venerdì 6 novembre 2026

Brava Eugenia!

 


Alla fine della seconda guerra mondiale un operaio si infilò due dita in bocca e si staccò un ponte dai denti.


Era d'oro.


Si chiamava Simon Jereth. Diede quell'oro ai suoi compagni per farlo fondere e trasformarlo in un anello.

Quell'anello lo regalarono al loro capo. Lo conosci benissimo. Si chiamava Oskar Schindler.


Hai visto il film, lo so. La scena finale ce l'hai negli occhi.


Schindler piange. Guarda la sua bella auto e fa un conto.


Dieci persone. Quell'auto valeva altre dieci persone da salvare.

Poi si tocca il bavero della giacca. Si toglie la spilla d'oro.


Altre due persone.

Perché quando l'orrore diventa insostenibile le cose smettono di essere cose e si misurano in vite.


Schindler salvò 1.200 ebrei in questo modo. Spese tutto quello che aveva al mercato nero e in mazzette per i nazisti. Morì povero, mantenuto da chi aveva tirato fuori dall'inferno.


Fare i conti.


A Rocca Cilento c'è una signora di 75 anni che ha fatto lo stesso identico conto.


Rocca Cilento è un borgo minuscolo in provincia di Salerno.


Lì ci vive Eugenia.

Lei possiede un palazzo. Un palazzo antico del Seicento che appartiene alla sua famiglia da generazioni. C'è pure una cappella dedicata a San Giuseppe, che il vescovo registrò durante una visita nel 1751.


E poi c'è l'orto.

Nell'orto ci sono un noce, un ciliegio e un albero di loti.

Quell'albero di loti lo ha piantato suo padre nel 1949, il giorno in cui si è sposato.

Eugenia ha guardato tutto questo e ha fatto lo stesso calcolo di quell'industriale tedesco.

E allora ha messo in vendita la sua casa.

"Tutto quello che ricavo dalla vendita di questa casa andrà a Medici Senza Frontiere per i bambini di Gaza."


Tutto.


NON I SOLDI CHE AVANZANO A FINE MESE.


LA SUA CASA.


Lei non ha aspettato la fine della guerra per piangere sulle cose che poteva cedere per salvare qualcuno.


Lei lo fa oggi.


Si spoglia del suo passato per dare un futuro a figli che non sono suoi.


Ha guardato le pietre e non ci ha visto un valore immobiliare o una rendita intoccabile.


Ci ha visto dei respiri.

Delle esistenze lontanissime.


Sull'anello di Schindler i suoi operai incisero una frase.


Che tutti conosciamo.

E che quando serve quasi nessuno ricorda.


Eugenia l'ha ricordata. 

"Chi salva una vita salva il mondo intero"

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Sempre Forza Roma!

 


Una significativa immagine di Vincenzo D'Amico: è il derby dell'11 novembre 1984 (Roma-Lazio 0-0) e Vincenzo, sostituito all'88', si accomoda ai piedi della panchina romanista tra Carlo Ancelotti e Roberto Pruzzo. Che immagine meravigliosa !!

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🖤 AVERSA IN LUTTO, ADDIO A VALENTINA VERDE. LA GIOVANE PEDIATRA AVEVA SOLTANTO 34 ANNI 🕯️




Una vita spezzata troppo presto, una giovane dottoressa che aveva scelto di dedicare la propria professione alla salute e alla cura dei bambini. 💔


Aversa, in provincia di Caserta, è profondamente colpita dalla scomparsa di Valentina Verde, pediatra di appena 34 anni che prestava servizio presso l’ospedale San Giuseppe Moscati.


Una notizia dolorosa che ha suscitato grande commozione tra colleghi, amici, conoscenti e nella comunità cittadina.


Valentina aveva scelto una delle professioni più delicate e importanti, quella di prendersi cura dei più piccoli, accompagnando anche le loro famiglie nei momenti di preoccupazione e difficoltà.


Oggi il dolore più grande è quello dei suoi cari. Il papà Nicola, la mamma Maria Patrizia, la sorella Alessandra e tutti i familiari si trovano ad affrontare una perdita immensa.


L'ultimo saluto è stato organizzato per martedì 3 novembre, con la camera ardente presso la Casa Funeraria Corvino e il successivo trasferimento nella parrocchia Santuario San Giuseppe Operaio di Aversa.


La famiglia ha chiesto di non portare fiori.


A soli 34 anni, Valentina lascia un vuoto nella sua famiglia e tra le persone che hanno condiviso con lei il percorso professionale e umano.


Ci sono notizie davanti alle quali le parole sembrano non bastare. La scomparsa di una persona così giovane lascia tanta tristezza e invita a riflettere sulla fragilità della vita.


🕯️ Un pensiero di profonda vicinanza alla famiglia di Valentina Verde e a tutti coloro che oggi piangono la sua scomparsa.


Riposa in pace, Valentina. Che il tuo ricordo possa continuare a vivere nel cuore di chi ti ha voluto bene. 🕊️❤️


\#ValentinaVerde #Aversa #Caserta #Lutto #Pediatra #SanGiuseppeMoscati #RiposaInPace #Cordoglio

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giovedì 5 novembre 2026

Paracelso

 



Nome vero: Theophrastus von Hohenheim, svizzero, 1493-1541. Medico, alchimista, astrologo, e uno che litigava con tutti.


È passato alla storia per tre idee che all'epoca erano rivoluzionarie:


1. "È la dose che fa il veleno"

È la sua frase più famosa. Per lui non esisteva una sostanza buona o cattiva in assoluto, dipendeva da quanta ne prendevi. È da lì che nasce la tossicologia moderna. E vale anche per l'acqua, il sale, le medicine, tutto.


2. Il corpo come un laboratorio chimico

Mentre i medici del suo tempo parlavano solo di "umori" - sangue, bile, ecc. - lui diceva: no, nel corpo ci sono processi chimici, e le malattie sono squilibri chimici. Per questo iniziò a usare minerali e metalli come medicine: zolfo, mercurio, ferro, sali. Alcune erano pericolose, altre hanno aperto la strada alla farmacologia.


3. La malattia non è una punizione, va curata nel punto dove sta

Lui viaggiava, osservava i minatori, gli operai, i contadini, e diceva che dovevi curare il malato, non il libro di medicina. Sembrava ovvio, ma all'epoca andava contro le università.


 Paracelso credeva che ogni malattia avesse anche una componente invisibile, spirituale, e che le piante avessero una "firma" - cioè la forma ti diceva a cosa servivano. Una pianta a forma di fegato curava il fegato, una a forma di cuore curava il cuore. Oggi la scienza dice che non funziona così, ma è un'idea che è rimasta per secoli nella medicina popolare.


1. "Diceva di poter curare ogni malattia"


Non è proprio una frase sua alla lettera, ma è l'idea che girava intorno a lui. E c'è anche un motivo concreto.


Sulla sua tomba a Salisburgo c'è scritto che lui, dottore in medicina, con arte meravigliosa curò ulcera, lebbra, gotta, idropisia e altre malattie del corpo ritenute incurabili. 64eb


E il nome stesso che si è scelto lo dice: Paracelso vuol dire "al di sopra di Celso", cioè sopra Aulo Cornelio Celso, il grande medico romano del I secolo. In pratica si presentava come: "Io sono meglio di quello che per voi è il massimo". 


Lui era convintissimo di avere un metodo superiore perché non copiava i libri antichi, ma osservava, provava, e usava la chimica per fare medicine. Ovviamente non curava davvero tutto, e infatti è morto a 47 anni.


2. "Avrebbe studiato a Padova, con targa all'Università"


Qui c'è quasi sicuramente una confusione tra Padova e Ferrara, che è facile fare perché sono entrambe università italiane del Rinascimento.


Quello che risulta dai documenti è che si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui si laureò lì anche Copernico. 


E la lapide famosa non è a Padova, ma a Ferrara: c'è una lapide che ricorda Paracelso nello scalone d'onore di Palazzo Paradiso, a Ferrara, che era la vecchia sede universitaria. 


A Padova lui probabilmente ci è passato, come è passato in mezza Europa - Basilea, Vienna, Ferrara, poi Francia, Spagna, Medio Oriente - perché era un girovago. Ma la laurea e la lapide sono di Ferrara, non di Padova.


È un errore che si trova spesso in giro, anche perché Padova all'epoca era famosissima per medicina, quindi "ha studiato a Padova" sembrava credibile per chiunque.


1. L'eterna giovinezza


Paracelso era ossessionato dall'elisir di lunga vita. Lui lo chiamava elixir vitae o arcana.


Diceva di averlo trovato, o quasi. Diceva che con la chimica si poteva estrarre dalla natura una sostanza che ringiovaniva il corpo, curava tutto e allungava la vita. Era la sua versione della pietra filosofale.


Il problema è che lui stesso è morto a 47-48 anni, a Salisburgo, in circostanze mai chiarite del tutto. Quindi, se l'aveva trovato, su di lui non ha funzionato molto.


Però la leggenda è rimasta: per secoli hanno detto che non era morto davvero, ma che si era nascosto, o che era andato in Oriente a vivere per centinaia di anni.


2. La mano meccanica


Qui c'è quasi sicuramente un miscuglio con un altro personaggio vero.


Il cavaliere con la mano di ferro è esistito davvero, ma non era svizzero, era tedesco: Götz von Berlichingen. Nel 1504, all'assedio di Landshut, un colpo di cannone gli ha portato via la mano destra. Lui si è fatto fare due protesi di ferro, una più semplice e una più complessa, con dita che si muovevano a molla e si bloccavano. Esistono ancora oggi, sono in un museo in Germania.


La leggenda che collega Paracelso a quella mano è nata dopo, perché:

- Paracelso viaggiava tantissimo e curava soldati e cavalieri

- Si vantava di saper fare cose che gli altri medici non sapevano fare

- E la mano di Götz sembrava quasi "magica" per l'epoca


Ma le date non tornano: quando Götz ha perso la mano, nel 1504, Paracelso aveva 11 anni. Non poteva avergliela fatta lui.


Quello che è probabile è che Paracelso abbia davvero curato e fatto protesi o medicazioni particolari per soldati feriti in guerra, e con il tempo la storia si è ingrandita fino a diventare "ha fatto lui la mano di ferro".


La questione lapidi:


1. La lapide di Ferrara, a Palazzo Paradiso

È quella nello scalone d'onore di Palazzo Paradiso, a Ferrara, già sede universitaria e oggi sede della Biblioteca Ariostea. 


Quella non è una lapide del 1500. È una lapide commemorativa moderna, messa lì insieme a quelle degli altri laureati illustri, per ricordare che Paracelso si laureò all'Università di Ferrara, più o meno negli stessi anni in cui si laureò lì anche Copernico. 


In pratica dice solo, in latino, nome, titolo e che lì prese il dottorato in medicina. Non c'è sopra la lista delle malattie curate. È una targa da "hall of fame" dell'università, non un epitaffio.


2. La lapide con la frase famosa è a Salisburgo, sulla sua tomba

Quella che diceva "curò ulcera, lebbra, gotta, idropisia e altre malattie ritenute incurabili" è quella di Salisburgo, dove morì il 24 settembre 1541.


Il testo originale, in latino, è più o meno così:


Hic iacet Philippus Theophrastus, Doctor Medicinae, qui multa ulcera, lepram, podagram, hydropisim, aliaque insanabilia corporis contagia mirifica arte sustulit, ac bona sua in pauperes distribuenda erigendaque honoravit. Anno 1541, die 24 septembris, vitam cum morte mutavit.


In italiano:

Qui giace Filippo Teofrasto, dottore in medicina, che con arte meravigliosa curò molte ulcere, lebbra, gotta, idropisia e altri contagi del corpo ritenuti incurabili, e onorò i poveri distribuendo i suoi beni. Nell'anno 1541, il 24 settembre, scambiò la vita con la morte.



Fenix




Un altro medico di Facebook?

 





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CIAO GIANPIETRO

 





Anche Gianpietro Marchetti ci saluta. Ci lascia un’altra delle figurine che mi tenevano compagnia le domeniche pomeriggio di quando ero ragazzo. Tutto molto triste ma questa e’ la vita. Bresciano della classe 1948, Marchetti e’ cresciuto nel vivaio dell’Atalanta giocando in prima squadra dal 1966 al 1968. Un anno a Lecco e poi dal 1969 al 1974 importante giocatore della Juventus con cui vincerà due scudetti e partecioera alla sfortunata finale di coppa dei Campioni 1971-72 che I bianconeri persero a Belgrado per 0-1 contro l’Ajax. Dal 1974 al 1979 indosserà nuovamente la maglia della Dea prima di chiudere la sua brilliante carriera nel 1980 a Catanzaro. Ha disputato 157 partite in serie A ed anche 5 partite in Nazionale. Un jolly del centrocampo e della difesa, un giocatore molto versatile e utile alla squadra. E’ stato anche un ottimo dirigente sportivo come a Piacenza possono ben confermare. Fai buon viaggio Gianpietro.

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Andrij Shevchenko

 


Non sono molti che possono vantarsi di aver messo a segno una tripletta contro il Barcellona. Serve talento, ma proprio tanto, e a volte nemmeno quello basta.


Serve anche un po' di incoscienza, un po' come quella avuta da Faustino Asprilla nel 1997, capace di segnarne tre ai blaugrana, dopo che fino a poche ore prima stava avendo rapporti sessuali con un paio di sue spasimanti della sua parabola al Newcastle.


E poi c'è Andrij Shevchenko, un calciatore che si stava già prendendo la scena internazionale nonostante i soli 21 anni d'età e che da lì a breve si sarebbe consacrato come uno dei migliori centravanti di tutti i tempi. Nel corso della sera del 5 novembre 1997, Andrij entrò in una dimensione tutta sua, umiliando il Barcellona al Camp Nou.


Fu certamente favorito dalle pessime uscite di Vitor Baía, ma la prestazione a contorno di quella tripletta leggendaria fu più che sufficiente per "battezzare" Andrij Shevchenko, quel calciatore ucraino che stava contribuendo all'ultima ribalta internazionale della Dinamo Kiev.


29 anni fa, Andrij Shevcheko stendeva il Barcellona a domicilio, togliendo ogni dubbio ad Italio Galbiati, che lo stava osservando quella sera per conto del Milan, per poi specificare nella sua relazione quanto segue:


"Superfluo aggiungere altro: È DA MILAN".


Gabriele Gilli✍🏻

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