deposizione di Kesselring con domande e risposte in rapida sequenza:
“D. ‘Faceste qualche appello alla popolazione romana o ai responsabili dell’attentato prima di ordinare la rappresaglia?’ R. ‘Prima no’. D. ‘Avvisaste la popolazione romana che stavate per ordinare rappresaglie nella proporzione di uno a dieci?’ R. ‘No.’ [...] D. ‘Ma voi avreste potuto dire ‘se la popolazione romana non consegna entro un dato termine il responsabile dell’attentato fucilerò dieci romani per ogni tedesco ucciso’? R. ‘Ora, in tempi più tranquilli [...] devo dire che l’idea sarebbe stata molto buona. D. Ma non lo faceste? R. No, non lo facemmo…”
Atti ufficiali del processo Kappler, Tribunale Militare di Roma.
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Le fake news del caso Ghersi
Il famoso caso "Ghersi" sbugiardato.
Sintesi tratta dalle pp, 33-40 del libro "Mal di Pansa".
Uccisa... perché aveva fatto il compito a casa
Uno dei cavalli di battaglia, specie negli ambienti neofascisti, è la vicenda di Giuseppina Ghersi.
Pansa utilizza strumentalmente un suo fantasioso interlocutore, tale Morsi, in La destra siamo noi (2015, pp. 22-23), per fargli raccontare la vicenda a suo modo:
“… Mi è rimasta nella memoria la sorte di una ragazzina di tredici anni: Giuseppina Ghersi, studentessa delle magistrali, figlia di due commercianti di frutta e verdura che gestivano un banco al mercato di Savona. I genitori non avevano la tessera del Partito fascista repubblicano, ma tutti sapevano che erano tifosi di Mussolini. Bastò questo per spingere dei partigiani comunisti a rapire la ragazzina. E a scaraventarla in un inferno indescrivibile”.
Fu così che “i rapitori decisero subito che Giusep-pina aveva fatto la spia per i tedeschi e i fascisti” ma, inutile porsi dubbio alcuno: “Era un’accusa assurda e senza nessun fondamento”.
Non mancano nemmeno i macabri dettagli: “… La ragazzina venne sequestrata e condotta in una scuola elementare della frazione di Legino, trasformata in campo di concentramento. Qui fu rapata a zero. La testa le venne cosparsa di vernice rossa. Poi qualche partigiano la pestò a sangue e la stuprò, forse non da solo”.
Un parente, infine, l’avrebbe vista “in condizioni pietose, e implorava di essere aiutata. Ma nessuno fu in grado di salvarla [sic! N.d.A.]”. Il libello chiude il racconto così: “I partigiani la condussero nei pressi del cimitero di Savona in località Zinola, e la freddarono con una raffica di mitra. I genitori se la cavarono, però vennero isolati, poiché la loro figlia era accusata di essere una spia di Salò…”. Di grazia, ma non erano loro stessi noti per essere “tifosi di Mussolini”? E non era questo, secondo quanto asserito dallo stesso Morsi, il primo motivo dell’uccisione della figlia?
Il revisionista, invero, ne aveva parlato anche ne Il Sangue dei vinti dove però, magicamente, si riferi-va di “... una famiglia agiata [sic! N.d.A.], commer-cianti in ortofrutticoli...” (Pansa, 2003, p. 148). Ergo gli stessi erano benestanti, ma secondo il libello di 12 anni dopo essi stessi semplicemente “gestivano un banco al mercato di Savona...”.
La narrazione diventa ancora più convulsa: “... Un loro parente, Attilio M., 33 anni, operaio, aveva la tessera del partito. Lui, anziché esser rapito, fu ucciso subito, il 25 o il 26 aprile. Forse era proprio costui all’origine del sequestro di Giuseppina” (p. 148). Quindi abbiamo la terza fantomatica spiegazione della sua uccisione (in soli due libri). E perché secondo talune ricostruzioni? “… Durante la guerra civile la ragazzina poteva aver visto qualcosa che non doveva vedere e l’aveva riferito all’Attilio. In seguito, qualcuno era stato arrestato. E qualcun altro era morto” (p. 148). Tutto molto offuscato... Nonostante questo bailamme di versioni, questa storiella è stata una di quelle più rimbalzate per mettere all’indice la presunta violenza partigiana.
Ma è il gruppo di storici Nicoletta Bourbaki (2017a) a voler mettere la parola fine a questa “frot-tola”. Partiamo da “un blog interamente dedicato al caso Ghersi – e di chiaro stampo neofascista – dove l’esposto che Giovanni Ghersi [il padre N.d.A.] avrebbe presentato (citiamo) ‘il 29 aprile del 1949’ è in piccola parte trascritto e in grande parte parafrasato. Trascrizioni apparentemente complete sono presentate in una discussione sul forum ‘Patriottismo’ e, corredata dalla foto di un manoscritto, sul blog di Nicolick... [che, per inciso, pare sia stato nel passato espulso financo dalla sezione locale della lega bossiana N.d.A.]”. Altre info le si desumono dal video dei cd “Ragazzi del Manfrei” con “un altro esposto, quello della madre di Giuseppina, che il 27 gennaio 1949 si era presentata alla Questura di Savona e aveva fatto dichiarazioni davanti a un funzionario. Un testo presentato come la trascrizione dell’esposto della madre si può leggere su Il Giornale”.
Per completare il quadro si segnala anche “… la testimonianza di Stelvio Murialdo… del quale si dice che ‘riconobbe’ il cadavere di Giuseppina, visto il 30 aprile 1945 al cimitero di Zinola. Detta così, fa sembrare Murialdo molto vicino agli eventi e alla vittima. In realtà, Murialdo non conosceva Giuseppina, quindi non poté riconoscerla quel giorno…”.
E’ proprio questo teste che, secondo Il Giornale del 2008 in “Cercando Valentino”, ricorda:
“... Era un cadavere di donna molto giovane; erano terribili le condizioni in cui l’ avevano ridotta, evidentemente avevano infierito in maniera brutale su di lei, senza riuscire a cancellare la sua giovane età. Una mano pietosa aveva steso su di lei una SUDICIA COPERTA GRIGIA [maiuscole nel testo originario N.d.A.] che parzialmente la ricopriva dal collo alle ginocchia…”.
In verità “Murialdo afferma [anche N.d.A.] di avere riconosciuto la ragazzina soltanto ‘alcuni anni dopo’ (non dice mai quanti), vedendo la foto sulla lapide e chiedendo ai genitori, che erano lì in visita, se quella fosse ‘la ragazzina uccisa a fine aprile’”. Si badi che Murialdo risulta essere nato il 22 Giugno 1935; facendo un rapido conto, a quel tempo non a-vrebbe avuto nemmeno dieci anni!!! E in ogni caso “... nelle prime righe Murialdo scrive: ‘… affido alla carta la memoria di un tragico evento che mi volle occasionale testimone di quel martirio’”. Acutamente, sempre il gruppo Nicoletta Bourbaki, si interroga: “Murialdo ha testimoniato pubblicamente sul caso Ghersi a partire dal 1950, quand’era adolescente, o lo ha fatto per la prima volta nel 2008 dopo ‘oltre sessant’anni’?”
Non bastasse ciò, altre aporie clamorose affiorano:
“L’Albo dei caduti e dispersi della Repubblica So-ciale Italiana, un elenco curato dalla nostalgica Fondazione RSI che mette insieme i nomi ‘provenienti da ogni possibile fonte di ricerca’ (testuale), riporta sotto il nome Giuseppina Ghersi: ‘Nascita: 12/7/31, Savona Qualità: Volontaria Reparto o ruolo: ONB-suo tema lodato dal DUCE, C. Zinola Data, luogo o evento in memoria: 30/4/45, SV, carcere Legino – nip. V. Mongolli -sev.’”. Vedremo poi se è vero.
“In rete si trova anche la scansione di un dattilo-scritto datato 26 marzo 1945, in cui il Corpo Volon-tari della Libertà – il coordinamento militare della Resistenza – trasmette ai partigiani un elenco di spie. Una ‘Signorina Ghersi’ compare nella seconda riga della seconda pagina. Foglio 1 – Foglio 2”.
Ergo, tutt’altro che quel giglio di campo incolpevo-le di cui si parla anche nei libercoli pansiani.
A questo punto il lettore infarcito di letture anti-resistenziali mi opporrà: E la fotografia che gira o-vunque sul web di una ragazzina, la Ghersi, marchiata con la lettera M? Ebbene anche qui trat-tasi di un clamoroso abbaglio:
“… La foto è stata scattata a Milano il 26 aprile 1945… È stata esposta all’Istoreto (Istituto piemontese per la storia della resistenza e della società contemporanea) di Torino, in occasione della mostra La lunga liberazione, 1943-1948 e si può vedere nella relativa galleria fotografica. Si tratta della pubblica esposizione di una collaborazionista, forse di un’ausiliaria della RSI” .
Giuseppina Ghersi, more solito, non c’entra alcun-ché.
Ma anche negli esposti “vi notiamo diverse con-traddizioni, sia tra le due versioni sia tra l’esposto e altri documenti disponibili”. Innanzitutto la data (il 26, 27 o il 30 Aprile? Qualcuno riferisce anche di Settembre); c’è confusione anche sul luogo del decesso (nel cimitero di Zinola o in una via cittadina?). Ciò è essenziale perché “nel cimitero di Zinola… si svolge il ‘riconoscimento’ da parte di Murialdo”.
Tra l’altro “nell’esposto Ghersi [che è stato diffuso su internet N.d.A.] afferma chiaramente che la natura del sequestro suo e della sua famiglia non è politica ma estorsiva”, mentre “nella trascrizione presente su ‘Patriottismo’ si legge...: ‘La casa me la spogliarono di quanto tenevo soldi, oro, argento e altro […] tutto ciò finché rivelassi dove tenevo celati oro e soldi; loro non volevano politica perché a detta faccenda non ero interessato ma oro e soldi.’”. Ciliegina sulla torta (si fa per dire) “nel racconto di Murialdo, scritto molti anni dopo ... i Ghersi figurano come vittime di furto, ma sono dati per arrestati ‘con la cervellotica accusa di aver avuto rapporti commerciali con i nazifascisti’. Murialdo chiede alla famiglia come mai fu uccisa Giuseppina, e riferisce la risposta: ‘l’accusa ufficiale era spionaggio’”. Confusione totale.
C’è ancora un punto da chiarire e che giustifica il titolo di questo nostro paragrafo. Ci riferiamo ad un “tema scolastico di Giuseppina che avrebbe ricevuto l’encomio del Duce” e che sarebbe stato la causa dei fatti successivi. La prova? Il solito Murialdo che, con inverosimili contorsioni dialettiche, racconta: “La zia [di Giuseppina] azzardò [questa N.d.A.]... ipotesi... poteva essere questo, la sua condanna a morte! ”. Ci sarebbe altresì “una comunicazione del segretario particolare del duce”. Vuole il caso però che “la co-municazione non risulta passata attraverso la scuola, ma attraverso il Gruppo Femminile Fascista Repubblicano. In essa non si menziona alcun tema, e si fa invece riferimento – molto freddamente – a una ‘lettera’ scritta da Giuseppina’...”.
Morale della favola niente tema, niente premio. Ma almeno lo stupro è sicuro?
“Nei loro esposti [del 1949 N.d.A.], stando alle trascrizioni, né il padre [Giovanni N.d.A.] né la madre di Giuseppina fanno alcun riferimento a uno stupro subito dalla figlia. Si descrive un pestaggio e si riferisce di aver saputo dell’uccisione soltanto in seguito. La madre sa riferire solo quanto era stato detto a lei e a suo marito ‘da fascisti poi uccisi’, cioè che la figlia era stata ammazzata”.
E quindi da dove nasce anche questa “falsità” che gira in rete ed è stata diffusa come veritiera anche da quotidiani nazionali di primissimo piano, oltre che ritenuta possibile dallo stesso Pansa? “A evocare lo stupro è il solito Murialdo, che nel 2008 scrive di avere immaginato la violenza sessuale ascoltando la zia di Giuseppina, quella che presuntamente l’avrebbe vista poco prima che morisse...”. Ecco le parole, sempre della zia, secondo il Murialdo: “Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse [mia zia N.d.A.] di aver subìto ogni sorta di violenza… (a questo punto [mia zia N.d.A.] tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire”.
Murialdo immagina ciò che la zia di Giuseppina avrebbe voluto dirgli! E questa sarebbe la prova! Va beh magari il nostro revisionista con il tempo avrà capito che era una fake news, no? Nient’affatto! Nel “Bestiario”, sul giornale “a tutta destra” La Verità del 17.09.2017, non lascia ma raddoppia. Passa dal “forse” al sicuro: “qualche partigiano la stuprò, forse non da solo”. Un fatto di numeri, insomma; se era da solo il Resistente stupratore o più d’uno!
La storica Claudia Cernigoi (2018) ha dato la mazzata finale alla vicenda Ghersi: “…Nella foto posta sulla tomba di Giuseppina, la ragazza sembra molto più matura dei 13 anni dichiarati”. Il saggi-sta, come visto, aveva scritto che a “13 anni” era “studentessa delle magistrali alla 'Rossello’...” (Pan-sa, 2003, p. 95); il tutto ripetuto anche su La destra siamo noi (Pansa, 2015, p. 20). Ma la Cernigoi (2018), per l’appunto, ribatte che “sembra difficile a tredici anni” lo potesse essere e si mostra “il carteg-gio alla ‘camerata Pinuccia Ghersi’, dove, nell’attestato che le viene inviato… leggiamo l’intestazione: ‘alla Giovane Italiana Pinuccia Gher-si’”. Si dà il caso però che, ex art. 75 del regolamento del Partito fascista, “relativamente alla ‘leva fasci-sta’, risulta che la qualifica di ‘giovane italiana’ spettava al compimento del 17° anno di età”!
Nondimeno la data di nascita non risulta né sulla lapide della tomba, dove c’è effigiato il solo “1931”, né nel certificato di morte, risalente al 1949, dove è specificato solo “di anni tredici”. Quest’ultimo, tra l’altro, reca come data di morte il 26 Aprile, incredi-bilmente il giorno prima del suo sequestro che se-condo il padre sarebbe avvenuto appunto il 27!
Una data di nascita c’è, ovvero 12.7.31. Ed indovi-nate dove la troviamo?
Nell’albo dei caduti della RSI!
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venerdì 18 novembre 2022
Giorgio Paglia
“Carissima Cicci stasera mi fucileranno non piangere troppo per me, saprò morire da soldato. Mi spiace non poterti vedere ancora una volta, ma questi sono i casi della vita. In questi mesi di montagna ho sognato tanto la vita che avremmo condotto insieme per sempre se tutto fosse finito bene…”.
Giorgio Paglia aveva ventidue anni quando scrisse queste parole alla ragazza. Erano tutti e due partigiani. Lei giovane studentessa, lui ex soldato, incontratisi e innamoratisi nel 1940. Nel 1943 avevano messo in piedi una rete clandestina con la quale salvavano bambini ebrei dalla deportazione. Poi Giorgio andò sulle montagne a fare il partigiano, lei rimase a Milano a occuparsi delle comunicazioni.
Il 17 novembre del 1944, Giorgio fu rastrellato assieme ad altri sette partigiani. Quando scoprirono che suo padre era una medaglia d’oro caduta nella Guerra d’Etiopia, gli offrirono la grazia. Non l’avrebbero fucilato. Ma quando Giorgio si accorse che si sarebbe salvato lui ma non i suoi sette compagni, rifiutò.
Lo fucilarono assieme agli altri. Ebbe solo il tempo di scrivere quelle righe alla sua fidanzata. Si sarebbero dovuti sposare dopo la guerra.
La sua storia è rimasta sconosciuta per decenni. I due si erano promessi di non raccontare niente di loro. Fino a quando Cicci, Maria Luciana Vandone, non decise di raccontarla qualche anno fa, rendendola nota.
Maria Luciana oggi non c'è più, è venuta a mancare all’età di 97 anni.
Ma in questo giorno, ricordiamo allora entrambi e il valore della loro storia e del loro eroismo.
Leonardo Cecchi
giovedì 17 novembre 2022
Il maratoneta
Quando due mostri sacri si incontrano nello stesso film può succedere di tutto. E John Schlesinger nel girare nel 1976 il thriller politico “Il maratoneta”, va sul sicuro. Il protagonista è una delle star del momento, Dustin Hoffman, che ha già diretto nel mai troppo celebrato “Un uomo da marciapiede”. Un film fondamentale, se non uno dei pilastri, della New Hollywood. L’altro è sir Laurence Olivier: attore di formazione teatrale, mito in patria, due Oscar nel 1949 per “Amleto”, un matrimonio alle spalle con la sfortunata Vivien Leigh, la Rossella di “Via col vento”.
Il film racconta di un ragazzo, Hoffman, che si allena per la maratona di New York ma per colpa del fratello, un uomo dei servizi segreti, viene messo nei guai e inseguito da un ex criminale nazista. A fare questa parte è un Olivier inquietante tanto da ottenere una nomination all’Oscar come migliore attore non protagonista. La scena del trapano sui denti infatti è un cult di crudeltà e disturbo per gli occhi dello spettatore.
Ma una battuta da ricordare viene pronunciata fuori dal set. Un giorno, prima di iniziare a girare, Hoffman non si trova. A un certo momento la troupe lo vede arrivare sudatissimo. L’attore racconta di essersi svegliato presto per andare a correre a Central Park. Ossessionato dal metodo insegnato all’Actors Studio da Lee Strasberg, Hoffman si vuole immergere totalmente nella parte. È la stessa scuola dei De Niro, dei Pacino, dei Brando. Così Olivier, vestito di tutto punto e senza un capello fuori posto, si avvicina al collega e chiede: “Ma perché ti sei messo a correre in lungo e in largo?”. E Hoffman, quasi stupito, spiega al collega che si deve immedesimare nel personaggio.
Laurence Olivier ha espresso notoriamente il suo disprezzo per il metodo di recitazione durante le riprese del film del 1976. Esasperato dalle lunghezze che il suo co-protagonista Dustin Hoffman avrebbe fatto per il suo ruolo, ad un certo punto quando Hoffman in crisi perché non riusciva in quel momento a trovare le motivazioni psicologiche che muovevano il personaggio, lo apostrofò con una frase rimasta nella storia: “Giovanotto, non potrebbe semplicemente recitare?”.
X MAS
Mi è stato chiesto dopo il fatto "Montesano- X mas". Bene smontiamo anche il mito della #xmas cara a #EnricoMontesano a #BallandoConLeStelle . Pagine 146 e 147
"....D’altronde Lorenzo Filipaz (2016a) ci spiega l’identità reale di questo corpo: “... Un corpo speciale di sabotatori della Regia Marina... Dopo l’8 settem-bre del ’43 una parte della flottiglia si unì all’Esercito del Sud, passando dalla parte degli Alleati con il nome di Mariassalto. Al nord, invece, il comandante Borghese pensò di... creare qualcosa di completamente diverso dal corpo originario: una divisione di fanteria su base volontaria specializzata in lotta antipartigiana.” Tanto che “per ferocia divenne in pratica la controparte fascista delle SS”. Tutto ciò nonostante la narrazione buonista, precisa Filipaz, continui a raccontare che “… non avevano mai perseguitato alcun partigiano – solo banditi comuni che non c’entravano nulla con la Resistenza (d’altronde nelle comunicazioni nazifasciste i resistenti venivano chiamati banditen)...”.
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