domenica 18 ottobre 2026

Patrick Boylan

 


Al mio fratellone il Compagno Patrick Boylan , l'Americano Comunista di San Lorenzo , Roma , bombardato dagli amerikani. Quindi, fammi capire, io ti sono venuta a trovare nel primo pomeriggio di Giovedì ,  promettendo di tornare Venerdì e portarti gli adorati supplì e tu la  sera stessa te ne sei andato per non tornare più? Ma per me o per i supplì? Ma se l ultima volta te li sei mangiati con tutte le dita facendomi fare il palo alla porta per le infermiere! E non credo per me, ci siamo sempre stimati e voluti bene. Fra l'altro uno dei pochi che capiva e partecipava al mio pacifismo performativo.Già.. Ma quante maschere mi hai, ci hai , fatto? Tutto il girone degli schifi della politica italiana, e poi la Merkel, la Clinton ecc. Capolavoro quando hai pensato al gemello buono di Trump, per i politici maschi un po' robusti mi prestavi il tuo eterno post-eskimo, e io con la faccia del Tontolone giravo per la manifestazione dicendo :' Paceiii, ei Amoreiii'-  perchè tu che facevi dei discorsi bellissimi e pregni di tutto , mi facevi pensare a Stanlio e Ollio con queste iii. Scusa , sono un attrice, e le hai corrette. Mai mangiato una pizza insieme , mai neanche preso un caffè. Tu arrivavi col tuo motorino , io prima a Roma con la bicicletta poi sfrattata coi treni: si manifestava e poi via. 20 anni e più  di presenze su piazze per TUTTO , e lo vogliamo. Imperterriti, e impavidi del ridicolo con NO WAR , dove imploravo di venire almeno in 5 oppure in  3, perchè sennò  si sarebbe detto che eravamo i soliti 4 gatti. Ah, ripensandoci, forse te ne sei andato per chè quando mi hai chiesto del mio spettacolo ti ho detto che già nel '84 con Sintesi Nucleari avevo scritto che ci sarebbe stata una guerra condotta dai computer mentre sulla terra erano già morti tutti, per cui.. E ho visto un ombra sul tuo viso , finora sereno e roseo. Ma hai sorriso quando ti ho chiamato Super Patrick.

 Ciao fratellone,' unique in your kind' and in your shy kindness, penso  che porterò una foto di te alle prossime manifestazioni. Impossibile andarci sapendo che tu, una vita per il pacifismo contro l'imperialismo, dice qualcuno, non ci sei. Paci, Pilar

(foto Patrizia Sterpetti)

Pilar Castel

Facebook 

sabato 17 ottobre 2026

La manifestazione del disagio

 Gli eroi indiscussi della manifestazione NOVAX a cui hanno partecipato 9milioni di persone ( per la questura 200) restano comunque i nostri due paladini del dissenso:

- Carlo Tavella e la sua lezione di guida per i futuri camionisti;

-@SilvioDaperno e la sua orazione proclamata con grande calma e pacatezza tipica "dell'uomo che non deve chiedere mai".

Resta l'amarezza per l'assenza dell'Immarcescibile Guerriero di Hokuto.


PS: due paroline di noi potevate dirle però 😁

😅😅😅


La guerra riguarda solo i morti di fame

 


La prima volta che furono fotografati insieme, lei aveva un fucile e lui le mani legate. Trent'anni dopo si ritrovarono nello stesso Paese, ma questa volta si abbracciarono.

Erano stati nemici durante la guerra del Vietnam. Una ragazza di 17 anni e un militare americano di 22 anni, protagonisti di una delle fotografie più celebri di quel conflitto.

Nessuno dei due, nel settembre del 1965, avrebbe potuto immaginare che le loro vite si sarebbero incrociate di nuovo.

Lei si chiamava Nguyễn Thị Kim Lai.

Pesava appena 37 chili, aveva lasciato gli studi e si era unita alla milizia locale per contribuire alla difesa del suo territorio dai bombardamenti americani.

Lui era William Andrew Robinson, un giovane aviere dell'aeronautica degli Stati Uniti.

Il 20 settembre 1965 si trovava a bordo di un elicottero HH-43 Huskie impegnato in una missione di soccorso. L'equipaggio doveva recuperare il pilota di un caccia F-105 abbattuto nel Vietnam del Nord.

Ma anche l'elicottero venne colpito dal fuoco nemico e precipitò nella provincia di Hà Tĩnh, non lontano dal confine con il Laos.

Robinson sopravvisse allo schianto.

Riuscì ad allontanarsi dal velivolo e cercò riparo tra le rocce, mentre le forze locali perlustravano la zona alla ricerca degli americani.

Tra coloro che partecipavano alle ricerche c'era proprio Kim Lai.

Secondo il racconto che avrebbe fatto molti anni dopo, la ragazza sentì un rumore provenire da un nascondiglio roccioso. Si avvicinò e scoprì il militare americano.

Sparò tre colpi in aria.

Robinson alzò le mani e si arrese.

Poco dopo, mentre il prigioniero veniva trasferito, il fotografo Phan Thoan immortalò una scena destinata a diventare famosa.

Da una parte una ragazza minuta, con il fucile e la baionetta. Dall'altra un uomo molto più alto e robusto, con le mani legate e lo sguardo rivolto verso il basso.

La fotografia divenne nota come O du kích nhỏ, «La piccola guerrigliera».

L'immagine aveva un significato politico immediato: una giovane vietnamita che teneva sotto controllo un soldato appartenente alla più potente forza militare del mondo.

Divenne un simbolo della resistenza nordvietnamita, venne esposta, riprodotta sui francobolli e celebrata anche attraverso la poesia.

Ma quella fotografia raccontava soltanto pochi secondi di una vicenda molto più lunga.

Mentre il mondo conosceva il volto della piccola guerrigliera, William Robinson cominciava una prigionia che sarebbe durata 2.703 giorni.

Sette anni e quasi cinque mesi.

Fu trasferito in diversi centri di detenzione, compresa la famigerata prigione di Hỏa Lò, soprannominata dai prigionieri americani Hanoi Hilton.

Conobbe l'isolamento, la tortura, le malattie e la fame.

Per anni non ebbe alcuna certezza di poter tornare a casa.

Il 12 febbraio 1973, durante l'Operazione Homecoming, venne finalmente liberato.

Era stato uno dei prigionieri americani rimasti più a lungo nelle mani del Vietnam del Nord e il militare di truppa statunitense che aveva trascorso più tempo in prigionia durante quel conflitto.

Rientrato negli Stati Uniti, proseguì la carriera nell'aeronautica, divenne ufficiale e nel 1984 si ritirò con il grado di capitano.

Intanto, dall'altra parte del mondo, anche Kim Lai aveva costruito una nuova esistenza.

Aveva lavorato come infermiera, si era sposata ed era diventata madre di tre figli.

La guerra era finita, ma la fotografia continuava ad accompagnare entrambi.

Poi, nel 1995, arrivò una proposta inattesa.

L'emittente televisiva giapponese NHK partecipò alla realizzazione di un documentario dedicato alla celebre immagine e ai suoi protagonisti.

L'idea era quella di riportare William Robinson in Vietnam e organizzare un incontro con la ragazza che lo aveva scortato trent'anni prima.

Robinson accettò.

Una mattina di settembre, Kim Lai si trovava a casa di una vicina insieme a uno dei nipoti quando qualcuno venne ad avvertirla che alcuni stranieri la stavano cercando.

Tornò verso casa e vide un uomo alto in attesa.

Per qualche istante lo osservò.

Poi lo riconobbe.

Era Andrew Robinson.

L'americano che aveva visto l'ultima volta con le mani legate, nel mezzo di una guerra.

Quella volta non c'erano soldati a separarli.

Si abbracciarono.

Parlarono delle loro famiglie, degli anni trascorsi, delle vite costruite dopo il conflitto.

Robinson scherzò persino sul fatto che lei non fosse cresciuta molto in altezza rispetto a quando si erano conosciuti.

Ma durante la conversazione emerse anche un pensiero ben più profondo.

Se trent'anni prima uno dei due avesse sparato contro l'altro, dissero, non avrebbero mai potuto vivere quel momento.

Era una constatazione semplice, che riportava alla memoria quanto sottile fosse stato il confine tra la vita e la morte nel loro primo incontro.

Provarono anche a ritrovare il luogo esatto della cattura, ma il paesaggio era cambiato. La vegetazione e le piogge avevano cancellato molti dei riferimenti di allora.

Prima di separarsi vennero fotografati nuovamente.

Nella nuova immagine Kim Lai e Robinson erano ancora fianco a fianco.

La differenza di statura era rimasta praticamente la stessa.

Tutto il resto era cambiato.

Non c'erano più il fucile, la baionetta e le mani legate.

C'erano due persone ormai adulte, con figli, ricordi e trent'anni di esperienze alle spalle.

Anche negli anni successivi Kim Lai continuò a conservare quella seconda fotografia. Quando i giornalisti tornavano a intervistarla, la mostrava ricordando l'incontro del 1995.

Le due immagini, osservate insieme, raccontano qualcosa che nessuna delle due potrebbe spiegare da sola.

La prima testimonia la violenza di un conflitto che aveva trasformato due giovani, fino ad allora sconosciuti, in nemici.

La seconda mostra ciò che era diventato possibile quando la guerra aveva smesso di determinare il loro rapporto.

Quell'abbraccio non cancellava i bombardamenti, gli anni di prigionia o le sofferenze vissute da entrambi i popoli.

E non rendeva meno doloroso ciò che era accaduto.

Ma permetteva di vedere quelle due persone anche al di fuori dei ruoli che la storia aveva assegnato loro.

Nel 1965, una macchina fotografica aveva fermato l'istante in cui una ragazza vietnamita conduceva un prigioniero americano.

Nel 1995 un'altra fotografia documentò qualcosa che, durante quella guerra, sarebbe sembrato impossibile.

Trent'anni dopo, lo stesso uomo e la stessa donna potevano finalmente stare uno accanto all'altra senza che nessuno dei due dovesse arrendersi.

Facebook 

Paulo Roberto Falcao

 


La Roma lo presenta per la prima volta nell'estate del 1980 durante un'amichevole contro la sua ex squadra, l'international di Porto Alegre. Si racconta che nel prepartita l'allora presidente giallorosso Dino Viola, lo avvicinò chiedendogli di regalare ai tifosi presenti una giocata da brasiliano. Intorno al finale di gara il 'gaucho' col 5 sulla schiena - numero richiesto espressamente, meglio ancora, preteso ancor prima di apporre la firma sul contratto - fa uno stop di tacco, scavalca il suo diretto avversario con un sombrero e prova il tiro al volo dalla distanza... Poi a fine gara, incontrando il presidente negli spogliatoi, gli dirà: “L’ho fatto, ma non mi chieda più di fare una cosa simile. Sono cose da foca ammaestrata, io sono un calciatore professionista”.


La Roma acquistava tra lo scetticismo generale dei tifosi, che per lungo avevano sognato l'arrivo di Zico, uno dei calciatori brasiliani meno affini alla scuola di pensiero verdeoro: Falcao infatti non provava quasi mai il colpo ad effetto o la giocata fine a sé stessa per il solo diletto della folla; era forte nei contrasti e sempre al centro del gioco, primo a difendere e primo ad attaccare. La sua personalità, l'abilità nello smarcamento ed il suo modo di giocare sempre a testa faranno però di lui un idolo indiscusso della folla, un giocatore arrivato nella capitale da semi sconosciuto e diventato per tutti 'Er divino'.

Prima del pupone Totti e del principe Giannini, al centro della capitale c'era lui: Paulo Roberto Falcao, l'ottavo re di Roma che compie gli anni il 16 ottobre.

Facebook 

Shannon Dee

 


Facebook 

Si è appecoronato a Netanyahu?

 


Vergogna, Fadlun.


Le tue dichiarazioni di questi giorni non sono solo inaccettabili: sono una ferita aperta contro la memoria della Resistenza e contro chi ha combattuto il nazifascismo.


Hai chiesto all’ANPI di “fare un passo indietro”, di non presentarsi al Ghetto il 16 ottobre, perché secondo te sono “pro-Pal” e non abbastanza servili verso Israele. Hai urlato (o lasciato urlare) “fuori, vergogna” contro i partigiani. Hai trasformato una commemorazione della Shoah in una resa dei conti politica.


Ma chi sei diventato?


Ormai la Comunità ebraica di Roma, sotto la tua guida, sembra più impegnata a difendere a spada tratta il governo Netanyahu – autore di crimini di guerra e di una campagna  genocida a Gaza – che a onorare la memoria di chi è stato deportato dai nazisti. Sionisti a oltranza, pronti a cacciare chiunque non alzi la bandiera israeliana e non taccia di fronte ai bombardamenti sui civili.


L’ANPI non è “pro-Hamas”. È antifascista. Ha salvato ebrei, ha combattuto i nazisti, ha difeso la Costituzione. Non deve chiedere il permesso a nessuno per stare in una piazza romana il 16 ottobre. E non deve chinare la testa davanti a chi, invece di ricordare i deportati, usa quella memoria per attaccare chi critica le politiche di un governo israeliano sempre più estremo.


Bastardi non sono i partigiani.

Bastardi sono quelli che trasformano il dolore della Shoah in un’arma politica per giustificare l’ingiustificabile.


L’ANPI aveva tutto il diritto di esserci.

Voi, invece, avete perso ogni pudore.


#ANPI #resistenza #16ottobre #NoAlGenocidio

Facebook 

Domenico Penzo

 


"Ho segnato 120 reti in 400 partite. Ho giocato in tutte le categorie, dalla Serie D alla A. Con il Verona, la squadra del mio cuore, ho raggiunto livelli altissimi. Sono arrivato con le mie forze alla Juventus vincendo al primo colpo scudetto e Coppa delle Coppe. E pensare che qualcuno quando ero a Varese mi disse che con le gambe a 'X' che mi ritrovavo avrei fatto poca strada... Ho cambiato molte squadre, vero. Ma non ho mai avuto peli sulla lingua e questo è un motivo; poi per me era importante sentirmi protagonista. Stare dietro le quinte a guardare gli altri giocare non mi andava."


Domenico Penzo è stato definito 'lo Zingaro del gol' per il suo continuo girovagare tra i campi della penisola. Capace di percussioni irresistibili e di conclusioni potenti è stato un centravanti forte di testa e dotato di buona tecnica che nelle due stagioni veronesi ha fatto vedere le cose migliori della carriera.

Compie oggi gli anni Mimmo Penzo.

Facebook