giovedì 28 maggio 2026

L’MSI NON HA MAI FATTO COSE BUONE

 




Quella sera a Sezze Romano. Quella sera del 28 maggio 1976. Un venerdì nero. Sezze è un piccolo centro di provincia, arroccato sui monti attorno a Latina. Ventimila anime. Una lunga tradizione antifascista: la “Stalingrado dei Lepini”.


Siamo in piena campagna elettorale per le politiche del 21 giugno. Piazza IV Novembre. Sono passate da poco le 20. Il comizio del deputato del MSI, Sandro Saccucci, è appena cominciato. La piazza rumoreggia. Ribolle. Bordate di fischi.


Saccucci urla: «Se non mi volete ascoltare con le buone, mi ascolterete con questa!», e brandisce una pistola. Pochi istanti dopo, il camerata Saccucci spara in aria. Non era mai accaduto nella storia dell’Italia repubblicana che un parlamentare sparasse durante un comizio elettorale. Ma Saccucci si sente coperto dall’immunità parlamentare.


Parte una sassaiola. Saccucci ordina la ritirata. Ma non è una fuga: è un raid.

Il corteo di uomini e auto è guidato dal maresciallo dei carabinieri e agente del SID, Francesco Troccia, originario di Sezze. Da una decina di auto cariche di camerati partono spari all’impazzata. Colpi anche contro l’abitazione del sindaco. Da una Simca Mille verde esplodono colpi di pistola ad altezza d’uomo.


Sul selciato resta ucciso Luigi Di Rosa, un giovane iscritto al Partito Comunista. Antonio Spirito, militante di Lotta Continua, è ferito a un polpaccio.


Luigi Di Rosa ha 21 anni. Secondogenito di un muratore, è iscritto alla FGCI. Quel giorno ha lavorato con il padre per finire una scala alla periferia del paese.

Stava tornando a casa, una modesta abitazione in via Roma, quando si è trovato nel mezzo della spedizione punitiva dei gorilla di Saccucci.


A sparargli è stato Pietro Allatta, 44 anni, fanatico nazifascista. Ad Aprilia, dove vive, lo conoscono tutti: rissoso, violento. Ha chiamato il figlio Benito. Allatta gira in camicia nera, sempre armato, accompagnato da due dobermann. Nella sua abitazione i carabinieri trovano un arsenale. Sulle pareti, ritratti di Mussolini e Hitler. Ha fondato un gruppuscolo chiamato “Aquila Romana”.


È lui l’assassino. È lui uno degli sgherri di Saccucci. Il deputato missino, ex maggiore dei parà, era già finito sotto inchiesta ai tempi del tentato golpe Borghese nel 1970. Il principe Junio Valerio Borghese lo considerava il suo “delfino”. Ma tutto finì in un nulla di fatto: la Camera negò l’autorizzazione a procedere.


Eppure Saccucci viene rieletto alle elezioni del 1976. Il 27 luglio la Camera autorizza il suo arresto per l’omicidio di Luigi Di Rosa, cospirazione politica e istigazione all’insurrezione armata (per il golpe Borghese). Saccucci fugge all’estero: prima nel Regno Unito, poi in Francia, Spagna e infine in Argentina. Pietro Allatta, riconosciuto colpevole, viene condannato a 13 anni. Ne sconta solo 8.


Saccucci, condannato in primo e secondo grado per concorso morale nell’omicidio, è assolto in Cassazione. Colpevole solo di reati minori, ormai prescritti.


Mariella, sorella di Luigi, dice:

«La cosa che mi lascia più sgomenta e mi addolora è la certezza che mio fratello non ha avuto giustizia fino in fondo. Responsabilità e complicità non sono state acclarate completamente. I responsabili della sua morte sono stati processati, ma alla fine tutto si è risolto con pene lievi, assurdamente sproporzionate alla gravità del gesto compiuto.»


Questo era, negli anni ’70, il partito di La Russa, Meloni, Rampelli e compagnia cantante. Oggi la Meloni fa la smemorata, quando urbi et orbi dichiara: «Il MSI ha combattuto la violenza politica.» Dirà che all’epoca non era ancora nata. Ma tanto nessuno glielo ricorderà. Anzi, le è consentito fare l’apologia di un partito nato dai reduci collaborazionisti di Salò.


Un partito che accolse con entusiasmo, come titolò Il Secolo d’Italia nel novembre 1969, il rientro di Ordine Nuovo fondato da Pino Rauti.

Un partito che ospitò Carlo Maria Maggi (condannato per la strage di Piazza della Loggia), Paolo Signorelli (del comitato centrale MSI, condannato per banda armata), Stefano Delle Chiaie, Franco Freda (Strage di piazza Fontana)


Come dimenticare quella Tribuna Politica del 1970, quando Giorgio Almirante auspicò un colpo di Stato all’ellenica, come quello dei colonnelli greci, per “salvare l’Italia dal comunismo”?


Anni in cui, nel novembre 1971, il procuratore generale di Milano Luigi Bianchi D’Espinosa aprì un’inchiesta contro Almirante e l’MSI per ricostituzione del partito fascista, a causa delle continue violenze squadriste e degli attentati firmati da militanti missini.


Il 24 maggio 1973 la Camera concesse l’autorizzazione a procedere contro Almirante. Il 6 giugno 1973 partì il processo contro Ordine Nuovo, che ne determinò infine lo scioglimento.


Un partito che chi usa il galateo istituzionale definirebbe “impresentabile”. Chi scrive, che è più terra terra, lo definisce per quello che è stato: un partito fascista e fuorilegge, che ha fatto dello squadrismo la sua ragione sociale.


Alfredo Facchini

Facebook 

*CUBA PER LA PACE! CONTRO L'AGGRESSIONE MILITARE USA!*

 



Cuba è sotto assedio. Quella che era una minaccia costante si sta trasformando nel rischio concreto di un'aggressione militare. L'ennesima contro un popolo che ha fatto della solidarietà la sua bandiera, in piena violazione del diritto internazionale.

Un embargo violento e criminale sta colpendo duramente la popolazione. L'inasprimento del bloqueo da gennaio sta provocando tra gli altri gravi effetti:

*  Il collasso delle strutture sanitarie.

*  L'aumento della mortalità infantile.

*  il rischio di carenze alimentari.

Questo è il prezzo che l'isola sta pagando per la difesa della sua indipendenza e per l'arroganza USA. Un vero e proprio crimine contro chi chiede solo pace e autodeterminazione. Il popolo cubano vuole e ha il diritto di vivere in pace.

Noi non staremo a guardare.


 Chiamiamo tutte e tutti alla mobilitazione generale al suo fianco!


*Giovedì 28 maggio 2026, ore 18:00 Piazza dei cinquecento /Piazza Gaza, Roma*


CUBA NON ESTÁ SOLA. 

PACE E AUTODETERMINAZIONE!

Giovanni Barbera

Aurelio De Laurentiis

 


Non è Silvio #Berlusconi che acquistò il #Milan in serie A con una multinazionale alle sue spalle #Fininvest. Non è Massimo #Moratti che acquistò l’Inter in serie A con una multinazionale alle sue spalle #Saras e non è nemmeno #Elkann che ha ereditato una società di famiglia, sempre in serie A.


Lui, è Aurelio #DeLaurentiis, che ha acquistato una società in serie C per 31 milioni di euro proveniente da un fallimento. Capito? Serie C! L’ha portata in serie A, alle spalle niente, zero, nessuna multinazionale, nessuno che gli metteva soldi sotto banco.


Nessuno gli ha comprato uno stadio o un centro sportivo. 


Ha vinto 2 Scudetti, 3 Coppe Italia e 2 Supercoppe italiane. 5 volte 2º e 4º volte 3º, 11 volte in Champions League, 17 volte in Europa, nessuno come lui.


Non ha i giornali e le TV che gli coprono il cuxx! Ha portato a Napoli Gonzalo #Higuain, Dries #Mertens  #Osimhen e #Kvara, 4 tra i migliori attaccanti al Mondo negli ultimi 20’anni. 


Nessun Presidente ha fatto ciò che ha fatto lui. Nessuno! Tutti hanno avuto strada spianata lui no, non aveva nemmeno i palloni da calcio. 


Gli hanno offerto 2.2 miliardi di euro per acquistare il Napoli, sarebbe una plus valenza epica del +13.000%. Pare abbia rifiutata. 

Io miglior Presidente della storia del calcio italiano, per distacco, e chi dovesse asserire il contrario è solo un coglxxx che non ha capito ciò che ha letto in questo post.


Rob

Il lato oscuro del calcio

Facebook 

Hagakure

 


⚔️ Lunedì 11 Maggio 2026


Esiste un libro che i samurai leggevano non per imparare a vincere.


Per imparare a non sprecare la vita.


Si chiama Hagakure — 葉隠 — “Nascosto tra le foglie”.

Il titolo completo è Hagakure Kikigaki (葉隠聞書): “Appunti dettati nascosti tra le foglie”.


Fu raccolto tra il 1709 e il 1716 dalle parole di Yamamoto Tsunetomo, samurai del clan Nabeshima, poi monaco buddhista con il nome di Jōchō.

A scriverlo fu un giovane discepolo, Tashiro Tsuramoto, che per anni ascoltò quei racconti in una capanna di montagna nell’attuale prefettura di Saga.


Per oltre due secoli il testo rimase interno al clan.

Non era pensato per il pubblico.

Non era un manuale eroico.

Era un libro domestico. Quasi segreto.


E forse è proprio questo il motivo per cui è sopravvissuto.


L’Hagakure nasce in un Giappone senza guerre.

I samurai non combattevano quasi più.

Compilavano documenti. Gestivano conti. Vivevano di disciplina mentre il mondo diventava amministrazione.


Tsunetomo aveva servito il daimyō Nabeshima Mitsushige fino alla morte del signore, nel 1700.

Voleva seguirlo nel junshi (殉死), il suicidio rituale di fedeltà.


Ma lo shogunato Tokugawa lo proibì.


E allora accadde qualcosa di profondamente umano:

un uomo cresciuto per morire trasformò quella fedeltà impossibile in memoria, parola, attenzione.


L’Hagakure nasce da una rinuncia.


Non dalla guerra.


Il giuramento che apre il Libro I infatti non parla di spade:


“Non resterò indietro nella Via del guerriero.

Servirò il mio signore.

Onorerò i miei genitori.

Agirò con compassione per il bene degli altri.”


Nessun eroismo teatrale.

Solo presenza.


E poi c’è una frase meno famosa della celebre “La via del guerriero è la morte”, ma forse molto più difficile da vivere:


“Le cose importanti vanno trattate con leggerezza.

Le cose piccole con serietà.”


Non è filosofia astratta.

È attenzione quotidiana.


Come rispondi a qualcuno.

Come chiudi una porta.

Come tratti chi non può esserti utile.


Persino Tsunetomo scriveva che un samurai doveva usare uno stuzzicadenti anche se non aveva mangiato, per non mostrare miseria agli altri.

Dentro pelle di cane.

Fuori pelle di tigre.


Dignità silenziosa.


Haiku del giorno — Chiyo-ni (1703–1775)


名月や

留守の人にも

丸ながら


Meigetsu ya

rusu no hito ni mo

maru nagara


Luna piena d’autunno —

anche per chi è lontano,

rimane piena


Chiyo-ni scrisse questi versi nel periodo maturo della sua vita, dopo essere diventata monaca buddhista della scuola Jōdo Shinshū.


Aveva perso il marito.

Aveva perso un figlio.


Eppure nei suoi haiku non cercava tragedia.

Cercava continuità.


Nel linguaggio poetico giapponese la luna piena (meigetsu) è simbolo di illuminazione buddhista.

Ma qui c’è qualcosa di più sottile:


la luce resta completa anche per chi è assente.


Per chi non vede.

Per chi non può restituire nulla.


È l’idea più profonda del servizio giapponese antico:

fare bene qualcosa anche quando nessuno applaude.


Forse è per questo che tante donne dell’epoca Edo restano quasi invisibili nei libri di storia.

Eppure tenevano insieme famiglie, case, clan, memoria.


Non molto diverso dalle onna-bugeisha raccontate in Sakura d’inverno: donne educate alla disciplina, alla perdita, alla continuità.

Non guerriere da leggenda.

Guerriere da resistenza quotidiana.


⚔️ Tre cose dall’Hagakure per oggi


1. Fai una cosa utile senza dirlo a nessuno


La lealtà più autentica non ha pubblico.


2. Decidi in sette respiri


“Pensa e decidi in sette respiri.”

Secondo l’Hagakure, troppa esitazione indebolisce il giudizio.


3. Tratta bene una cosa piccola


Una tazza.

Una risposta.

Un silenzio.


Il carattere si vede quasi sempre lì.


Nel Hagakure, perdere tempo era una forma di disonore.


Oggi lo chiamiamo distrazione.


— Yukisogna ⚔️


#yukisogna #SpadaEVentaglio #Hagakure #Bushido #Chiyoni #CulturaGiapponese #OnnaBugeisha #SakuraDinverno #GiapponeTradizionale #Haiku

Facebook 

Kodama

 


🎐 Martedì 12 Maggio 2026


(Altro post esageratamente lungo ma sono i miei yōkai preferiti.)


La scienza ha scoperto qualcosa che il Giappone sospettava da secoli: gli alberi parlano.


Attraverso reti sotterranee di micorrize, segnali chimici e scambi tra radici, le foreste comunicano, reagiscono, si avvertono.


La biologia lo chiama Wood Wide Web.


Il folklore giapponese aveva già un altro nome.


Kodama — 木霊.


Lo spirito che vive nel legno vecchio.


La voce del bosco.


L’eco che restituisce le tue parole.


Non una creatura decorativa.

Non i piccoli esseri bianchi resi famosi dal cinema.


Qualcosa di più antico.


Qualcosa che ascolta senza orecchie

e risponde senza bocca.


Kodama si scrive in tre modi, e ogni grafia apre una soglia diversa.


木霊 — spirito dell’albero.

La presenza che abita il tronco, che sembra respirare con la corteccia, che muore se l’albero cade.


木魂 — anima dell’albero.

Più profonda, più antica. L’anima che resta nella radice, nella fibra, nella memoria del legno.


木魅 — fascino dell’albero.

Quella vertigine che si prova davanti a un cedro millenario.

Non è paura.

È incanto.


È l’albero che ti guarda prima ancora che tu riesca a guardarlo davvero.


Tre nomi per la stessa presenza:

qualcosa che vive nel legno,

parla nel vento,

risponde nel silenzio.


I Kodama nascono vicino alla scrittura stessa del Giappone.


Nel Kojiki e nel Nihon Shoki, le più antiche cronache giapponesi, compare Kukunochi no Kami, divinità degli alberi, legata al mondo primordiale di Izanagi e Izanami.


Non è ancora uno yōkai.


È un kami.


Una presenza sacra.


Da quel nucleo antico, nei secoli, nascerà l’idea dello spirito che abita il legno.


Nel Wamuryorui Jyusho, dizionario enciclopedico compilato nel periodo Heian, il termine “kodama” appare anche come eco di montagna.


E qui il dettaglio è fondamentale.


Nel Giappone antico, l’eco non era soltanto riflesso acustico.


Era voce.

Era risposta.


Tu parlavi.


La montagna restituiva.


E qualcuno pensava:

qualcosa mi ha ascoltato.


Nel 1776, Toriyama Sekien inserisce il Kodama nel Gazu Hyakki Yagyō, la grande parata illustrata degli yōkai.


Ma il suo Kodama non è una creatura bianca e simpatica.


È una coppia di anziani che emerge da un albero cavo.


Un uomo e una donna.


Sorpresi.

Antichi.

Quasi infastiditi dall’essere stati visti.


Sekien ci dice qualcosa di preciso:

il Kodama non è “cosa”.


È presenza.


Ha età.

Ha volto.

Ha memoria.


È qualcuno che vive lì da prima di te

e continuerà dopo.


Durante il periodo Edo, molti spiriti antichi persero gradualmente il rango di divinità e vennero raccontati come yōkai.


Ma diventare yōkai non significava diventare meno profondi.


Significava entrare nelle storie.


Esistono racconti in cui i Kodama si innamorano degli esseri umani, prendono forma umana e vivono accanto alla persona amata.


Non è solo romanticismo.


È confine.


La natura che tenta di avvicinarsi all’uomo.


L’uomo che crede di poter trattenere ciò che appartiene al bosco.


E, come spesso accade nelle storie antiche, qualcosa prima o poi si spezza.


Perché uno spirito dell’albero può avvicinarsi alla vita umana.


Ma non può diventare umano senza perdere una parte di sé.


Nelle montagne giapponesi, l’eco si chiama yamabiko — 山彦.


Eco di montagna.


In alcune tradizioni, yamabiko e kodama si sfiorano fino quasi a confondersi.


Quando gridi e senti la voce tornare, non è solo fisica.


È conversazione.


Il linguaggio del bosco funziona così:


tu parli,

il Kodama ripete.


Non aggiunge.

Non corregge.

Non consola.


Restituisce.


E a volte essere ascoltati senza essere interrotti è già una forma di cura.


Cosa rara, visto che gli esseri umani hanno trasformato perfino il silenzio in una notifica.


Okinawa: il pianto degli alberi


Nelle isole più a sud, a Okinawa, esistono figure vicine agli spiriti degli alberi.


Il kinushi.


Il kijimuna.


Presenze legate ai grandi alberi, ai tronchi cavi, alle foreste umide, ai gajumaru, i baniani dalle radici aeree.


Secondo alcune leggende, se di notte senti il suono di un albero che cade nel bosco, non è soltanto legno.


È il pianto dello spirito che lo abitava.


Un’immagine dura.


Ma antica.


Perché per molte culture tradizionali l’albero non era materiale.


Era casa.


Tagliarlo senza chiedere significava rompere un’abitazione invisibile.


Non tutti gli alberi hanno un Kodama.


Solo quelli vecchi.


Molto vecchi.


Centinaia di anni.


Quando un albero raggiunge quell’età, può essere segnato con una shimenawa — 注連縄 — la corda sacra di paglia intrecciata con strisce di carta bianca.


La stessa che si vede nei santuari shintoisti.


Non è decorazione.


È un segnale.


Qui abita qualcosa.

Qui non si taglia senza sapere.

Qui non si entra senza rispetto.


A volte, però, l’albero deve cadere.


Per costruire.

Per aprire una strada.

Per preparare una casa.


E allora si chiede permesso.


In alcune tradizioni si offrono riso, sale, sake.


Prima di costruire una casa, ancora oggi può essere celebrato il Jichinsai — 地鎮祭 — rito shintoista per pacificare la terra.


Il sacerdote invoca le divinità del luogo.


Si offrono sake, riso, sale, frutta, verdura.


Si chiede protezione.


Poi la presenza sacra viene congedata.


Non è solo superstizione.


È memoria rituale.


È il modo in cui una cultura ricorda all’uomo che costruire significa sempre prendere spazio a qualcosa.


Ise Jingū: dove il legno resta sacro


A Ise Jingū, uno dei luoghi più sacri del Giappone, il rapporto tra albero, rito e continuità è ancora più evidente.


Il santuario viene ricostruito ogni vent’anni nel rito dello Shikinen Sengū — 式年遷宮.


Da oltre 1.300 anni.


Il legno cambia.


La forma resta.


Il santuario viene smontato e ricostruito accanto al precedente, trasmettendo tecniche, gesti, misure, conoscenze artigiane.


Non è nostalgia.


È continuità viva.


Quando il legno viene scelto e lavorato, il gesto non è soltanto tecnico.


È rituale.


Ci sono inchini.

Preghiere.

Attenzione alla montagna.


Come se ogni trave dovesse conservare qualcosa dell’albero da cui proviene.


In Giappone esistono luoghi dove il legno non viene trattato soltanto come materiale.


Viene trattato come memoria.


E forse questo è uno dei motivi per cui gli spiriti degli alberi non sono mai davvero scomparsi.


Hanno solo cambiato forma


Sull’isola vulcanica di Aogashima, a sud di Tokyo, si conserva ancora memoria di culti e luoghi legati agli spiriti degli alberi.


Su Hachijō-jima, prima di abbattere un albero, alcune tradizioni ricordano offerte di riso e sale allo spirito del luogo.


Il Kodama non vive solo nei testi antichi.


Resta nei gesti.


Nel modo in cui una comunità si avvicina a un bosco.


Nel rispetto per un albero troppo vecchio per essere considerato soltanto “legna”.


E oggi, in modo diverso, ritorna anche nello shinrin-yoku — 森林浴.


Il “bagno nella foresta”.


Una pratica nata in Giappone negli anni Ottanta e oggi studiata anche dalla medicina: camminare lentamente tra gli alberi, respirare, ascoltare, restare.


Alcune ricerche osservano effetti sullo stress, sulla pressione, sul battito cardiaco, sul sistema nervoso.


I ricercatori parlano di fitoncidi, sostanze volatili rilasciate dalle piante.


Il folklore parlava di spiriti.


Due lingue diverse.


Una guarda i dati.


L’altra guarda la presenza.


Ma entrambe indicano lo stesso punto:

l’essere umano cambia quando entra in un bosco e smette, almeno per qualche minuto, di sentirsi il centro del mondo.


Piccolo shock, lo so.

La specie non l’ha presa benissimo.


La scienza del Wood Wide Web e il folklore del Kodama si incontrano qui.


Gli alberi comunicano.


La biologia parla di scambi sotterranei, segnali chimici, relazioni tra organismi.


Il Giappone antico parlava di spiriti.


Non è la stessa cosa.


Ma racconta lo stesso bisogno:

sentire che il mondo non è muto.


Che ciò che diciamo non cade sempre nel vuoto.


Che una voce, affidata al bosco, può tornare indietro trasformata in eco.


Certe figure del folklore giapponese continuano a colpire perché non sono semplici “mostri”.


Sono frammenti di un modo antico di leggere il mondo.


Il Kodama non spaventa davvero.


Non appare per divorare.


Non seduce per distruggere.


Sta.


Osserva.


Risponde.


E ricorda che ogni bosco ha una soglia.


Oltre quella soglia, non si entra da padroni.


Si entra da ospiti.


Tre cose da fare oggi


Fermarsi davanti a un albero vecchio senza fotografarlo subito.


Ascoltare un suono naturale senza cercare di nominarlo.


Scrivere una parola, un nome o un ricordo che non si è mai riusciti a dire.


Questo post è per chi oggi parla e sente di non essere capito.


Per chi ha bisogno che qualcosa restituisca almeno una parte della voce.


Per chi ha un messaggio che non sa più dove mandare.


Il Kodama non promette risposte.


Non promette soluzioni.


Promette solo questo:


se parli nel bosco,

il bosco ripete.


E in quella ripetizione c’è una forma minima di esistenza.


La prova che una voce è passata.


Che qualcosa l’ha ricevuta.


Che non tutto ciò che viene detto scompare.


💬 Lascia qui sotto una parola, un nome, un ricordo o un messaggio per qualcuno che non può risponderti.


Non serve spiegare.


Il bosco sa.


— Yukisogna 🎐


#yukisogna #SpadaEVentaglio #Kodama #Yokai #ShinrinYoku #ForestBathing #WoodWideWeb #NaturaGiapponese #CulturaGiapponese #IseJingu #ShikinenSengu #FolkloreGiapponese

Facebook 

Inemuri

 


Questa sera niente Giappone da cartolina.


Oggi parliamo del prezzo della perfezione.

Di persone che dormono sui treni perché non dormono più davvero.

Di una società che ha inventato una parola per morire lavorando.


La parte più inquietante?

Somiglia molto più a noi di quanto pensiamo.


In Giappone esiste una scena che milioni di turisti fotografano pensando sia poesia.


Un uomo in giacca e cravatta dorme in metropolitana.

La testa piegata in avanti.

La ventiquattrore stretta tra le ginocchia.

Il neon bianco addosso come luce obitoriale.


Sotto i video scrivono:

“Che popolo disciplinato.”

“Che etica del lavoro incredibile.”

“Dovremmo imparare da loro.”


Certo.

Magari iniziando dall’infarto.


Perché il Giappone ha inventato una parola precisa per morire di lavoro:


Karōshi (過労死).


Morte da troppo lavoro.

Non metafora motivazionale da LinkedIn col samurai in controluce.

Infarto.

Ictus.

Suicidio.

Corpo che smette di funzionare dopo mesi o anni passati a produrre abbastanza da essere considerato “utile”.


Il Ministero della Salute giapponese registra ogni anno oltre mille casi riconosciuti tra morte e gravi patologie legate all’overwork.

Secondo studiosi e attivisti, quelli reali sono molti di più.


E la parte più inquietante non è nemmeno la morte.


È il fatto che il sistema continui a sembrare elegante mentre succede.


In Giappone esiste anche un’altra parola:


inemuri (居眠り).


“Dormire mentre si è presenti.”


È normale vedere salaryman addormentati sui treni, studenti crollati sui libri, impiegati che dormono seduti alla scrivania.


E no, non è sempre visto come qualcosa di negativo.


In certi casi è quasi uno status symbol.


Secondo la studiosa Brigitte Steger dell’Università di Cambridge, l’inemuri comunica che una persona si è sacrificata così tanto per il proprio ruolo sociale da non riuscire più a restare sveglia.


Il corpo collassa.

La produttività, teoricamente, no.


Per questo il dormiente deve restare “socialmente disponibile”: testa piegata, postura composta, pronto a rialzarsi immediatamente appena qualcuno lo chiama.


Non è riposo.

È buffering umano.


E naturalmente esiste una gerarchia pure nel crollo nervoso.


I giovani devono restare impeccabili.

Chi è più in alto può permettersi di addormentarsi in riunione senza sembrare incompetente.


Come se il diritto allo sfinimento dovesse essere meritato.


Il Giappone dorme in pubblico non perché riposa.

Dorme in pubblico perché spesso non ha più il tempo biologico per dormire davvero.


Secondo OECD e National Sleep Foundation, il Giappone è stabilmente tra i paesi industrializzati che dormono meno.


L’inemuri non è benessere zen.

È il cerotto estetico sopra una frattura sociale.


E poi c’è il konbini.


Quello che noi occidentali trasformiamo in reel rilassanti con musica e pioggia in sottofondo.


Luci perfette.

Scaffali perfetti.

Onigiri perfetti.

Disponibile 24 ore su 24.


Anche l’esaurimento, volendo.


Nel 2019 un franchisee di Osaka decise di chiudere il proprio 7-Eleven dalle 1:00 alle 6:00 del mattino per riuscire a dormire qualche ora.


La compagnia reagì accusandolo di violazione contrattuale e chiese circa 17 milioni di yen di penale e danni.

Più o meno oltre 100.000 euro.


Per aver provato a dormire.


Il problema non era la salute dell’uomo.

Il problema era interrompere l’illusione che tutto dovesse essere disponibile sempre.


La macchina deve restare accesa.

Anche quando chi la tiene in piedi si sta spegnendo.


Anche il teatro Takarazuka, spesso raccontato come simbolo di eleganza e disciplina assoluta, ha mostrato il lato più tossico della dedizione.


Una giovane attrice di 25 anni lavorava oltre 400 ore al mese, dormiva circa tre ore per notte e subiva umiliazioni continue da parte dei senpai.


Nel 2023 si è suicidata.


A quel punto tutti scoprono improvvisamente la parola “pressione”.


Prima la chiamavano disciplina.


E noi?


Noi guardiamo il Giappone come un’estetica.


Il treno puntuale.

Il tè servito lentamente.

Il konbini illuminato nella notte.

Il silenzio composto.

L’ordine.


Quasi mai il prezzo.


Eppure la distanza con l’Italia è molto meno romantica di quanto crediamo.


Qui non diciamo karōshi.

Qui diciamo:

“stress.”

“periodo difficile.”

“burnout.”

“malore improvviso.”


Parole più morbide.

Più eleganti.

Perfette per evitare di parlare del problema vero.


Abbiamo il rider che consegna alle due di notte sotto la pioggia.

Abbiamo il call center con turnover continuo.

Abbiamo le mail alle 23:47 con scritto “solo un attimo”.

Abbiamo gente che risponde dal letto per paura di sembrare poco collaborativa.


E se qualcuno crolla?


Altro caffè.

Altra tachicardia.

Altra settimana.


Finché regge.


Il Giappone ha inventato una parola per morire di lavoro.


E un’altra per dormire mentre continua a lavorare.


Noi spesso abbiamo solo persone distrutte che cercano di sembrare funzionali abbastanza da non essere sostituite.


Forse è questo il dettaglio più inquietante del cosiddetto “modello perfetto”.


Non il fatto che qualcuno si spezzi.


Il fatto che il sistema continui a sembrare bellissimo anche mentre succede.

Yukisogna 


#Giappone #Karoshi #Inemuri #CulturaGiapponese #SocietàGiapponese #Overwork #Burnout #Lavoro #LaSpadaEIlVentaglio #Yukisogna

Facebook 

Lo specchio

 


☀️ Martedì 19 Maggio 2026


In Giappone esiste una dea che, a un certo punto, smise di illuminare il mondo.


Si chiama Amaterasu — 天照大神 — la grande dea del sole dello shintō.


Non morì.

Non venne sconfitta.

Scelse di sparire.


Secondo il Kojiki (古事記), il più antico testo mitologico giapponese compilato nell’VIII secolo, il fratello Susanoo — dio delle tempeste e del caos — devastò le risaie sacre, distrusse i canali d’acqua e profanò il luogo dove le donne divine tessevano per gli dèi.


Allora Amaterasu si ritirò dentro una grotta di pietra.


天岩戸

Ama-no-Iwato.

“La caverna della roccia celeste.”


Chiuse la porta.


E il mondo diventò buio.


Nei racconti antichi giapponesi il sole non è maschile.

È una presenza femminile.

Questo, ancora oggi, sorprende molti occidentali abituati a immaginare il sole come forza eroica, maschile, dominante.


Nel mito giapponese, invece, la luce si ferisce.

Si stanca.

Si nasconde.


Gli dèi provarono a tutto per farla uscire.

Preghiere. Offerte. Solennità.


Niente.


Poi Ame-no-Uzume — dea dell’alba, della danza e dell’imprevisto — fece qualcosa che nei miti antichi appare quasi scandaloso.


Rise.


Batté i piedi sulla terra rovesciata.

Danzò in modo scomposto.

Si prese gioco della situazione stessa.


E gli dèi risero con lei così forte che il rumore attraversò il cielo.


Dal fondo della grotta, Amaterasu sentì quelle voci.


Aprì appena la porta di pietra.


Fuori avevano appeso uno specchio sacro.


八咫鏡

Yata no Kagami.


Uno dei tre tesori imperiali del Giappone ancora oggi.


Amaterasu vide la propria luce riflessa.


E uscì.


Non per obbedienza.

Non per dovere.

Forse perché nessuna luce sopporta troppo a lungo di non essere vista nemmeno da sé stessa.


Ancora oggi, in molti santuari shintō, lo specchio rappresenta la presenza divina più della statua.


Perché nello shintō gli dèi spesso non hanno volto.


Hanno riflessi.


Tre piccole cose di oggi


• Restare in silenzio qualche secondo prima di aprire notifiche o messaggi.

• Mangiare almeno un pasto senza fare altro nello stesso momento.

• Fermarsi davanti a uno specchio distrattamente, e accorgersi di farlo.


Forse alcune persone spariscono nello stesso modo delle divinità antiche.


Non perché non abbiano più luce.

Ma perché, per troppo tempo, nessuno l’ha guardata davvero.


Yukisogna ☀️


#Amaterasu #MitologiaGiapponese #Shinto #CulturaGiapponese #Giappone #Kojiki #MitiGiapponesi #LaSpadaEilVentaglio

Facebook