giovedì 16 luglio 2026

Il caso Roggero

 Il gioielliere, il far west e i giudici che hanno rovinato la festa ai leoni da tastiera


C'è una scena che va raccontata bene, perché è quella su cui si regge tutto il castello di indignazione social degli ultimi giorni: un negozio di paese, due ladri già in fuga, un uomo con la pistola in mano che invece di fermarsi decide di correre fuori e inseguirli. Da qui in avanti, la versione raccontata sui social, quella dell'eroe che si è solo difeso, e quella scritta nero su bianco nelle sentenze dei giudici raccontano due storie diverse. E quando due racconti dello stesso fatto si allontanano così tanto, di solito è perché uno dei due è comodo e l'altro è vero.


Partiamo dal primo, gigantesco equivoco che ha alimentato mesi di eroismo da bar. Roggero, appena dopo i fatti, ha raccontato ai giornali di aver sparato mentre i rapinatori erano ancora dentro il negozio, armati e minacciosi. Un classico "o io o loro", perfetto per farsi le stigmate del cittadino coraggioso che si è solo difeso. Peccato che le telecamere di sicurezza raccontassero una versione decisamente meno epica: tutti i colpi sono partiti fuori dalla gioielleria, sulla pubblica via, mentre i tre stavano già scappando verso l'auto. Quella versione eroica raccontata ai giornali, guarda un po', è sparita dal processo nel momento esatto in cui è stata sbugiardata dal video. Non un dettaglio da nulla: è la differenza tra difendersi e vendicarsi.


E qui arriva il secondo colpo di scena che i patrioti da commento non hanno mai voluto raccontare: il presunto rapimento della moglie. Per settimane si è sussurrato che Roggero fosse corso fuori come un ossesso perché credeva che la moglie fosse stata presa in ostaggio dai rapinatori. Bellissima storia, se non fosse che le immagini interne del negozio mostrano tutt'altro: mentre lui corre verso la porta con la pistola in mano, è la moglie stessa a mettersi tra lui e l'uscita, ed è lui a spostarla di lato per proseguire l'inseguimento. I giudici, con una punta di sarcasmo giudiziario che raramente si legge in una sentenza, fanno notare che sarebbe del tutto assurdo credere al racconto del rapimento, visto che Roggero ha sparato dentro l'automobile, l'unico posto dove la moglie sequestrata avrebbe potuto trovarsi. Missione salvare la moglie o rischiare di ammazzarla per errore: fate voi.


Ora, chi ha passato gli ultimi giorni a scrivere "io avrei fatto lo stesso" sotto ogni post di indignazione forse dovrebbe fermarsi un secondo sui dettagli che seguono, perché qui la narrazione del cowboy solitario che randella il male finisce di colpo. Uno dei rapinatori, mentre scappa, inciampa e cade a terra. Roggero lo raggiunge e lo colpisce alla testa e alla schiena con diversi calci; l'uomo si rialza, riesce a scappare, ma morirà comunque per le ferite delle pallottole già incassate prima. Un secondo rapinatore, ormai colpito, cerca di nascondersi dietro l'automobile, si accascia e muore lì, dopo che Roggero ha continuato a sparare verso il veicolo. Non è più autodifesa, a questo punto: è quella cosa che i penalisti chiamano con un certo pudore "azione punitiva", e che i giudici, con meno pudore, hanno definito giustizia privata con immediata esecuzione della pena. Un uomo che si sostituisce al tribunale, alla polizia, alla legge, decidendo lì per lì chi merita di vivere e chi no. Difficile trovare qualcosa di più lontano dall'idea romantica del cittadino che si difende.


C'è poi un dettaglio burocratico che fa ridere per l'ironia involontaria: quella pistola, Roggero la deteneva legalmente, ma non aveva il porto d'armi per portarla fuori dal negozio. Quindi no, non stiamo parlando solo di un uomo che ha reagito male a una rapina: stiamo parlando di un uomo che ha commesso, oltre all'omicidio, anche il reato di aver portato illegalmente un'arma sulla pubblica via per usarla come plotone d'esecuzione personale. Il vigilante fai-da-te aveva pure sbagliato la modulistica.


Detto tutto questo, e sono cose che chiunque avrebbe potuto sapere prima di postare "eroe italiano" sotto ogni foto del gioielliere, bisogna fare un passo indietro e guardare la faccenda con più calma di quanta ne abbiano avuta i social. Perché la sentenza è severa e, sulla base di questi elementi, appare proporzionata: rapina finita, arma portata illegalmente fuori, colpi su persone in fuga, violenza fisica su un uomo già a terra. Non ci sono i margini per parlare di legittima difesa né di eccesso colposo, le due condizioni previste dalla legge per giustificare o attenuare un omicidio commesso per difendersi, perché entrambe richiedono un pericolo attuale che, quando lui ha sparato, semplicemente non c'era più.


Ma dire che la pena è giusta non significa infilare Roggero nello stesso calderone morale di chi imbratta la Costituzione con la sciatteria di un Pozzolo qualunque o di un Barboni da salotto televisivo. Qui non c'è un politico che gioca a fare il duro per la telecamera: c'è un settantaduenne che aveva già subito altre rapine, che gestiva un'attività bersaglio ricorrente della criminalità, che in una manciata di secondi ha preso una decisione che gli ha rovinato la vita e ne ha spente altre due. La Corte d'Appello lo ha riconosciuto, concedendogli attenuanti generiche legate al peso di quel vissuto, che hanno fatto scendere la pena da diciassette anni a quattordici anni e nove mesi. Non lo trasformano in innocente, ma raccontano bene quanto la paura accumulata, il senso di abbandono da parte delle istituzioni, il terrore di essere sempre la vittima designata possano deformare il giudizio di un uomo fino a fargli scambiare la vendetta per giustizia.


Ecco perché questa storia meriterebbe più complessità e meno tifo da stadio. Non serve santificare Roggero come il paladino della legittima difesa che non è mai stato, e non serve nemmeno seppellirlo sotto lo stesso disprezzo riservato a chi maneggia armi e privilegi per sport politico. Serve guardare in faccia sia la fragilità di un uomo massacrato psicologicamente da rapine ripetute, sia la freddezza clinica con cui, in quei secondi, ha scelto di inseguire, sparare, colpire un uomo a terra e continuare a premere il grilletto su un'auto in fuga. Sono entrambe vere. E chi ha passato giorni a santificarlo senza sapere nulla di tutto questo, forse dovrebbe fare un piccolo, sano esercizio prima del prossimo post indignato: leggere le sentenze prima di scrivere i commenti.


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A Kiev vige la democrazia

 


Ennesima dimostrazione di democrazia dall'Ucraina, anche sotto le bombe il popolo fa sentire la propria voce. Una cosa che non vedrete mai nella Russia di Putin. 


E no, non stiamo protestando perché vogliamo arrenderci alla Russia o smettere di combattere, ma perché vogliamo cacciare più velocemente gli occupanti dalle nostre terre e allo stesso tempo allontanarci ancora di più dal Cremlino e dal suo retaggio sovietico. 


Quello a cui stiamo assistendo sono i dolori della crescita di un paese, non cediamo al panico e alle false notizie. Il popolo ucraino sa cosa vuole e sa come chiederlo, siate fiduciosi. 💛☺️


Per delle analisi più approfondite sulla questione di Fedorov vi lascio sotto dei testi di persone molto più esperte di me. ⬇️

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I deliri fascisti su Facebook

 È virale l'immagine della tizia afroamericana circondata dai suprematisti nella metro di Washington. Articoli, post e grafiche che fomentano la "potenza" dell'immagine, la donna già assurta al ruolo di eroina.


Ovviamente tutto questo avviene nelle fantasie bagnate dei depressi antifascisti ed antirazzisti.


L'immagine, invece, ricalca la realtà in modo assoluto: nonostante tu sia afroamericana circondata da centinaia di suprematisti bianchi, puoi stare tranquilla, nessuno ti torcerà un capello, tornerai a casa sana e salva.


Ed invece penso ad Irina Zarutska che aveva appena finito di lavorare e voleva solo tornare a casa, peccato che sia finita in metro circondata da afroamericani, uno dei quali l'ha sgozzata nell'indifferenza degli altri, che l'hanno guardata morire senza muovere un dito.


Pensateci: preferireste finire in un treno pieno di maranza o di militanti di Casapound?



Antonio Staltieri 🔴 MARIO ROGGERO, L'ANZIANO COMMERCIANTE CONDANNATO A 14 ANNI E 9 MESI PER AVER UCCISO DUE RAPINATORI, POTEVA ESSERE ASSOLTO? SI, POTEVA.


Tutti noi sappiamo cosa accade in Italia Sovietica se uccidi un criminale, vai dritto dritto in galera. 

Anche Roggero lo sapeva, quindi è ovvio che fosse andato, per usare un termine non tecnico, "fuori di testa" a causa dello spavento per se (picchiato dai criminali) e i suoi cari e dello stress della situazione.

Era quindi facoltà dei giudici applicare l'art. 88 del Codice Penale che cita: "Non è imputabile chi, nel momento in cui ha commesso il fatto, era, per infermità, in tale stato di mente da escludere la capacità d'intendere o di volere."

Ai fini dell'applicazione dell'articolo 88, l'infermità deve essere una patologia fisica o "psichica", anche transitoria, di gravità tale da escludere totalmente la capacità d'intendere o di volere al momento del fatto, purché sussista un chiaro  "nesso di causalità" con il reato, come esattamente è successo nel caso in esame.

Ovviamente i giudici del Regime dell'Italia Sovietica hanno optato per un'altra strada, per mandare un chiaro messaggio al popolo italiano: "I criminali non si toccano".

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Piscina di San Gemini

 


Fenix

mercoledì 15 luglio 2026

L'Effetto Dunning-Kruger: quando meno sai, più pensi di sapere




Ti è mai capitato di vedere qualcuno parlare con una sicurezza assurda di un argomento... e pensare "ma questo non ci capisce nulla"?  

Oppure il contrario: una persona bravissima che dice "no, devo ancora imparare"? 


Non è un caso. Ha un nome: Effetto Dunning-Kruger.


Cos’è in 10 secondi

È un bias cognitivo scoperto nel 1999 dagli psicologi David Dunning e Justin Kruger della Cornell University.  

In breve: le persone con poche competenze tendono a sopravvalutarsi. Le persone molto competenti tendono a sottovalutarsi.


La famosa curva: dal Monte dello Stupido alla Pendenza dell’Illuminazione


Immagina un grafico con "Competenza" e "Fiducia in se stessi".


1. Picco del Monte dello Stupido

   Sai 2 cose e pensi di sapere tutto. Fiducia alle stelle, competenza bassissima.  

   Esempio: Ho fatto 3 video su TikTok, sono un influencer.


2. Valle della Disperazione  

   Studi, sbagli, ti confronti. Ti rendi conto di quanto è vasto l’argomento. La fiducia crolla.  

   Esempio: Ho aperto un libro di marketing e non ho capito niente.


3. Pendenza dell’Illuminazione  

   Continui a studiare e fare pratica. La competenza sale. La fiducia risale, ma in modo realistico.  

   Esempio: Ok, so fare il mio lavoro, ma c’è sempre da imparare.


4. Plateau della Sostenibilità 

   Sei esperto. Sei calmo, competente e non hai bisogno di dimostrarlo.


Perché ci caschiamo tutti?

1. Chi ne sa poco non ha gli strumenti per valutare se stesso. Non sa di non sapere.

2. Chi ne sa tanto pensa che sia facile per tutti. "A me sembra ovvio, quindi lo sanno tutti".


Risultato: i meno esperti parlano più forte. Gli esperti fanno più domande.


3 esempi quotidiani

- Guida: Il neopatentato fa lo spaccone. Il pilota di 20 anni guida con prudenza.

- Lavoro: Il tirocinante corregge il capo. Il capo chiede 3 pareri prima di decidere.

- Social: Chi urla e semplifica fa più visual. Chi spiega con le sfumature ne fa meno.


Come difendersi dall’Effetto Dunning-Kruger

1. Cerca feedback veri, non solo complimenti

2. Confrontati con chi è più bravo di te - fa male all’ego ma fa crescere

3. Fai questa domanda: "Cosa mi manca per migliorare?" invece di "Sono già bravo?"

4. Accetta di dire "non lo so". È il primo passo per uscire dal Monte dello Stupido.


In conclusione

L’effetto Dunning-Kruger non serve a prendere in giro gli "ignoranti". Serve a ricordarci una cosa:  

La vera competenza inizia quando smetti di pensare di averla già.


La prossima volta che ti senti un genio dopo 5 minuti di YouTube... respira. Potresti essere in cima al monte.


Fenix

Incompiuta

 



Anima,


dimmi dov'eri

quando ho imparato

a chiamare destino

la mia paura.


Dimmi dov'eri

quando applaudivo

la luce delle altre

mentre spegnevo la mia,

un respiro dopo l'altro,

senza rumore,

come si spegne una candela

in una casa già vuota.


L'anima non grida.


Impara il silenzio

molto prima delle labbra,

molto prima degli occhi,

molto prima che il mondo

le insegni

il nome della perdita.


Ho vissuto inginocchiata

davanti all'impossibile.


Ho consumato gli anni

cercando un volto perfetto

da indossare,

e intanto il mio

cadeva in polvere

senza che io trovassi

il coraggio di guardarlo.


Che fame è questa,

anima?


Che fame non si sazia

con l'amore,

né con il tempo,

né con la bellezza,

e divora perfino

chi continua a nutrirla?


Ho abitato stanze

costruite con i miei rimpianti.

Ho aperto finestre

che davano soltanto

su altre finestre chiuse.


Ogni mattina

indossavo il mio nome

come un abito

appartenuto a un'altra.


Ogni mattina

mi convincevo

che sarebbe stato diverso.


Ogni sera

ritornavo

più lontana da me.


Mi hai vista piangere

senza lacrime.


Mi hai vista sorridere

per non spaventare nessuno.


Mi hai vista morire

a piccole dosi,

con la pazienza

di chi confonde

il sopravvivere

con il vivere.


Eppure non mi hai lasciata.


Sei rimasta.


Come una brace

sotto la neve.


Come una voce

che continua a chiamarmi

quando il mondo

ha già smesso di credere.


Ora lo so.


La soccombente

non è colei che perde.


È colei che misura

il proprio respiro

con quello delle altre,

che offre il cuore

a un'impossibile perfezione,

che porta

una montagna nel petto

e continua,

ostinatamente,

a chiamarla

anima.


Perché ci sono crepe

che non chiedono

di essere guarite.


Chiedono soltanto

di essere amate.


Ed è da quelle crepe

che entra la luce,

non per salvarmi,

ma per ricordarmi

che anche il dolore

ha un volto,

che anche la sconfitta

ha un nome,

che anche un'anima ferita

può restare

profondamente viva.


E se il mondo

mi chiederà

perché non ho vinto,


non abbasserò lo sguardo.


Aprirò il petto.


Mostrerò

le mie crepe,

le notti senza nome,

le speranze sepolte,

i sogni rimasti in ginocchio.


E dirò soltanto:


questa

è la mia anima.


Mai compiuta.


Mai perfetta.


Mai arresa.


Roberta Pantaloni 


Opera di Juan Trujillo


Riberta Pantaloni

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Ti bacerei per ore vikinga

 


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