mercoledì 21 ottobre 2026

Ci mancava Big Bistecca

 


«Se lo conservano a −80 gradi, perché poi te lo iniettano a temperatura ambiente? Svegliaaaa!»


Un dubbio che ha tenuto impegnati per mesi i migliori ricercatori dell’Università della Vita.


Poi però arrivava l’ora di cena e la carne usciva dal freezer per essere scongelata e cotta. Lì nessuna domanda, nessun sospetto, nessuna diretta di tre ore per denunciare il complotto del forno.


Attendiamo un’inchiesta indipendente: chi riscalda le nostre bistecche? Perché vogliono servircele calde? E soprattutto… cosa ci nasconde Big Bistecca?


#complotto #complottista #vaccino #novax #covid

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Ritardo assoluto!

 È partita la campagna per la ricerca delle donne sane per farle ammalare!!! La sovradiagnosi serve solamente per cercare un qualcosa che molto probabilmente non creerà nessun problema per tutto l' arco della vita!!! Una volta che mettono le mani questi servi di BigPharma vi faranno ammalare sicuramente!!! Mai una volta che consigliassero come prevenzione una vita sana e naturale e lontani dagli OGM!!!

State lontane da questi criminali!!!

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Il picchiatore fascista

 


Loro non si limitano rompere le vetrine:  la violenza la esercitano direttamente sulle persone.

Ieri, durante un presidio organizzato contro le “violenze”, sono arrivati a picchiare un anziano e a schiaffeggiare un'altra persona.

Lui è Daniel Tarquinio.😡

Avete capito bene? Un presidio contro la violenza in cui si finisce per usare la violenza!

QUESTI SONO I FASCISTI: predicano ordine e sicurezza. 😡😡

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 27 OTTOBRE 1962. GIOVANNI ARDIZZONE: MORIRE A MILANO PER AVER CHIESTO LA PACE

di Rolando Dubini

Il 27 ottobre 1962 il mondo è sull’orlo della guerra nucleare. Gli Stati Uniti di Kennedy hanno imposto il blocco navale a Cuba dopo la scoperta dei missili sovietici installati sull’isola. L’Unione Sovietica di Chruščëv non intende cedere. Il rischio di una catastrofe atomica è reale. A Milano, quello stesso sabato, migliaia di persone manifestano per la pace e contro il rischio di un intervento militare statunitense a Cuba. Uno studente di Medicina di ventun anni, Giovanni Ardizzone, non tornerà a casa.


Nato nel 1941 a Castano Primo, figlio di farmacisti, Ardizzone frequenta l’Università degli Studi di Milano e il collegio universitario Fulvio Testi, vicino a Sesto San Giovanni. Milita nella Federazione giovanile comunista italiana (PCI). La Camera del Lavoro ha organizzato un comizio in piazza Santo Stefano, concordato con la Questura. Terminato il comizio, una parte dei presenti si dirige verso piazza Duomo. Il corteo non è stato consentito dalle autorità. I manifestanti portano cartelli e striscioni e scandiscono: «Indipendenza per Cuba», «Cuba sì, yankee no», «Pace, pace», «Disarmo», «Fuori le basi nordamericane».


In centro interviene la Celere, compreso il terzo battaglione fatto arrivare da Padova. Le jeep e le camionette eseguono i famigerati «caroselli»: manovre rapide e aggressive contro i gruppi di persone, costrette a disperdersi lungo le strade e sotto i portici. In via Mengoni, nei pressi di piazza Duomo, Giovanni Ardizzone viene travolto nel corso della carica secondo numerose testimonianze; riporta lesioni interne gravissime e muore quello stesso pomeriggio all’ospedale Fatebenefratelli. Rimangono feriti anche il muratore Nicola Giardino, 38 anni, e Luigi Scalmana, 57 anni, oltre ad altre persone secondo diverse ricostruzioni. La versione governativa riferirà anche di sei appartenenti alle forze dell’ordine feriti. 


La testimonianza di Nicola Giardino è particolarmente significativa. Non si trovava in quel punto per partecipare alla manifestazione: raccontò di essere stato sorpreso dalle cariche mentre si recava a fare acquisti. Descrisse due camionette lanciate a «fortissima velocità» e persone che cercavano disperatamente di fuggire. Dichiarò inoltre: «Ho visto la jeep che mi aveva evitato di un soffio, passare sopra ad un corpo. Ho saputo dopo che si trattava dello studente morto all’ospedale». Il deputato comunista Davide Lajolo, presente ai fatti, sostenne che Ardizzone fosse stato «buttato a terra da una camionetta e travolto da un’altra».


Sin dall’inizio, tuttavia, la dinamica viene rappresentata in modi incompatibili. Secondo una ricostruzione pubblicata da «La Stampa» due giorni dopo, il giovane sarebbe stato inizialmente colpito da un sasso e quindi calpestato dalla folla in fuga. Il 29 ottobre 1962 il ministro dell’Interno Paolo Emilio Taviani riferisce alla Camera che i dimostranti avrebbero ignorato gli ordini di scioglimento, collocato ostacoli ricavati da un cantiere sulla strada e provocato ripetuti interventi della polizia. Lajolo contesta immediatamente quella ricostruzione: nega che vi siano state le intimazioni descritte dal ministro e che, nella fase cui aveva assistito, i manifestanti avessero eretto barricate o impiegato armi improvvisate. È un contrasto pubblico, documentato dagli atti parlamentari, non una polemica inventata a posteriori. 


Il 3 aprile 1964 il giudice istruttore di Milano pronuncia sentenza di non doversi procedere, perché gli autori del fatto delittuoso sono rimasti ignoti. Secondo la ricostruzione giudiziaria comunicata dal Governo, Ardizzone sarebbe stato sospinto dalla folla che arretrava davanti alle camionette contro pilastri e catene di ferro, quindi calpestato. La perizia necroscopica, richiamata nella risposta governativa, avrebbe escluso lo schiacciamento diretto da parte di un automezzo. È una conclusione fortemente contestata dalle testimonianze che indicavano le jeep della polizia come causa dell’investimento. Non vi fu alcuna condanna penale; ma neppure una sentenza che rendesse storicamente irrilevante la carica della Celere. 


Il 15 maggio 1964, ancora alla Camera, Lajolo denuncia una contraddizione ulteriore. Riferisce che l’ispettore ministeriale Arturo Musco, incaricato di un’inchiesta dopo la morte, aveva riconosciuto davanti a lui e al senatore Francesco Scotti che Ardizzone era stato travolto da una camionetta. Il Governo richiama invece la conclusione dell’istruttoria. E resta la domanda decisiva: anche volendo accettare la versione della folla che avrebbe schiacciato il giovane, perché quella folla arretrava e fuggiva? Perché davanti a essa avanzavano i mezzi della polizia. La mancanza di un colpevole penalmente identificato non cancella la responsabilità politica di una gestione dell’ordine pubblico che aveva trasformato una manifestazione per la pace in una tragedia. 


Milano reagisce. Il luogo della morte si riempie di fiori; il 29 ottobre scioperano i lavoratori e protestano gli studenti; ai funerali a Castano Primo partecipano migliaia di persone. Ivan Della Mea dedica al giovane la «Ballata dell’Ardizzone». A Castano Primo una piazza porta il suo nome e una sagoma dipinta a terra ne richiama il corpo e il sangue; l’opera, deturpata e poi ripristinata, reca la scritta «La memoria non si cancella». A Cuba il suo nome viene ricordato anche in una facoltà di Medicina dell’Isola della Gioventù. 


Nel 2012 il Comune di Milano colloca una lapide in via Mengoni: «Giovanni Ardizzone caduto il 27 ottobre 1962 a difesa della pace e del popolo cubano». Nel 2022, ricordando il sessantesimo anniversario, lo stesso Comune ricostruisce pubblicamente la sua morte come conseguenza dell’investimento da parte di un mezzo delle forze dell’ordine. La memoria cittadina non ha fatto propria la comoda riduzione di quella morte a una fatalità senza contesto. 


Il principio è semplice: la libertà di manifestare pacificamente, tutelata dall’articolo 17 della Costituzione, non può essere trattata come un problema da risolvere a colpi di camionette. E il mancato assenso delle autorità allo svolgimento di un corteo non giustifica modalità di intervento capaci di mettere in pericolo la vita delle persone. 

Giovanni Ardizzone aveva ventun anni, studiava per diventare medico ed era sceso in piazza per chiedere la pace. Il giorno dopo, il 28 ottobre, la crisi dei missili cominciò a risolversi. Lui non visse abbastanza per conoscere la fine di quella gravissima crisi internazionale.


#GiovanniArdizzone #27Ottobre1962 #Milano #Cuba #CrisiDeiMissili #Pace #MemoriaStorica #StoriaItaliana #DirittiCivili #StoriaDelNovecento

Alessandro Barbero 

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VERONA, 2026: LA TORTURA NON APPARTIENE AL MEDIOEVO. APPARTIENE A CHI LA PRATICA.

 


Si dice spesso che la tortura sia una barbarie medievale. È un modo assai comodo di scaricare sul passato le vergogne del presente. Nel 1764 Cesare Beccaria, nel suo Dei delitti e delle pene, denunciava la tortura come una crudeltà incompatibile con una giustizia razionale. Due secoli e mezzo dopo, nella Questura di Verona, qualcuno sembra aver dimenticato la lezione. E non si trattava di ottenere confessioni: si trattava, secondo la ricostruzione accolta dai giudici in primo grado, di infliggere sofferenza e umiliazione a persone già sottoposte al controllo della polizia.


Il 13 ottobre 2026 il Tribunale di Verona ha condannato in primo grado per tortura due agenti della Polizia  di Stato: Alessandro Migliore a sei anni e sei mesi di reclusione e Loris Colpini a quattro anni e tre mesi. 

I fatti risalgono al 2022 e si svolsero nella cosiddetta «sala Acquario», dove venivano trattenute persone fermate per accertamenti. Le vittime riconosciute nella sentenza sono Nicolae Daju e Mattia Tacchi. 

È una condanna non definitiva, naturalmente: ma precisarlo non attenua di un millimetro la gravità dei fatti che il Tribunale ha ritenuto provati.


Nicolae Daju, cittadino romeno senza fissa dimora, fu portato in Questura il 14 ottobre 2022. Le immagini acquisite dagli investigatori mostrano un agente che lo conduce fuori dall'inquadratura e lo riporta trascinandolo per un piede, poi gli spruzza spray urticante sul volto mentre è a terra. In seguito, dopo che Daju aveva urinato nella stanza, un altro agente lo trascina sull'urina, usando il suo corpo come uno straccio. 

Ecco a che cosa può ridursi la pretesa superiorità di chi indossa una divisa quando dimentica che quella divisa non conferisce un diritto di umiliare.


Per le violenze del 22 agosto 2022 contro Mattia Tacchi, nell'inchiesta figurano anche le intercettazioni di un agente che raccontava compiaciuto alla fidanzata di aver sferrato un colpo e mandato un uomo a terra, privo di sensi. 

La brutalità è terribile; la soddisfazione con cui viene raccontata lo è, se possibile, ancora di più.


La storia della nostra Repubblica offre un criterio inequivocabile. Dal 1° gennaio 1948 l'articolo 13 della Costituzione prescrive: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». 

L'Italia ha ratificato nel 1988 la Convenzione ONU contro la tortura, eppure ha introdotto il delitto autonomo di tortura nel codice penale soltanto nel 2017, con la legge n. 110 e l'articolo 613-bis.

Nel frattempo, nel 2015, la Corte europea dei diritti dell'uomo aveva condannato l'Italia per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova del 2001. I principi erano chiarissimi; assai meno sollecita era stata la loro traduzione in strumenti penali adeguati.


L'inchiesta veronese ha altri dodici agenti rinviati a giudizio in un procedimento distinto; quattro devono rispondere anche dell'accusa di tortura. Per tutti costoro le responsabilità restano da accertare. Ed è significativo che siano stati proprio investigatori della Squadra mobile a indagare sui colleghi: le istituzioni si difendono facendo emergere gli abusi, non coprendoli. Quanto alla situazione di servizio, occorre essere precisi: Migliore si era già dimesso dalla Polizia di Stato, mentre Colpini risultava ancora in servizio al momento della condanna.


Non è un attacco indiscriminato alla polizia. È la riaffermazione di una distinzione che le democrazie hanno conquistato faticosamente: la forza pubblica è legittima soltanto se resta subordinata alla legge. Quando un uomo in custodia viene maltrattato da chi dovrebbe garantirne l'incolumità, non siamo davanti a una semplice «sbavatura» dell'ordine pubblico. È lo Stato che, attraverso l'abuso del suo potere, tradisce la ragione stessa per cui esiste.


Nella «sala Acquario» non è stata infranta nessuna vetrina. È stata calpestata la dignità di esseri umani. E una Repubblica che si indigna più facilmente per il vetro infranto che per un uomo trattato come uno straccio ha un problema assai più serio del costo di una vetrina.


Rolando Dubini


FONTI 

ANSA, 13 ottobre 2026: https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2026/10/13/violenze-in-questura-a-verona-due-agenti-condannati-per-tortura_a10a3a64-a345-465e-9973-7e3ea690b243.html


RaiNews TGR Veneto, 13 ottobre 2026: https://www.rainews.it/tgr/veneto/video/2026/10/fu-tortura-condannati-in-primo-grado-i-due-agenti-per-le-violenze-in-questura-a-verona-ec460bfc-2d2a-4ad7-8417-7b9b324f2b45.html


Corriere del Veneto, 12 giugno 2024: https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/verona/cronaca/24_giugno_12/verona-le-torture-in-questura-a-processo-le-violenze-dei-due-poliziotti-sui-fermati-ecco-video-e-audio-7caf1ae6-6645-4020-a55c-3e2becfb5xlk.shtml


Costituzione, articolo 13: https://www.senato.it/istituzione/la-costituzione/parte-i/titolo-i/articolo-13


Legge 14 luglio 2017, n. 110: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2017/07/18/17G00126/sg


Corte EDU, Cestaro c. Italia, 7 aprile 2015: https://www.giustizia.it/giustizia/en/mg_1_20_1.page?contentId=SDU1158721

Alessandro Barbero

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Lo scettro del potere

 


Nel luglio 1945, il presidente americano Harry Truman si ritrovò tra le mani un oggetto appartenuto a uno degli uomini più potenti della Germania nazista. Era lungo appena 41 centimetri, pesava oltre due chili ed era decorato con 640 diamanti. Cinque anni prima, Adolf Hitler lo aveva fatto realizzare in onore di Hermann Göring.

Ora il suo proprietario era prigioniero degli americani.

E quel simbolo di potere era diventato un trofeo di guerra.

La fotografia venne scattata alla Casa Bianca, nell'estate del 1945.

Accanto a Truman si trovava il generale Alexander Patch, comandante della Settima Armata statunitense, che aveva partecipato alla cattura di Göring.

Fu proprio Patch a mostrare al presidente lo straordinario bastone cerimoniale.

Il generale Lucian Truscott osservava la scena.

Per comprendere il significato di quell'oggetto bisogna tornare al 19 luglio 1940.

La Germania nazista aveva appena sconfitto la Francia.

Hitler era all'apice dei suoi successi militari e aveva organizzato una cerimonia a Berlino per premiare gli ufficiali che avevano contribuito alle vittorie tedesche.

Tra loro c'era Hermann Göring.

Veterano della Prima guerra mondiale, stretto collaboratore di Hitler e comandante della Luftwaffe, Göring occupava una posizione eccezionale all'interno del regime.

Non era soltanto un alto ufficiale.

Ricopriva incarichi di enorme responsabilità politica, militare ed economica.

Hitler decise di concedergli un grado che nessun altro comandante tedesco avrebbe ricevuto durante la guerra.

Reichsmarschall.

Maresciallo del Reich.

Era un titolo creato appositamente per collocarlo al di sopra degli altri marescialli delle forze armate.

E un grado tanto esclusivo doveva avere un simbolo altrettanto straordinario.

Nella tradizione militare tedesca, i marescialli ricevevano bastoni cerimoniali che rappresentavano visivamente la loro autorità.

Generalmente erano oggetti preziosi, ornati con velluto, metalli lavorati e simboli militari.

Ma quello destinato a Göring doveva distinguersi da tutti gli altri.

Il risultato fu un oggetto di lusso straordinario.

Il corpo centrale venne realizzato in avorio.

Lungo la superficie erano disposte quattro file di decorazioni, con venti aquile d'oro e venti croci di platino.

Alle estremità furono applicati elaborati elementi in oro, ornati con foglie di quercia, filigrane e dettagli in platino.

Tra le decorazioni erano incastonati 640 piccoli diamanti.

Anche l'aquila della Luftwaffe, presente su una delle estremità, era realizzata in platino e impreziosita da pietre preziose.

Due fasce recavano iscrizioni commemorative.

Una indicava che il bastone era un dono del Führer al maresciallo del Grande Reich tedesco.

L'altra riportava il nome di Hermann Göring e la data del conferimento del nuovo grado.

19 luglio 1940.

L'intero oggetto misurava circa 41 centimetri e pesava approssimativamente 2,3 chilogrammi.

Non era stato concepito per l'uso quotidiano.

Era un simbolo da mostrare durante le occasioni ufficiali.

Göring disponeva infatti anche di un bastone di servizio più adatto all'uso quotidiano, secondo una consuetudine diffusa tra gli alti comandanti tedeschi.

Ma il bastone tempestato di diamanti raccontava qualcosa di più del suo rango militare.

Raccontava il rapporto tra il potere nazista e l'ostentazione della ricchezza.

Mentre la Germania conduceva una guerra destinata a devastare interi Paesi, uno dei principali dirigenti del regime accumulava oggetti preziosi, opere d'arte e proprietà di enorme valore.

Göring fu anche uno dei protagonisti del saccheggio sistematico dei territori occupati.

Attraverso il proprio potere contribuì alla confisca di beni appartenenti soprattutto a famiglie ebree perseguitate dal nazismo.

Nella sua residenza di Carinhall riunì una vasta collezione di dipinti, sculture e oggetti d'arte, molti dei quali provenivano da requisizioni e spoliazioni.

Il lusso che lo circondava non può quindi essere separato dalle responsabilità che esercitava nel regime.

Poi la guerra cambiò direzione.

Le vittorie tedesche del 1940 lasciarono il posto a sconfitte sempre più gravi.

Le città della Germania vennero bombardate.

Gli eserciti alleati avanzarono da occidente, mentre le forze sovietiche si avvicinavano da oriente.

Nell'aprile 1945 Hitler morì nel suo bunker di Berlino.

Pochi giorni dopo, la Germania nazista si arrese.

Anche Hermann Göring venne catturato dalle forze americane.

Il 9 maggio 1945 venne preso in custodia dalla Settima Armata statunitense.

Tra gli oggetti che passarono in possesso dei vincitori c'era il suo prezioso bastone di maresciallo.

Lo stesso bastone che cinque anni prima aveva rappresentato l'apice della sua carriera.

Nell'estate del 1945 venne portato alla Casa Bianca.

E qui avvenne l'episodio immortalato dalla fotografia conservata oggi nelle collezioni del National WWII Museum.

Il generale Alexander Patch mostrò l'oggetto al presidente Harry Truman.

Il presidente lo esaminò da vicino.

La scena aveva un evidente significato storico.

Nel 1940 quel bastone era stato creato per celebrare la superiorità gerarchica di Göring all'interno della Germania nazista.

Nel 1945 si trovava nelle mani del presidente della nazione che aveva contribuito a sconfiggere quel regime.

I diamanti erano ancora al loro posto.

Le aquile d'oro non erano cambiate.

Le iscrizioni continuavano a ricordare il nome di Hitler e la data del conferimento.

Ma l'autorità che quell'oggetto rappresentava non esisteva più.

Göring, intanto, era detenuto e attendeva di essere processato.

Nel novembre 1945 cominciarono i processi di Norimberga, destinati a giudicare i principali dirigenti del nazismo per i crimini commessi durante la guerra.

Göring fu uno degli imputati più importanti.

Il 1° ottobre 1946, il tribunale lo riconobbe colpevole e lo condannò a morte.

Ma la sentenza non venne eseguita.

Il 15 ottobre, poche ore prima dell'esecuzione prevista, Göring morì suicida ingerendo cianuro nella propria cella.

Aveva 53 anni.

Il bastone, invece, rimase negli Stati Uniti.

Nel 1946, secondo la documentazione storica conservata a West Point, il valore intrinseco dei suoi materiali fu stimato in circa 30.000 dollari dell'epoca.

Una cifra considerevole, riferita soltanto al valore dei materiali preziosi utilizzati.

Oggi l'oggetto fa parte delle collezioni del West Point Museum, nello Stato di New York.

È conservato come testimonianza materiale della storia militare del Novecento.

E il suo significato è profondamente cambiato.

Non rappresenta più l'autorità di un maresciallo del Reich.

È diventato un reperto che permette di studiare il nazismo, la simbologia militare e il rapporto tra potere politico e propaganda.

C'è qualcosa di particolarmente significativo in questa vicenda.

Nel luglio 1940 Hitler aveva fatto realizzare un oggetto destinato a distinguere Göring da ogni altro ufficiale tedesco.

Per costruirlo erano stati utilizzati avorio, oro, platino e centinaia di diamanti.

Tutto era stato progettato per comunicare prestigio, superiorità e autorità.

Cinque anni dopo, quello stesso oggetto veniva esaminato dal presidente degli Stati Uniti, mentre il suo proprietario attendeva di essere processato per crimini di guerra e crimini contro l'umanità.

La fotografia del 1945 racconta quindi molto più della curiosità di un presidente davanti a un manufatto prezioso.

Mostra quanto rapidamente possa cambiare il significato di un simbolo.

Il bastone è rimasto praticamente lo stesso.

Il regime che lo aveva creato è scomparso.

E oggi, a distanza di oltre ottant'anni, quei 640 diamanti non raccontano più la grandezza che Hitler voleva attribuire a Göring.

Raccontano il lusso di un uomo che apparteneva ai vertici di un sistema responsabile di persecuzioni, saccheggi e milioni di morti.

Forse è proprio questa la lezione più importante custodita da quell'oggetto.

Il potere può commissionare simboli destinati a impressionare il mondo.

Ma non può decidere per sempre il significato che la storia attribuirà loro.

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Ringriaziassero Berlusconi e Tremomti che non vigilarono sul cambio lira/euro

 Questi quattro ragazzi, che hanno appena lasciato la Questura dopo essere stati fermati e denunciati per i disordini milanesi dello scorso fine settimana, hanno dichiarato che torneranno a manifestare contro il carovita alzando il livello dello scontro.


Quando dei giovani che protestano ti dicono che non ce la fanno ad andare avanti, perché hanno fame, anche uno come me, che ha sempre avversato ogni forma di violenza da qualunque parte provenisse, è messo con le spalle al muro e costretto a schierarsi. 


O noi comprendiamo, ma dobbiamo farlo ora, che con chi manifesta un disagio che ha evidentemente superato il livello di guardia dobbiamo dialogare, per evitare di imboccare una strada che sarà di non ritorno, oppure dobbiamo prepararci al peggio. Perché, di questo passo, andremo dritti verso una guerra civile.


Io sono un privilegiato cui non manca niente. Sono stato fin troppo fortunato, ed è anche per questo che mi batto da anni per chi fortuntato non lo è invece stato. Quando ne ho preso coscienza ho capito che, avendo avuto tanto dalla vita, era arrivato per me il momento della restituzione. Anche fossero solo giorni e giorni sottratti al mio tempo, al mio lavoro, ai miei impegni, ho capito che avrei dovuto fare qualcosa.


Quelli di cui sentirete le voci sono ragazzi di una generazione cui abbiamo rubato il futuro e spento ogni speranza di farcela.  La violenza non porta da nessuna parte, va condannata e finisce solo per esacerbare gli animi, e per fornire un formidabile alibi alla repressione del dissenso, ma se resteremo sordi, se, come comunità civile, non faremo un passo indietro per cercare di capire cosa davvero sta avvenendo, per comprendere a fondo le ragioni di un disagio toccato in sorte a un'intera generazione,  abbiamo perso tutti e non ce ne sarà più per nessuno. 


"Voi tornerete in piazza?".


[...]  


"Assolutamente sì. Non importano le conseguenze. Noi andiamo per fare del bene e per farci sentire".


"Perché dopo come siamo stati trattati noi stasera ancora di più, con la rabbia che [...]".


"[...] Secondo voi si alzerà lo scontro adesso?".


"Assolutamente sì".


[...]


"Finché le cose non cambiano saranno così o peggio [...]".


"Siamo stati trattati col pesce in faccia qua dentro [...] per una roba che... No, no. [...] Succederà il casino".


"Noi abbiamo fame, vogliamo svoltare la nostra vita e non riusciamo con le carte che abbiamo".


"Esatto".


"Lo Stato dovrebbe agevolarci, darci una mano, ma così non è, ed è per questo che scendiamo in piazza a fare casino". 


[...]


"Quindi questa è la stessa protesta della Francia, [...] la stessa [...] che avviene in Albania, la stessa che avviene in tutta Europa?


"[...] Succederà più o meno in tutti gli Stati d'Europa perché la situazione [...] è in crisi".

Massimo Arcangeli 

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