lunedì 11 maggio 2026

Marta Russo, uccisa a La Sapienza. L'arma fantasma, i testimoni, il movente misterioso e la teoria del «delitto perfetto»

 

Marta Russo, uccisa a La Sapienza. L'arma fantasma, i testimoni, il movente misterioso e la teoria del «delitto perfetto»
 
di Mattia Ronsisvalle
 

Marta Russo cammina nella città universitaria della Sapienza di Roma, tra le facoltà di Statistica e Giurisprudenza quando un proiettile calibro .22 la raggiunge alla nuca. È il 9 maggio 1997, un venerdì mattina qualunque in un’università gremita di studenti. La ventiduenne crolla a terra davanti all’amica Jolanda Ricci: non c’è stata una lite, non c’è un aggressore in fuga, non si trova l’arma. Alcuni presenti parlano di un rumore sordo, simile a un petardo lontano, ma nessuno sembra rendersi conto subito di ciò che è accaduto. Quello che inizialmente viene scambiato per un malore si trasforma, dopo i rilievi del Policlinico Umberto I, in un caso di omicidio destinato a dividere l’opinione pubblica e a diventare uno dei casi giudiziari più controversi degli anni Novanta. Al centro dei sospetti finiscono due giovani assistenti universitari: Giovanni Scattone e Salvatore Ferraro.

La studentessa modello

Marta era una promessa della scherma e una studentessa di Giurisprudenza instancabile. Suo padre Donato la descriveva con orgoglio: «Questa figlia con gli esami è un carro armato». Dopo cinque giorni di agonia, la famiglia acconsente alla donazione degli organi, rispettando un desiderio che Marta aveva espresso anni prima guardando un servizio in tv. Nelle prime fasi investigative si ipotizza persino che il vero obiettivo fosse Jolanda Ricci, figlia di un dirigente del Ministero di Grazia e Giustizia, ma la pista verrà successivamente abbandonata dagli inquirenti.

 

L'aula 6 e la particella di bario

La svolta arriva quando le indagini si concentrano sull’aula 6 dell’Istituto di Filosofia del Diritto. Oltre alle testimonianze, l'accusa punta tutto su un reperto infinitesimale: una particella di bario e antimonio rinvenuta sul davanzale della finestra. Per i periti è la prova regina dello sparo; per la difesa, invece, è un residuo ambientale, forse derivante dai freni degli autobus o da vecchi lavori edilizi. Attorno a quel davanzale si consuma uno scontro tra perizie che contesta la traiettoria del colpo, rendendo lo scenario del delitto tecnicamente incerto

Il «terzo uomo»

In questo clima entra in gioco Gabriella Alletto, segretaria dell’istituto, la cui deposizione sarà decisiva ma contestata per le modalità con cui venne ottenuta. In un’intercettazione ambientale registrata dai cronisti di Radio Radicale, la donna urlava la propria estraneità prima di modificare la versione chiamando in causa Scattone e Ferraro. Insieme a lei compare la figura di Francesco Liparota, l'usciere dell'istituto: inizialmente accusato di favoreggiamento e protagonista di una serie di drammatiche ritrattazioni, Liparota dichiarò di aver visto i due assistenti di cattedra nell'aula, per poi denunciare pressioni psicologiche insostenibili da parte degli inquirenti

 

Una condanna senza movente

Il procedimento si chiude nel 2003 con la condanna definitiva di Giovanni Scattone per omicidio colposo e di Salvatore Ferraro per favoreggiamento. Durante il processo emerse l'inquietante ipotesi del "delitto perfetto": l'idea che i due intellettuali, esperti di filosofia nichilista, avessero sparato per pura sfida accademica, per dimostrare di poter uccidere senza un motivo e farla franca. Tuttavia, la sentenza della Cassazione ammette l’anomalia di un verdetto che non chiarisce la dinamica psicologica: «Al termine del processo si sa che Giovanni Scattone ha sparato, ma non si sa né perché né come». L'arma non è mai stata ritrovata, alimentando il sospetto che la verità sia rimasta nascosta tra le mura dell'ateneo.

 

I dubbi dei periti

A quasi trent’anni di distanza, lo scrittore Mauro Valentini solleva dubbi sulla validità della ricostruzione ufficiale: «Il processo Marta Russo fu l’atto giudiziario più controverso della nostra storia. Un intreccio di perizie che sconfessavano la ricostruzione degli inquirenti e testimonianze raccolte con singolari dichiarazioni spontanee. Non si indagò poi su alcuni soggetti interni alla Sapienza che per loro stessa ammissione erano avvezzi a maneggiare armi nei locali dell'università».

Oggi, tra i vialetti della Sapienza, una targa ricorda Marta Russo nel punto esatto in cui cadde. Ma se la giustizia ha scritto la sua parola 'fine' nelle aule di tribunale, la verità storica appare ancora frammentata.

 
https://www.leggo.it/schede/11_maggio_2026_marta_russo_uccisa_studentessa_killer_processo_omicidio_29_anni_fa_roma_cosa_e_successo-i_dubbi_dei_periti-5-9521677.html 
 
 
 
 

 

 
 

Sri Aurobindo

 


"Per guarire il "male" nel mondo bisogna prima guarire ciò che ne sta alla base nell'uomo.


Non possiamo guarire niente al di fuori se prima non lo guariamo dentro di noi, perché è la stessa cosa, non possiamo dominare niente all'esterno se prima non lo dominiamo all'interno, perché è la stessa cosa, non è possibile trasformare la materia esteriore se prima non trasformiamo la materia interiore, perché è ancora e sempre la stessa cosa.


Esiste un unica natura, un unico mondo, un unica materia, finché continueremo a credere il contrario non cambieremo un bel niente.


L'esterno, la superficie ha un'importanza molto secondaria... è da "dentro a fuori" che tutto comincia."


Sri Aurobindo

Oscar Romero

 


‎Lo scelsero perché pensavano che sarebbe rimasto in silenzio.

‎Óscar Romero. 1977. Un prete conservatore delle zone rurali di El Salvador. Obbediente. Tradizionalista. Il tipo d'uomo che per tutta la vita aveva evitato la politica.

‎Quando lo nominarono arcivescovo di San Salvador, il governo festeggiò. Le famiglie ricche applaudirono. I preti progressisti piansero.

‎Avevano voluto qualcuno che lottasse per i poveri. Invece ottennero la scelta più prudente possibile.

‎El Salvador stava bruciando.

‎Quattordici famiglie possedevano praticamente tutto. Tutti gli altri lavoravano i loro campi per niente. Quando i contadini chiedevano salari giusti, gli squadroni della morte li assassinavano. Quando i preti aiutavano a organizzarsi, venivano fucilati. Quando i giornalisti scrivevano la verità, sparivano.

‎La violenza era ovunque. Cadaveri ai bordi delle strade ogni mattina.

‎Romero doveva ignorarla. Per questo lo avevano scelto.

‎Tre settimane dopo la sua nomina, tutto cambiò.

‎Il suo miglior amico fu assassinato.

‎Padre Rutilio Grande. Un gesuita che per anni aveva insegnato a leggere ai contadini poveri. Aiutandoli a organizzarsi. Chiedendo dignità.

‎Gli squadroni della morte tesero un'imboscata alla sua auto. Lo mitragliarono insieme a tutti quelli che erano dentro.

‎Romero andò a vedere il corpo. Sedette accanto al cadavere del suo amico. Guardò il suo volto.

‎Più tardi disse: «Quando ho visto Rutilio lì, morto, ho pensato: se hanno ucciso lui per ciò che faceva, allora anch'io devo percorrere la stessa strada».

‎Ne uscì un uomo diverso.

‎Chiese al governo di indagare. Si rifiutarono.

‎Allora cominciò a fare qualcosa che nessuno si aspettava.

‎Ogni domenica trasmetteva in tutto il Paese. E cominciò a leggere nomi.

‎I nomi dei morti. Degli scomparsi. Dei torturati.

‎Nome dopo nome. Settimana dopo settimana. A volte per ore.

‎Per i salvadoregni, era l'unico modo per sapere cosa fosse successo ai loro familiari scomparsi. Per il governo, era una dichiarazione di guerra.

‎Altri preti vennero uccisi. Romero continuò a leggere nomi.

‎Insegnanti, contadini, leader sindacali, madri che avevano fatto troppe domande. Romero continuò a leggere nomi.

‎Lo chiamava «la voce di chi non ha voce».

‎Nel 1980 il Paese era esploso in una guerra civile. Gli squadroni della morte uccidevano decine di persone ogni giorno.

‎Romero scrisse al presidente americano Jimmy Carter. Lo supplicò di smettere di inviare armi all'esercito salvadoregno.

‎Carter ignorò la lettera. Le armi continuarono ad arrivare.

‎Nel marzo 1980, Romero era stato candidato al Premio Nobel per la pace. Era la voce più famosa dell'America Latina.

‎Era anche un uomo condannato a morte.

‎Le minacce di morte arrivavano costantemente. Il giornale della chiesa fu incendiato. La stazione radio fu attaccata. Tutti lo supplicavano di fuggire. Di nascondersi. Di smettere.

‎Si rifiutò.

‎«Come pastore, sono obbligato per divino mandato a dare la vita per quelli che amo. Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno».

‎Il 23 marzo 1980 tenne il suo ultimo sermone. Trasmesso in diretta in tutta la nazione. Parlò direttamente ai soldati.

‎«Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla legge di Dio. In nome di Dio e in nome di questo popolo sofferente, vi supplico, vi ordino: fermate la repressione».

‎Gli uomini che governavano El Salvador lo ascoltarono.

‎Aspettarono 24 ore.

‎24 marzo. 18:30. Una piccola cappella d'ospedale. Una trentina di persone durante una messa di commemorazione.

‎Romero si avvicinò all'altare. Cominciò a preparare la comunione.

‎Fuori, una Volkswagen rossa si fermò. Un uomo seduto dietro abbassò il finestrino. Puntò un fucile attraverso la porta aperta della cappella.

‎Un colpo solo.

‎Il proiettile gli attraversò il cuore. Cadde all'indietro. Il calice della comunione si frantumò. Il vino si sparse sul pavimento. Si mescolò al suo sangue.

‎Morì in pochi minuti.

‎L'assassino se ne andò in macchina. Nessuno lo fermò. Non fu mai condannato nessuno.

‎250.000 persone parteciparono al suo funerale.

‎A metà della funzione, i cecchini del governo aprirono il fuoco sui presenti dai tetti. Furono lanciate bombe tra la folla.

‎42 persone furono uccise al suo funerale. Centinaia ferite.

‎Assassinarono i suoi dolenti mentre lo seppellivano.

‎La guerra civile continuò per altri 12 anni. Oltre 75.000 civili morirono. Gli Stati Uniti inviarono 1,5 milioni di dollari al giorno in aiuti militari per tutto quel tempo.

‎L'uomo che ordinò l'assassinio di Romero? Roberto D'Aubuisson. Fondò un partito politico. Fu deputato. Morì di cancro nel 1992. Libero.

‎Il killer non fu mai identificato.

‎Per 35 anni la Chiesa cattolica rifiutò di canonizzarlo. I funzionari conservatori lo definivano un vescovo politico. Un marxista. Uno che era morto per politica, non per fede.

‎Ma i salvadoregni ignorarono Roma. Lo chiamarono santo Romero il giorno stesso della sua morte. Migliaia di persone andarono in pellegrinaggio alla sua tomba. Il suo volto apparve sui muri di tutta l'America Latina.

‎Nel 2018 38 anni dopo che il proiettile gli aveva squarciato il cuore Papa Francesco lo canonizzò finalmente.

‎Ecco cosa mi perseguita di questa storia.

‎Romero non cominciò come un eroe. Era la scelta prudente. La candidatura sicura. Scelto dai potenti perché credevano che avrebbe obbedito.

‎Guardò il suo amico assassinato e decise che non poteva più.

‎Così passò i suoi ultimi tre anni a leggere i nomi dei morti alla radio. A supplicare il governo di fermarsi. A supplicare gli Stati Uniti di smettere di finanziarlo.

‎Lo assassinarono all'altare. Durante la messa. Un colpo solo al cuore.

‎L'uomo che ordinò il delitto morì serenamente decenni dopo. Le armi continuarono ad arrivare. Al suo funerale morirono altre 42 persone.

‎E la Chiesa impiegò quasi 40 anni per dichiararlo santo.

‎Perché i potenti non vogliono santi che sfidano il potere.

‎Volevano un arcivescovo tranquillo. Una scelta sicura.

‎Invece ottennero Óscar Romero.

‎Lesse i nomi dei morti finché non divenne lui stesso uno di loro.

‎«Se mi uccideranno, risorgerò nel popolo salvadoregno».

‎E così fu.

Resistenza 

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Giovanni Iannelli

 


UN PUBBLICO MINISTERO COMODO PER UN PROCESSO SCOMODO. Il giorno che la federciclismo ha ammazzato mio Figlio Giovanni era un tiepido sabato pomeriggio di ottobre ed il PM di Alessandria Andrea Trucano era di turno. Ma quest’ultimo, avuta notizia dell’evento mortale, non si recava sul posto, preferendo rimanere comodamente altrove, lasciando mano libera ai carabinieri di Castelnuovo Scrivia, che però non svolgevano nessuna attività d’indagine, se non sentire, tra le decine di testimoni presenti, solo e soltanto una componente del collegio di giuria della federciclismo, la testimone falsa Giulia Fassina. Il PM Andrea Trucano quindi, unitamente al GIP di Alessandria Aldo Tirone, si preoccupava di coprire e di proteggere la predetta testimone falsa, garantendole l’impunità. Inoltre il PM Andrea Trucano, che indagava su responsabilità ascrivibili a soggetti tesserati per la federciclismo, nominava suo consulente un esponente apicale della federciclismo, tale Roberto Sgalla, che aveva già fatto il consulente per la procura federale della federciclismo, che aveva tentato di condizionare il giudizio della corte sportiva di appello della federciclismo, e che, durante la consulenza per il PM, commetteva persino dei reati per i quali però non veniva perseguito. E pertanto il PM Andrea Trucano, all’esito della suddetta perizia piena zeppa di falsità, travisando la realtà, omettendo attività d’indagine, ricorrendo ad aberrazioni giuridiche fondate su menzogne ed altre nefandezze, preferiva archiviare l’omicidio di un ragazzo innocente di 22 anni, senza celebrare un processo scomodo dove sarebbero stati coinvolti dei personaggi intoccabili. #magistratura #magistrati #verita #giustizia #veritaegiustiziapergiovanniiannelli Giustizia per Giovanni - 𝕊𝕚𝕔𝕦𝕣𝕖𝕫𝕫𝕒 𝕡𝕖𝕣 𝕥𝕦𝕥𝕥𝕚

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domenica 10 maggio 2026

Isao Takahata: Storia di un maestro schivo e intransigente

 

Dici Studio Ghibli, pensi Hayao Miyazaki. L’associazione è immediata, perché soprattutto negli ultimi anni il maestro giapponese è oggetto di una sovraesposizione mediatica (meritata) da record. Ma lo studio Ghibli è anche figlio di una controparte, meno sotto i riflettori e forse più seria e intransigente: Isao Takahata.

Nato nella prefettura di Mie nell’ottobre del 1935, Takahata è cresciuto fin da piccolo circondato da cultura e stimoli artistici non soltanto di taglio giapponese, tanto che più avanti deciderà di studiare letteratura francese.

Una carriera segnata dal destino di un bambino precoce che legge, scrive presto e si interessa a tutto quello che lo circonda.

 

All’università nasce l’amore per il cinema.

Proprio all’università nasce l’amore per il cinema: Takahata è un vero e proprio “dreamer”, di quelli che divora pellicole di tutte le epoche e dirige il cineclub degli studenti, finendo anche per fare il critico cinematografico nella rivista del campus.

Mai interessato al disegno, se mai più alla regia vera e propria e alla direzione degli animatori, Isao vede arrivare la sua prima occasione nel 1959.

Entra come allievo regista nell’allora prestigiosa casa di produzione Toei Doga ed è qui che conosce per la prima volta quello che sarà il suo amico e collega da lì ai decenni a venire: Hayao Miyazaki.

 

hayao-miyazaki_isao-takahata

#teamghibli

 

Takahata alla direzione e Miyazaki al character design e ai fondali.

Con i primi lavori di animazione condivisi in team, Takahata alla direzione e Miyazaki al character design e ai fondali, vengono lanciati i semi dello Studio Ghibli, fuori dal Giappone spesso etichettato con la riduttiva ed erronea etichetta di “Disney d’Oriente”.

Takahata rabbrividerebbe al solo sentire queste parole, dato che ha sempre voluto andare ben oltre la classica – con tutto il rispetto – “favoletta per bambini”, cercando il lato artistico dell’animazione intesa non come fine/genere ma come mezzo espressivo per toccare corde liriche e argomenti delicati.

Dopo diversi ed importanti lavori tv (vi dicono niente Heidi, Lupin III, Conan ragazzo del Futuro?) Takahata e Miyazaki decidono di fare il salto nel buio dopo l’esperienza produttiva del 1983 di Nausicaä della Valle del Vento.

 

Vedi alla voce: “Iniziare bene”

 

Takahata mette in campo le sue capacità aziendali e di direzione della squadra.

Miyazaki ha scritto e disegnato il manga per la Tokuma Shoten (anche casa di produzione del film), Takahata mette in campo le sue capacità aziendali e di direzione della squadra: quasi 100 persone fanno nascere quello che ancora oggi è considerata la pietra miliare dell’allora non ancora formalmente nato Studio.

Nel 1985, forti del successo di Nausicaä, i due decidono di dare il via all’esperienza di creare un’animazione come la vogliono loro.

Altissima qualità, nessun compromesso commerciale, attenzione a tutti i colori delle emozioni umane.

L’esatta pronuncia di “Ghibli” è… “Gibli”, alla giapponese. Miyazaki ci ha messo lo zampino, da amante di aerei e aviazione del primo Novecento: i piloti italiani in Nord Africa chiamavano così il vento caldo del deserto del Sahara.

Simbolico, ovvio: un vento che spazza via i vizi dell’animazione di stampo televisivo e fa respirare aria nuova al cinema nipponico.

Isao Takahata accompagna il socio e lo Studio in tutte le avventure: quando decide di mettersi a firmare in prima persone delle opere, lo fa con stile fortemente impegnato e frontale, spesso arrivando a commuovere.

Qui si vede la formazione di stampo europeo del maestro, il suo amore per i lavori di Prévert, di cui è stato traduttore, per la musica classica e per i drammi neorealisti.

 

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Prima di firmare uno dei capolavori del cinema antimilitarista, quel La Tomba delle Lucciole che tanto ci ha fatto piangere e che sta per arrivare per la prima volta al cinema in Italia (10 e 11 novembre!) Takahata ha dato molto anche alla “semplice” animazione seriale per bambini e ragazzi.

 

 

 

C’è del suo – spesso si tende a ricordare solo Miyazaki – nella mitica serie “con giacca verde” di Lupin III (1971-1972), poi in Heidi (1974), Conan Ragazzo del Futuro (1978), Anna dai capelli rossi (1979), Little Nemo (1982), solo per citare i maggiori.

 

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Una rara foto di Miyazaki e Takahata in cosplay :-)

 

Nel 1972 dirige “Panda Go Panda!” (1972) e “Il circo sotto la pioggia”” (1973), due cortometraggi scritti dal collega Myazaki.

Dopo Nausicaä e Laputa – Il Castello nel Cielo, Takahata dedica anni e sudore al compimento del suo capolavoro, giustamente osannato: La Tomba delle Lucciole (1988).

Assecondando i suoi ideali e le sue convinzioni antimilitariste, Takahata firma la sceneggiatura e la regia di una drammatica storia, che senza sconti denuncia gli orrori della guerra – qualunque guerra – e dell’umanità gretta e meschina.

I due orfani Seita e Setsuko sono diventati simbolo delle tragedie della Seconda Guerra mondiale ma sono anche la rappresentazione dell’infanzia violata e violentata dalla cieca follia degli adulti.

 

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Feels. So many feels.

 

Nel 1991 si cambia decisamente registro e, contro ogni aspettativa, Takahata vince una sfida difficilissima dirigendo e scrivendo un lungometraggio d’animazione con tematiche per adulti e molto introspettivo.

Omohide Poro Poro – Pioggia di Ricordi è proprio… “francese”!

Una ragazza di quasi trent’anni lascia d’estate la città per la campagna, ripensa alla sua vita e al suo futuro: rabbrividirebbe chiunque, eppure il maestro sfodera una grazia incredibile che rende il film il maggiore incasso giapponese dell’anno.

 

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Sentimentale? Sì, grazie – e come me nessuno mai.

 

Successo bissato con il film che segue il celeberrimo Porco Rosso di Miyazaki, ovvero quell’ingiustamente spesso sottovalutato Pom Poko (1994), che Takahata scrive di suo pugno facendo critica sociale e stemperandola attraverso i Tanuki, animaletti (cani-procioni) della tradizione giapponese.

Ma la battaglia è seria: ancora una volta a fare danni è la razza umana e il suo arrivismo che distrugge la natura.

 

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“Lo volevi, il cane-procione? Eccolo!”

 

Dovranno passare cinque anni perché il maestro si rimetta a dirigere.

Dovranno passare cinque anni perché il maestro si rimetta a dirigere, e stavolta sarà un film particolarissimo, a partire dall’aspetto visivo: si tratta di Hōhokekyo tonari no Yamada-kun – I miei vicini Yamada (1999).

Tratto dal manga di Hisaichi Ishii, Takahata si lancia in una leggera ma significativa dissezione delle vite delle famiglie moderne, parlando di una realtà giapponese che può essere ritrovata un po’ ovunque.

 

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Effetto Venezia.

Per la prima volta lo stile d’animazione “Ghibli” si piega a tratti più abbozzati che rispettano l’opera originale ma si dimostrano altrettanto espressivi.

 

Kaguya-hime-no-Monogatari-Studio-Ghibli

Eri piccola così.

 

Arriviamo dunque, dopo una lunga attesa, a La storia della Principessa Splendente (2013), racconto tradizionale giapponese, poetico e delicato, accolto con entusiasmo da critica e pubblico e ancora una volta diverso e unico: Miyazaki ripete se stesso, Takahata pure, per la coerenza di sperimentare e disattendere le attese.

Diversi per stili artistici e caratteri, ma uniti dall’arte.

Mentre Miyazaki è meticoloso e preciso, Takahata è un pensatore solitario che spesso dimentica  ritmi della vita quotidiana per isolarsi dal mondo.

 

Maestro!

 

Takahata racconta di come lui e Miyazaki siano animati da stima reciproca da sempre, “una reciproca comprensione” che li porta a criticarsi e spronarsi e, quando necessario, a litigare come due ragazzini.

Insieme hanno dato vita ad un mito che ha prodotto alcuni dei più alti e indimenticabili prodotti dell’animazione mondiale.

Un modo di raccontare storie che ha nobilitato i disegni animati e dimostrato come siano veicoli di cultura, riflessioni, messaggi universali.

 

 

 

Foto in testa e in cover: ©Jay L. Clendenin / Los Angeles Times

https://leganerd.com/2015/11/03/isao-takahata/

L'addio a Takahata Isao, il co-fondatore dello Studio Ghibli

 


È morto a 82 anni il regista giapponese Isao Takahata

 


Era famoso per i suoi film di animazione e per aver fondato lo Studio Ghibli insieme a Hayao Miyazaki

Isao Takahata a Tokyo nel 2013 (The Yomiuri Shimbun via AP Images )
Isao Takahata a Tokyo nel 2013 (The Yomiuri Shimbun via AP Images )

Isao Takahata, famoso regista giapponesi di film di animazione, è morto a 82 anni. Takahata – che aveva lavorato sia per il cinema che per la televisione – era molto conosciuto per Una tomba per le lucciole del 1988 (sulla storia di due orfani durante la Seconda guerra mondiale) e per La storia della principessa splendente, che gli era valso una nomination ai premi Oscar nel 2014. Takahata era inoltre famoso per aver fondato nel 1985 insieme a Hayao Miyazaki il famoso Studio Ghibli, una delle più importanti case di produzione cinematografiche di film di animazione.

Takahata era nato nel 1935 nella provincia di Mie, in Giappone. Nel 1959, dopo essersi laureato a Tokyo in letteratura francese, Takahata aveva iniziato a lavorare come aiuto regista nel prestigioso studio di animazione Toei, dove aveva ottenuto i suoi primi successi e dove era iniziata la collaborazione con Hayao Miyazaki, che sarebbe diventato il più conosciuto autore di film di animazione giapponesi. Nel 1985, per avere maggiori margini creativi nel loro lavoro, Takahata e Miyazaki fondarono un loro studio di produzione, lo Studio Ghibli, che negli anni successivi avrebbe prodotto i più famosi film di Miyazaki e Takahata.

Durante la sua lunga carriera, Takahata aveva lavorato sia come regista che come produttore e direttore artistico. Una tomba per le lucciole, uscito nel 1988, è considerato il suo film più bello e importante. Racconta la storia di un ragazzo e di sua sorella minore che rimangono orfani durante il bombardamento americano sulla città di Kobe, nel 1945, e cercano insieme di sopravvivere durante gli ultimi mesi della guerra. La storia della principessa splendente, presentato al Festival di Cannes nel 2013, valse a Takahata una nomination al premio Oscar per il Miglior film di animazione l’anno successivo. Il film – l’ultimo lavoro di Takahata – racconta di una strana creatura magica che viene trovata da un tagliatore di bambù dentro una canna di bambù. La creatura cresce diventando una bellissima ragazza, portando grandi ricchezze alla sua famiglia, ma presto confessa di essere un’abitante della Luna e di doverci tornare, suo malgrado.

https://www.ilpost.it/2018/04/06/isao-takahata-morto/