lunedì 1 giugno 2026

Cincinnato

 


La celebre battaglia del Monte Algido, tradizionalmente datata al 458 a.C., rappresenta uno degli episodi più iconici e leggendari della prima fase di espansione della Repubblica Romana. L'emergenza militare scoppiò quando l'esercito romano, guidato dal console Lucio Minucio Esquilino Augurino, venne accerchiato e duramente assediato dalle bellicose forze degli Equi sulle boscose alture del Monte Algido, nei Colli Albani. Di fronte alla concreta minaccia dell'annientamento delle legioni, il Senato adottò misure disperate nominando dittatore Lucio Quinzio Cincinnato, un illustre patrizio ritiratosi a vita privata e sorpreso dagli inviati senatorili mentre arava personalmente il suo piccolo podere. Assunto il potere assoluto, Cincinnato mobilitò in tempi record un contingente di soccorso, marciò a tappe forzate durante la notte e, giunto sul campo di battaglia, ordinò ai suoi uomini di costruire rapidamente una palizzata circolare attorno all'accampamento nemico, ribaltando di fatto la situazione tattica. Gli Equi, ritrovatisi improvvisamente intrappolati in una morsa fatale tra due eserciti romani, furono costretti a una resa incondizionata e subirono la grave umiliazione di passare inermi sotto il giogo. La schiacciante vittoria si concluse non solo con un grandioso trionfo, ma anche con un gesto che consacrò per sempre Cincinnato come il modello supremo della virtù e dell'abnegazione civica romana: rinunciò al potere dittatoriale dopo appena sedici giorni dalla nomina, svestì la toga purpurea e tornò immediatamente a coltivare la sua terra.

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Caos quotidiano

 




Il caos quotidiano nelle strade dell'antica Roma era un'esperienza sensoriale opprimente e un problema di ordine pubblico costante, ben lontano dall'immagine ordinata e candida dei grandi fori monumentali. Con una popolazione che in epoca imperiale superò il milione di abitanti, i quartieri popolari come la Suburra si presentavano come un labirinto soffocante di vicoli stretti, tortuosi e perennemente in ombra, sovrastati dalle altissime e precarie insulae (i giganteschi condomini popolari) da cui i residenti, privi di fognature ai piani alti, svuotavano regolarmente vasi da notte, liquidi e rifiuti direttamente sulla testa dei passanti. Durante il giorno, le vie erano letteralmente intasate da una folla eterogenea di venditori ambulanti, artigiani che lavoravano all'aperto, mendicanti, schiavi, greggi di animali e portantine dei ricchi che si facevano largo a fatica a spintoni, creando una congestione tale da spingere Giulio Cesare a emanare una legge che vietava la circolazione dei carri pesanti nelle ore diurne. Questo provvedimento, tuttavia, non fece che spostare il problema, poiché il traffico commerciale esplodeva inevitabilmente di notte, trasformando l'Urbe in un inferno acustico fatto di pesanti ruote cerchiate di ferro che rimbombavano sui blocchi di basalto, urla dei carrettieri, liti e rumori sordi, che poeti come Marziale e Giovenale descrissero come un frastuono capace di privare del sonno persino un sordo. A tutto questo si aggiungeva l'estrema pericolosità di girare a piedi dopo il tramonto: le strade, totalmente prive di illuminazione pubblica, diventavano il territorio di caccia di ladri, tagliagole, ubriachi e bande di teppisti, rendendo indispensabile per i cittadini benestanti farsi scortare da guardie del corpo e schiavi armati di torce, mentre il costante rischio di crolli improvvisi degli edifici malandati e di devastanti incendi completava il quadro di una metropoli febbrile, sporca, pericolosa ma incredibilmente vitale.

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Carlo Angela

 


L’11 febbraio 1944, a San Maurizio Canavese, Carlo Angela fu arrestato perché aveva trasformato una clinica in un rifugio contro la persecuzione.


È una di quelle storie italiane che fanno rumore solo quando è troppo tardi. Non perché manchino i fatti, ma perché manca l’abitudine di guardare dietro i nomi famosi. Tutti conoscono Piero Angela. Molti conoscono Alberto. Pochissimi, invece, sanno che il padre del primo e il nonno del secondo fu un uomo che rischiò la fucilazione per salvare esseri umani destinati alla deportazione o alla repressione.


Carlo Angela era uno psichiatra, un medico, un direttore sanitario. E proprio dentro quel ruolo, apparentemente ordinario, trovò il modo di opporsi. Nella casa di cura Villa Turina Amione ricoverò persone sotto falso nome, manipolò diagnosi, costruì cartelle cliniche fittizie, fece apparire malati coloro che in realtà stavano solo cercando di restare vivi. È un dettaglio che colpisce: usò la burocrazia, non le armi. La carta contro la violenza. La diagnosi contro la caccia all’uomo.


Dopo l’8 settembre 1943 il Piemonte diventò un territorio di paura, delazioni, fughe improvvise. In quel clima, ogni letto di ospedale poteva diventare una trappola oppure una salvezza. Carlo Angela lo capì prima di molti altri. E capì anche che un medico, in certi momenti della storia, non cura solo il corpo: protegge la dignità, l’identità, perfino il diritto elementare a non sparire.


Il prezzo fu altissimo. L’arresto dell’11 febbraio 1944 non fu un incidente, ma la conseguenza concreta di ciò che stava facendo. Non era un gesto simbolico. Era resistenza vera, compiuta nel silenzio di corridoi, stanze, registri e porte socchiuse. Una resistenza senza retorica, senza divisa, senza medaglie immediate.


E forse il dettaglio più struggente viene dopo. Piero Angela, che allora era un ragazzo di quindici anni, parlò pubblicamente di questa vicenda solo molti anni dopo, quando arrivò il riconoscimento ufficiale. Come se perfino dentro quella famiglia il gesto del padre fosse rimasto custodito con pudore, quasi con il timore di trasformare in racconto ciò che era nato invece come dovere morale.


Yad Vashem lo riconobbe “Giusto tra le Nazioni” nel 2001. Una formula solenne, certo. Ma dietro quelle parole c’è una verità più semplice e più grande: un uomo normale scelse di non comportarsi da uomo normale in tempi anormali.


Ed è qui che la storia si fa scomoda. Perché ci obbliga a chiederci quante vite possano dipendere da una firma, da una stanza, da un medico che decide di non voltarsi dall’altra parte. E ci costringe anche a una domanda più amara: perché certi eroi entrano così tardi nella memoria collettiva italiana?


Non tutti i salvatori hanno una statua.

Alcuni hanno soltanto una cartella clinica falsa.

E proprio per questo sono impossibili da dimenticare.


In breve:

— Carlo Angela nascose e protesse perseguitati nella clinica Villa Turina Amione facendoli passare per pazienti.

— Fu arrestato l’11 febbraio 1944 per l’attività di aiuto svolta durante l’occupazione nazifascista.

— Yad Vashem lo riconobbe “Giusto tra le Nazioni” nel 2001, e la medaglia fu consegnata ai figli nel 2002.

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Armi contro il diabete

 





Diabete tipo 1 - autoimmunitario

Quando: Trial di fase 3 già in corso. Gli esperti puntano a 2030-2035 per avere una cura funzionale diffusa, non solo sperimentale.

Come: 3 strade principali

1. Cellule beta da staminali: Vertex ha pazienti senza insulina da 1+ anno dopo trapianto di cellule pancreatiche fatte in lab. Il corpo le accetta e tornano a produrre insulina da sole.

2. Immunoterapia: farmaci che “ri-educano” il sistema immunitario a non attaccare il pancreas. Teplizumab già approvato in USA per ritardare l’insorgenza di anni.

3. Pancreas bioartificiale: capsula con cellule beta impiantata. Fa da pancreas esterno, niente immunosoppressori.


Diabete tipo 2 - insulino-resistenza

Quando: Più complesso, perché c’entra stile di vita + genetica. “Sconfitto” = remissione senza farmaci.

Come: 

1. Farmaci GLP-1 tipo Mounjaro/Ozempic: 80% dei pazienti va in remissione se presi presto. Non è cura, ma ci va vicino.

2. Terapia genica: studi 2024-2025 per riprogrammare fegato/pancreas a gestire meglio glucosio.

3. Microbiota + AI: capisci qual cibo fa schizzare la glicemia A TE, non in generale. Nutrizione personalizzata.


L’arma segreta per entrambi: Sensori + pompa + AI. Il “pancreas artificiale” chiuso già esiste. Tra 5 anni sarà piccolo come un cerotto e deciderà l’insulina da solo.


“Sconfitto” non vuol dire che sparisce dal mondo. Vuol dire che chi ce l’ha non deve più pensarci. Come porti gli occhiali oggi.





Cellule beta nuove che nascono dalle staminali, che si accendono e tornano a produrre insulina. È proprio questo il meccanismo che Vertex e altre biotech stanno testando: impianti di cellule pancreatiche fatte in laboratorio che sostituiscono quelle distrutte.


Scientifico ma anche bello da vedere. Quelle che brillano sono letteralmente il futuro del diabete tipo 1.


Fenix

domenica 31 maggio 2026

Cesare

 


#Cesare narra di un curioso scambio di battute prima della battaglia di Farsalo con un suo centurione, Gaio Crastino:

"Mentre si accingeva a muovere l’esercito e a dare inizio all’azione, Cesare vide uno dei centurioni, uomo fidato ed esperto di guerra, incoraggiare i suoi soldati sfidandoli a gareggiare in valore. «O Gaio Crassinio», gli disse, chiamandolo per nome, «quali speranze abbiamo, e come stiamo a coraggio?». E lui, gridando e protendendo la destra: «Sarà una splendida vittoria, o Cesare. Quanto a me, oggi, o vivo o morto, mi ringrazierai!». Detto questo, per primo si slancia sul nemico, trascinandosi dietro nella corsa i suoi centoventi soldati. Travolti i primi della schiera vi penetra dentro aprendosi un varco con forza e con grande strage, finché non crolla infilzato dalla lama di una spada che gli attraversa la bocca spuntando fuori dalla nuca."


(Plutarco, vita di Cesare, 44)

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Commodo

 


"Quanti lo deridevano, #Commodo li dava in pasto alle belve. In quei momenti ordinò di gettare alle fiere anche uno che aveva letto il libro di Tranquillo contenente la vita di Caligola, solo perché il proprio giorno di nascita coincideva con quello di Caligola. Se uno diceva di essere disposto a morire per lui, lo faceva gettar giù da una rupe, nonostante le sue disperate proteste. Anche negli scherzi era esiziale. Per esempio, a qualcuno cui aveva notato dei capelli bianchi in mezzo a quelli neri, che davano quasi l’impressione di piccoli vermi, poneva sulla testa uno storno, così che questo credesse di dare la caccia a dei vermi, facendogli in tal modo venire delle piaghe sul capo per via delle beccate. Fece squarciare a mezzo la pancia a un grassone, perché ne uscissero fuori in un momento tutte le budella. Chiamava «monopodi» e «loschi» coloro ai quali aveva cavato un occhio o spezzato un piede. Inoltre mise a morte qua e là molte altre persone, quali perché si erano presentate a lui vestite alla maniera dei barbari, e quali per il loro abbigliamento troppo vistoso da persone nobili. Aveva tra i suoi oggetti di piacere degli uomini chiamati col nome delle pudende di entrambi i sessi, ai quali profondeva i suoi baci con particolare trasporto. Teneva anche con sé un uomo dal pene prominente oltre misure animalesche, cui aveva dato il nome di Onos, e che gli era quanto mai caro. Infatti lo arricchì e lo prepose al sacerdozio di Ercole Rustico. Si dice che spesso mischiasse a cibi pregiatissimi dello sterco umano, e che non avesse ritegno neppure ad assaggiarli, pensando con ciò di farsi beffe degli altri. Si fece servire su di un vassoio d’argento due gobbi contorti dopo averli fatti cospargere di senape, dopo di che seduta stante li promosse a qualche carica e li colmò di ricchezze. Gettò in una piscina il suo prefetto del pretorio Giuliano con la toga addosso, alla presenza dei suoi subalterni. E gli ordinò anche di danzare nudo davanti alle sue concubine, suonando il cembalo e con la faccia imbrattata da vari tipi di legumi cotti." (Historia Augusta, #Commodo, 10-11)

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Tacito, Agricola, 30

 


"#Romani, predatori del mondo intero: quando alle loro ruberie vennero meno le terre, si misero a frugare il mare. Se il nemico è ricco, eccoli avidi; se è povero, diventano arroganti. Né Oriente né Occidente potranno mai saziarli: soli fra tutti gli uomini riescono a essere ugualmente avidi della ricchezza e della povertà. Depredare, trucidare, rubare essi chiamano col nome bugiardo di impero. Dove passano, creano deserto e lo chiamano pace." (Tacito, Agricola, 30)

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