Grognards
giovedì 5 marzo 2026
Dirotta su Cuba 🇨🇺
Vi do una notizia che difficilmente oggi sentirete sui telegiornali.
Dall’Italia sta per partire una nuova Flotilla, destinazione Cuba, con l’obiettivo dichiarato di rompere simbolicamente l’embargo Usa sull’isola che sta affamando la popolazione e portare ai cubani cibo, farmaci fondamentali e aiuti sanitari.
Si chiama European Convoy for Cuba: è una missione di cooperazione civile e aiuti
sanitari promossa da AICEC, nell’ambito della campagna Let Cuba Breathe, che partirà il 17 marzo per l’Avana con un volo umanitario per unirsi alla flotilla internazionale per Cuba.
A bordo ci saranno anche Ilaria Salis e Mimmo Lucano, parlamentari europei di Avs, l’unico partito italiano presente nella Flotilla.
A loro credo che tutti dovremmo dire grazie per mettere ancora una volta il proprio corpo a sostegno di una battaglia giusta, in difesa come sempre degli ultimi e degli oppressi.
Non è scontato mai, soprattutto oggi.
Solidarietà totale ai cubani e massimo sostegno a questa nuova Flotilla per Cuba.
Ognuno faccia la propria parte, nel proprio piccolo, perché vada a buon fine.
La Melona deve dimettersi immediatamente!
Sembra incredibile, e invece è successo davvero.
Invece di presentarsi davanti al Parlamento e ai cittadini italiani, la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni è andata in radio, a Rtl 102.5, per relazionare il Paese sulla più grave crisi della storia recente.
E ha infilato una supercazzola dietro l’altra.
Ha assicurato che “L’Italia non è in guerra e non intende entrarci”.
Già, peccato che invierà immediatamente armi, sistemi anti-droni e munizioni ai Paesi del Golfo ufficialmente per difendersi dall’Iran (dimenticandosi di dire che l’Iran si sta a sua volta difendendo da un attacco illegale).
Ha aperto esplicitamente all’utilizzo delle basi americane sul territorio italiano: “Ci atteniamo agli accordi bilaterali”.
E in caso di richieste ulteriori? “Decideremo insieme al Parlamento”.
Parlamento di fronte a cui però si guarda bene di metterci la faccia, come invece avevano richiesto tutte le opposizioni, lasciando la patata bollente a Tajani e Crosetto. Aiuto!
E ancora:
Si dice preoccupata “da una crisi sempre più evidente del diritto internazionale e degli organismi multilaterali che sta generando un mondo sempre più governato dal caos”.
Solo che si dimentica di dire che chi viola sistematicamente e ripetutamente il diritto internazionale ha un nome e cognome: si chiama Donald Trump. Ieri in Venezuela, oggi in Iran.
Ma mica finisce qui:
Ha parlato di “reazione scomposta dell’Iran”.
E certo, dopo che due Paesi ti bombardano e ammazzano civili, cosa ti aspetti che facciano? Che rispondano con i fiori.
Non una parola neppure sull’imbarazzante caso di Crosetto a Dubai.
Nessuna condanna dell’aggressione unilaterale di Trump e Israele.
Nessuna autocritica per essere stata la più grande amica e alleata di due criminali di guerra.
E soprattutto: nessun passaggio in Parlamento davanti agli italiani.
Ma su una radio privata, come se fosse una cantante in gara a Sanremo che commenta la geopolitica, in spregio di qualunque ruolo e incarico istituzionale.
Che abisso rispetto al discorso monumentale pronunciato appena 24 ore fa dal premier spagnolo Sánchez.
Siamo in queste mani qui.
E di questi tempi mette i brividi.
Lorenzo Tosa
La Castro scrive solo stronzate su Facebook
Non è facile capire cosa sia diventata la sinistra italiana. Per decenni ha combattuto l’ingerenza religiosa nello Stato, ha sfidato il potere clericale, ha rivendicato la laicità come architrave della democrazia. “Né Dio né padrone” non era uno slogan folcloristico: era identità politica.
Oggi, però, quella fermezza sembra dissolversi quando l’oscurantismo non indossa la talare cattolica ma il turbante. Davanti a regimi teocratici che reprimono donne, oppositori e minoranze, l’indignazione si fa improvvisamente prudente. La condanna diventa “analisi geopolitica”. Il principio si piega alla convenienza ideologica: se il nemico del mio avversario è anti-occidentale, allora merita comprensione.
La storia dovrebbe aver insegnato qualcosa. Nel 1979 i comunisti iraniani appoggiarono Khomeini contro lo Scià. Pochi anni dopo furono messi fuori legge, incarcerati, impiccati. L’islamismo politico non è un alleato tattico: è un progetto totalizzante che usa e poi elimina. È già successo. Non è teoria.
Anche in politica interna la coerenza sembra opzionale. La separazione delle carriere dei magistrati è stata discussa e in passato sostenuta da esponenti del centrosinistra. Oggi diventa un attentato alla democrazia. Non perché sia cambiato il merito, ma perché è cambiata la firma. Se la propone l’avversario, è golpe. Se la propone il proprio campo, è riformismo.
Sulla sicurezza il copione è simile. Ogni episodio viene letto esclusivamente attraverso la lente delle cause sociali. Il colpevole diventa prodotto del sistema, mai responsabile individuale. La percezione diffusa di impunità viene liquidata come “narrazione”. Ma la distanza tra linguaggio politico e vita quotidiana dei cittadini si allarga.
Lo stesso schema si ripete sulle infrastrutture: grandi opere bloccate per anni, ricorsi infiniti, veti incrociati. Poi si denuncia il declino economico e l’arretratezza del Paese. Il diritto di dire “no” diventa più importante della capacità di costruire.
Sul piano culturale, l’attenzione al linguaggio inclusivo rischia di trasformarsi in ossessione simbolica. Si ridefiniscono parole, si riscrivono formulari, si moltiplicano manuali lessicali. Nel frattempo, salari stagnanti, periferie insicure e crisi industriali restano irrisolti. La sensazione è che si combattano battaglie semantiche mentre quelle materiali arretrano.
Il punto non è che la sinistra non debba opporsi. È che sembra aver scelto l’opposizione come habitat naturale. Governare significa decidere, assumersi costi, accettare compromessi. Protestare è più semplice: basta individuare un nemico e denunciare una “deriva”.
Forse non è incoerenza. È una strategia: mantenere la superiorità morale anche a costo di perdere quella politica. Ma la storia insegna che chi gioca con le ambiguità ideologiche spesso finisce travolto dalle conseguenze.
Il problema non è avere idee diverse. È votare contro le proprie, per principio di appartenenza. È trasformare ogni riforma in uno scontro identitario. È preferire avere ragione contro qualcuno piuttosto che avere ragione per il Paese.
Basta embarghi in tutto il mondo
In questo momento, nel silenzio generale e complice, mentre tutti gli occhi del mondo sono puntati sull’Iran, a Cuba si sta consumando la più grave crisi umanitaria dal 1962.
Sull’isola la situazione è letteralmente drammatica.
Blackout anche di 15, 18 ore al giorno lasciano intere città senza elettricità e spesso senz’acqua. Ciò significa anche che smettono di funzionare molti ospedali, dove si fatica a reperire farmaci essenziali e materiali sanitari di base.
Il cibo scarseggia, si formano code anche di ore per pane e pollo. Molte famiglie riescono a consumare un solo pasto al giorno e circa il 90% vive in condizioni di povertà estrema.
Ma tutto ciò non è la crisi di un sistema politico ed economico, come vorrebbe presentarla qualcuno.
Questo è il risultato di una precisa volontà politica spietata che ha un responsabile preciso. Anzi due, sempre i soliti: Stati Uniti e Israele.
Ovvero gli unici due Paesi che ogni anno, da anni, votano sistematicamente contro la risoluzione Onu per togliere l’embargo Usa a Cuba che resiste dal 1962.
Nel 2014 Barack Obama aveva avviato un progressivo disgelo dei rapporti con Cuba che avrebbe dovuto portare negli anni alla fine dell’embargo.
Poi nel 2016 è arrivato Donald Trump e non solo ha cancellato ogni passo avanti, ma ha ulteriormente irrigidito le sanzioni, reinserito Cuba nella black list dei Paesi che sostengono il terrorismo (poi revocata da Biden) e isolata sempre più dal resto del mondo come un boss spietato e vendicativo.
E a inizio 2025 è riuscito addirittura a fare peggio del suo precedente mandato, non solo isolando Cuba ma minacciandola ripetutamente anche di invasione.
Al punto che per molti potrebbe essere il nuovo obiettivo militare di Trump dopo il Venezuela e l’Iran e prima della Groenlandia, nel delirante risiko trumpiano.
Oggi chiunque abbia un minimo di umanità e di conoscenza anche elementare della Storia e dell’economica non può che stare con Cuba e soprattutto con i cittadini cubani, uniche vere vittime di tutto quello che hanno dovuto subire all’interno del proprio Paese e soprattutto all’esterno.
Gli stessi cubani che durante la pandemia hanno letteralmente salvato centinaia, migliaia di vite con le loro brigate di medici venendo ad aiutarci “a casa nostra”. E di fronte al cui dramma non dedichiamo una riga.
Solidarietà a tutti i cubani che stanno soffrendo fame e povertà per colpe non loro.
Chi tace di fronte a tutto questo è complice.






