Doveva arrivare questo giorno
A Palazzo San Macuto c’erano tutti gli ingredienti per una bella esecuzione televisiva: l’ex ministro, le domande col dito puntato, anni di slogan da riscaldare. Mancava soltanto che l’imputato collaborasse. Invece Speranza si è presentato con gli studi. Una scorrettezza: se uno porta i documenti, poi qualcuno potrebbe sentirsi obbligato a leggerli.
Il 26 ottobre il confronto è durato oltre otto ore, pause comprese. E il problema, per chi cercava una confessione da mettere in vetrina, è stato precisamente questo: alle accuse sono arrivate risposte, ai tormentoni sono arrivati documenti. Perché chiedere conto delle decisioni è un dovere; trattare ogni risposta come un inconveniente della trasmissione è un format.
Il precedente americano è istruttivo. Il 29 luglio di quest’anno Anthony Fauci ha invocato il Quinto emendamento più di cento volte davanti alla commissione del Senato presieduta da Rand Paul. Il dettaglio convenientemente dimenticato nella versione da propaganda? Non era uno scienziato che aveva sempre evitato le domande: nella dichiarazione iniziale ricordò di aver già testimoniato davanti al Congresso oltre duecento volte nel corso della sua carriera. Sul Covid aveva affrontato anche oltre quattordici ore di intervista a porte chiuse nel gennaio 2024, prima dell’audizione pubblica di giugno. Le risposte, dunque, non cominciavano quel giorno; quel giorno cambiava la sua scelta difensiva. Fauci spiegò di temere che Paul, dopo ripetute richieste di incriminarlo, volesse ricavare dalle sue parole un appiglio per perseguirlo: per questo seguiva il consiglio dei legali. È seguito un voto di commissione sul rifiuto di rispondere, non una sentenza di colpevolezza sulla gestione della pandemia. Si può contestare quella scelta, non trasformarla in una confessione. Ma raccontare anni di testimonianze richiede tempo; montare il silenzio come prova del delitto entra comodamente in un reel. Il Quinto emendamento, nella versione dei giuristi da commento, diventa così il primo comandamento: sei colpevole, purché serva al titolo.
Qui Speranza ha risposto. E allora bisogna fare i conti con il contenuto: stime ISS di 151.532 decessi, 517.807 ospedalizzazioni e 56.872 ricoveri in terapia intensiva evitati tra il 2021 e l’inizio del 2022. Poi lo studio OMS: circa 1,6 milioni di vite salvate nei Paesi e territori europei esaminati, fra dicembre 2020 e marzo 2023. Sono stime, con metodi e incertezze dichiarati. Per contestarle servono analisi migliori, non una faccia contrariata: il sopracciglio non ha ancora superato la revisione scientifica.
E poi la Francia. JAMA Network Open: 22.767.546 vaccinati e 5.932.443 non vaccinati, fra 18 e 59 anni, seguiti per una mediana di 45 mesi. Nessun aumento della mortalità generale nei vaccinati; dopo gli aggiustamenti statistici, un’associazione con una mortalità complessiva inferiore del 25% e un rischio di morte da Covid grave inferiore del 74%. Non significa che ogni differenza sia causata dal vaccino, né che i danni individuali non esistano. Significa che la profezia della strage nascosta si è trovata davanti quasi ventinove milioni di persone osservate. Il gruppo Telegram ha finalmente incontrato un campione. Non l’ha presa bene.
“Ma si contagiavano anche i vaccinati.” Certo: gli studi descrivevano una protezione dall’infezione parziale e calante, mentre quella dalla malattia grave rimaneva più elevata. Passare da “non impedisce ogni infezione” a “non serve” è come contestare le cinture perché non hanno abolito i funerali. La battuta funziona al bar; in una commissione parlamentare sarebbe gradito almeno il tentativo di distinguere due concetti.
Sul lockdown, Speranza ha richiamato lo studio pubblicato su Nature e la stima di circa 630.000 morti evitati in Italia dalle misure della prima fase. Un modello controfattuale, non persone contate una per una: questa precisazione va fatta proprio perché i dati si difendono spiegandoli, non trasformandoli in santini. Chi li contesta discuta le ipotesi del modello. Il fastidio non è un metodo alternativo.
Poi il tormentone Tachipirina e vigile attesa. Speranza ha richiamato tre circolari, 73 pagine complessive e cinque pareri scientifici a sostegno delle indicazioni. I documenti AIFA contemplavano anche FANS e altri interventi; il Consiglio di Stato chiarì che le raccomandazioni non imponevano una terapia unica inderogabile. Raccontare che il ministero avesse ordinato a tutti una compressa e l’abbandono non è una lettura critica: è un riassunto scritto contro il documento originale.
Sugli effetti avversi ha ricordato 150 milioni stanziati per gli indennizzi. Il finanziamento non dimostra che ogni persona sia stata assistita adeguatamente: servono cure, riconoscimenti e pagamenti. Ma ammettere i danni individuali e riconoscere il beneficio collettivo non è contraddittorio. Usare quei danni per cancellare ogni beneficio, invece, significa prendere una sofferenza vera e farle pronunciare una conclusione che non dimostra.
E prima di ricominciare il processo da capo, bisognerebbe ricordarsi che i procedimenti non sono rimasti tutti appesi ai titoli dei giornali. Il 7 giugno 2023 il Tribunale dei ministri di Brescia ha archiviato le posizioni di Conte e Speranza nel filone dell’inchiesta sulla gestione iniziale della pandemia in Val Seriana; il 23 giugno anche quello di Roma ha archiviato le posizioni di Speranza, Lorenzin e Grillo nel distinto filone relativo al piano pandemico. Archiviazioni, non assoluzioni dopo un dibattimento: le parole contano. Non chiudono ogni discussione politica, ma impediscono di vendere le accuse come se fossero condanne.
C’è infine l’oggetto misterioso del processo al ministro universale: le Regioni. Quadro nazionale, poteri territoriali, organizzazione regionale, attuazione delle aziende sanitarie. Non decideva tutto Speranza e non decidevano tutto le Regioni: servono atti, firme, competenze e responsabilità specifiche. Il ministro non era collegato via Bluetooth a ogni ospedale italiano. Comodo immaginarlo; leggermente meno comodo dimostrarlo.
È quando, davanti ai documenti, riparte lo stesso slogan come se nulla fosse stato detto che il confronto smette di sembrare un’inchiesta. Non è severità: è impermeabilità. E l’impermeabilità alle risposte non aggiunge rigore alle domande; rende visibile l’uso politico che se ne vuole fare.
La legge prevede una relazione finale. La scrivano, allora: accuse precise, prove valutate, responsabilità motivate. Non possiamo sapere se riusciranno a chiudere il lavoro; possiamo pretendere che lo facciano senza trasformare il dubbio in una serie televisiva rinnovata a ogni stagione elettorale. Perché il sospetto permanente ha un vantaggio sul risultato: il risultato devi dimostrarlo, il sospetto puoi continuare a monetizzarlo in consenso.
Quando hai davanti studi, documenti e archiviazioni, hai due possibilità: verificarli oppure continuare a vendere l’imputato. La prima produce conoscenza. La seconda produce pubblico.
E se la risposta non cambia mai la domanda, il problema non è che manchi la verità. È che la verità rischia di rovinare il prodotto.
La Commissione finisce. Il pubblico no-vax resta. Ed è lì che l’inchiesta deve dimostrare di non essere diventata campagna elettorale.
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