«La negazione di chi sapeva fa più male del pugno.»
Ricevere questa lettera e poter dare una chiave di lettura al dolore di chi ha subito violenza e omertà è un dovere umano oltre che professionale.
Spesso la cicatrice più profonda non la lascia solo chi colpisce, ma chi sceglie di sedersi a tavola con il carnefice.
Vi lascio alle parole di questa testimonianza e al mio commento.
«Chi ha imparato a tremare da bambino, da adulto non smette di ascoltare i passi dietro di sé.»
Sono un bambino di tre anni.
Aspetto mio padre davanti all’asilo.
Lui mi fa salire in auto e mi riporta a casa.
Apro la porta e chiamo mia madre. Lei non risponde.
Guardo mio padre e cerco di capire perché.
Lui mi lancia addosso una frase come fosse un pugnale:
«Inutile chiamare quella puttana di tua madre. Se n’è andata via. Ti ha abbandonato».
Nessuna spiegazione.
Neanche una parola sulla violenza che lui stesso aveva commesso contro di lei la notte prima.
Lui non lo sa, ma io avevo sentito tutto.
Solo il buio della stanza, quella sera, e il mio piccolo corpo costretto ad imparare in un secondo cosa vuol dire restare solo.
Passano gli anni.
Nella mia casa il terrore ha un suono preciso: la voce di mio padre che urla.
A me basta sentirla.
Il corpo si irrigidisce, il calore mi scende lungo le gambe insieme alla vergogna.
Arrivano le botte di mio padre, poi quelle di mio fratello, più grande di me, istruito da nostro padre a colpirmi.
Arrivano le catene, i calci, i pugni, gli abusi e anche la costriction a vendere droga per conto di quel fratello, che prima me la offre come un gioco e poi la trasforma in una necessità.
Cresco dentro quelle mura e non posso difendermi da solo.
Così imparo a dissociare, a spezzare i ricordi, a metterli altrove.
Perché io, bambino costretto a vivere nella paura, non posso smettere di amare la persona da cui dipendo, anche se quella persona è la fonte del mio terrore.
Dopo anni sono un uomo seduto davanti a mia madre e racconto, con la voce che trema, delle catene, degli abusi, della pipì addosso quando mio padre urlava, delle droghe ricevute da mio fratello.
Poi, con rabbia, lo racconto a mio padre e ai miei fratelli.
Da loro mi sarei aspettato il silenzio che segue sempre una verità così pesante.
Ottengo di peggio.
I miei fratelli si scambiano uno sguardo.
Loro sapevano già, da tempo.
Ma scelgono mio padre.
Ancora una volta.
Nessuno mi chiede scusa.
E capisco, in quel momento, che non è la violenza, da sola, a lasciare la cicatrice più profonda. È scoprire che chi sapeva ha scelto di guardare altrove.
Di chiudere gli occhi e di scegliere, da adulti, di sedersi a tavola con quell'uomo indegno di essere chiamato padre.
Ancora una volta sono stato tradito.
Per interesse, per comodità o per quattro denari, proprio come Giuda.
Adesso sono solo.
Guardo il mondo dietro la finestra di una stanza sconosciuta.
In un luogo, da cui non mi è consentito uscire.
IL COMMENTO
Quando la casa diventa un campo minato, il sistema nervoso del bambino si tara sulla sopravvivenza. La mente dissocia. Il corpo ricorda: si contrae, perde il controllo dei bisogni primari, custodisce ogni urlo e ogni catena.
In questa storia ci sono tre ferite che scavano più a fondo:
* Il tradimento sistemico: La negazione di chi sapeva fa più male del pugno.
* La famiglia malata: Il fratello-carnefice, istruito dal padre, trasforma la violenza domestica in cultura settaria.
* L’isolamento finale: La stanza sconosciuta è l’ultima beffa. La vittima paga il conto più alto, chiusa dentro, mentre i responsabili siedono insieme a tavola.
Questa narrazione descrive con spietata lucidità il ciclo del trauma complesso (C-PTSD) e l’isolamento della vittima.
È una storia, un passaggio di testimonianza che esprime una verità dolorosissima ma fondamentale.
Il silenzio degli spettatori è l’arma più affilata del carnefice.
Claudia Saba




