venerdì 6 febbraio 2026

𝗖𝗔𝗧𝗜𝗟𝗜𝗡𝗔: 𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗚𝗜𝗨𝗥𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗥𝗜𝗦𝗖𝗛𝗜𝗢̀ 𝗗𝗜 𝗗𝗜𝗦𝗧𝗥𝗨𝗚𝗚𝗘𝗥𝗘 𝗥𝗢𝗠𝗔




Nella turbolenta fase finale della Repubblica, tra le ferite delle guerre civili sillane e un profondo divario sociale, emerse Lucio Sergio Catilina. Nobile di antica stirpe, fu consumato da ambizione e debiti. La sua storia, raccontata con ostilità da avversari come Cicerone e Sallustio, culmina nel 63 a.C. con il fallito tentativo di colpo di stato contro Roma. Divenne così l'emblema di una Repubblica al collasso. Sallustio, nel suo celebre resoconto, definì l'evento "memorabile" per l'inedita gravità, collegandolo alla corruzione, all'avidità e allo sfarzo che stavano devastando la classe dirigente romana.


Catilina, pur discendente da un'antica gens, fallì la scalata politica. Dopo le guerre civili sillane, la sua carriera fu macchiata da accuse di violenza e concussione, e soprattutto da ripetuti insuccessi nella corsa al consolato. Decisiva fu la sconfitta del 63 a.C. contro Marco Tullio Cicerone, un homo novus dall'abilità oratoria eccezionale. In quell'anno, Catilina si propose come alfiere di debitori e diseredati, promettendo la cancellazione o l'alleggerimento dei debiti a senatori rovinati, cavalieri in crisi e masse urbane impoverite. Questa piattaforma, specchio del malcontento sociale, lo rese un sovvertitore agli occhi dell'aristocrazia, un uomo pronto a incendiare l'ordine repubblicano.


La congiura di Catilina, narrata da Cicerone e Sallustio, prese corpo nel 63 a.C. Il nobile decaduto, sostenuto da senatori scontenti, giovani ribelli e veterani impoveriti, tramava di incendiare Roma, perpetrare massacri e assumerne il controllo con la forza. Contemporaneamente, il fedele Gaio Manlio reclutava in Etruria un esercito tra coloni e contadini indebitati. A Roma, riunioni segrete (celebre quella da Marco Porcio Leca) definirono il piano: eliminare Cicerone e i senatori più autorevoli, saccheggiare la città e imporre il potere con il terrore.


Gli storici moderni ridimensionano il pericolo, spesso ingigantito dalla propaganda per esaltare Cicerone "salvatore", ma confermano l'esistenza di una reale trama eversiva, che sfruttò le profonde tensioni sociali dell'epoca, ben oltre le mere invenzioni politiche.


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Il 7 novembre del 63 a.C., in risposta alle voci di un attentato imminente, Cicerone convocò il senato nel tempio di Giove Statore e pronunciò la prima Catilinaria, un veemente atto d’accusa contro Catilina, seduto in aula. Il nemico politico provò a difendersi, rovesciando le accuse e rivendicando meriti, ma fu messo a tacere e isolato. Pochi giorni dopo, Catilina lasciò Roma, formalmente esule, per raggiungere l'esercito di Manlio in Etruria e porsi apertamente alla guida della rivolta. Cicerone, rimasto in città, ottenne dal senato il senatus consultum ultimum, poteri straordinari con cui giustificò le misure eccezionali in nome della salvezza della Repubblica. Le fonti sottolineano con enfasi questo passaggio: a Roma, il confine tra legalità e stato d’emergenza si assottigliò pericolosamente, creando un precedente di enorme peso per i decenni a venire.


La congiura di Catilina fu svelata a Roma: alcuni complici, scoperti in contatti con gli ambasciatori degli Allobrogi, furono arrestati. Cicerone, in Senato, presentò le prove (documenti e confessioni estorte), scatenando un aspro dibattito. Prevalse la linea dura: nel dicembre del 63 a.C., in nome del pericolo imminente per lo stato, cinque congiurati furono giustiziati senza regolare processo nel Tullianum. Questo atto, celebrato come energia patriottica ma criticato come violazione civile, evidenzia la crisi istituzionale della Repubblica: si accettò di infrangere la legge per salvare Roma. Intanto Catilina, con il suo esercito in Etruria, tentò l'ultima mossa, ma nel gennaio del 62 a.C. fu sconfitto e morì in battaglia contro il console Gaio Antonio Ibrida. Sallustio lo descrive morente tra i suoi, incarnazione tragica di una grande forza piegata alla distruzione.


Per secoli, Catilina è stato il mostro, l'incarnazione di vizio e ambizione, dipinto dai suoi nemici come il simbolo della degenerazione romana. Oggi, la critica invita a separare la realtà del complotto, pericoloso ma reale, dalla retorica amplificata per consolidare l'ordine e offrire un monito.


In Catilina si fondono il dramma di un aristocratico sconfitto che sceglie la sovversione e il destino di una repubblica che, per difendersi, calpesta le proprie leggi. Questa ambiguità rende ancora viva quella notte di Roma, dove il confine tra salvezza e rovina si fece sottile.


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𝗚𝗟𝗜 𝗘𝗡𝗢𝗧𝗥𝗜: 𝗟𝗔 𝗖𝗔𝗟𝗔𝗕𝗥𝗜𝗔 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔 𝗗𝗘𝗜 𝗚𝗥𝗘𝗖𝗜

 


Molto prima che le navi achee solcassero il golfo di Taranto, e che nomi come Sibari, Crotone o Locri ne ridisegnassero la mappa, la Calabria era già una terra viva, organizzata, percorsa da antiche rotte. I Greci la chiamavano Enotria, Terra del Vino, e la vedevano come una proto-Italia abitata da genti che coltivavano vigne, allevavano greggi e fondavano villaggi su alture strategiche: un occhio al mare, ma radici profonde nelle valli e sugli altipiani.


Le più antiche fonti greche narrano degli Enotri come di un popolo giunto dalla Grecia intorno all’XI secolo a.C., all'alba dell’Età del ferro, in un passato intriso di mito. Autori come Antioco di Siracusa e Dionigi di Alicarnasso li dipingono quali primi colonizzatori greci dell’Italia meridionale, guidati dall’eroe eponimo Enotro, figlio di Licaone, o dal re Italo, cui alcuni attribuiscono l’origine stessa del nome Italia. Tra miti e genealogie, gli Enotri fungono da ponte narrativo tra il mondo eroico dell’Ellade e le coste dell’Italia meridionale incontrate dai Greci dall’VIII secolo a.C. in poi.


Oltre il mito, l'archeologia rivela l'Enotria come una presenza concreta e complessa. Secondo Strabone, si estendeva dal Sele e Poseidonia fino al sud, abbracciando Cilento, parte della Basilicata e la Calabria settentrionale e centro-tirrenica. Gli Enotri prediligevano colline e altipiani, dominando i percorsi tra Ionio, Tirreno e Appennino. La Calabria "pre-greca" era un mosaico di comunità cantonali, distribuite per bacini fluviali, con villaggi che fungevano da nodi di una rete di scambi tutt'altro che isolata.


Uno dei luoghi più eloquenti di questa presenza è il pianoro di Torre Mordillo, nella Sibaritide, affacciato sulla piana e sulla confluenza di Coscile ed Esaro. Frequentato dal Bronzo medio (1700 a.C. circa) fino alla colonizzazione greca e oltre, il sito rivelò, a fine Ottocento, una vasta necropoli (circa 250 tombe a fossa) della prima Età del ferro. Luigi Viola, archeologo impegnato nella ricerca di Sibari, riconobbe nei corredi non prodotti greci, ma la traccia di una comunità indigena, detta enotria. La necropoli restituiva omogeneamente vasellame d’impasto e ceramica figulina decorata a motivi geometrici, il cosiddetto stile “a tenda”, testimonianza di un gusto condiviso e di una produzione locale definita.


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Le indagini sul pianoro hanno svelato un abitato organizzato in capanne, riconoscibili da buche di palo e intonaci d'argilla cruda che conservano le impronte di canne e rami intrecciati. Un incendio, nel Bronzo finale avanzato, distrusse una casa, lasciando resti carbonizzati e due grandi vasi – uno d’impasto scuro, l'altro chiaro dipinto a motivi geometrici – quasi a "cristallizzare" un frammento di vita enotria. Lungo il lato più esposto, un aggere difensivo, terrapieno con sovrastruttura lignea, proteggeva il villaggio. Ciò evidenzia la centralità del controllo territoriale e della difesa in un paesaggio animato da traffici e scambi.


Le ceramiche tornite, chiare, con decorazioni micenee pur prodotte in Sibaritide, assieme alla ceramica grigia depurata e ai grandi contenitori, rivelano una Calabria già partecipe dei flussi protostorici del Mediterraneo. Gli Enotri, lungi dall'essere isolati, dialogavano con i navigatori egei, scambiando tecniche, oggetti, idee. Così, quando gli Achei fondarono Sibari e le altre poleis ioniche a fine VIII secolo a.C., trovarono una terra organizzata, con insediamenti, competenze agricole (la viticoltura era nel nome, Enotria) e una memoria profonda, che i Greci reinterpretarono nei loro miti d'origine.


La Calabria pre-greca, emersa come regione vibrante, dialogava con l'Egeo, lasciando un segno indelebile nell'Italia antica. Gli Enotri, con i loro insediamenti in altura, necropoli precise e ceramica geometrica, sono la radice profonda su cui fiorirà, senza annullarla, la storia più nota della Magna Grecia.


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Emanuela Folliero

 


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Ci mancava il milionario feticista...


 

Quando sei un feticista dei piedi con tanti soldi...


Scherzi a parte, il pezzo venduto ha destato molto scalpore per due motivi.


Innanzitutto è l'unico schizzo preparatorio degli affreschi della Cappella Sistina mai apparso in un'asta; nello specifico si tratta di una sanguigna, uno schizzo in gesso rosso, raffigurante lo studio del piede della Sibilla Libica, una delle figure dipinte dal genio rinascimentale.


In secondo luogo, colpisce il fatto che il prezzo a cui è stato venduto lo schizzo superi di molto il valore stimato dell'opera: quest'ultimo si aggirava intorno al milione e mezzo di dollari. Che è già tanto, almeno per me (e immagino per molti di voi 😅), ma nulla paragonabile a 27 e passa.


Come al solito, la notizia solleva interrogativi di natura etica: è giusto che un'opera d'arte, persino un piccolo schizzo preparatorio, finisca in mano ai privati ricconi senza assicurazione di essere esposta e quindi goduta dal pubblico di comuni mortali?

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L'elettorato della Meloni...

 


"In Italia abbiamo due milioni di analfabeti totali, tredici milioni di semianalfabeti, cioè a dire, sanno fare la loro firma ma non capiscono ciò che leggono e altri tredici milioni di analfabeti di riporto, cioè a dire che hanno perso l'uso della scrittura e della lettura. Tredici e tredici fanno ventisei e due fanno ventotto. Siamo cinquantadue milioni di italiani, questa è la cifra ufficiale, allora, il momento nel quale questi analfabeti o semianalfabeti si recano a votare, su che cosa hanno basato le loro convinzioni? Sulla televisione. Ecco perché è da parte del potere assolutamente indispensabile che l'informazione sia univoca, sia indirizzata in un unico senso."


- Andrea Camilleri, tratto da un' intervista del 2010

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Sogno d'inverno

 


Sogno d'inverno

in una fredda notte-

note lontane


冬の夢

夜半の冷えに

遠音かな


Fuyu no yume

Yahan no hie ni

Toone kana 


AV Hisao - 2026

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La neve e l’anima del Giappone: impermanenza, silenzio e bellezza nell’estetica giapponese

 


Nella cultura giapponese la neve (雪 yuki) non è mai stata soltanto un evento climatico, ma un potente veicolo di riflessione filosofica ed estetica. Fin dall’epoca classica, la sua presenza è stata interpretata come una manifestazione visibile di principi profondi che attraversano la storia del pensiero giapponese, dalla letteratura aristocratica medievale fino alla pratica meditativa zen.


Uno dei concetti centrali è il mono no aware (物の哀れ), espressione che indica la consapevolezza emotiva della transitorietà di tutte le cose. Questo principio, teorizzato in epoca Edo dallo studioso Motoori Norinaga attraverso l’analisi dei classici, trova nella neve uno dei suoi simboli più efficaci: la sua bellezza è intensa, luminosa, ma inevitabilmente destinata a sciogliersi. Nei diari di corte e nella poesia tra periodo Heian e Kamakura, la neve compare spesso come immagine di ciò che commuove proprio perché non dura. L’osservarla diventa così un esercizio di sensibilità, quasi una forma di educazione emotiva.


Accanto al mono no aware si colloca il wabi-sabi (侘寂), un’estetica maturata tra il medioevo e l’età premoderna sotto l’influenza del buddhismo zen. Il paesaggio innevato, ridotto all’essenziale, privo di ornamenti e colori superflui, incarna perfettamente l’idea di bellezza nella semplicità, nell’incompiuto e nel silenzio. Non a caso, molte descrizioni di templi e giardini secchi (karesansui) sottolineano come la neve ne riveli la struttura profonda, rendendo visibile ciò che normalmente resta nascosto.


Nel pensiero zen, la neve è inoltre legata al concetto di vuoto (mu 無) e di sospensione del tempo. La sua caduta silenziosa ovatta i suoni, interrompe il ritmo ordinario del mondo e crea uno spazio mentale favorevole alla contemplazione. Nei testi attribuiti al monaco Dōgen, fondatore della scuola Sōtō nel XIII secolo, immagini naturali di questo tipo sono frequentemente utilizzate per descrivere l’esperienza di una mente libera da attaccamenti, pienamente presente nel qui e ora.


La poesia ha tradotto questi concetti con straordinaria efficacia. Nei versi di Matsuo Bashō, la neve non è mai decorativa: è silenzio, immobilità, profondità interiore. Le cronache dell’epoca Edo riportano che Bashō considerasse le grandi nevicate momenti privilegiati di sosta e meditazione, capaci di “fermare il viaggio” tanto quanto una rivelazione spirituale.


Attraverso la neve, la cultura giapponese ha espresso una visione del mondo in cui impermanenza, silenzio e bellezza non sono elementi negativi, ma dimensioni essenziali dell’esistenza. Guardare la neve significa imparare a non trattenere ciò che passa.


Un celebre haiku di Bashō esprime con estrema semplicità questa visione:


静けさや

岩にしみ入る

雪の声


Shizukesa ya

Iwa ni shimiiru

Yuki no koe


“Che silenzio:

penetra nella roccia

la voce della neve.”


In questi versi, la neve non cade soltanto: parla, nel linguaggio più profondo del silenzio.

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