venerdì 29 maggio 2026

🟥 STRAGE DI NIKŠIĆ: IL CRIMINE DI GUERRA ITALIANO CHE LA STORIA HA PROVATO A CANCELLARE

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29 maggio 1943. Montenegro occupato.

Mentre la propaganda del regime continuava a spacciare il mito autoassolutorio degli "italiani brava gente", i reparti della divisione fanteria "Ferrara" – insieme a un battaglione di SS – entravano nella città di Nikšić.

L'obiettivo dichiarato erano i partigiani. Ma a Nikšić i partigiani non c'erano.

Quello che seguì non fu un'azione di guerra, fu un massacro deliberato, brutale, privo di qualsiasi umanità. Le truppe regie italiane, fianco a fianco con i nazisti, si abbandonarono a un'orgia di violenza cieca: stupri di massa, saccheggi e torture. Donne e vecchi, incapaci di fuggire, vennero gettati vivi tra le fiamme delle proprie abitazioni.

Il bilancio di quella giornata di puro terrore parla da solo:

 90 civili inermi massacrati.

 680 case private date alle fiamme e rase al suolo.

Le camicie nere e le divise del Regio Esercito hanno macchiato i territori della ex Jugoslavia con crimini che non hanno nulla da invidiare alla ferocia nazista. Eppure, per decenni, una colpevole amnesia di Stato ha coperto questi orrori, negando la giustizia alle vittime e spacciando una narrazione di un'occupazione italiana "morbida".

Oggi, a 83 anni di distanza, abbiamo il dovere di ricordare. Ricordare che l'orrore del fascismo non si è consumato solo entro i nostri confini, ma ha insanguinato i villaggi dei nostri vicini. Nikšić non si cancella. Le responsabilità italiane non si dimenticano.

#29maggio #Nikšic #Montenegro #CriminiDiGuerra #Fascismo #Storia #Memoria #RegioEsercito #Antifascismo

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CHI LO HA DETTO RAPPRESENTA LO SCONTENTO NAZIONALE

  



“Le questioni economiche e sociali complesse dovrebbero probabilmente essere lasciate a chi le comprende davvero!"

“Fate politica e credete davvero che le persone non possano comprendere la vita reale ?"

 “Ho visto comunità lottare per sopravvivere al collasso ambientale, famiglie costrette a scegliere tra il riscaldamento e il cibo, e persone comuni portare pesi che molti politici non vedono mai davvero.”

“ho parlato con agricoltori che hanno perso tutto a causa di disastri climatici e leggi che non li tutelano, infermieri esausti oltre ogni limite e genitori terrorizzati dal futuro che i loro figli erediteranno.”

 “alcune delle persone più sagge che abbia mai incontrato non hanno mai finto di avere tutte le risposte.”

“La vera leadership,”

 “inizia ascoltando le persone invece di sminuirle.”


By persona famosa ..


Che ha ragione!

 


«Diciamo subito che senza gli immigrati questo paese si ferma. Non può andare avanti un ospedale, non può andare avanti una scuola. Nessuno pulirebbe più le case. Nessuno guarderebbe più gli anziani. Nessuno guarderebbe più i bambini. Questo va detto. 


Dopodiché se mi chiedi sulla sicurezza cosa penso io ho un figlio di colore che è stato adottato. 


Ogni volta che c’è un attentato o qualcosa di orrendo compiuto da persone… diciamo non diciamo una volta si diceva extracomunitari… per lui la vita diventa più difficile. 


Per lui e per tutte le persone. Mio figlio è un ragazzo per bene, un lavoratore, e quindi tutte le persone che vivono in Italia vanno garantite dalla sicurezza e anche dalla durezza.»


Cosa ne pensi di queste parole?

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giovedì 28 maggio 2026

Storia del chinotto

 Il chinotto è fatto dal frutto dell’albero Citrus myrtifolia, una pianta della famiglia degli agrumi che sembra un ibrido tra mandarino e arancio amaro. Il gusto è amaro, aromatico, niente a che vedere con l’arancia dolce.


1. Origini incerte, ma mediterranee

Il chinotto nasce probabilmente in Cina - da qui il nome “chinotto”, piccolo cinese - e arriva nel Mediterraneo nel Medioevo tramite i commerci arabi e genovesi. Si adatta benissimo alla Riviera Ligure di Ponente, soprattutto a Savona e dintorni. Il microclima lì è perfetto: mare, poca pioggia, vento caldo. 


2. Da frutto a liquore e bibita

Per secoli è rimasto un frutto “da confettura” perché mangiarlo crudo è quasi impossibile, troppo amaro. Nel 1800 i farmacisti liguri iniziano a usarlo per digestivi e sciroppi. Poi nel 1950 la Sanpellegrino lancia la “Chinotto”, la bibita nera che tutti ricordano. Il gusto amaro-dolce diventa iconico in Italia.


3. Perché quasi spariva

Negli anni ’80-’90 il chinotto perde terreno: le bibite alla cola e all’arancia industriale costano meno e piacciono di più. Gli agrumeti della Liguria vengono abbandonati. Solo una manciata di produttori resiste.


4. Il rilancio

Dal 2000 c’è stato un recupero grazie a Slow Food e ai produttori artigianali. Oggi il “Chinotto di Savona” ha il presidio Slow Food. Lo trovi in bibite artigianali, aperitivi, amari, e anche in cucina: candito, in salse per il pesce, nei dolci.


Curiosità veloce: il chinotto è uno degli agrumi più resistenti al freddo, ma il frutto vero e proprio matura solo se l’inverno è mite. Per questo fuori dalla Liguria è raro vederlo bene.



Ecco il chinotto 🌿🍊


È il frutto piccolo e tondo dell’albero _Citrus myrtifolia_, quello che dà alla bibita quel gusto amarognolo e aromatico. Nella foto è sull’albero, come cresce nella Riviera Ligure.


Vuoi che te ne faccia anche una versione con la bottiglia della bibita e un bicchiere ghiacciato?

Fenix 

Amae — 甘え.

 


☁️ Giovedì 28 Maggio 2026


In Giappone esiste una parola che in Italia è stata tradotta male per quasi cinquant’anni.


Amae — 甘え.


Nei libri compare spesso come:

“dipendenza affettiva”.


Ma Takeo Doi, lo psicoanalista che le dedicò un’intera vita di studio, contestò più volte questa traduzione.


Perché amae non nasce dalla debolezza.


Nasce dalla fiducia.


Il verbo da cui deriva è amaeru (甘える):

“abbandonarsi alla dolcezza dell’essere accolti.”


La radice 甘 — ama —

è la stessa del sapore dolce.


C’è qualcosa di profondamente distante dalla nostra idea occidentale di forza.


In Italia cresciamo con frasi come:

“Non voglio disturbare.”

“Non voglio pesare.”

“Faccio da solo.”


Quasi come se aver bisogno di qualcuno fosse una colpa da nascondere bene.


Eppure l’amae parte proprio da lì.


Non significa:

“Non sono capace di cavarmela.”


Significa:

“Potrei farcela da solo. Ma scelgo di lasciarti entrare.”


In Giappone l’immagine più famosa è quella del bambino che si addormenta accanto alla madre senza chiedere permesso.


Sapendo già che verrà accolto.


Ma l’amae non riguarda soltanto l’infanzia.


È il dipendente che cerca conferma nello sguardo del proprio superiore.

È l’amico che chiama tardi perché sa che qualcuno risponderà.

È il partner che lascia preparare il tè all’altro anche se potrebbe alzarsi da solo.

È il figlio adulto che torna a casa e trova ancora il futon aperto.


Piccoli gesti.

Quasi invisibili.


Eppure, dentro la cultura giapponese, è spesso lì che si costruisce il legame.


Nel 1971 Doi pubblicò 『甘えの構造』(Amae no kōzō).


In Italia uscì con un altro titolo:

L’anatomia della dipendenza.


Una traduzione tecnicamente possibile.

Ma emotivamente sbagliata.


Perché la dipendenza toglie libertà.


L’amae invece la presuppone.


Puoi andartene.

Puoi fare da solo.

Potresti perfino non chiedere nulla.


Ma scegli di fidarti abbastanza da mostrare che l’altro conta per te.


E forse è proprio questo che oggi ci mette a disagio.


Viviamo in un tempo che premia l’efficienza emotiva:

essere autonomi,

autosufficienti,

irraggiungibili.


Ma molte persone non soffrono perché nessuno le ami.


Soffrono perché non ricordano più come lasciarsi accogliere senza sentirsi in debito.


Doi scriveva che l’amae è il tessuto invisibile delle relazioni giapponesi.


Quel momento fragile in cui qualcuno mostra il proprio bisogno…

e l’altro sceglie di non trasformarlo in peso.


Non possesso.

Non controllo.

Non ricatto emotivo.


Fiducia.


Ma l’amae ha anche un’ombra.


Quando il bisogno smette di essere reciproco può diventare soffocante.

Quando si pretende che l’altro comprenda sempre senza parole, può trasformarsi in silenzio e frustrazione.

Quando il legame conta più dei confini, la cura rischia di diventare sacrificio.


Per questo ancora oggi in Giappone il concetto divide psicologi, famiglie e relazioni.


Forse una delle differenze più profonde tra culture non sta nel modo in cui amiamo.


Ma in quanto ci è permesso avere bisogno degli altri senza vergognarcene.


Tre piccole osservazioni per oggi:


• Nota quante volte dici “tranquillo, faccio io” anche quando vorresti essere aiutato.


• Osserva quanto sia difficile chiedere qualcosa di piccolo senza giustificarti immediatamente.


• Ricorda che a volte lasciarsi accudire non significa tornare bambini. Significa permettere all’altro di lasciare una traccia gentile dentro la tua vita.


Alcune parole non si traducono davvero.


Restano lì.

Come il vapore del tè all’alba:

visibile solo per pochi istanti.


Yukisogna


#Amae #TakeoDoi #CulturaGiapponese #Giappone #PsicologiaGiapponese #RelazioniUmane #Kanji #FilosofiaGiapponese #LaSpadaEIlVentaglio #Yukisogna

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L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE

 




Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.


Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.


Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.


Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.

Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.


Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.


Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.

Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.


A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.


È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.


Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.


Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.


Mariella, sorella di Luigi, dice:

«La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»


Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.


Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.

Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)


Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?


Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.


Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.


Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.


Alfredo Facchini

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*CUBA PER LA PACE! CONTRO L'AGGRESSIONE MILITARE USA!*

 



Cuba è sotto assedio. Quella che era una minaccia costante si sta trasformando nel rischio concreto di un'aggressione militare. L'ennesima contro un popolo che ha fatto della solidarietà la sua bandiera, in piena violazione del diritto internazionale.

Un embargo violento e criminale sta colpendo duramente la popolazione. L'inasprimento del bloqueo da gennaio sta provocando tra gli altri gravi effetti:

*  Il collasso delle strutture sanitarie.

*  L'aumento della mortalità infantile.

*  il rischio di carenze alimentari.

Questo è il prezzo che l'isola sta pagando per la difesa della sua indipendenza e per l'arroganza USA. Un vero e proprio crimine contro chi chiede solo pace e autodeterminazione. Il popolo cubano vuole e ha il diritto di vivere in pace.

Noi non staremo a guardare.


 Chiamiamo tutte e tutti alla mobilitazione generale al suo fianco!


*Giovedì 28 maggio 2026, ore 18:00 Piazza dei cinquecento /Piazza Gaza, Roma*


CUBA NON ESTÁ SOLA. 

PACE E AUTODETERMINAZIONE!

Giovanni Barbera