lunedì 21 settembre 2026

Anche Zuppi umilia la Meloni

 


Il Presidente della Cei, il cardinale Matteo Maria Zuppi, è appena intervenuto in modo durissimo sulla proposta di Meloni del tetto al 30% degli studenti stranieri.


“Non possiamo accettare che il luogo di nascita, la condizione economica, fisica o il contesto sociale determinino le opportunità di apprendimento di un ragazzo. 

Una scuola autenticamente inclusiva è uno dei più potenti strumenti di giustizia e di pace” ha detto all’apertura del Consiglio episcopale d’autunno.


E ancora, con grande forza:


“Auguriamo alle nostre scuole di essere comunità capaci di generare fiducia, passione e responsabilità; luoghi in cui nessuno si senta escluso; laboratori di umanità in cui la tecnologia sia al servizio della persona e non la persona al servizio della tecnologia”.


“Nessuno si senta escluso a scuola”.

Questo ha detto.


In pratica Zuppi ha voluto dare una risposta diretta alla Presidente del Consiglio Meloni, pur senza mai citarla.


E ha spiegato perché:


“Educare significa accompagnare una persona a diventare libera, capace di cercare la verità, di riconoscere il bene, di entrare in relazione con gli altri e di assumere responsabilmente il proprio posto nel mondo.”


Francamente era difficile essere più chiari e netti di così.


Ancora una volta Zuppi ci ha ricordato di essere un uomo di un’intelligenza e un’umanità superiori. 


Non avevo molti dubbi.

Lorenzo Tosa 

Facebook 

Obiettivo 10.000.000 di visite raggiunte!

 


Nel 2011 abbiamo iniziato con 15 visite al giorno. Oggi non ne facciamo mai meno di 30.000.
Negli ultimi mesi abbiamo viaggiato tra le 700 e le 800 mila visite al mese.

Questo grazie a voi, che ci avete premiato con il vostro affetto.
Il nostro impegno sarà andare sempre più in alto.

Fenix


La Cina e la lotta al cancro: cosa c'è di vero?

 



Gira ovunque il titolo "La Cina ha trovato la cura per il cancro". Non è così, non esiste una cura unica miracolosa, ma qualcosa di importante si sta muovendo davvero e viene dalla Cina.


1. Tumore al fegato: due novità vere

A Shanghai il team del prof. Fan Jia ha dimostrato su The Lancet che nei pazienti con tumore al fegato avanzato che rispondono ai farmaci, operare dopo toglie molto tempo alla malattia. La recidiva si allunga quasi del doppio.

Un altro gruppo sta usando le micro-bolle + ultrasuoni: le bolle scoppiano dentro il tumore per pochi minuti e fanno entrare meglio chemio e immunoterapia. In studi recenti la risposta è salita dal 66% al 96%.


2. Melanoma: il Toripalimab

È un immunoterapico anti PD-1 made in China. Non è nuovo ma nel 2026 è entrato nelle linee guida cinesi per il melanoma metastatico. Riduce del 30% il rischio di peggioramento rispetto alla vecchia chemio e in Cina ora costa pochissimo grazie al rimborso statale.


Quindi non è il Dragone che sputa fuoco e brucia il cancro in un colpo solo, come nell'immagine, ma è il Dragone della ricerca che avanza a colpi di immunoterapia, chirurgia e tecnologie nuove.


È una speranza concreta, non una bufala, ma va sempre discussa con l'oncologo con il nome dello studio in mano.



Fenix


Chi sposerebbe Antonietta Tajani?

 


Facebook 

Sarri

 




Vi dico subito che a me come tipologia di allenatore non piace essendo un integralista.

Sto sentendo però troppe critiche nei confronti di #Sarri e questo non è giusto.


L’ #Atalanta non dimentichiamo che viene da anni fatti con #Gasperini, il quale aveva un modo completamente diverso di approcciarsi al campo da gioco.

I calciatori dell’Atalanta sono stati abituati per anni e anni a fare cose completamente diverse.

Sarri è l’esatto opposto di Gasp.


Anche il presidente della Dea il giorno dell’ingaggio di Sarri ha dichiarato:

“Sarà un anno diverso dagli altri. Abbiamo preso un allenatore che ha dei principi diversi da Gasperini. 

Ci aspettiamo tanto da lui, ma ci vuole del tempo. 

Questo noi lo sappiamo”.


Il primo anno alla Lazio ad esempio fece fatica, ma poi nel suo secondo anno arrivò secondo dietro ad un Napoli stellare, portando la Lazio in Champions, proponendo un calcio a tratti bellissimo da vedere. 

Il terzo anno poi andò via e le cause le conosciamo tutti. 

Andò via Milinkovic e la Lazio aveva un Luis Alberto in rotta di collisione con la società. 

Fece la richiesta di tre calciatori adatti al suo gioco, ma arrivò tutt’altro.


Sto leggendo critiche per l’ultima stagione fatta, ma in molti dimenticano i problemi avuti con la società, in molti dimenticano che a Gennaio gli furono venduti Guendounzi e Castellanos ovvero il centrocampista cardine nel suo gioco e l’attaccante titolare e comunque ha portato la Lazio in finale di Coppa Italia.

A centrocampo aveva Rovella sempre infortunato ed era rimasto solo con Taylor, Cataldi e Dele Bashiru. Escluso Taylor (arrivato a Gennaio), il resto del centrocampo era composto calciatori mediocri e nessuna mezz’ala.

Ha volte ha dovuto adattare Patric a centrocampo il che è tutto dire.


Le squadre di Sarri al primo anno storicamente hanno fatto sempre fatica e la società, compresi i calciatori lo sanno bene.


Lo stesso Ederson poche settimane fa ha dichiarato:

“Per noi è un modo tutto nuovo di interpretare la partita. Dovremmo essere bravi a capire il prima possibile cosa vuole il Mister”.


Calma e sangue freddo quindi, perchè Sarri non è sicuramente l’ultimo arrivato.

Facebook 

Il solito coglione!

 


Aveva un solo compito. Uno.


Stare lontano dal telefono.


Da luglio Mario Adinolfi era ai domiciliari con l'accusa di truffa aggravata e continuata, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. 


Il giudice gli aveva lasciato la casa, il divano, il frigorifero, la televisione. In cambio gli chiedeva una piccola rinuncia: niente smartphone, niente computer, niente social. Unica eccezione concessa, le chiamate con l'avvocato.


Per chiunque altro, una vacanza forzata. Per Adinolfi, la traversata del deserto.


Perché sui social lui ci vive. Lì è nata la Scommessa Collettiva, il "Betting Group" in cui, secondo la Guardia di Finanza, sono passati oltre 4,7 milioni di euro di risparmiatori, in buona parte finiti in orologi, lingotti, quadri, barche e viaggi.


 Lì per anni ha spiegato agli italiani come si vive, come si prega, come si tiene unita una famiglia. E lì, quando la Finanza ha bussato alla porta, secondo il gip aveva già pronta la raccolta successiva, battezzata "Cristo Regna".


Immaginatelo, i primi giorni. Seduto in salotto, il telefono spento sul tavolino come un pacchetto di sigarette per chi ha appena smesso. Il pollice che prude. Un giorno, due. Al terzo lo accende "solo per vedere i commenti". Al quarto risponde a uno. Al quinto è in diretta.


La Guardia di Finanza parla di violazioni ripetute e sistematiche. Secondo gli accertamenti citati dal gip, durante i domiciliari sarebbero comparsi 49 articoli sul suo blog e altri 23 post su Facebook: settantadue pubblicazioni. Una produzione editoriale che farebbe impallidire una redazione intera.


Bisogna però riconoscergli una virtù rara: la coerenza. 


La Scommessa Collettiva era nata sui social, era cresciuta sui social e sui social è finita. Dall'inizio alla fine, sempre sulla stessa piattaforma.


Un cerchio perfetto. Tondo, chiuso, senza uscite.


Come il cortile dell'ora d'aria.

Facebook 

Artisti di destra



In questi giorni su X si legge una narrazione surreale, rilanciata da diversi "maître à penser" della destra social: "Negli anni '50 e '60 persino chi era stato a Salò poteva fare l'attore, oggi se ti dichiari di destra ti cacciano dallo spettacolo".


Un piagnisteo vittimista che non regge alla prova della storia. Né a quella del presente.


Partiamo dai fatti.


È vero: nell'Italia del dopoguerra, artisti che avevano fatto scelte pesantissime durante la guerra civile sono diventati protagonisti della nostra cultura, del cinema, del teatro e della TV pubblica.


Prendete Raimondo Vianello. Amatissimo, elegante, maestro dell'ironia. Pochissimi ricordano che da giovanissimo aderì alla Repubblica Sociale Italiana e finì internato dagli Alleati nel campo di prigionia di Coltano.


A Coltano Vianello condivise la prigionia con Walter Chiari ed Enrico Maria Salerno. Tre uomini che, finita la guerra, avrebbero preso strade artistiche diverse ma sarebbero diventati protagonisti di primo piano dello spettacolo italiano.


E poi c'era Giorgio Albertazzi: tenente della RSI, condannato nel dopoguerra a due anni di carcere per collaborazionismo. Non rinnegò mai la propria adesione alla Repubblica Sociale.


Eppure, per decenni, è stato riconosciuto anche dalla critica progressista come uno dei massimi protagonisti del teatro italiano.


Come fu possibile?


Semplice: la sua appartenenza politica non impedì che la sua statura artistica diventasse patrimonio della cultura italiana.


Ed è proprio qui che il vittimismo contemporaneo comincia a scricchiolare.


Oggi si grida all'ostracismo ideologico per sostenere che chi ha posizioni conservatrici o vicine alla destra sarebbe automaticamente escluso dallo spettacolo.


Ma è davvero così?


Chi si colloca in quell'area lavora, produce, recita, conduce, dirige e va in onda.


Senza fare paragoni irrispettosi sul piano artistico, perché mettere Albertazzi, Vianello o Chiari sullo stesso piano dei protagonisti della TV popolare contemporanea sarebbe un'altra cosa, basta guardare gli ambiti omogenei.


Nella comicità popolare: se ieri c'erano le vette di Vianello e Walter Chiari, oggi ci sono Massimo Boldi ed Enrico Montesano, entrambi protagonisti per decenni della commedia e della televisione generalista e tutt'altro che riconducibili a un'area politica di sinistra.


Nel teatro, nella regia e nella produzione: se ieri c'erano Enrico Maria Salerno e Giorgio Albertazzi, oggi abbiamo Luca Barbareschi, ex parlamentare di centrodestra, regista, attore e produttore con una lunga presenza nell'industria televisiva e che inspiegabilmente lavora sempre.


E potremmo continuare.


Il punto, però, è un altro.


Non sto dicendo che oggi non esistano artisti di destra. Esistono eccome.


Sto dicendo che la loro stessa presenza nel sistema dello spettacolo smentisce l'idea di una persecuzione generalizzata per motivi politici.


E soprattutto: essere presenti nello spettacolo e avere una grande statura artistica sono due cose diverse.


Settant'anni fa figure come Vianello, Chiari, Salerno e Albertazzi potevano avere storie politiche e personali diversissime, anche ingombranti, ma il loro talento finiva per imporsi e diventare patrimonio culturale del Paese.


Oggi, invece, l'appartenenza politica viene talvolta evocata come spiegazione di fronte a un calo d'ascolti, a un programma che non funziona o a una carriera che non riesce più a ripetersi.


E allora viene da chiedersi: siamo davvero davanti a una persecuzione politica oppure, qualche volta, davanti alla difficoltà molto più semplice e molto meno eroica di accettare che il pubblico possa cambiare canale?


Il talento non ha mai chiesto la tessera di partito.


Ieri come oggi.

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