giovedì 29 ottobre 2026

Giacomo Bulgarelli

 


Il 27 maggio 1964, l'Inter di Helenio Herrera era di fatto la squadra più forte d'Europa e si consacrò come tale nel trionfo di Vienna contro il Real Madrid di Di Stefano e Puskás.


Fu invece meno felice lo spareggio di qualche giorno più tardi contro il Bologna di Fulvio Bernardini, una squadra che era stata capace di rivaleggiare contro una delle più grandi dinastie della storia del calcio italiano grazie ad un centrocampo eccellente e alla brillantezza del suo gioco. 


A spiccare come leader tecnico di quella squadra straordinaria c'era Giacomo Bulgarelli, certamente uno dei migliori centrocampisti dell'intera storia del calcio italiano, nonché una vera e propria Leggenda del Club rossoblù, capace di incarnare i valori della città bolognese e di essere rispettato in tutta Italia come una bandiera inestimabile.


Era un centrocampista dannatamente completo, dalle risorse tecniche e tattiche infinite, tanto raffinato in cabina di regia quanto granitico in fase di interdizione, senza che ciò lo privasse però di un buonissimo istinto realizzativo (al suo apice arrivava alle porte della doppia cifra). Per 17 anni scanditi da quello storico scudetto del 1963-1964 e dalla vittoria della Coppa Italia, Giacomo è diventato un simbolo indiscusso del Bologna, tanto da essere spesso identificato come il giocatore più rappresentativo della storia dei Felsinei.


Ad essere sfortunata fu però la sua parabola con l'Italia, che pure fu contraddistinta dall'Europeo vinto nel 1968, ma senza che ci sia stato quell'acuto definitivo che in campione di questo calibro avrebbe meritato (la sfortuna ci vide benissimo con gli infortuni, c'è da dirlo). Fu anche un ottima voce in sede di telecronaca, ancora oggi ricordata con grande affetto quando commentava le partite della nostra nazionale. 


Purtroppo Giacomo Bulgarelli ci ha lasciati il 12 febbraio 2009, di conseguenza fa piuttosto male parlare al condizionale passato per quanto riguarda la celebrazione della sua nascita, avvenuta esattamente 86 anni fa.


Mi piace però pensare che il mito di Giacomo Bulbarelli resterà immortale per sempre, per l'eredità gigantesca che ha lasciato nella storia del Bologna e del calcio italiano.


Manchi, Giacomino.


Gabriele Gilli✍🏻

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Elias Figueroa

 


È davvero complesso parlare di Elías Figueroa, perché si rischia addirittura di sfociare nell'esoterico di una vita che l'ha visto sopravvivere ad una polmonite da bambino e successivamente segnare un gol "illuminato" dall'unico raggio di sole che irradiava il campo di gioco.


Probabilmente è Don Elías stesso a portarsi dietro questa natura quasi trascendentale, perché di divino effettivamente aveva la sua onnipotenza difensiva, che gli permetteva di dominare come un Imperatore in quel reparto, come non era mai riuscito probabilmente a nessun sudamericano nella storia del calcio.


Ha avuto una carriera maledettamente longeva, da Re Mida che distribuiva il suo sapere difensivo in giro per il Sudamerica, dapprima nella sua gioventù al Penarol, per poi arrivare ai trionfi con l'Internacional, per poi vincere un titolo impensabile in Cile con il Palestino, consacrandosi pure come Pallone d'Oro sudamericano per tre anni consecutivi tra il 1974 e il 1976.


E se è riuscito ad essere inserito nella formazione ideale del Mondiale 1974 giocando a malapena tre partite, vuol dire che Elías Figueroa, tirando le somme, è stato per davvero uno dei difensori più forti di tutti i tempi.


Oggi Elías Figueroa, il più forte giocatore cileno di tutti i tempi, nonché una delle massime Leggende della storia del calcio sudamericano, compie 80 anni.


Auguri, Don Elías.


Gabriele Gilli ✍🏻

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Kylian Mbappé

 


Nonostante i favori del pronostico fossero a favore di un Barcellona eccellente in questo avvio, alla fine il Clasico si è confermato una sfida a sé stante, che ha saputo fare da teatro per la riscossa del Real Madrid.


I Blancos l'hanno infatti meritata, complici anche le prove opache di Pedri e Rodri in mezzo al campo, la partita sottotono di Lamine Yamal (per quanto all'andata dell'anno scorso avesse fatto ben di peggio). Ci sono però stati evidenti meriti per la squadra di José Mourinho, che meritano di essere sottolineati per aver disinnescato - ove possibile - uno dei collettivi più collaudati, rodati e dominanti di questo avvio di 2026-2027.


Marc Cucurella è stato una vera e propria forza della natura sulla fascia sinistra, dannandosi l'anima contro il genio di Lamine Yamal. Dean Huijsen è stato preciso ed ordinato in difesa, chiudendo moltissime trame offensive del Barcellona. Aurelien Tchouamení è stato una diga insuperabile per i centrocampisti blaugrana. Jude Bellingham ha danzato tra le linee come sa e ha mandato più volte al manicomio la squadra di Hansi Flick in mezzo campo al campo (meravigliosa la giocata ad innescare Camavinga nel gol vittoria).


E poi c'è Kylian Mbappé, che vive in una dimensione tutta sua quando affronta il Barcellona. I suoi numeri in carriera contro i blaugrana sono inequivocabili, con quei 14 gol (8 dei quali nei Clasico) in 11 partite che fanno francamente impallidire chiunque e che ci ricordano che razza di fuoriclasse sia. E pazienza se i suoi gol sono stati bruttini per i suoi standard, perché tanto alla fine ad avere ragione è stato ancora una volta lui, con quel killer istinct diabolico e con quella grandezza che emana a tu per tu con i portieri avversari.


Risulterebbe ingeneroso per il Barcellona parlare di crisi, dato che la stagione è lunga, ma Hansi Flick avrà certamente bisogno di sistemare alcune cose da qui fino alla primavera, per avere una squadra finalmente capace di mettersi da parte i fantasmi delle ultime due stagioni in Champions League.


Ciò non toglie i meriti a Kylian Mbappé, che è semplicemente inevitabile, anche "per sbaglio". E per una volta lo è stato anche il "suo" Real Madrid.


Gabriele Gilli ✍🏻

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Johan Cruijff

 


Poco prima del suo avvento, il Barcellona non se la stava passando affatto bene, sia per il pessimo avvio del suo campionato, sia per quel trionfo in Liga che mancava ormai da 13 lunghi anni.


L'esordio di Johan Cruijff contro il Granada nel lontano 28 ottobre 1973 non fu dirompente soltanto per la doppietta che segnò subito, ma anche per l'impatto immediato lasciato su una squadra che apparve completamente trasformata con l'avvento del calciatore più forte dell'epoca.


Eppure Johan non si fermò soltanto alla sua meravigliosa Liga vinta da protagonista con 16 gol e 16 assist in 26 partite, in quanto la sua venuta fu fondamentale per cambiare il modo di intendere il calcio del Barcellona, portando con sé un'eredità che possiamo percepire ancora oggi, a più di 50 anni di distanza.


53 anni fa, la storia del Barcellona cambiava per sempre, con un Johan Cruijff leggendario pronto a prepararsi alle porte del Mondiale dell'estate del 1974.


Etereo.


Gabriele Gilli ✍🏻

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Luigi Buffon

 


Già da quel Parma vs Milan del 19 novembre 1995, il talento del diciasettenne Gianluigi Buffon appariva chiaro e cristallino, tanto da portare molti ad immaginare una carriera scintillante negli anni a seguire.


Il 29 ottobre 1997, ovvero 2 anni dopo quel debutto folgorante, Gigi ebbe la prima occasione per mettersi in gioco per la nazionale italiana, ai tempi allenata da Cesare Maldini e chiamata a qualificarsi ai Mondiali nel doppio confronto contro la Russia ai play-off. 


Proprio in quella giornata nevosa di Mosca non andò in scena soltanto un 1-1 nel primo dei due atti decisivi per l'approdo a Francia '98 (al ritorno a ci avrebbe pensato Pierluigi Casiraghi). Iniziò anche la meravigliosa parabola azzurra di quel portiere del Parma che per molti si sarebbe consacrato come il miglior interprete della storia del ruolo. 


Incominciò una carriera con la nazionale pluri-ventennale, che nel 2006 ha trovato il suo apice massimo, grazie ad una vittoria di un mondiale che Gigi giocò in maniera magistrale, entrando nella storia del calcio dalla porta principale. 


29 anni fa, la lunga storia d'amore tra Gianluigi Buffon e la sua amata nazionale italiana aveva inizio, dando il via ad un'epopea irripetibile.


Gabriele Gilli ✍🏻

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Garrincha

 


28 ottobre 1933, nasce uno dei fenomeni della storia brasiliana. Un calciatore con il dribbling nel sangue, l'uccellino che dribblava gli avvoltoi. Il 28 ottobre del 1933 nasce Manuel Francisco dos Santos, per tutti, Garrincha.

Una storia, la sua, davvero da leggere :⬇️


Erano gli anni in cui lo Sputnik e la cagnetta Laika venivano lanciati nello spazio; JFK e Malcom X venivano assassinati, Mandela arrestato e Martin Luther King marciava al grido di "I have a dream."

Mary Quant inventava la minigonna e nasceva la pillola anticoncezionale. Erano gli anni di Manoel Francisco dos Santos, il più grande dribblatore di tutti i tempi: gli anni di Garrincha.


Il soprannome, che richiama un piccolo uccellino -e che lo consegnò alla storia) glielo diede la sorella; quel "Francisco", invece, gli fu imposto, per un problema di omonimia, dal proprietario della fabbrica nella quale lavorava. Altri tempi, insomma. 


Sangue indio nelle vene e una personalità tanto indomabile quanto avulsa da ogni schema, sia sul campo che fuori.

Garrincha viene al mondo con diversi problemi fisici -la gamba più corta dell'altra, secondo molti, fu il segreto del suo imprevedibile dribbling- e fu forgiato da un'infanzia di stenti e difficoltà.

In un contesto di povertà e arcaiche tradizioni, conobbe prestissimo alcol, fumo e droghe. Diversi dottori lo valutarono inadatto allo sport agonistico e un test psicologico a cui fu sottoposto rivelò un punteggiò talmente basso che nessun modello valutativo fu in grado di associargli un profilo psicologico.


Al termine della vittoriosa finale mondiale di Svezia '58, chiese al suo capitano Bellini: "quando c'è il ritorno?".

Nel 1962, all'indomani del secondo trionfo mondiale (in Cile, dove Garrincha si aggiudicò il titolo di capocannoniere e miglior calciatore del torneo), al ricco e potente politico che chiedeva ai giocatori, a uno a uno, cosa volessero in regalo per il traguardo raggiunto. Garrincha, indicando una gabbietta, rispose: "vorrei che lei liberasse quell'uccellino". 


Leggendari sono i racconti attorno alle sue giocate. Come quell'assist che regalò un gol facile, facile, dopo essere partito dalla propria area di rigore e aver dribblato l'intera squadra avversaria. O quando, dopo aver superato un difensore, lo attese per dribblarlo nuovamente, e poi ancora e ancora e ancora: fu in quegli istanti che i tifosi iniziarono ad accompagnare le finte con ripetuti "olé", dando vita a quella pratica che ancora oggi è in uso sugli spalti degli stadi di tutto il mondo.


Oltre a tutte le caratteristiche che possono venire alla mente quando si pensa alle più complete ali destre, Garrincha dava del "tu" anche al gol. Con il Botafogo, che lo prese per 27 dollari -record negativo assoluto per un contratto professionistico- ne realizzò 249 in 579 gare. 


Con la nazionale verdeoro vinse due coppe Rimet e disputò 50 incontri. Nelle 40 volte in cui scese in campo insieme a Pelé, il Brasile non perse mai una partita. 

I soldi guadagnati che non depauperò con il dissoluto stile di vita, gli furono sottratti da ambigui soggetti a cui aveva affidato la gestione del patrimonio. La sua generosità era leggendaria: di ritorno dal primo mondiale vinto, entrò nel solito bar e pagò i conti arretrati di tutta la clientela. 


Appena finiva di giocare, iniziavano i problemi. L'abuso di alcol lo condusse alla depressione, tentò il suicidio, fu internato più volte e visse gli ultimi anni ai margini della società.


Morì a 49 anni, lasciando 15 figli, incapace di combattere, solitario e inerme, i fantasmi che quel ragazzino -cresciuto poco, sia nel fisico che nell'intelletto- non imparò mai dribblare.


Un detto brasiliano recita così: "ancora oggi, se chiedi ad un vecchio brasiliano chi è Pelé, il vecchio si toglie il cappello, in segno di ammirazione e di gratitudine. Ma se gli parli di Garrincha, il vecchio chiede scusa, abbassa gli occhi e piange".

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SPERANZA VS COMMISSIONE COVID

 


Doveva arrivare questo giorno


A Palazzo San Macuto c’erano tutti gli ingredienti per una bella esecuzione televisiva: l’ex ministro, le domande col dito puntato, anni di slogan da riscaldare. Mancava soltanto che l’imputato collaborasse. Invece Speranza si è presentato con gli studi. Una scorrettezza: se uno porta i documenti, poi qualcuno potrebbe sentirsi obbligato a leggerli.


Il 26 ottobre il confronto è durato oltre otto ore, pause comprese. E il problema, per chi cercava una confessione da mettere in vetrina, è stato precisamente questo: alle accuse sono arrivate risposte, ai tormentoni sono arrivati documenti. Perché chiedere conto delle decisioni è un dovere; trattare ogni risposta come un inconveniente della trasmissione è un format.


Il precedente americano è istruttivo. Il 29 luglio di quest’anno Anthony Fauci ha invocato il Quinto emendamento più di cento volte davanti alla commissione del Senato presieduta da Rand Paul. Il dettaglio convenientemente dimenticato nella versione da propaganda? Non era uno scienziato che aveva sempre evitato le domande: nella dichiarazione iniziale ricordò di aver già testimoniato davanti al Congresso oltre duecento volte nel corso della sua carriera. Sul Covid aveva affrontato anche oltre quattordici ore di intervista a porte chiuse nel gennaio 2024, prima dell’audizione pubblica di giugno. Le risposte, dunque, non cominciavano quel giorno; quel giorno cambiava la sua scelta difensiva. Fauci spiegò di temere che Paul, dopo ripetute richieste di incriminarlo, volesse ricavare dalle sue parole un appiglio per perseguirlo: per questo seguiva il consiglio dei legali. È seguito un voto di commissione sul rifiuto di rispondere, non una sentenza di colpevolezza sulla gestione della pandemia. Si può contestare quella scelta, non trasformarla in una confessione. Ma raccontare anni di testimonianze richiede tempo; montare il silenzio come prova del delitto entra comodamente in un reel. Il Quinto emendamento, nella versione dei giuristi da commento, diventa così il primo comandamento: sei colpevole, purché serva al titolo.


Qui Speranza ha risposto. E allora bisogna fare i conti con il contenuto: stime ISS di 151.532 decessi, 517.807 ospedalizzazioni e 56.872 ricoveri in terapia intensiva evitati tra il 2021 e l’inizio del 2022. Poi lo studio OMS: circa 1,6 milioni di vite salvate nei Paesi e territori europei esaminati, fra dicembre 2020 e marzo 2023. Sono stime, con metodi e incertezze dichiarati. Per contestarle servono analisi migliori, non una faccia contrariata: il sopracciglio non ha ancora superato la revisione scientifica.


E poi la Francia. JAMA Network Open: 22.767.546 vaccinati e 5.932.443 non vaccinati, fra 18 e 59 anni, seguiti per una mediana di 45 mesi. Nessun aumento della mortalità generale nei vaccinati; dopo gli aggiustamenti statistici, un’associazione con una mortalità complessiva inferiore del 25% e un rischio di morte da Covid grave inferiore del 74%. Non significa che ogni differenza sia causata dal vaccino, né che i danni individuali non esistano. Significa che la profezia della strage nascosta si è trovata davanti quasi ventinove milioni di persone osservate. Il gruppo Telegram ha finalmente incontrato un campione. Non l’ha presa bene.


“Ma si contagiavano anche i vaccinati.” Certo: gli studi descrivevano una protezione dall’infezione parziale e calante, mentre quella dalla malattia grave rimaneva più elevata. Passare da “non impedisce ogni infezione” a “non serve” è come contestare le cinture perché non hanno abolito i funerali. La battuta funziona al bar; in una commissione parlamentare sarebbe gradito almeno il tentativo di distinguere due concetti.


Sul lockdown, Speranza ha richiamato lo studio pubblicato su Nature e la stima di circa 630.000 morti evitati in Italia dalle misure della prima fase. Un modello controfattuale, non persone contate una per una: questa precisazione va fatta proprio perché i dati si difendono spiegandoli, non trasformandoli in santini. Chi li contesta discuta le ipotesi del modello. Il fastidio non è un metodo alternativo.


Poi il tormentone Tachipirina e vigile attesa. Speranza ha richiamato tre circolari, 73 pagine complessive e cinque pareri scientifici a sostegno delle indicazioni. I documenti AIFA contemplavano anche FANS e altri interventi; il Consiglio di Stato chiarì che le raccomandazioni non imponevano una terapia unica inderogabile. Raccontare che il ministero avesse ordinato a tutti una compressa e l’abbandono non è una lettura critica: è un riassunto scritto contro il documento originale.


Sugli effetti avversi ha ricordato 150 milioni stanziati per gli indennizzi. Il finanziamento non dimostra che ogni persona sia stata assistita adeguatamente: servono cure, riconoscimenti e pagamenti. Ma ammettere i danni individuali e riconoscere il beneficio collettivo non è contraddittorio. Usare quei danni per cancellare ogni beneficio, invece, significa prendere una sofferenza vera e farle pronunciare una conclusione che non dimostra.


E prima di ricominciare il processo da capo, bisognerebbe ricordarsi che i procedimenti non sono rimasti tutti appesi ai titoli dei giornali. Il 7 giugno 2023 il Tribunale dei ministri di Brescia ha archiviato le posizioni di Conte e Speranza nel filone dell’inchiesta sulla gestione iniziale della pandemia in Val Seriana; il 23 giugno anche quello di Roma ha archiviato le posizioni di Speranza, Lorenzin e Grillo nel distinto filone relativo al piano pandemico. Archiviazioni, non assoluzioni dopo un dibattimento: le parole contano. Non chiudono ogni discussione politica, ma impediscono di vendere le accuse come se fossero condanne.


C’è infine l’oggetto misterioso del processo al ministro universale: le Regioni. Quadro nazionale, poteri territoriali, organizzazione regionale, attuazione delle aziende sanitarie. Non decideva tutto Speranza e non decidevano tutto le Regioni: servono atti, firme, competenze e responsabilità specifiche. Il ministro non era collegato via Bluetooth a ogni ospedale italiano. Comodo immaginarlo; leggermente meno comodo dimostrarlo.


È quando, davanti ai documenti, riparte lo stesso slogan come se nulla fosse stato detto che il confronto smette di sembrare un’inchiesta. Non è severità: è impermeabilità. E l’impermeabilità alle risposte non aggiunge rigore alle domande; rende visibile l’uso politico che se ne vuole fare.


La legge prevede una relazione finale. La scrivano, allora: accuse precise, prove valutate, responsabilità motivate. Non possiamo sapere se riusciranno a chiudere il lavoro; possiamo pretendere che lo facciano senza trasformare il dubbio in una serie televisiva rinnovata a ogni stagione elettorale. Perché il sospetto permanente ha un vantaggio sul risultato: il risultato devi dimostrarlo, il sospetto puoi continuare a monetizzarlo in consenso.


Quando hai davanti studi, documenti e archiviazioni, hai due possibilità: verificarli oppure continuare a vendere l’imputato. La prima produce conoscenza. La seconda produce pubblico.


E se la risposta non cambia mai la domanda, il problema non è che manchi la verità. È che la verità rischia di rovinare il prodotto.


La Commissione finisce. Il pubblico no-vax resta. Ed è lì che l’inchiesta deve dimostrare di non essere diventata campagna elettorale.


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