lunedì 6 luglio 2026

Non solo per i fenicotteri

 

Lunedì 6 luglio ore 20.00


Dalla piazza di Tirana, in diretta con le cittadine e i cittadini albanesi che manifestano contro l’appropriazione coloniale dell’isola di Sazan e la distruzione ambientale che ne consegue

Ma c’è anche altro

Ne parliamo con Mauro Zanella (Pressenza)

Fioralba Duma, attivista italoalbanese per ISC e Mesdhe

Conduce Stefano Galieni, resp. Immigrazione PRC-S.E.


In diretta Rifondazione Comunista

pagina Fb https://www.facebook.com/events/1034691955596942


Youtube  https://www.youtube.com/watch?v=q1X7Pd4YoMM

Giovanni Barbera

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Questa gente ci porterà al Medio Evo

 


Guardate che schifo, che disagio🤮

Questo è il Patriot Front negli Stati Uniti a Washington DC – i “Patrioti” d’America, i cugini di quelli nostrani.


Sono i fanatici della remigrazione e del suprematismo bianco, piccoli uomini che trasformano le proprie insicurezze in odio razziale e terrorizzano la popolazione a loro sgradita.

Mentre Trump evoca fantasiose “minacce comuniste”, ecco che il neofascismo si propaga come una metastasi.

 

E non accade per caso.

Tra queste squadracce e i governi e le forze politiche di estrema destra esiste una vera e propria simbiosi, negli USA come in Europa.

Non si limitano a tollerarli, ma ne legittimano la presenza, gli aprono spazi di agibilità, ne normalizzano il pensiero e il linguaggio, ne alimentano la crescita attraverso una propaganda fondata sulla paura, sull’odio e sulla sistematica costruzione di capri espiatori.


Diffidate da chi vi dice il contrario.

L’antifascismo non è un solamente un retaggio del passato. 

È una necessità del presente. 

#antifa

Ilaria Salis

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Aymane Ed Dafali

 


Si chiamava Aymane Ed Dafali. Aveva solo 16 anni.


Era arrivato dal Marocco in Italia insieme alla sua famiglia, stabilendosi in provincia di Rovigo. Un ragazzo come tanti: amici, estate, mare, risate leggere e quella sensazione di libertà che appartiene all’adolescenza.


Si trovava al Lido degli Estensi con tre amici. Avevano noleggiato un pedalò e stavano vivendo una giornata semplice, di quelle che sembrano non dover finire mai. Sole, acqua, spensieratezza.


Poi il loro sguardo si posa su una scena che cambia tutto: una coppia in difficoltà tra le onde, nel tratto del canale Logonovo, un punto del mare insidioso e pericoloso, dove le correnti possono diventare traditrici.


I ragazzi cercano subito di chiedere aiuto al bagnino. Ma Aymane non riesce a restare fermo.


In un istante, senza calcoli e senza esitazioni, si tuffa.


Non pensa al rischio. Non pensa a sé. Pensa solo a quelle due vite in pericolo. Il suo è un gesto di puro istinto e di straordinaria umanità. Un coraggio che non ha bisogno di parole.


La coppia viene salvata. Ma il mare, quella volta, non restituisce Aymane vivo. Quando viene recuperato, ogni tentativo di rianimarlo si infrange contro il silenzio più duro.


Aveva solo 16 anni.


Oggi resta un vuoto immenso nella sua famiglia, tra i suoi amici e in tutti coloro che credono che la vita di un ragazzo non dovrebbe mai spezzarsi così presto.


Ma resta anche qualcosa di più forte del dolore: il ricordo di un gesto che racconta chi era davvero Aymane.


Un ragazzo che, davanti al pericolo, ha scelto di mettere gli altri prima di sé. Senza sapere chi fossero. Senza chiedere nulla in cambio.


Il suo nome rimane come una luce fragile ma potente. Ci ricorda che l’umanità non conosce confini, né colore della pelle, né provenienza.


Riposa in pace, Aymane.


Il tuo gesto continuerà a parlare.

Soumalia Diawara 

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Lettera aperta al deficiente

 


È diretta e senza mediazioni la lettera aperta di una donna africana al senatore ex ministro dell'Interno. "Se avessi potuto scegliere, avrei fatto volentieri a meno della sua ospitalità". 


«Ho visto la sua faccia ieri al telegiornale. Dipinta dei colori della rabbia. La sua voce, poi, aveva il sapore amarissimo del fiele. Ha detto che per noi che siamo qui nella vostra terra è finita la pacchia. Ci ha accusati di vivere nel lusso, rubando il pane alla gente del suo paese. Ancora una volta ho provato i morsi atroci della paura…


Chi sono? Non le dirò il mio nome. I nomi, per lei, contano poco. Niente. Sono una di quelli che lei chiama con disprezzo "clandestini". Vengo da un paese, la Nigeria, dove ben pochi fanno la pacchia e sono tutti amici vostri. Lo dico subito. Non sono una vittima del terrorismo di Boko Haram.


Nella mia regione, il Delta del Niger non sono arrivati. Sono una profuga economica, come dite voi, una di quelle persone che non hanno alcun diritto di venire in Italia e in Europa. Lo conosce il Delta del Niger?  Non credo.


Eppure ogni volta che lei sale in macchina può farlo grazie a noi. Una parte della benzina che usa viene da lì. Io vivevo alla periferia di Port Harkourt, la capitale dello Stato del Delta del Niger. Una delle capitali petrolifere del mondo. Vivevo con mia madre e i miei fratelli in una baracca e alla sera per avere un po’ di luce usavamo le candele. Noi come la grande maggioranza di chi vive lì.


È dura vivere dalle mie parti. Molto dura. Un inferno se sei una ragazza. Ed io ero una ragazza. Tutto è a pagamento. Tutto. Se non hai soldi non vai a scuola e non puoi curarti. Gli ospedali e le scuole pubbliche non funzionano. E persino lì, comunque, se vuoi far finta di studiare o di curarti, devi pagare.


E come fai a pagare se di lavoro non ce ne è? La fame, la miseria, la disperazione e l’assenza di futuro, sono nostre compagne quotidiane. La vedo già storcere il muso.


È pronto a dire che non sono fatti suoi, vero? Sono fatti suoi, invece. Il mio paese, la regione in cui vivo, dovrebbe essere ricchissima visto che siamo tra i maggiori produttori di petrolio al mondo. E invece no. Quel petrolio arricchisce poche famiglie di politici corrotti, riempie le vostre banche del frutto delle loro ruberie, mantiene in vita le vostre economie e le vostre aziende.


Il mio paese è stato preda di più colpi di stato. 

Al potere sono sempre andati, caso strano, personaggi obbedienti ai voleri delle grandi compagnie petrolifere del suo mondo, anche del suo paese. 


Avete potuto, così, pagare un prezzo bassissimo per il tanto che portavate via. E quello che portavate via era la nostra vita. Lo avete fatto con protervia e ferocia. La vostra civiltà e i vostri diritti umani hanno inquinato e distrutto la vita nel Delta del Niger e impiccato i nostri uomini migliori.


Si ricorda Ken Saro Wiwa? Era un giovane poeta che chiedeva giustizia per noi. Lo avete fatto penzolare da una forca… Le vostre aziende, in lotta tra loro, hanno alimentato la corruzione più estrema. Avete comprato ministri e funzionari pubblici pur di prendervi una fetta della nostra ricchezza.


L’Eni, l’Agip, quelle di certo le conosce. Sono accusate di aver versato cifre da paura in questo sporco gioco. Con quei soldi noi avremmo potuto avere scuole e ospedali. A casa, la sera, non avrei avuto bisogno di una candela…


Sarei rimasta lì, a casa mia, nella mia terra.

Avrei fatto a meno della pacchia di attraversare un deserto. Di essere derubata dai soldati di ogni frontiera e dai trafficanti. Di essere violentata tante volte durante il viaggio. Avrei volentieri fatto a meno delle prigioni libiche, delle notti passate in piedi perché non c’era posto per dormire, dell’acqua sporca e del pane secco che ti davano, degli stupri continui cui mi hanno costretta, delle urla strazianti di chi veniva torturato.


Avrei fatto a meno della vostra ospitalità. Nel suo paese tante ragazze come me hanno come solo destino la prostituzione. Lo sapete. E non fate niente contro la nostra schiavitù anzi la usate per placare la vostra bestialità. Io sono riuscita a sfuggire a questo orrore, ma sono stata schiava nei vostri campi. Ho raccolto i vostri pomodori, le vostre mele, i vostri aranci in cambio di pochi spiccioli e tante umiliazioni. Ancora una volta, la pacchia l’avete fatta voi. Sulla nostra pelle. Sulle nostre vite.


Sui nostri poveri sogni di una vita appena migliore. Vedo che non ho mai pronunciato il suo nome. Me ne scuso, ma mi mette paura. Quella per l’ingiustizia di chi sa far la faccia dura contro i deboli, ma sa sorridere sempre ai potenti. Vuole che torniamo a casa? 


Parli ai suoi potenti, a quelli degli altri paesi che occupano di fatto casa mia in una guerra velenosa e mai dichiarata. Se ha un po’ di dignità e di coraggio, la faccia brutta la faccia a loro.


P.S.: Per chi volesse sostenerci con un regalo, il vostro contributo sarebbe di grande aiuto per garantire cure a chi non può permettersele.


Ogni contributo è un regalo di vita per chi non ha nulla. Insieme, possiamo fare la differenza ❤️


👉🏽 Dona qui: https://gofund.me/7cc75f04

O tramite PayPal: diawarasoum@gmail.com (causale: costruzione struttura sanitaria).


Un piccolo gesto può trasformarsi in un grande dono di speranza! 💙

Soumalia Diawara 

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Aggressione razzista?

 


Un cittadino ghanese, residente in Italia da circa vent’anni e segretario dell’associazione dei ghanesi di Puglia, è stato prima tamponato e poi colpito alla testa con una bottiglia da un gruppo di giovani nelle campagne di Manfredonia. Un episodio gravissimo che non può essere liquidato come un semplice fatto di cronaca.


Da anni in Italia si alimenta un clima in cui gli stranieri, soprattutto quelli neri, vengono descritti come un problema. Le campagne politiche e la retorica portate avanti da Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Roberto Vannacci hanno contribuito, secondo molti osservatori, a normalizzare un linguaggio che divide le persone tra “noi” e “loro”.


Quando si trasforma lo straniero nel capro espiatorio di ogni problema, qualcuno finisce per sentirsi autorizzato a insultare, umiliare o aggredire chi considera inferiore.


Le responsabilità penali spettano agli autori dell’aggressione e saranno accertate dalla magistratura. Ma esiste anche una responsabilità politica e culturale di chi ha alimentato per anni paura e ostilità verso il diverso.


La vittima è un lavoratore, un uomo che vive nel nostro Paese da due decenni e impegnato nella sua comunità. Aggredire lui significa colpire i principi di uguaglianza e convivenza che dovrebbero essere alla base di una società democratica.

Soumalia Diawara 

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domenica 5 luglio 2026

Oggi nemmeno con le guerre si fanno più i soldi!

 

Cosa è successo con i nepalesi e la Russia:

Dal 2023 la Russia ha arruolato cittadini stranieri, anche nepalesi, per combattere in Ucraina. Offrivano stipendi alti + promessa di cittadinanza russa.  

Il problema è che molti sono finiti al fronte con poca preparazione e ci sono stati diversi morti e dispersi.


E il Nepal?

Il governo nepalese si è incazzato parecchio. Nel gennaio 2024 ha ufficialmente *chiesto alla Russia di smettere di arruolare nepalesi* e di rimpatriare chi c’era già. Hanno anche arrestato degli agenti che reclutavano illegalmente in Nepal.


Si parla di "70.000 euro a persona deceduta"

Qui non ho conferma ufficiale. La Russia ha promesso compensi alle famiglie dei soldati caduti, e per gli stranieri si parlava di cifre alte. Ma non esiste un accordo pubblico Nepal-Russia di "70.000 euro a morto" che io sappia. Spesso le cifre girano gonfiate sui social/WhatsApp. 

Quello che è certo è che il Nepal ha detto che la Russia non stava pagando bene i compensi e non dava informazioni chiare sui dispersi, e per questo ha richiamato i suoi cittadini.


Quindi in sintesi: Sì, c’erano nepalesi che combattevano coi russi. Sì, il Nepal li ha richiamati. Sul pagamento preciso per i deceduti non ci sono dati pubblici verificati.

I pagamenti ai soldati nepalesi arruolati dai russi.


Quello che si sa ad oggi:


1. Quanto prometteva la Russia

Ai cittadini stranieri arruolati promettevano circa 200.000 - 400.000 rubli al mese, cioè 2.000 - 4.000€ circa. + bonus per ferite/morte e promessa di cittadinanza.


2. Il problema

Il governo nepalese ha denunciato che:

- Molti non ricevevano lo stipendio promesso

- I compensi per feriti e famiglie dei caduti arrivavano in ritardo o non arrivavano

- Non davano informazioni chiare sui dispersi


Per questo nel gennaio 2024 il Nepal ha chiesto ufficialmente alla Russia di fermare il reclutamento e rimpatriare i suoi cittadini.


3. Sui "70.000 euro a morto"

Non esiste un documento ufficiale Russia-Nepal con quella cifra. Circolano voci, ma i compensi veri per i soldati russi caduti sono molto più bassi e cambiano. Per gli stranieri era tutto poco trasparente.


In pratica: promesse grosse, pagamenti incerti. E tanti ragazzi nepalesi ci sono rimasti male.



Questi sono i Gurkha nepalesi. Si riconoscono subito dal cappello "slouch hat", la divisa e il famoso *kukri*, il coltello ricurvo che portano sempre.


Sono noti in tutto il mondo per il coraggio e la disciplina. Molti servono nell'esercito britannico e indiano da più di 200 anni.


Il kukri


È il coltello ricurvo tipico dei *Gurkha nepalesi*. Non è solo un'arma: è anche un attrezzo da lavoro.


Curiosità veloci:

- Forma: La lama ricurva serve sia per tagliare che per colpire

- Simbolo: Ogni Gurkha lo porta sempre con sé. È tradizione e onore

- Uso: Tagliare legna, cucinare, e in combattimento



Fenix

W lo sport italiano

 


💥UNA SETTIMANA SENZA PRECEDENTI!!!🇮🇹🔥

🇮🇹UN LIVELLO TECNICO MOSTRUOSO!💙💙💙

Cinque prestazioni storiche e incredibili nel giro di pochi giorni, l'avvicinamento dell'atletica azzurra agli europei di Birmingham procede nel più sontuoso dei modi. 


A dare il via alla magia è stato Marcell Jacobs con il folle 9.67, seppur ventoso, nei 100m: secondo uomo più veloce nella storia dopo Bolt.


È poi caduto dopo 53 anni il più antico dei record italiani, quello degli 800, con Francesco Pernici a superare, finalmente, il mitico Marcello Fiasconaro. 


Altro giro ed altro record storico caduto, con Larissa Iapichino che vola a 7.12 nel salto in lungo, un centimetro meglio del primato piazzato 28 anni fa da sua mamma Fiona May.


Ed infine due migliori prestazioni mondiali dell'anno con Andy Diaz a 17.72 nel salto triplo e Leonardo Fabbri a scagliare il suo peso ad un grandissimo 22.74!


Una tale concentrazione di risultati tecnici così straordinari non ha precedenti, soprattutto in una fase della stagione ancora intermedia. Mettiamoci comodi, potrebbe essere un'estate epica...

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