Nome vero: Theophrastus von Hohenheim, svizzero, 1493-1541. Medico, alchimista, astrologo, e uno che litigava con tutti.
È passato alla storia per tre idee che all'epoca erano rivoluzionarie:
1. "È la dose che fa il veleno"
È la sua frase più famosa. Per lui non esisteva una sostanza buona o cattiva in assoluto, dipendeva da quanta ne prendevi. È da lì che nasce la tossicologia moderna. E vale anche per l'acqua, il sale, le medicine, tutto.
2. Il corpo come un laboratorio chimico
Mentre i medici del suo tempo parlavano solo di "umori" - sangue, bile, ecc. - lui diceva: no, nel corpo ci sono processi chimici, e le malattie sono squilibri chimici. Per questo iniziò a usare minerali e metalli come medicine: zolfo, mercurio, ferro, sali. Alcune erano pericolose, altre hanno aperto la strada alla farmacologia.
3. La malattia non è una punizione, va curata nel punto dove sta
Lui viaggiava, osservava i minatori, gli operai, i contadini, e diceva che dovevi curare il malato, non il libro di medicina. Sembrava ovvio, ma all'epoca andava contro le università.
Paracelso credeva che ogni malattia avesse anche una componente invisibile, spirituale, e che le piante avessero una "firma" - cioè la forma ti diceva a cosa servivano. Una pianta a forma di fegato curava il fegato, una a forma di cuore curava il cuore. Oggi la scienza dice che non funziona così, ma è un'idea che è rimasta per secoli nella medicina popolare.
1. "Diceva di poter curare ogni malattia"
Non è proprio una frase sua alla lettera, ma è l'idea che girava intorno a lui. E c'è anche un motivo concreto.
Sulla sua tomba a Salisburgo c'è scritto che lui, dottore in medicina, con arte meravigliosa curò ulcera, lebbra, gotta, idropisia e altre malattie del corpo ritenute incurabili. 64eb
E il nome stesso che si è scelto lo dice: Paracelso vuol dire "al di sopra di Celso", cioè sopra Aulo Cornelio Celso, il grande medico romano del I secolo. In pratica si presentava come: "Io sono meglio di quello che per voi è il massimo".
Lui era convintissimo di avere un metodo superiore perché non copiava i libri antichi, ma osservava, provava, e usava la chimica per fare medicine. Ovviamente non curava davvero tutto, e infatti è morto a 47 anni.
2. "Avrebbe studiato a Padova, con targa all'Università"
Qui c'è quasi sicuramente una confusione tra Padova e Ferrara, che è facile fare perché sono entrambe università italiane del Rinascimento.
Quello che risulta dai documenti è che si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui si laureò lì anche Copernico.
E la lapide famosa non è a Padova, ma a Ferrara: c'è una lapide che ricorda Paracelso nello scalone d'onore di Palazzo Paradiso, a Ferrara, che era la vecchia sede universitaria.
A Padova lui probabilmente ci è passato, come è passato in mezza Europa - Basilea, Vienna, Ferrara, poi Francia, Spagna, Medio Oriente - perché era un girovago. Ma la laurea e la lapide sono di Ferrara, non di Padova.
È un errore che si trova spesso in giro, anche perché Padova all'epoca era famosissima per medicina, quindi "ha studiato a Padova" sembrava credibile per chiunque.
1. L'eterna giovinezza
Paracelso era ossessionato dall'elisir di lunga vita. Lui lo chiamava elixir vitae o arcana.
Diceva di averlo trovato, o quasi. Diceva che con la chimica si poteva estrarre dalla natura una sostanza che ringiovaniva il corpo, curava tutto e allungava la vita. Era la sua versione della pietra filosofale.
Il problema è che lui stesso è morto a 47-48 anni, a Salisburgo, in circostanze mai chiarite del tutto. Quindi, se l'aveva trovato, su di lui non ha funzionato molto.
Però la leggenda è rimasta: per secoli hanno detto che non era morto davvero, ma che si era nascosto, o che era andato in Oriente a vivere per centinaia di anni.
2. La mano meccanica
Qui c'è quasi sicuramente un miscuglio con un altro personaggio vero.
Il cavaliere con la mano di ferro è esistito davvero, ma non era svizzero, era tedesco: Götz von Berlichingen. Nel 1504, all'assedio di Landshut, un colpo di cannone gli ha portato via la mano destra. Lui si è fatto fare due protesi di ferro, una più semplice e una più complessa, con dita che si muovevano a molla e si bloccavano. Esistono ancora oggi, sono in un museo in Germania.
La leggenda che collega Paracelso a quella mano è nata dopo, perché:
- Paracelso viaggiava tantissimo e curava soldati e cavalieri
- Si vantava di saper fare cose che gli altri medici non sapevano fare
- E la mano di Götz sembrava quasi "magica" per l'epoca
Ma le date non tornano: quando Götz ha perso la mano, nel 1504, Paracelso aveva 11 anni. Non poteva avergliela fatta lui.
Quello che è probabile è che Paracelso abbia davvero curato e fatto protesi o medicazioni particolari per soldati feriti in guerra, e con il tempo la storia si è ingrandita fino a diventare "ha fatto lui la mano di ferro".
La questione lapidi:
1. La lapide di Ferrara, a Palazzo Paradiso
È quella nello scalone d'onore di Palazzo Paradiso, a Ferrara, già sede universitaria e oggi sede della Biblioteca Ariostea.
Quella non è una lapide del 1500. È una lapide commemorativa moderna, messa lì insieme a quelle degli altri laureati illustri, per ricordare che Paracelso si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui si laureò lì anche Copernico.
In pratica dice solo, in latino, nome, titolo e che lì prese il dottorato in medicina. Non c'è sopra la lista delle malattie curate. È una targa da "hall of fame" dell'università, non un epitaffio.
2. La lapide con la frase famosa è a Salisburgo, sulla sua tomba
Quella che diceva "curò ulcera, lebbra, gotta, idropisia e altre malattie ritenute incurabili" è quella di Salisburgo, dove morì il 24 settembre 1541.
Il testo originale, in latino, è più o meno così:
Hic iacet Philippus Theophrastus, Doctor Medicinae, qui multa ulcera, lepram, podagram, hydropisim, aliaque insanabilia corporis contagia mirifica arte sustulit, ac bona sua in pauperes distribuenda erigendaque honoravit. Anno 1541, die 24 septembris, vitam cum morte mutavit.
In italiano:
Qui giace Filippo Teofrasto, dottore in medicina, che con arte meravigliosa curò molte ulcere, lebbra, gotta, idropisia e altri contagi del corpo ritenuti incurabili, e onorò i poveri distribuendo i suoi beni. Nell'anno 1541, il 24 settembre, scambiò la vita con la morte.
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