IL VERO DRAMMA
DELL’ITALIA SONO GLI STIPENDI: SONO TRA I PIÙ BASSI D’EUROPA. E L’UNICO
LAVORO CHE SI CREA È NEI SETTORI SBAGLIATI – IN DIECI ANNI
L’ECONOMIA ITALIANA HA CREATO 3,7 MILIONI DI LAVORATORI DIPENDENTI NEL
PRIVATO, E ALLO STESSO TEMPO HA PERSO IN MEDIA 1800 EURO ALL’ANNO DI
SALARIO REALE PER OGNI LAVORATORE A TEMPO PIENO – IL PROBLEMA È IL TIPO DI OCCUPAZIONE CREATA: TURISMO E RISTORAZIONE, CIOÈ SETTORI IMPRODUTTIVI SENZA VALORE AGGIUNTO. IL RISULTATO? IL PAESE ARRANCA, DIVENTATO UN LUNA PARK PER TURISTI E UN FAST FOOD A CIELO APERTO, MENTRE LE INDUSTRIE CHIUDONO, LICENZIANO, DELOCALIZZANO…
Estratto dalla newsletter di Lorenzo Ruffino
GIORGIA MELONI - FOTO LAPRESSE
Tra il 2014 e il 2024, i dipendenti privati sono
aumentati di 3,7 milioni, passando a 14 a 17,7 milioni in dieci anni. In
contemporanea, il salario reale a parità di tempo lavorato è passato da
34.450 a 32.655 euro, circa 1.800 euro in meno. L’Italia ha creato più
lavoro, ma quel lavoro è pagato meno di dieci anni fa.
I numeri vengono dall’Osservatorio Statistico INPS
sui Lavoratori Dipendenti del settore Privato, che ogni anno pubblica i
dati sulle retribuzioni e una serie di informazioni demografiche e di
settore economico.
Coprono il settore privato ma escludono la pubblica
amministrazione e i lavoratori autonomi. Sul totale dei 24 milioni di
occupati italiani, i 17,7 milioni di dipendenti privati nel 2024 sono
circa il 75 per cento del mercato del lavoro.
stipendio nel settore privato dati inps elaborazione lorenzo ruffino
Per misurare il salario in modo pulito ho usato lo
stipendio annuo a tempo pieno equivalente. Si calcola dividendo il
totale delle retribuzioni per le settimane “utili” lavorate dallo stesso
gruppo.
Le settimane utili sono un indicatore Inps che
corregge per l’intensità del part-time: chi lavora a metà tempo per
tutto l’anno conta come 26 settimane utili invece di 52. Il rapporto è
la retribuzione media per settimana riportata a un’unità di lavoro a
tempo pieno; moltiplicato per 52 dà l’equivalente annuo. In pratica è il
salario medio annuo che si otterrebbe se tutti lavorassero a tempo
pieno per tutto l’anno.
ITALIANI PIU' POVERI
Tutti i valori sono espressi in base ai prezzi del
2024, correggendo così per l’inflazione. Nei dieci anni considerati,
infatti il costo della vita in Italia è aumentato del 20 per cento. 100
euro del 2014 corrispondono a 119,6 euro nel 2024: senza la correzione
qualunque stipendio sembrerebbe crescere anche se può permettersi poi di
comprare meno beni.
Il quadro generale
Si potrebbe pensare che la media scenda solo perché
negli ultimi dieci anni sono entrati molti più part-time o molti più
lavoratori che non coprono l’intero anno (tipo gli stagionali).
Ma anche depurando completamente la misura da
entrambi gli effetti, guardando solo a chi lavora un anno intero e in
equivalenza a tempo pieno, il salario reale è oggi sotto del 6,1 per
cento rispetto al 2014. La quota di chi lavora un anno intero è anzi
leggermente cresciuta, dal 53,5 al 54,4 per cento del totale, segno che
la discontinuità dei rapporti non è aumentata.
calo stipendi per settore dati inps elaborazione lorenzo ruffino
Anno per anno, dal 2014 al 2021, il salario reale è
stato sostanzialmente piatto, oscillando tra i 34 e i 35 mila euro. Il
calo si concentra nel biennio 2022-2023, in due anni l’inflazione ha
fatto crescere il costo della vita del 14 per cento ma i contratti
collettivi e gli scatti salariali ci mettono molto di più a recuperare.
Il punto minimo è il 2023, con 31.878 euro reali, oltre 2.500 in meno
rispetto al 2016. Nel 2024 c’è un parziale recupero a 32.655 euro, ma il
gap con il 2014 resta. Il “ritardo” dei dieci anni, in altre parole, si
è creato quasi tutto in un biennio.
Bisogna anche considerare che, a differenza dei dati
sulle dichiarazioni dei redditi, qui stiamo considerando l’imponibile
previdenziale, che corrisponde sostanzialmente alla retribuzione annua
lorda contrattata con il datore di lavoro. L’imponibile fiscale delle
dichiarazioni dei redditi invece non tiene conto dei contributi sociali
che vengono trattenuti dalla busta paga.
ELECTROLUX
Il calo di stipendio si concentra tra i più anziani
Dentro il dato medio ci sono diversi movimenti.
Concentriamoci sui 9,6 milioni di lavoratori privati che nel 2024 hanno
avuto un rapporto continuativo per tutti i dodici mesi dell’anno, il 54
per cento del totale, mentre gli altri 8 milioni hanno lavorato per
periodi più brevi. Anche per questo gruppo “stabile” il salario reale
dei lavoratori sotto i 30 anni è praticamente fermo (-0,8 per cento per
la fascia 20-29). Sopra i 40, il calo cresce con l’età: i 40-49 perdono
3.240 euro reali all’anno (-7,9 per cento), i 50-59 ne perdono 4.450
(-9,8), i 60 e oltre 6.300 (-12,9). Più si è anziani, più si è perso.
crescita del lavoro a basso valore aggiunto dati inps e istat elaborazione lorenzo ruffino
In parallelo, il numero dei lavoratori senior è
esploso. Gli over-60 sono triplicati in dieci anni, da 272 mila a 842
mila; i 50-59 sono cresciuti del 57 per cento. Sotto i 50 l’occupazione è
quasi ferma. La riforma Fornero del 2011, che ha innalzato l’età
pensionabile, è il principale fattore dietro questo invecchiamento della
forza lavoro.
L’effetto combinato è paradossale in quanto la
composizione demografica spinge in alto la media salariale, perché gli
over-50 guadagnano più dei giovani. Ma dentro quella stessa categoria il
salario reale è sceso. La decomposizione statistica che separa
l’effetto dei cambiamenti dei salari per classe da quello del peso di
ciascuna classe sul totale, mostra che senza l’invecchiamento il salario
medio sarebbe sceso del 6 per cento invece che del 5,2. La stagnazione
nelle classi avanzate è quindi ancora più forte di quanto non dica il
dato medio.
[…]
proteste contro il turismo a firenze
L’effetto più importante però viene dai settori. La
manifattura, che ha i salari più alti fra i grandi settori del lavoro
privati, è cresciuta solo del 9 per cento (da 3,67 a 4 milioni di
lavoratori) e il suo salario annuo equivalente è quasi in linea con
quello di dieci anni fa, 36.815 euro.
I settori che hanno trainato l’occupazione sono
altri. Il turismo e la ristorazione sono cresciuti del 54 per cento, con
oltre 700 mila lavoratori in più in dieci anni, ma il salario annuo
equivalente è 21.645 euro, il più basso fra i grandi settori, ed è sceso
dell’8,7 per cento reale dal 2014.
numero di lavoratori per settore dati inps elaborazione lorenzo ruffino
I servizi alle imprese (pulizie, vigilanza,
somministrazione, contact center) sono cresciuti del 34 per cento e
pagano 25.852 euro all’anno equivalente, in calo del 4,3. La sanità e
l’istruzione private sono cresciute del 43 e del 56 per cento, ma con
salari attorno ai 25 mila euro, anch’essi in calo.
La finanza, di gran lunga il settore più pagato del
privato (60.912 euro, più 1,3 per cento reale), ha invece avuto un calo
di occupazione dell’8 per cento. Il settore informatico, ben pagato a 43
mila euro, è cresciuto in occupazione del 32 per cento ma resta troppo
piccolo per spostare la media.
turismo 10
I settori che hanno trainato l’occupazione sono anche
quelli a più bassa produttività, in alcuni casi in calo. Una misura
standard della produttività del lavoro è il valore aggiunto per
occupato, cioè quanta ricchezza viene prodotta in media da ciascun
lavoratore. Lo calcolano i conti nazionali Istat a prezzi costanti 2020,
depurato cioè dall’inflazione.
Nel turismo sono 34.800 euro di valore aggiunto per
occupato all’anno, in calo del 17 per cento reale dal 2014;
nell’istruzione 39.300, meno 16 per cento; nei servizi alle imprese
39.800, fermi da dieci anni mentre l’occupazione cresce di quasi un
terzo; nella sanità 51.200, meno 9 per cento.
poverta in italia
Nella manifattura, dove l’occupazione è cresciuta
solo del 4 per cento, il valore aggiunto per occupato vale 72.400 euro
(più 8 per cento dal 2014); nel settore informatico 101.100 (più 11 per
cento); nella finanza 119.000, ma con occupazione in calo. Un occupato
del turismo produce meno della metà del valore aggiunto di un occupato
della manifattura. La produttività media dell’economia italiana è
cresciuta del 2 per cento reale in dieci anni. Come abbiamo già detto
diverse volte, senza crescita della produttività non c’è spazio per
crescita salariale.
È evidente come i settori dove si crea lavoro sono quelli dove si paga di meno. […]
settore della ristorazione in italia
A questo si aggiunge un dato sui contratti. I
lavoratori a tempo determinato sono cresciuti del 55 per cento, gli
stagionali del 79, gli indeterminati solo del 17. Il salario annuo
equivalente del determinato è sceso del 10,3 per cento reale, contro
meno 3,3 dell’indeterminato: oggi un determinato guadagna 12.300 euro in
meno di un indeterminato a parità di tempo lavorato, contro 10.900 di
dieci anni fa.
La forbice si è allargata, ma una parte di questa
precarizzazione è già “dentro” lo spostamento settoriale: i nuovi
contratti precari sono concentrati nel turismo, nei servizi alle
imprese, nell’istruzione privata. Una decomposizione che tiene
contemporaneamente conto di settore e tipologia contrattuale mostra che,
una volta fissato il settore, il cambio di mix contrattuale spiega solo
il 6 per cento del calo del salario reale; il restante effetto
contrattuale era in realtà già contato dentro l’effetto settore.
In conclusione
poverta in italia
In dieci anni l’economia italiana ha aggiunto 3,7
milioni di lavoratori dipendenti nel privato e ha contemporaneamente
perso circa 1.800 euro all’anno di salario reale per ogni lavoratore a
tempo pieno equivalente. Quasi metà del calo è composizione settoriale,
l’altra metà si spiega in gran parte con il fatto che i salari non si
sono adeguati all’inflazione facendo perdere potere d’acquisto ai
dipendenti.
In sostanza, l’Italia ha creato lavoro nei settori
sbagliati. Le politiche governative, indipendentemente dalla maggioranza
di quel momento, hanno continuato a proteggere rendite e settori a
basso valore aggiunto invece di promuovere quelli ad alto valore
aggiunto, manifattura avanzata, servizi professionali, settore
informatico, ricerca, finanza.
giorgia meloni giancarlo giorgetti antonio tajani foto lapresse
Né nel governo attuale né nelle opposizioni esiste
oggi un piano coerente per invertire la rotta. Si discutono singoli
sgravi sul cuneo e bonus salariali, raramente investimenti strutturali
in capitale umano, ricerca, infrastrutture digitali, capitale fisico e
riforma della concorrenza nei settori protetti.
La via dei sussidi fiscali, come il taglio del cuneo,
gli sgravi sui redditi bassi, i bonus mensili, non risolve il problema
per due ragioni. La prima è che la finanza pubblica italiana non ha più
margini per espanderli: con un debito oltre il 137 per cento del PIL e
una spesa per interessi tra gli 80 e i 90 miliardi l’anno, gli spazi
fiscali sono saturi. La seconda è che i sussidi spostano il problema
senza risolverlo. Senza crescita della produttività non c’è spazio per
stipendi più alti in modo permanente, e ogni euro di sgravio è un euro
di tasse o di debito che qualcun altro paga, oggi o domani.
Senza una correzione di rotta l’Italia continuerà a
impoverirsi in termini relativi rispetto al resto d’Europa e del mondo. È
un fenomeno già in corso e che si autoalimenta: ogni anno qualche
decina di migliaia di giovani lascia il paese, attratti da paesi dove
gli stipendi sono più alti e crescono. La fuga dei laureati e il calo
dei salari reali sono lo stesso fenomeno visto da due angolazioni
diverse.
https://www.dagospia.com/business/vero-dramma-dell-italia-gli-stipendi-i-piu-bassi-d-europa-l-unico-si-474151