martedì 31 marzo 2026

Collien Fernandes

 


È il caso che sta sconvolgendo la Germania. 

Collien Fernandes è un’attrice e presentatrice TV. Sposata con Christian Ulmen, attore. 

Una coppia di star, quelli della serie Jerks.

Sono anni che lo dice: ci sono deepfakes su di me che circolano in rete. Finte immagini e video porno, creati dall’IA e diffusi su profili social a mio nome. Con appelli a violentarmi. Io che dico e io che faccio, come fosse scelta mia. Lo dice in TV, ne fa persino un documentario. Parla pubblicamente di stalking telefonico, costante, quotidiano. Siamo nel 2023. 

Nel 2024 fa causa contro X. 

La notte di Natale, il marito le dice sono io. 

Sposati da 14 anni e una bambina. 

Cercava lontano, ed era l’uomo più vicino a sé.

Collien Fernandes ha fatto causa in Spagna, l’ex paese di residenza. L’ha scelto perché le leggi contro le violenze sessuali sono più evolute che in Germania. 

Ma ne parla su Der Spiegel. 

Lo rende pubblico, come Gisèle Pelicot, che ammira.

‘Mi ha violentata virtualmente. 30 uomini hanno intrattenuto con me relazioni sessuali on line a mia insaputa per diversi anni’.

E dal 20 marzo, l’onda. Una manifestazione a Berlino, una a Amburgo in cui lei stessa parla di fronte a 20000 persone, con il giubbotto anti-proiettili, visto le minacce di morte. 250 donne mediatiche scrivono una lista di 10 provvedimenti legali urgenti e la rettifica delle leggi in vigore sulle violenze digitali, molte sono vittime anche loro.

Giovedì il Parlamento Europeo ha approvato la legge che impedisce all’IA di spogliare persone senza il loro consenso. Come quella funzionalità di Grok, l’assistente creato da Elon Musk, che crea montaggi di donne e creature denudate, basta dare la foto originale.

‘Danke Collien’, cantano i cartelli nelle piazze, come per ‘Merci Gisèle’. Come il gruppo Facebook

‘Mia moglie’: l’omino, ordinario o star, con cui ti addormenti. Che crede possederti e, come dice

lei, ‘ruba il corpo’. Basta. Anche in Germania la vergogna sta cambiando campo.

(Con le parole di @pippiformenti)


https://www.liberation.fr/international/europe/mon-corps-a-ete-vole-au-fil-des-annees-en-allemagne-une-affaire-de-deepfakes-sexuels-secoue-la-societe-et-la-classe-politique-20260327_QMA6TWIE7FAGXHO2W3VR2ONLYE/


#labodifsegnala #oa #giselepelicot #collienfernandes

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Alessandro Cruto

 


Il 4 marzo 1880 una lampadina si accese in un laboratorio di Piossasco, un paese da niente in provincia di Torino.


Dentro c'era Alessandro Cruto, 33 anni, autodidatta, nessuna laurea, nessun laboratorio universitario alle spalle — solo ostinazione e idrocarburi gassosi.


La sua lampadina emetteva luce bianca, stabile, abbagliante.


E lì inizia il confronto che nessuno ti ha mai fatto.


Thomas Edison aveva presentato la sua lampadina nel 1879. Cruto ci arrivò 5 mesi dopo — ma con un filamento di carbonio sintetico puro, prodotto con una tecnica di deposizione da gas che Edison non aveva.


Il risultato: 500 ore di durata contro le 40 di Edison. Luce bianca contro luce giallastra. Tecnologia più semplice da replicare in serie.


Il costo: 5.000 lire contro i 300.000 dollari spesi dal rivale americano.


Aspetta.


Non è una leggenda metropolitana: il 4 marzo 1880 Cruto accese la sua lampada alla presenza di 10-12 persone nel Laboratorio di Fisica della Regia Università di Torino, tra cui il professor Andrea Naccari. Testimoni fisici, in carne e ossa.


Nel 1882 apre la prima vera officina produttiva a Piossasco. Il 16 maggio 1883 illumina le vie del suo stesso paese.


Trasferisce tutto ad Alpignano, sulle rive della Dora. Costruisce la prima fabbrica di lampadine d'Italia: 26 operai, mille pezzi al giorno.


La Westinghouse compra il suo brevetto per il mercato americano. Le sue lampade vengono esportate in Francia, Svizzera, Cuba, Stati Uniti.


E qui arriva il bello.


I soci litigano. Cruto si dimette nel 1889 per "forti disaccordi con la nuova gestione" — così riportano le cronache dell'epoca. Lo Stato italiano non muove un dito.


La fabbrica passa di mano in mano. Bancarotta.


Nel 1927 quello stabilimento che Cruto aveva costruito mattone per mattone viene acquisito da Philips.


Cruto era morto nel 1908, a Torino, a 61 anni. Senza riconoscimenti ufficiali, senza un francobollo, senza un posto nei libri di scuola.


Lo stabilimento di Alpignano esiste ancora. Oggi è gestito da Philips.


L'inventore no.


In breve:

Il 4 marzo 1880 Alessandro Cruto, autodidatta di Piossasco, accese una lampadina con filamento di carbonio sintetico superiore a quella di Edison: più luminosa, bianca e con 500 ore di durata contro 40.

Costruì la prima fabbrica italiana di lampadine ad Alpignano: 26 operai, 1.000 pezzi al giorno. La Westinghouse comprò il suo brevetto per gli USA.

Dopo liti tra soci e il disinteresse dello Stato, Cruto si dimise nel 1889. Morì nel 1908 dimenticato. Nel 1927 Philips acquisì il suo stabilimento, che ancora oggi usa.

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Via dei Fori Imperiali

 


Ogni anno milioni di turisti camminano su Via dei Fori Imperiali, macchina fotografica in mano, Colosseo sullo sfondo.


Nessuno di loro sa cosa c'era prima.


C'era un quartiere. Un quartiere vivo, con case, chiese, botteghe, cortili, bambini. Si chiamava Quartiere Alessandrino, e stava lì da secoli.


Nel 1932, Mussolini decise che doveva sparire.


Voleva una strada dritta, scenografica, imperiale — un viale che collegasse Piazza Venezia al Colosseo e che urlasse al mondo la grandezza del regime. Il progetto aveva anche un nome preciso: Via dell'Impero. La retorica era già nel cartello.


I lavori cominciarono in tempo record. E quando si dice "in tempo record", non si intende una metafora.


In poche settimane, vennero abbattuti 5.500 vani abitativi. Sparirono 5 chiese, conventi, monasteri — strutture che avevano attraversato il Rinascimento, la Controriforma, il Risorgimento. Strutture che avevano visto Roma cambiare pelle più volte.


Sparirono in un mese.


E le 7.000 persone che ci abitavano? Caricate su camion. Spedite nelle borgate periferiche, lontano dal centro, lontano dalla Roma che il regime stava reinventando per le cartoline.


L'operazione era documentata e deliberata. I Musei Capitolini hanno dedicato una sezione intera a questa storia: si chiama "Dell'Impero: nascita di una strada, demolizioni e scavi 1930-1936". Il Comune di Roma ha pubblicato documentazione ufficiale sugli scavi e le demolizioni dei Fori Imperiali.


Era patrimonio storico medievale. Era anche patrimonio di chi ci viveva.


Oggi quella strada si chiama Via dei Fori Imperiali — il nome fu cambiato dopo la caduta del fascismo, quando "Via dell'Impero" non era più un titolo onorevole.


Ma la strada è rimasta lì. Dritta, larga, fotogenica.


E sotto, a qualche metro di profondità, ci sono le fondamenta di quello che fu cancellato perché non si adattava alla scenografia.


In breve:

Via dei Fori Imperiali nasce nel 1932 per volontà di Mussolini, che la chiama Via dell'Impero

Per costruirla, viene raso al suolo il Quartiere Alessandrino: 5.500 vani, 5 chiese, secoli di storia

7.000 abitanti vengono caricati su camion e spostati nelle periferie in poche settimane

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Il terremoto di Messina

 


Alle 5:20 del 28 dicembre 1908, Messina smise di esistere.


Trenta secondi di scossa, magnitudo 7.1, e il 90% degli edifici era a terra. Circa 80.000 morti — metà dell'intera popolazione della città. Era il terremoto più letale d'Europa nel XX secolo, e la città era letteralmente sepolta sotto se stessa.


E qui arriva il bello.


I primi soccorsi organizzati non arrivarono dall'esercito italiano. Arrivarono da una flotta imperiale russa, agli ordini dello Zar Nicola II, che in quel momento era ancorata nel porto di Augusta, in Sicilia.


Le navi si chiamavano Cesarevtch, Slava e Makaroff. Erano corazzate e un incrociatore della Marina Imperiale Russa, in navigazione nel Mediterraneo. Quando la notizia del disastro raggiunse il porto, salparono immediatamente.


Aspetta.


In 27 ore erano già a Messina. Prima di chiunque altro. I marinai russi sbarcarono tra le macerie, lavorarono fianco a fianco con i sopravvissuti, e organizzarono i soccorsi in una città che non aveva più né strutture né catena di comando.


L'Italia non dimenticò. Quasi cent'anni dopo, nel febbraio 2006, la città di Messina consegnò ufficialmente alla Marina Militare Russa una targa commemorativa, documentata dal sito istituzionale della Marina Militare italiana.


Comunque.


A San Pietroburgo, ancora oggi, esiste un museo dedicato a quell'intervento. Si trova a bordo di una nave ormeggiata nel porto della città — un pezzo di storia italo-russa che la maggior parte degli italiani non conosce.


La narrativa ufficiale del soccorso post-terremoto è quasi sempre una faccenda nazionale, di eserciti e protezione civile. Il caso di Messina 1908 è uno dei pochi in cui la storia dice il contrario: i primi ad arrivare erano stranieri, erano russi, e lo Zar li aveva mandati da una base siciliana.


In breve:

Il terremoto di Messina del 28 dicembre 1908 distrusse il 90% degli edifici e uccise circa 80.000 persone.

I primi soccorsi organizzati arrivarono dalla flotta imperiale russa dello Zar Nicola II — tre navi partite da Augusta in 27 ore.

Nel 2006 Messina ha consegnato ufficialmente una targa commemorativa alla Marina Russa; a San Pietroburgo esiste ancora un museo dedicato a quell'intervento.

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