venerdì 18 settembre 2026

La voce regina...

 


I cantanti castrati nell’Italia barocca erano maschi a cui prima della pubertà erano stati asportati chirurgicamente i testi-coli, perché fosse bloccato il loro sviluppo ormonale al fine di mantenere una voce con tonalità acute e potente.

Erano molto in voga nel panorama operistico del XVII secolo (1600) e XVIII secolo (1700). All’epoca non venivano chiamati “castrati”, ma più generalmente “musici” o “evi-rati”.

Una volta appurate le loro doti canore, i bambini venivano sottoposti a questo barbaro intervento che bloccava il tipico cambio di voce che ha luogo durante la pubertà

La voce che scaturiva era cristallina e acuta come quella di una donna, ma anche abbastanza potente da poter raggiungere le note più basse.

Diventavano così controtenori e sopranisti, ruoli oggi interpretati dalle voci femminili dei soprani e mezzosoprani.

La pratica dei cantori evi-rati era molto diffusa nello Stato Pontificio, perché le donne non potevano esibirsi in pubblico (il divieto, imposto da papa Sisto V nel 1588, restò in vigore fino al 1878, quando papa Leone XIII proibì che la Chiesa continuasse a scritturare i castrati), e a Napoli, dove nel Settecento ogni anno quattromila ragazzi venivano sottoposti all’intervento.

Questi bambini spesso provenivano da orfanotrofi, dove impresari senza scrupoli sceglievano i candidati; altre volte provenivano dai ceti più bassi della popolazione: le loro famiglie li vendevano a un maestro di canto o a una istituzione ecclesiastica sperando di riceverne ricchezze.

I ragazzini che subivano l’operazione andavano incontro a uno sviluppo molto particolare. La voce restava acuta; inoltre, tutte le caratteristiche sessuali secondarie, che in genere in condizioni normali prendevano forma, come il crescere dei peli sul corpo e sul viso, nei castrati non si sviluppavano.

I cantanti castrati erano soprattutto italiani. Viaggiavano in tutta Europa; li troviamo in tutte le nazioni europee, dalla Spagna alla Russia, alla Germania, in Inghilterra, oltre che naturalmente in Italia ed erano molto ben pagati.

Molti di loro divennero vere e proprie celebrità internazionali, ne è un esempio Farinelli (vero nome Carlo Broschi, 1705-1782), uno dei più famosi dell’epoca, che divenne il cantore personale del re di Spagna Filippo V. Tra i più noti del Settecento citiamo anche Salimbeni e Porporino.

A partire dal 1730-1740 il fenomeno incominciò a decadere.

L’ultimo cantante castrato fu Alessandro Moreschi (1858-1922), conosciuto come “l’Angelo di Roma”, impiegato nel coro della Cappella Sistina fino al 1913.

Immagine: Ritratto di Carlo Maria Broschi, detto Farinelli, che fu tra i più celebri cantanti castrati; il dipinto fu eseguito dall’amico Jacopo Amigoni nel 1750 e si trova a Madrid nella Real Accademia de Bellas Artes de San Fernando.

https://www.studiarapido.it/cantanti-castrati-nellitalia-barocca/


Alessandro Barbero

Facebook 

 

“Io non posso giurare a Hitler”.

Queste parole, scandite con voce ferma e ben udibile da tutti i presenti, fecero calare il gelo sul già freddo cortile interno della caserma di Konitz, nella Prussia orientale (oggi Chojnice, in Polonia).


La mattina del 4 ottobre 1944, il maresciallo di turno aveva appena terminato di coordinare le prove generali della cerimonia prevista per l’indomani, durante la quale alle reclute chiamate a rimpolpare le fila delle SS si sarebbe chiesto se fossero pronte a “obbedire sino alla morte, giurando fedeltà e coraggio” al Führer .


A pronunciare quella frase inaudita fu un ragazzone dal volto sorridente che gli amici chiamavo “il Pepi”.


Al comandante che lo chiamò a rapporto, spiegò con grande enfasi e sangue freddo che il suo «non possum» era dettato da motivi religiosi.


Uno che della fede cattolica aveva fatto il proprio credo politico e militante, non poteva certo giurare fedeltà all’uomo che al contrario incarnava un sistema anticristiano, paganeggiante e inconciliabile con la dottrina e il magistero della Chiesa.


In breve, il Pepi credeva nella Croce di Cristo, non in quella uncinata. 


Josef Mayr-Nusser, nato ai Piani di Bolzano il 27 dicembre 1910, era il quarto dei sei figli di una famiglia di contadini del maso Nusser, gente dai valori semplici e concreti e dalla fede autentica e profonda.


La perdita del babbo durante la Grande Guerra l’obbligò fin da ragazzino a rimboccarsi le maniche, coniugando il lavoro con lo studio in giornate lunghe e faticose, nelle quali difficilmente mancavano momenti dedicati allo sport e alla lettura, in particolare dei testi di Tommaso Moro.


La preghiera invece non mancava mai, così come la presenza alle riunioni della “Katholische Aktion” (l’Azione Cattolica del Sud Tirolo) e della Conferenza altoatesina della Società di San Vincenzo de’ Paoli.


Che “il Pepi” fosse uno tosto, che non aveva paura di andare controcorrente, lo si era capito già nel 1939 quando, in occasione delle “Opzioni dell’Alto Adige”, in quanto cittadino di madrelingua tedesca gli fu chiesto se aderire al Terzo Reich adottando la cittadinanza austriaca oppure rimanere, mantenendo quella italiana.


Lui si schierò fra i “Dablieber”, quelli cioè che “vogliono restare qui”, e come lui fece la fidanzata Hildegard Straub con la quale Josef condivideva, oltreché l’impiego presso la stessa azienda, anche gli ideali e l’impegno sociale.


Un bello scatto li ritrae radiosi ed eleganti in occasione delle nozze celebrate il 26 maggio 1942, allietate l’anno successivo dalla nascita del piccolo Albert.


Fu proprio a Hildegard che Josef chiese il conforto e il sostegno necessari quando, dopo essere stato condannato a morte dal tribunale militare di Danzica per disfattismo, volle giustificarsi per averla “gettata nel dolore terreno con la mia professione di fede”, aggiungendo che il “dovere di testimoniare era inevitabile, perché due erano i mondi che si scontravano l’uno contro l’altro”.


L’avvicinarsi dell’Armata Rossa accelerò i tempi della sua deportazione al campo di concentramento di Dachau, dove però Josef non arrivò mai.


Rinchiuso con altri disperati su un treno piombato, spirò di fame, sete e stenti il 24 febbraio 1945, quando il convoglio si trovava alla stazione di Erlangen.


Nel Duomo di Bolzano, dove riposano le sue spoglie mortali, il 18 marzo 2017 “il Bepi” è stato dichiarato beato.


Accompagna questo scritto una foto di Josef Mayr-Nusser nel giorno delle nozze.


(Testo di Anselmo Pagani scritto senza ricorso alla IA)


Facebook 

John McAfee

 


JOHN


Ti chiamavi John. John McAfee.


E sei nato il 18 settembre 1945.


Hai dato il tuo nome a un antivirus e poi hai trascorso buona parte della vita comportandoti come qualcosa che un antivirus avrebbe cercato disperatamente di mettere in quarantena.


Già questo basterebbe.


Ma con te non basta mai niente.


Fosti programmatore, imprenditore, milionario, guru, candidato alla presidenza degli Stati Uniti, latitante, profeta delle criptovalute e soprattutto instancabile produttore di una biografia nella quale distinguere i fatti dalle provocazioni e dalle balle raccontate da te medesimo richiede ormai un archeologo.


Eppure all’inizio sembravi quasi normale.


Nato in Inghilterra da padre americano e madre britannica, cresciuto negli Stati Uniti, lavorasti come programmatore quando i computer occupavano stanze intere e la parola influencer avrebbe fatto pensare soltanto all’influenza.


Negli anni Ottanta intuisti il potenziale dei virus informatici e nel 1987 fondasti la McAfee Associates, sviluppando uno dei primi antivirus commerciali di grande diffusione.


Il tuo cognome finì su milioni di computer.


McAfee.


Per un’intera generazione significò quella finestrella che compariva sullo schermo per ricordarti che il mondo era pieno di minacce.


Molti anni dopo dichiarasti di detestare quel software e pubblicasti persino un video surreale spiegando come disinstallarlo.


Una specie di dottor Frankenstein che torna al castello e dice: sapete che c’è? Questo mostro mi sta proprio sul caxxo.


Avevi lasciato l’azienda negli anni Novanta e avevi fatto molti soldi.


Una persona normale avrebbe comprato una villa, una barca e magari una cantina in Toscana.


Tu scegliesti di diventare definitivamente John McAfee.


Ti trasferisti in Belize, costruisti una proprietà, ti circondasti di āe i, guardie e storie sempre più difficili da verificare. Nel 2012 la polizia volle interrogarti nell’ambito delle indagini sull’ōmicidio del tuo vicino Gregory Faull.


Non fosti incriminato per quell’ōmicidio e negasti ogni coinvolgimento.


Ma invece di presentarti con un avvocato, scappasti in Guatemala.


Naturalmente.


Perché presentarsi tranquillamente sarebbe stato terribilmente poco McAfee.


Da quel momento la tua vita diventò definitivamente un genere letterario.


Ti candidasti alla presidenza americana, promuovesti criptovalute, lanciasti proclami e dichiarasti pubblicamente di non presentare dichiarazioni dei redditi da anni.


Una strategia fiscale innovativa.


Generalmente chi evade le tasse cerca almeno di non farlo sapere.


Tu praticamente pretendevi il comunicato stampa.


Nel 2020 venisti arrestato in Spagna su richiesta degli Stati Uniti, dove eri accusato di evasione fiscale. Il 23 giugno 2021 un tribunale spagnolo autorizzò la tua estradizione.


Poche ore dopo venisti trovato morto nella tua cella.


Avevi settantacinque anni.


Le autorità spagnole conclusero che si trattava di suicidio.


Naturalmente neppure la morte riuscì a mettere ordine nella tua storia, perché avevi trascorso anni ad alimentare sospetti, complotti e dichiarazioni secondo cui, se fossi morto in determinate circostanze, non si sarebbe dovuto credere alla versione ufficiale.


E così facesti una cosa perfettamente coerente con tutta la tua esistenza:

lasciasti una teoria del complotto persino sulla tua morte.


Forse è questo che rende la tua storia così irresistibile.


Eri un uomo intelligentissimo che a un certo punto sembrò decidere che la realtà fosse troppo piccola per contenerlo.


E allora cominciasti ad allargarla.


A forza di denaro, fughe, armi, sėsso, tecnologia, politica, paranoia e provocazioni, finché diventò impossibile capire dove finisse John McAfee e dove cominciasse il personaggio John McAfee.


Ti chiamavi John.


John McAfee.


Hai creato uno dei software più famosi della storia dell’informatica e poi hai trascorso trent’anni a tentare di diventare più ingestibile di qualunque virus avessi combattuto.


Alla fine ci riuscisti.

Facebook 

giovedì 17 settembre 2026

Il Conte di Montecristo

 


“Il Conte di Montecristo" è uno dei capolavori più celebri di Alexandre Dumas, pubblicato per la prima volta nel 1844. Il romanzo narra la storia di Edmond Dantès, un giovane marinaio che viene ingiustamente imprigionato nel castello d'If a causa di una cospirazione orchestrata da quattro uomini invidiosi del suo successo. Durante la sua prigionia, Dantès incontra l'abate Faria, un altro prigioniero che gli rivela l'esistenza di un immenso tesoro nascosto sull'isola di Montecristo. Dopo una spettacolare fuga, Dantès trova il tesoro e assume l'identità del conte di Montecristo, dedicando la sua vita a vendicarsi di coloro che lo hanno tradito.


Il romanzo è un'epopea di vendetta e redenzione, esplorando temi come la giustizia, il regolamento di conti, il perdono e la trasformazione personale. La trama è intricata e ricca di colpi di scena, mantenendo il lettore avvinto fino all'ultima pagina. Dumas è magistrale nel creare personaggi complessi e sfaccettati, ognuno con le proprie motivazioni e debolezze. La narrazione è vivida e dettagliata, trasportando il lettore attraverso le ambientazioni esotiche e le atmosfere cupe della Francia post-napoleonica.

Facebook 

mercoledì 16 settembre 2026

Marco Branca

 


"Quando diventai 'Il cigno di Grosseto'? Andavo verso i trent’anni, ma non è mai tardi per essere paragonato a Van Basten: erano i tempi di Parma, credo.


I gol spesso belli e difficili? Ma a fine carriera ho capito che serviva anche la manovalanza alla Inzaghi.


Gli inizi al Cagliari? Ero al Grosseto, feci un discreto provino con l’Inter ma il presidente Amarugi sparò alto, 50 milioni. Poi comprò il Cagliari e mi portò lì, stipendio da 65.000 lire al mese e neanche tutti i mesi. Così, se non ci accompagnava Reginato con la sua Due cavalli rossa o Nené con una macchina scassatissima, ad allenarci andavamo in pullman: se saliva il controllore, scendevamo. Allenatore Giagnoni, ma lì non metteva il colbacco perché era troppo caldo, e presidente Gigi Riva: a fine partitelle del giovedì si metteva la tuta e mi diceva 'Guarda come calciare'. Certe sassate...


L’Udinese? In squadra con Ciccio Graziani e Bertoni, quanti consigli: ero bravo tecnicamente, sapevano che erano parole spese bene. Feci anche un gol alla Juve marcato da Pasquale Bruno, ma non ricordo falli punitivi...


Perché alla Sampdoria non funzionò il triangolo Branca-Mancini-Vialli? Il Mancio mi voleva in campo, ma era difficile reggere tre punte così. Però nell’anno dello scudetto ci ho messo del mio: cinque gol quando mi sono stati chiesti, e quasi tutti decisivi.


(Alla Fiorentina una sola stagione, con avvio complicato) Vero: arrivai e Radice mi disse 'Tu porta il sacco dei palloni degli attaccanti'. Vero anche che non gli risposi: 'Ma certo, mister'. Con Dunga ci capivamo al volo, Batistuta era al primo anno e mi vedeva come un concorrente, ma eravamo diversi, io attaccante molto più duttile. Una volta a Cagliari, in dieci, Ulivieri mi fece fare pure il libero... Vittorio Cecchi Gori mi diceva: 'Lei è bello come un attore, le presenterò qualche mia attrice'. Attrici presentate? Zero.


Un po’ di burrasca anche a Parma? Giocavamo spesso io e Zola, eravamo in corsa per lo scudetto. Sacchi, allora ct, è annunciato al Tardini, ma la sera prima Scala mi bussa in camera: 'Domani gioca Asprilla: questioni tecniche'. Non fui gentile con lui, e da allora non ho giocato quasi mai.


(A Roma una parentesi breve) ma divertente: Totti aveva 19 anni e parlava esattamente come parla adesso, ci ammazzavamo dal ridere. Mazzone fu sincero: 'Con me, Balbo e Fonseca giocano pure zoppi. Però ti do una mano per convincere Sensi a venderti'. 


Mazzola all'Inter disse: 'Abbiamo preso il Cantona italiano'? Eh, lui aveva una personalità più debordante, ma in qualche movenza potevo ricordarlo. Ero al top, l’avevo già fatto vedere all’Olimpiade di Atlanta: quattro gol dell’Italia, tutti miei. Quando segnai nel derby ero così sicuro di me da sentire che in quell’azione ci sarebbe stato un rimpallo: ero già in posizione per tirare in porta".

(Marco Branca, da un'intervista alla Gazzetta dello Sport) 


📸 Branca ai tempi dell'Olimpica di Cesare Maldini. Purtroppo, quelle di Atlanta furono le sue uniche presenze in azzurro

Facebook 

Emendamento Rampelli contro la Costituzione e contro il diritto UE.



 

 Mafie sulle poltrone ??..


L'emendamento proposto da Fabio Rampelli (FdI) al Decreto Pubblica Amministrazione (Dl 144/2026) solleva un forte scontro giuridico.

La norma, pensata per vietare al Campidoglio la riassegnazione, di eventuali stabili acquistati dal Comune, a famiglie senza titolo, tale norma ha sollevato contestazioni di costituzionalisti ed esperti di diritto.

Il testo presenta profili di illegittimità evidenti, in contrasto sia con la Carta costituzionale italiana sia con i trattati dell'Unione Europea.

Ecco i motivi principali per cui il provvedimento rischia la bocciatura legale:

1-I profili di incostituzionalità; Attacco all'autonomia locale (Art. 5 e 118 Cost.): La norma limita il potere decisionale del sindaco e della giunta, impedendo al Comune di gestire autonomamente il proprio patrimonio immobiliare.

2-Violazione del principio di uguaglianza (Art. 3 Cost.): Il divieto automatico non permette di valutare le singole situazioni, ignorando la presenza di soggetti vulnerabili come minori, anziani e disabili.

3-Lesione del diritto all'abitare (Art. 2 Cost.): L'accesso alla casa è riconosciuto dalla Consulta come diritto sociale fondamentale; bloccare i percorsi di inserimento lede la dignità umana.

Il contrasto con le norme europee:

4-Violazione della Carta dei Diritti UE (Art. 34): La Carta di Nizza garantisce il diritto all'assistenza abitativa per assicurare un'esistenza dignitosa a chi è privo di risorse.

5-Incompatibilità con le politiche sociali europee: Bruxelles spinge gli Stati membri a ridurre la marginalità sociale, mentre questo blocco rischia di aggravare l'emergenza dei senzatetto.

6-Mancanza di proporzionalità: Per il diritto dell'UE ogni sanzione deve essere proporzionata; un divieto categorico cancella il necessario equilibrio tra rispetto della legalità e tutela umanitaria.

Nel nostro contesto Nazionale, questa proposta 'rampellata'  ignora una realtà strutturale, in quanto l'emergenza abitativa è un problema nazionale che si trascina da oltre un ventennio. Negli ultimi vent'anni la richiesta di alloggi sociali è cresciuta costantemente a fronte di una totale assenza di risposte pubbliche e di investimenti nell'edilizia popolare. 

Osserviamo la contraddizione del Giubileo con letti per i turisti, e sbarre per i residenti.

L'asprezza di questo emendamento mette a nudo la profonda contraddizione politica sulle promesse nel Giubileo, dove le istituzioni comunicano pubblicamente  solennemente l'Anno Santo come l'occasione per varare soluzioni strutturali alle politiche abitative, all'emergenza casa, e all'inclusione sociale. Alla prova dei fatti, la macchina amministrativa e i grandi capitali privati HANNO TROVATO senza problemi un letto e una sistemazione alberghiera per l'immenso flusso di 33.475.369 pellegrini a Roma (oltre 61 milioni di viaggiatori pernottanti in Italia nel 2025), le istituzioni ci vogliono prendere per il c.. ??!! 

 In questo vuoto istituzionale, i movimenti di lotta popolare per la casa con le occupazioni (non parliamo di racket sulle case popolari) hanno rappresentato per migliaia di famiglie l'unica alternativa concreta alla strada, queste realtà  DA DECENNI sono al centro di complesse trattative istituzionali, atti amministrativi concreti.

Ne è un esempio la storica sanatoria per la regolarizzazione degli alloggi ERP, ricordiamo 'agli srampellati' la delibera 106 della Regione Lazio, un provvedimento strategico che garantisce (a chi occupava un alloggio fino al 2018) la possibilità di un passaggio guidato e regolare alla casa popolare. L'emendamento Rampelli impone di calpestare e neutralizzare percorsi di sanatoria e welfare locale già avviati, per risolvere l'emergenza nel rispetto delle regole.

7-la Legge Regionale n. 12/1999 e le linee guida attuativeIl quadro normativo di riferimento si fonda sull'articolo 22 della Legge Regionale del Lazio 4 aprile 2014, n. 5 (che ha modificato la storica L.R. 12/1999 in materia di edilizia residenziale pubblica), successivamente integrato dai decreti attuativi della Giunta Regionale (regione.lazio). Questo impianto legislativo ha introdotto la sanatoria straordinaria per le occupazioni sprovviste di titolo avvenute entro la data limite del 23 maggio 2018. Il meccanismo legale prevede che gli enti gestori (come l'ATER e i Comuni) possano regolarizzare i nuclei familiari occupanti inserendoli nelle assegnazioni formali, a condizione che la domanda sia stata presentata nei termini prescritti, che il nucleo possieda i requisiti di reddito previsti per l'accesso ai servizi ERP e che provveda al pagamento delle indennità di occupazione arretrate calcolate secondo i canoni regionali (.regione.lazio). L’emendamento statale si scontra frontalmente con questa precisa competenza amministrativa regionale, bloccandone l'efficacia pratica sul territorio comunale.

I motivi principali che rendono impraticabile l'approvazione di questa misura in Parlamento (Senato e Camera) sono:

9-Mancanza di omogeneità della materia: La Corte Costituzionale ha stabilito in più occasioni che la legge di conversione di un decreto-legge deve essere omogenea rispetto al testo originale del decreto. Un emendamento focalizzato su una specifica situazione patrimoniale/immobiliare locale rischia di essere dichiarato inammissibile o incostituzionale per estraneità di materia rispetto a un decreto sulla funzionalità generale della Pubblica amministrazione.

10-Requisiti costituzionali di necessità e urgenza: I decreti-legge devono rispondere a criteri di straordinaria necessità e urgenza (Articolo 77 della Costituzione). Gli emendamenti proposti in fase di conversione devono ereditare questi stessi requisiti. Se la misura introdotta non riveste un carattere di urgenza nazionale e sistemica, non può essere legittimamente inserita nel testo del decreto.

11-Tempi d'esame e vincoli della navetta parlamentare: l'iter di conversione deve tassativamente concludersi rispettando il limite max dei 60 giorni dalla pubblicazione, introdurre modifiche complesse o controverse, obbligherebbe il testo a tornare da una Camera all'altra (la cosiddetta "navetta"), facendo decadere l'intero decreto-legge, per decorrenza dei termini costituzionali di 60 giorni,

 il termine costituzionale di 60 giorni per la conversione di un decreto-legge rappresenta un limite strutturale insuperabile, rendendo di fatto impossibile risolvere in poche settimane una problematica complessa che si trascina da oltre 20 anni.

Paghiamo tasse e sti c@i%n¡ per prenderci per i fondelli ??!!


AlienaKomune 

&

Manuela  Marziale


Porpora Marcasciano

 


Negli Stati Uniti di Trump basta essere antifascisti per finire nel mirino.


Porpora Marcasciano doveva andare a San Francisco per ritirare un premio. Ha rinunciato dopo aver scoperto che il suo nome compare nelle liste usate per schedare attivisti e realtà antifasciste.


È questo il modello della destra trumpiana: mettere al bando, intimidire e schedare chi dissente.


Essere antifascisti non è una colpa. È un dovere.

Alessandro Zan

Facebook acebook