mercoledì 7 ottobre 2026

Eleonora Giorgi su Honda CB750 con Luciano Salce. 1974

 


Alessandro Momo è morto a causa di un incidente motociclistico a Roma il 19 novembre 1974, una settimana prima di compiere 18 anni. 🥲


Dinamica dell'incidente…


• La moto: Guidava una Honda CB 750 Four che gli era stata prestata dall'attrice Eleonora Giorgi.


• Lo schianto: 

Il 19 novembre 1974, intorno alle 14:35, sul Lungotevere Maresciallo Cadorna (o Lungotevere Diaz) a Roma, la moto si scontrò con un taxi guidato da Adelfio Moscatello e venne poi urtata da una BMW.


• Il decesso: 

Morì quella stessa sera, alle 23:05, all'Ospedale Santo Spirito. 🌷


( Via Web ) 😳



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🔴 Modou Gueye, ospite a La Zanzara (Radio 24): «I migranti stanno mandando avanti l'Italia, facendo i lavori del ca**o che gli italiani non vogliono più fare.» Ha ragione? Sì o No?


🎙️ Modou Gueye è un attore e mediatore culturale di origine senegalese, in Italia dal 1990, direttore artistico del Centro Interculturale di Quartiere e presidente dell'associazione Sunugal. È un ospite abituale della trasmissione di Cruciani e Parenzo, dove si discute spesso di immigrazione e dove lo scontro con gli ospiti della Lega è frequente.


⚠️ Il tema divide. Per chi è d'accordo con lui, ci sono settori, dalla raccolta nei campi all'assistenza agli anziani, che reggono grazie a lavoratori stranieri, e senza di loro molti servizi si fermerebbero. Per chi non lo è, il punto non è chi fa i lavori più duri ma come sono pagati: stipendi bassi e contratti precari non attirano nessuno, e dire che «gli italiani non vogliono più farli» è un modo per giustificarli.


❓ «I migranti stanno mandando avanti l'Italia, facendo i lavori del ca**o che gli italiani non vogliono più fare.» Ha ragione?

👇 Sì o No, scrivilo nei commenti


📌 Fonti: La Zanzara (Radio 24), Mentinfuga, Italian Way Music (profilo di Modou Gueye).


#politica #immigrazione

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 E QUI SI GODE FORTISSIMO


Non per il carcere in sé. Per quella rarissima, deliziosa coincidenza in cui chi voleva impartire una lezione alla democrazia si ritrova a riceverne una di diritto penale.


Il 7 ottobre la Corte d’Appello di Roma ha confermato le sette condanne del processo principale per l’assalto alla sede nazionale della CGIL del 9 ottobre 2021, avvenuto durante una manifestazione contro il Green Pass. Nessuno sconto in secondo grado.


Volevano scrivere la storia. Per ora hanno contribuito alla giurisprudenza.


 Il conto, senza sconti


Otto anni e sei mesi a Roberto Fiore, otto anni e sette mesi a Giuliano Castellino, otto anni e sei mesi a Luigi Aronica. Otto anni e due mesi ciascuno a Luca Castellini, Salvatore Lubrano, Lorenzo Franceschi e Pamela Testa. Sommando le sette pene: 58 anni e tre mesi.


Il patriottismo, a quanto pare, non funziona come codice promozionale.


E pensare che il concetto era semplice: in democrazia puoi contestare un provvedimento, organizzare una manifestazione, criticare un sindacato. La parte in cui ne assalti la sede non è il livello avanzato della libertà di espressione.


È proprio un altro programma.


 La libertà, ma degli altri no


La sede della CGIL fu assaltata e danneggiata nel corso di quella giornata di protesta.


Una contraddizione che merita un momento di silenzio: protestare in nome della libertà e poi prendersela con la sede di un’organizzazione altrui.


La libertà secondo questo copione è un bene preziosissimo. Purché sia la propria. Quella degli altri è un ostacolo logistico.


E il sindacato? Un bersaglio. Perché evidentemente, quando sei a corto di argomenti contro il Green Pass, il passo successivo è prendertela con chi si occupa di contratti di lavoro. Un collegamento così brillante che per trovarlo serve il navigatore impostato su «evita la logica».


 Il dettaglio che conta


Non stiamo parlando di condanne per idee sgradevoli o opinioni impopolari. Le contestazioni comprendono, secondo le singole posizioni, devastazione aggravata in concorso e resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata; per Fiore, Castellino e Aronica anche istigazione a delinquere.


E per precisione: è una sentenza d’appello, non va spacciata per una condanna definitiva. Il rigore vale anche quando la notizia ci piace.


La soddisfazione sta qui: la prepotenza non diventa dissenso soltanto perché chi la esercita si autoproclama patriota.


Puoi vestirla di retorica, chiamarla ribellione, metterle una bandiera sulle spalle. Ma la responsabilità personale resta lì. Maleducatissima: non si sposta neppure quando le urli «viva la libertà».


Volevano mettere in riga gli altri.


Hanno trovato uno Stato che, almeno in tribunale, non prende ordini da loro.


#CGIL #AssaltoCGIL #CondanneCGIL #CorteDAppello #Giustizia #Roma #RobertoFiore #GiulianoCastellino #LuigiAronica #ForzaNuova #Neofascismo #Antifascismo #Antifascisti #Democrazia #Costituzione #StatoDiDiritto #Legalita #NoAllaViolenza #ViolenzaPolitica #DirittiDeiLavoratori #Sindacato #Lavoratori #Liberta #Responsabilita #CronacaGiudiziaria #Attualita #PoliticaItaliana #SatiraPolitica #Ironia #MemoriaAntifascista

Doink

 


Nel 1993, mentre seguivamo i programmi della World Wrestling Federation alla Tv, spesso capitava di incappare in un personaggio alquanto singolare.


In mezzo al pubblico, sulle scalinate e poi persino vicino ai commentatori a bordo ring, un clown si esibiva con smorfie e giochi di prestigio per intrattenere il pubblico negli intermezzi tra un match e l'altro.


Ma c'era qualcosa di inquietante in lui.


Non era una questione di essere o meno affetto dalla comunissima "coulrofobia", la paura irrazionale di clown e pagliacci che spesso colpisce molte persone, ma era qualcosa di diverso, più sottopelle, come se l'uomo sotto quell'esagerato trucco ed il vestito buffamente colorato, nascondesse un passato che avrebbe fatto accapponare la pelle.


Poco tempo dopo la conferma arrivò proprio appena fuori dal ring, quando il clown attaccò senza alcun rimorso uno degli idoli dei bambini, Crush, gettando le basi per il loro incontro che si svolgerà nella nona edizione di WrestleMania.


Doink the Clown - questo il suo nome - era interpretato così bene, con quel suo duplice aspetto così disturbante, da un autentico maestro del ring, Matt Borne.


Borne, figlio di un famoso pro wrestler dell'epoca immediatamente precedente alla sua, era nato praticamente immerso nella disciplina, che amava e rispettava sotto ogni sua forma.


Chi ha avuto il piacere di lavorare con lui, durante l'incredibile stagione dei territori indipendenti e nel mondo del puroresu giapponese, ne parla come di un atleta compatto e perfetto: fisico muscoloso, un'ottima tecnica sul ring (molto apprezzata durante i suoi trascorsi nella All Japan Pro Wrestling di Giant Baba), tutto unito ed amalgamato da una straordinaria abilità al microfono e da una mente psicologica sul ring senza eguali.


Insomma, il prototipo del wrestler perfetto, tanto che persino Vince McMahon lo volle al suo fianco nella prima edizione di WrestleMania contro Ricky "The Dragon" Steamboat.


Eppure, dopo quella sera, ed escludendo il periodo sotto le vesti di Doink, di Borne si hanno tracce solo nella parte bassa della scaletta di ogni show di quel periodo.


Perché?


Il motivo va ricercato nell'unico, enorme difetto del lottatore: un atteggiamento ed un carattere sopra le righe, costantemente in cerca di risse, violenza e preda di abusi di sostanze illecite per tutto l'arco della sua vita.


Alla metà degli anni 80, McMahon se ne era accorto subito ed in un periodo in cui il wrestling diventava un prodotto per famiglie, avere una testa calda in casa non era assolutamente ammissibile, e pertanto lo liberò dal suo contratto.


Borne approdò in una WCW di inizi anni 90 che scimmiottava il prodotto dell'avversaria WWF, tanto da affibbiare a lui la gimmick di "Big Josh", un taglialegna dei boschi che si presentava sul ring con due enormi orsi che correvano con lui in punta di piedi.


Una sera, rientrando nel backstage, Road Warrior Hawk lo vide così, distrutto, sudato intinto e con il costume mezzo tolto, mentre fumava una sigaretta, e ridendo come un pazzo gli disse che somigliava tantissimo a "Krusty il Clown", il personaggio dei Simpsons.


Ma anche in WCW, le cose non andarono meglio.


Licenziato anche lì, Borne tornò a bussare disperato alla porta di McMahon, dove ebbe la fortuna di avere dalla sua la raccomandazione di Jerry Jarrett. McMahon era ancora cosciente dell'esperienza pregressa e non aveva la benché minima idea di rimetterlo sotto contratto... ma dette comunque lui l'opportunità di esibirsi in un paio di "dark match".


Borne se li fece bastare: del resto, le sue qualità erano lì, nascoste dal suo pessimo carattere ma sempre presenti.


Vince ne rimase talmente impressionato che decise di dare una seconda chance all'atleta, chiedendogli come sempre se avesse avuto qualche idea o talento particolare per costruire su di lui un personaggio.


Ma Borne era semplicemente un "wrestler", aveva fatto quello per tutta la vita e non sapeva fare altro. Fu in quel momento che, quasi per caso, venne fuori la storia di come Hawk lo prendeva in giro chiamandolo "Krusty The Clown".


McMahon non seguiva la Tv, figuriamoci i Simpson, ma volle capire di cosa si stava parlando e, dopo aver visionato qualche episodio del celebre cartone animato, ebbe la visione che stava aspettando.


Borne era perfetto: un uomo tormentato, in bilico tra l'essere un grande atleta ed un maniaco in procinto di saltarti alla gola... la persona ad hoc per interpretare un clown malvagio.


Matt capì subito, in quel preciso momento, che doveva approfittare dell'occasione e buttarsi anima e corpo nel progetto: prendendo spunto dall'intepretazione del "Joker" di Cesar Romero dalla serie Tv "Batman" (quella degli anni Sessanta con Adam West), modellò su di esso e sulle sue capacità sul ring il personaggio di Doink.


E fu un successo unico.


Il pubblico, inizialmente sconvolto, ne rimase subito affascinato, e McMahon capì di aver trovato finalmente un personaggio su cui investire.


Finalmente, la grande occasione era arrivata per Borne, che con i soldi ed il successo, iniziò a mettere su una grande casa per sé e la sua famiglia, facendo costruire all'interno del bagno una grande vasca con inciso in oro 24k la scritta "DOINK". 


Del resto, era grazie a lui se adesso aveva trovato la sua posizione nella più grande promotion americana di wrestling.


Ma soldi e successo ebbero anche un effetto secondario e deleterio per il wrestler, che adesso aveva più motivi per "sballarsi" e dare sfogo a quella parte oscura della sua anima.


Non era insolito vederlo arrivare in ritardo agli show, strafatto e mezzo stordito su una panchina nel backstage.


Spesso veniva alle mani con i colleghi con cui non aveva un buon rapporto, cominciando a non andare a genio a molte personalità dietro le quinte.


Ma il successo del pagliaccio cattivo continuava imperterrito, tanto che il pubblico, invece di fischiarlo, iniziò ad apprezzarne le innumerevoli qualità. E per McMahon significava solo una cosa: era il giusto momento per farlo diventare un idolo delle folle.


Venuto a conoscenza dei piani, Borne si oppose fermamente all'idea, ritenendola stupida e totalmente inadatta a lui, una mossa che avrebbe snaturato il personaggio e la sua psicologia interiore.


McMahon non ne fu affatto contento e, dopo aver saputo da Bam Bam Bigelow che Borne fumava maria prima di entrare in scena, decise di togliergli la gimmick, che fu affidata a Ray Apollo, Steve Keirn e Steve Lombardi, che ne fecero la versione "buona" voluta da McMahon, con tanto di piccolo aiutante al seguito, Dink.


Ma Borne aveva ragione: il nuovo Doink era solo un personaggio goffo, inutile e privo di qualunque interesse, tanto che dal pubblico si sentiva spesso intonare il coro "Kill the Clown!" ("Uccidi il Clown!"). Il pro wrestling stava mutando, erano i prodromi della nWo, della ECW e dell'era "Attitude", ma Vince ancora non se ne era accorto.


Di diverso avviso era invece quel genio di Paul Heyman: dopo aver contattato un disperato Borne in cerca di soldi, decise di dargli una opportunità.


"Cosa devo interpretare?" - chiese il wrestler.


"Semplice... Doink the Clown... ma una versione un tantino diversa".


Borne si presentava sul ring come una persona malata, con un evidente sdoppiamento di personalità dopo il suo licenziamento dalla WWF.


Il volto era ancora pitturato da clown, ma solo a metà, e spesso distrutto dal sudore.


I vestiti sgargianti e colorati, ma sporchi.


Ma soprattutto una ferocia ed una cattiveria insensata, guidata sul ring dal diabolico Shane Douglas, che ne faceva una versione ancora più psicologicamente deviata di Doink, chiamata "Borne Again" (giocando sul suo cognome).


Anche qui, però, il tutto durò molto poco.


Stando alle parole di Borne, il lottatore ricevette un ingaggio monstre per un tour in Europa e, chiesto il benestare del patron della ECW, si vide rispondere con un "via libera" e la promessa, una volta finito il tour, di tornare e riprendere da dove aveva lasciato. Invece, al suo ritorno, Heyman non rispose più alle sue telefonate, lasciandolo con le pive nel sacco.


La versione però più accreditata sembra essere un'altra: le vecchie, brutte abitudini di Borne erano tornate a farsi vive ed in uno spogliatoio dove potevi incappare in personalità come quella dell'ex cacciatore di taglie New Jack, non era proprio il massimo.


In più, la World Wrestling Federation, titolare dei diritti sull'immagine e sul nome di "Doink", mandò una lettera ad Heyman per interrompere immediatamente quello che stavano facendo.


Prima di impelagarsi in una causa legale che lo avrebbe visto perdere senza alcun dubbio e con l'idea di mantenere un buon rapporto di collaborazione con McMahon e la WWF, Heyman chiuse tutto e rinunciò al personaggio di "Borne Again".


Per Matt fu un colpo durissimo.


Negli anni che seguirono, il personaggio di Doink si attaccò a lui come una sanguisuga. Ormai non poteva essere altro, quella gimmick gli si era impiantata nella spina dorsale e non l'avrebbe lasciato più.


Per anni ha continuato a portarla in giro, nel circuito indipendente, anche grazie alla WWE che chiuse un occhio sui diritti e tentò in tutti i modi di aiutarlo nella sua disintossicazione, mandandolo in comunità e facendolo persino apparire a Raw nel 2007 in una "Legends Battle Royal".


E non si puo' dire che Borne non ci abbia provato.


Nel corso della sua vita dopo la WWF, Matt è diventato padre e nonno, trovando un nuovo amore nella wrestler Connie Cook, con la quale andò a vivere in Texas per occuparsi della di lei madre.


Ma quei demoni non intendevano lasciarlo.


A più riprese vittima della sua personalità così contorta e difficile da comprendere, l'8 Giugno del 2013 scrisse sulla pagina ufficiale Facebook che non vedeva l'ora di rivedere il suo defunto padre.


Venti giorni dopo, il 28 giugno, fu trovato senza vita.


All'inizio non si riuscirono a trovare le motivazioni, parlando addirittura di omicidio. Ma una volta che l'autopsia fu conclusa, si scoprì che il decesso era dovuto ad un mix di medicinali che, insieme alla sua cardiopatia, avevano fatto il resto.


I medicinali, tra l'altro, erano quelli che tutti i giorni usava per curare sua suocera.


Alla fine, il richiamo all'eccesso era stato troppo forte per lui... e come Doink the Clown se ne era andato, improvvisamente e senza alcun saluto, in una amara e triste risata.


#Doink #Clown #anni90 #wwe #wrestling #maestrozamo

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Ministro Valditara, 

non so se leggerà questo post, ma sento il dovere di non rimarere in silenzio.


​Dei docenti si offrono di accompagnare dei ragazzi e delle ragazze, fuori dall'orario di lezione a leggere i nomi di 18.457, bambini uccisi a Gaza scritti su un telo, il "Sudario", e la sua reazione immediata è inviare gli ispettori e bollare tutto come "indottrinamento".


​Ma ci spieghi: com'è possibile tutto questo? Qual è la colpa reale?

​Aver usato un canale d’istituto per parlare di pace... O aver commesso l’errore di toccare l’unico tema che oggi le alleanze geopolitiche impongono di ignorare?

​Perché le regole della scuola sembrano cambiare a seconda delle mappe geografiche. Se organizziamo viaggi della memoria, assemblee sul passato e minuti di silenzio per altre tragedie della storia, ed è nostro sacrosanto dovere farlo, nessuno parla di propaganda e in quel caso è Educazione Civica...Ma se l’empatia si rivolge ai bambini di Gaza, scatta la censura.


​Davvero pensa che i ragazzi abbiano bisogno dell’"indottrinamento" di un insegnante  per indignarsi? Guardano i massacri in diretta sui loro telefoni ogni giorno. Vedono i loro coetanei sotto le macerie. Non diciamo  cosa pensare, sono loro che chiedono  come sia possibile che il mondo adulto resti a guardare.


​Cosa dovremo fare d'ora in poi in classe? Insegnare che la vita umana ha un valore a targhe alterne? Che la pietà per i bambini morti richiede un'autorizzazione ministeriale?


La nostra scuola non sta imponendo schieramenti politici, 

 sta soltanto cercando di non crescere cittadine e cittadini  anestetizzati e indifferenti.


La scuola Applica la Costituzione, che all'articolo 11 ci chiede di ripudiare la guerra e di difendere il valore universale della vita umana.


Noi continueremo ad educare al pensiero critico e all’empatia, Ministro Valditara,  perché senza compassione e senza umanità, la cultura è un guscio vuoto.


Caterina Altamore

Insegnante e Cittadina.

@inprimopiano

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Ma vaffanculo te e Netanyahu

 

Di Lucia Annunziata 


Il governo Israeliano ha iniziato a far vedere a giornalisti di tutto il mondo, a porte chiuse, un video di 45 minuti che mostra quello che è successo il 7 ottobre 2023 in Israele!


Chi l’ha visto ha ritenuto che non si possa mostrare al mondo intero per la crudeltà delle immagini ma anche e soprattutto perché dal video si comprende chiaramente l’odio verso Israele e di che pasta sono veramente fatti i palestinesi e Hamas! 


Due giornalisti italiani, Minzolini a l’Annunziata, che lo hanno visto hanno cercato di descrivere quello che hanno visto, vi allego qui di seguito il resoconto dell’Annunziata! 


“IL RACCONTO DEL VIDEO SEGRETO CHE MOSTRA CHI SONO DAVVERO I PALESTINESI MA CHE NESSUNO PUO' VEDERE. 


Questo video è un documentario-raccolta di circa 45 minuti che documenta cosa è davvero accaduto durante il massacro compiuto dai palestinesi il 7 ottobre 2023 contro gli israeliani e realizzato utilizzando materiale proveniente dalle telecamere che si sono riuscite a recuperare.

Il governo israeliano proietta il filmato solo a porte chiuse e sotto stretta sorveglianza a giornalisti internazionali e corrispondenti esteri, Capi di Stato, ambasciatori e diplomatici, membri di governi e parlamentari stranieri.


Qui di seguito anche la testimonianza dell'Annunziata che ha visto il video e che viene citata a fine del video in allegato:


I terroristi arrivano nel kibbutz di Be’eri con il fiatone, corsa o paura, il respiro viene registrato dalla GoPro sulla fronte, le immagini scorrono per noi come fossimo loro sui prati ordinati, i fiori, le modeste verande dei kibbutzim. Solo un cane è sveglio, va incontro festoso agli sconosciuti, l’obiettivo della GoPro inquadra la punta di un fucile. Il primo colpo è al petto, ma non ferma la corsa festosa dell’animale, e nemmeno il secondo. Solo il terzo colpo in pieno petto ferma il cane, che pare sorpreso, poi si accuccia e muore senza un guaito appoggiando la testa sulle zampe.


È forse questo l’unico racconto che posso farvi senza scadere nella pornografia del sangue, il voyeurismo della violenza. Quaranta minuti di un video, che le autorità israeliane stanno mostrando a gruppi di giornalisti intorno al mondo «perché più passa il tempo dal 7 ottobre, più sono le persone che dicono che non è accaduto nulla, o che è stata tutta una finzione organizzata dallo stesso esercito di Israele», dice l’ambasciatore a Roma del governo Israeliano.


Prima o poi il video sarà visto dal maggior numero possibile di persone, ci auguriamo. E, tanto per essere precisi ed evitare altri sospetti sul filmato, diamo conto di come è stato messo insieme: sono migliaia di video girati da diverse fonti, ognuna delle quali è indicata con precisione.


Molti di questi, io che scrivo, li ho già visti sulla rete di Al Jazeera nelle ore e nei giorni immediatamente seguenti l’attacco – in questo caso sono tutte immagini girate in soggettiva con le camere sulla fronte dei terroristi di Hamas. Ci sono poi le immagini riprese dalle telecamere delle auto degli Israeliani sulla strada. Ci sono quelle delle telecamere dell’esercito di Israele quando i soldati sono arrivati per un’operazione salvezza fatta troppo tardi. Infine, si ascoltano le registrazioni fatte dall’esercito Israeliano, quando l’operazione soccorsi è partita, fra combattenti di Hamas e i loro comandanti che controllavano i terroristi attraverso le GoPro e i telefonini.


Andrò solo per capitoli. Il più importate, perché è quello su cui ci sono più dinieghi, riguarda gli stupri alle donne. L’Onu ha annunciato in queste ore che ci sarà un’inchiesta. Sarà fatta raccogliendo tutte le prove, ma di prove ce ne sono a sufficienza nelle immagini: le giovani hanno tutte sangue che cola fra le gambe, e molte anche dalla bocca. 


In una ripresa in una sorta di capannone, c’è una fila di ragazze morte, appoggiate al muro col busto, ordinatamente, i corpi con vestiti in disordine coperti di sangue un po’ dappertutto, dalla bocca, appunto, alle gambe, alla pancia. In un altro filmato una ragazza scende da una jeep con le mani legate dietro. Ha un top e un pantalone della tuta grigio chiaro. Si gira, e dietro, su quel pantalone chiaro si vede una enorme macchia di sangue, mentre viene spinta su una diversa macchina.


Questo video, ne sono spettatrice, è passato tantissime volte su Al Jazeera e poi sulle Tv di tutto il mondo. Ho visto anche di nuovo quello che per me è ancora oggi il massimo della pena: una ragazza bionda con addosso solo uno slip e il reggiseno, circondata da uomini che festeggiano, viene portata a pancia in giù sul retro di un camioncino. Per farla stare dentro le misure le hanno spezzato le gambe e gliele hanno rigirate in avanti. Sembra che sia morta.


Ascoltando le istruzioni che arrivano ad Hamas sui telefonini delle telecamere, ce ne sono del tipo «basta adesso con quel corpo, portatelo ai ragazzi e fateli giocare», «spara, spara, uccidi, uccidi il più possibile», a un certo punto sparano tanto che arriva l’ordine di «risparmiare un po’ di proiettili». 


Nei kibbutz si vede la caccia porta per porta, stanza per stanza, spesso vuote, perché molti sono già andati nelle saferoom. Uno che non è scappato viene ucciso sul divano attraverso la rete anti-zanzare dell’entrata. Lo sparo è casuale, giusto passando. Un padre e due figli in mutande appena svegli cercano di fuggire. Il padre porta in braccio il più piccolo, vanno in un rifugio in giardino, e si vede un braccio che lancia una granata dentro la stanza blindata. Il padre si butta sulla granata, i bambini scappano di nuovo e tornano a casa urlando il nome del padre, uno dei due è ferito agli occhi. 

Quelli di Hamas se ne sono andati. So per averlo letto come finisce questa storia – i due fratelli sono poi riusciti a scappare e sono stati trovati vivi.


Poi ci sono i ragazzi del rave, che piangono davanti al loro telefonino, e c’è la decapitazione. Due esempi per tutti: a terra ci sono due soldati uccisi, uno di loro ha la testa esplosa, all’altro la testa verrà tagliata da un civile volenteroso che sega a fatica l’osso del collo con un coltello e poi espone il bottino; anche di un’altra decapitazione è protagonista un civile: ci sono a terra due uomini uno dei quali, in mutande, è ancora vivo; arriva un civile gridando grazie ad Allah e chiede in una frenesia di urla «datemi qualcosa, datemi un coltello», gli danno una zappa e lui comincia a cercare di staccare quella testa con uno strumento che non taglia, mentre sotto di lui sobbalza a ogni colpo la vittima.


Ci sono tanti morti, trovati poi dai militari di Israele, un mare di sangue nelle case, a pozze, a strisce sul pavimento, di corpi sovrapposti immersi in questo rosso. Ci sono i corpi bruciati o semi bruciati. Ci sono i bambini uccisi: gli israeliani hanno coperto i buchi dei proiettili con nastro adesivo rosa – quelli in fronte sembrano dei fiocchi. Basta così. Al ventesimo minuto dei quaranta era impossibile continuare a guardare per la nausea. Eppure avevo evitato ogni cibo dalla mattina.


Ma forse il peggio non viene dalle immagini, ma dalle parole: i terroristi, quasi tutti giovani, che si scattano foto celebrando i morti dei nemici urlando la loro gioia, urlando a squarciagola in questo deserto; e la folla che a Gaza circonda con altrettanta gioia i camioncini che portano ostaggi mezzi vivi e mezzi morti. 


Infine, il grido di un giovane nella telefonata al padre. «Abu, tuo figlio è un eroe. Ho ucciso con queste mani 10 israeliani. Con le mie mani, Abu», e il padre lo benedice, e il ragazzo chiede della madre e ripete «Sono un eroe madre», e nel sottofondo una voce, ma non si capisce se sia del padre o della madre, risponde «Uccidi, uccidi, uccidi».


Mi raccomando, ricordatevi di condannare Israele.

Da Betta Maselli

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Rip Eva Marie Saint

 









1924 - 2026


 Oscar 1954  per Fronte del Porto

Il suo film del debutto con Marlon Brando, poi con Gregory Peck su Mount Rushmore

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