giovedì 27 agosto 2026

La riprogrammazione di Yamanaka

 Yamanaka - Shinya Yamanaka. Premio Nobel 2012. Giapponese.


Ha fatto una cosa che sembra magia.


Ha preso una cellula adulta - per esempio una cellula della tua pelle di 80 anni, vecchia, stanca, con il DNA tutto segnato - e ha aggiunto solo 4 proteine. Le ha chiamate OSKM:


- Oct4

- Sox2

- Klf4

- c-Myc


Sono 4 interruttori. Le ha accese e la cellula è tornata indietro nel tempo. È diventata di nuovo una cellula staminale embrionale. Come se fosse appena nata. Potenzialmente immortale e capace di diventare qualsiasi cosa.


È come aver trovato il tasto "reset di fabbrica" del corpo.


Il problema? Se fai il reset totale, la cellula si dimentica anche cosa deve fare. Diventa un tumore. È un neonato che non sa se deve diventare cuore o occhio. E ti viene un teratoma.


Quello che sta facendo David Sinclair e gli altri ora è la riprogrammazione parziale.


Non la porti fino a zero. La riporti indietro solo del 30%, 50%. Giusto abbastanza per ringiovanirla, ma non abbastanza per farle perdere la memoria.


L'esempio che ti dicevo dei topi:

Hanno preso topi vecchi, quasi ciechi. Hanno iniettato nell'occhio solo 3 dei 4 fattori di Yamanaka, per pochi giorni. Il nervo ottico è ringiovanito. I topi hanno ricominciato a vederci. Senza tumore.


Hanno ringiovanito il muscolo, il rene, il cervello di topi vecchi dello stesso 30-40%.


Perché se riesci a fare questo reset parziale ogni 10 anni, in teoria non invecchi più. Ogni 10 anni torni indietro di 10 anni. Resti fermo a 30 anni biologici per 600 anni.


Sulla carta funziona. In pratica:


1.  Non sappiamo ancora dosarlo nell'uomo. Troppo poco non fa niente, troppo fa tumore.

2.  Il cervello è il problema più grande. Se resetti un neurone, resetti anche i ricordi? Rischi di diventare giovane ma di non ricordare chi sei.

3.  È costosissimo e va fatto su tutto il corpo, non solo su un occhio.


Yamanaka ha aperto la porta. Ma siamo ancora sul pianerottolo. Non siamo entrati in casa.


Ecco la tua cellula immortale. Questa è esattamente la riprogrammazione di Yamanaka.



Guarda da sinistra a destra:


OLD - cellula vecchia: DNA pieno di CH3, cioè metilato, spento. Mitocondri rotti, poco ATP. Danno ossidativo.


Al centro - REPROGRAMMING: arrivano i 4 fattori OSKM - OCT4, SOX2, KLF4, c-MYC. Sono i 4 fari che vedi sopra. Staccano i CH3, fanno demetilazione. Il DNA si apre, i telomeri si allungano, l'orologio epigenetico torna indietro. È il reset.


A destra - YOUTHFUL STATE: cromatina aperta, mitocondri nuovi, energia alta. La cellula è diventata iPSC - indotta pluripotente, immortale. Può rinnovarsi per sempre, può diventare qualsiasi cosa.


Il trucco per non fare tumori, che è quello che stanno studiando ora per i 600 anni, è fermarsi a metà del centro. Non andare fino a destra. Ringiovanisci solo un po', poi spegni i fattori.


Fenix

Storia della granita

 Cosa scrivono su Facebook:

Vincenzo Flaminio

Penso che l'islamofilia della nostra cultura accademica vada affrontata e denunciata con forza, perché fa passare un discorso di sudditanza psicologica e di colonialismo «buono» che non si concede ad altri popoli, se non agli arabi. E questo modo di narrare è pesantemente offensivo verso i siciliani, perché fa passare l'idea che la Sicilia — che vede la presenza di colonie minoiche e micenee già nel 1500 a.C. — fosse abitata da gente stupida, incapace di vivere, che avrebbe aspettato gli arabi per essere civilizzata. Colonialismo, appunto.


Ora, debbo sempre far notare che Siracusa è stata una delle città più importanti del mondo antico, che Agatocle sposò una principessa egizia e che la città divenne anche capitale dell'Impero Romano d'Oriente. A questo va aggiunto che:


· Nel V secolo a.C., ad Atene era diffuso il melíkraton, un antenato della granita preparato con miele e succo di melograno mescolati a neve o ghiaccio. Anche Alessandro Magno apprezzava la neve mista a miele e frutta. Ricette simili arrivarono a Roma proprio dalla Grecia.


· I Romani conoscevano le nivātae potiōnes, cioè «pozioni innevate». Si trattava di neve o ghiaccio tritato aromatizzati con miele, succhi di frutta e latte. Una ricetta simile ci è tramandata anche da Plinio il Vecchio. L'imperatore Nerone, in particolare, amava molto le macedonie di frutta gelata coperte di miele.


· Lo sharbat è un'antica bevanda medio-orientale, di origine persiana, a base di sciroppo di frutta o petali di fiori diluito in acqua e servita fredda, spesso con neve o ghiaccio. Da qui deriva anche il termine «sorbetto». Non era un dessert cremoso, ma una bevanda rinfrescante che, probabilmente, traeva origine dall'usanza greca — Alessandro invade la Persia. Probabilmente gli arabi usarono lo stesso nome per ciò che si faceva in Persia e in Sicilia. Non inventarono assolutamente nulla.


Queste preparazioni antiche erano «grattate» (come la moderna grattachecca romana): si grattava il ghiaccio e lo si condiva con miele e succhi. La granita siciliana si distingue per la sua consistenza cremosa e granulosa, ottenuta non dal ghiaccio grattato, ma dalla «mantecatura» del composto durante il congelamento per rompere i cristalli di ghiaccio.


· Il vero «salto» tecnologico. La nascita della granita come la conosciamo oggi non è avvenuta con gli arabi, ma nel XVI secolo, con l'invenzione del «pozzetto»: un contenitore in cui la miscela di succo e zucchero veniva fatta congelare e mescolata continuamente. Questo permise di ottenere una consistenza cremosa, ben diversa dalla grattachecca romana, che conserva cristalli di ghiaccio ben visibili. La granita siciliana è quindi, siciliana. Inventata durante il Rinascimento.


Continuare con una visione islamofila è umiliare i siciliani, è razzista, e racconta di un colonialismo buono e civilizzatore contrapposto a quello occidentale. Ed è propaganda anti-occidentale, non storia.


P. S. Quello della granita vuole essere solo un esempio ironico.

Come gli rispondiamo noi:


E' storicamente corretto:


1. La granita cremosa non è araba, è rinascimentale siciliana.

Quello che tutti i testi riportano come "sherbet arabo" era neve grattata e condita con sciroppi - la _rattata_ / grattata, che sopravvive ancora nella grattachecca romana. c271


Il salto vero è del XVI secolo: si scopre di usare la neve mista a sale marino come eutettico, quindi la neve passa da ingrediente a refrigerante. Nasce il _pozzetto_ - tino di legno con dentro secchiello di zinco girato a manovella - che impedisce la formazione di cristalli grossi. È lì che nasce la consistenza mantecata, granulosa-cremosa, che è la granita moderna. Quindi sì, l'invenzione è siciliana del '500, non del X secolo. c271


2. La tradizione del ghiaccio condito è molto più antica degli arabi.

I romani avevano le nivatae potiones, le fonti greche parlano di melikraton con neve, miele e melograno, Plinio e la corte di Nerone descrivevano macedonie gelate con miele. È esattamente la stessa idea di grattare ghiaccio conservato nelle neviere. In Sicilia le neviere su Etna, Peloritani, Nebrodi, Madonie sono pre-arabe e restano in uso fino al '900.


3. Lo sharbat cos'era davvero?

Hai ragione anche lì: sharbat è persiano, è una bevanda - sciroppo diluito in acqua, fredda con neve - non un dessert cremoso. Il termine sorbetto viene da lì, ma è una bevanda, non una tecnica di mantecazione. Alessandro invade la Persia e quella tradizione viene a contatto con quella greca, non viceversa.


Dove la narrazione "arabista" semplifica troppo è qui: gli arabi in Sicilia portano due cose agronomiche fondamentali - la coltivazione intensiva della canna da zucchero e la diffusione di agrumi, gelsi, gelsomino - che poi diventano i gusti base della granita al limone, mandorla, gelsi. Senza zucchero e senza limone non fai la granita moderna.


Ma dire "hanno inventato la granita e civilizzato i siciliani" è falso e, come dici tu, cancella Siracusa, la Magna Grecia, la Roma repubblicana e imperiale, la scuola di ingegneria idraulica e di conservazione della neve che c'era già.


È più corretto dire: base greco-romana + ingredienti nuovi portati nel Medioevo arabo-normanno + tecnologia rinascimentale siciliana del pozzetto = granita siciliana.




Ecco la nivata potio romana, prima di Nerone, prima degli arabi.


Ghiaccio tritato conservato nelle nivarie, messo in una coppa di bronzo, miele di favo colato sopra e chicchi di melograno - il _melikraton_ dei greci, la macedonia gelata che piaceva a Nerone.


Niente pozzetto, niente mantecatura: è una grattata, cristalli grossi, miele che cola. È esattamente l'antenata greco-romana della granita.


Questa è la versione che a Siracusa, capitale dell'Impero d'Oriente sotto Costante II, avrebbero mangiato già 400 anni prima dell'arrivo arabo.


Fenix 


mercoledì 26 agosto 2026

L’intelligenza artificiale consuma sempre di più: come ridurne l’impatto

 

- Agosto 25, 2026 
 
 
 

All’interno dei più recenti data center del mondo, calcoli ad alto consumo energetico procedono 24 ore su 24, mentre chatbot e altri strumenti di intelligenza artificiale generativa svolgono compiti che spaziano dal frivolo al complesso: assemblare immagini per i social media, offrire consigli sulle relazioni, analizzare immagini mediche per diagnosticare il cancro, creare codice per gli sviluppatori o individuare frodi finanziarie per le banche.

Parallelamente all’impennata di popolarità degli strumenti di intelligenza artificiale negli ultimi anni, sono cresciuti anche i relativi costi ambientali. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, i data center consumano attualmente 414 terawattora all’anno, pari a circa l’1,5% del consumo globale di elettricità: una quantità cresciuta del 12% all’anno per cinque anni, prima di aumentare del 17% nel 2025. Entro il 2030, l’Agenzia prevede che la domanda di elettricità dei data center sarà più che doppia rispetto a quella attuale. Gran parte di questa crescente domanda viene soddisfatta attraverso i combustibili fossili, mentre gli esperti esprimono preoccupazione anche per l’impiego delle risorse idriche locali necessarie a raffreddare i data center nelle regioni colpite dalla siccità.

L’utilizzo dell’intelligenza artificiale per generare testi o immagini rappresenta probabilmente soltanto una frazione minima dell’impronta ambientale complessiva di una persona. Gli esperti sottolineano inoltre che spetta alle aziende tecnologiche ridurre il consumo di risorse dell’IA, creando algoritmi più intelligenti ed efficienti dal punto di vista energetico e sviluppando hardware più performante. Tuttavia, esistono semplici azioni che le persone possono intraprendere per garantire che il loro utilizzo dell’IA abbia il minore impatto ambientale possibile: dalla valutazione attenta dei casi in cui l’IA è realmente necessaria alla formulazione di richieste capaci di ridurre al minimo la quantità di calcolo richiesta. «Le scelte individuali non sono prive di significato e alcune sono più influenti di quanto si pensi», afferma Ivana Drobnjak, informatica dell’University College London.

Robot assetati di energia

È notoriamente difficile stimare l’energia impiegata per elaborare una singola richiesta rivolta a un chatbot. Google, per esempio, stima che Gemini consumi circa 0,24 wattora per rispondere a una richiesta di testo di lunghezza media, l’equivalente dell’elettricità necessaria per guardare la televisione per meno di nove secondi. Ogni risposta utilizza inoltre circa 0,26 millilitri d’acqua ed emette l’equivalente di 0,03 grammi di anidride carbonica. Per fare un confronto, percorrere un miglio con un’automobile a benzina produce circa 400 grammi di CO₂. Sebbene presi singolarmente questi consumi siano molto piccoli, il loro impatto si accumula nel caso di persone e aziende che utilizzano frequentemente gli strumenti di intelligenza artificiale.

Il motivo per cui i modelli di intelligenza artificiale consumano tanta energia risiede in parte nei processori che li alimentano, come le unità di elaborazione grafica, o GPU, che consumano molta più energia rispetto alle unità centrali di elaborazione, o CPU, impiegate per attività più semplici come le ricerche sul web e la posta elettronica. Il consumo dipende anche dai modelli alla base degli strumenti di intelligenza artificiale generativa più diffusi, compresi i grandi modelli linguistici, o LLM, che alimentano chatbot e assistenti virtuali.

Questi modelli si basano su un particolare schema di progettazione chiamato architettura transformer. Questa architettura consente ai grandi modelli linguistici di addestrarsi su enormi quantità di testo, riconoscendone gli schemi linguistici e calcolando centinaia di miliardi, o persino migliaia di miliardi, di parametri. Questi parametri vengono poi utilizzati per generare nuove sequenze di testo, prevedendo quali parole abbiano maggiori probabilità di seguirne altre.

Un grande modello linguistico basato sull’architettura transformer richiede un’enorme capacità di calcolo perché, per ogni nuova parola generata in risposta alla richiesta di un utente, elabora nuovamente la richiesta e tutte le parole prodotte fino a quel momento, eseguendo ogni volta miliardi di calcoli.

Le aziende tecnologiche sottolineano come i grandi modelli linguistici siano diventati nel tempo più efficienti dal punto di vista energetico. Secondo i calcoli pubblicati da Google nel 2025, i 0,24 wattora consumati da Gemini per una richiesta di testo di lunghezza media rappresentano una riduzione di 33 volte rispetto al consumo energetico del modello dell’anno precedente.

Anche piccole quantità di energia, però, si accumulano rapidamente, considerando la diffusione dell’intelligenza artificiale. Sulla base dei dati forniti da OpenAI nel 2025, Drobnjak ha stimato che a maggio ChatGPT ricevesse circa 3,2 miliardi di richieste al giorno. Gli utenti chiedono agli strumenti di IA di elaborare e produrre enormi quantità di testi, immagini e video. Alcuni intrattengono lunghe conversazioni con i chatbot. Sempre più persone, inoltre, creano propri “agenti IA” che inviano a loro volta richieste ai chatbot.

Che cosa possono fare, dunque, gli utenti per ridurre al minimo le risorse impiegate nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale? Gli esperti offrono alcuni suggerimenti.

Non rinunciare alla ricerca

Come prima e semplice misura per risparmiare energia, gli utenti dovrebbero valutare attentamente se abbiano davvero bisogno dell’intelligenza artificiale per una determinata attività. «Chiedere a ChatGPT “Che cosa dovrei indossare oggi?” oppure “Com’è il tempo?” è come prendere il Concorde per andare al supermercato», afferma Günter Klambauer, esperto di intelligenza artificiale presso l’Università Johannes Kepler in Austria. Lo stesso vale per i motori di ricerca che utilizzano l’intelligenza artificiale per generare automaticamente una risposta insieme ai risultati effettivi, come le panoramiche IA di Google o la ricerca Copilot di Bing. «Se si sta cercando soltanto un articolo specifico, disattivare questa funzione potrebbe consentire un notevole risparmio energetico», afferma Udit Gupta, esperto di ingegneria elettrica e informatica presso il Cornell Tech di New York. Selezionare l’opzione “Solo risultati web” oppure includere “-ai” nella ricerca può essere sufficiente.

I modelli più piccoli consumano meno energia

Le persone e le aziende che utilizzano frequentemente strumenti di intelligenza artificiale per attività specifiche, come la traduzione o la sintesi, potrebbero valutare il passaggio a modelli linguistici più piccoli e specializzati. Poiché questi modelli vengono addestrati in modo più mirato ed eseguono un numero inferiore di calcoli, consumano meno energia rispetto ai grandi modelli linguistici generalisti pur riuscendo a svolgere le medesime attività.

In uno studio del 2025 pubblicato dall’UNESCO, Drobnjak ha esaminato i vantaggi dell’utilizzo di modelli di piccole dimensioni, come opus-mt-en-es per le traduzioni dall’inglese allo spagnolo e altri modelli dedicati alla sintesi e alla risposta alle domande, utilizzandoli al posto di Llama 3.1, sviluppato da Meta. Sebbene questi modelli più piccoli siano spesso meno intuitivi rispetto agli strumenti di intelligenza artificiale più diffusi, sono disponibili gratuitamente sulla piattaforma Hugging Face. Lo studio ha rilevato che consumavano da 15 a 50 volte meno energia, producendo al tempo stesso risultati di qualità superiore nei compiti per i quali erano stati progettati.

L’abbandono dei modelli più grandi in favore di modelli più piccoli e specializzati ha determinato una riduzione complessiva del consumo energetico del 90%, risultando la strategia di risparmio energetico più efficace tra quelle testate da Drobnjak. Come afferma Gupta, «Non serve un modello con mille miliardi di parametri per modificare un’e-mail».

Chatbot meno loquaci

Poiché i modelli linguistici eseguono moltissimi calcoli per ogni parola che producono, è utile scegliere modelli capaci di generare meno testo. Mosharaf Chowdhury, esperto di sistemi di intelligenza artificiale presso l’Università del Michigan, che ha misurato il consumo di elettricità dei grandi modelli linguistici disponibili pubblicamente, ha scoperto che i modelli per loro natura più “loquaci” tendono a consumare più energia.

Una versione di Qwen, il modello sviluppato dalla società cinese Alibaba Cloud, consuma per esempio molta più energia quando opera in modalità di ragionamento per la risoluzione dei problemi, producendo circa dieci volte più parole rispetto alla normale modalità di conversazione. Alcuni esperti raccomandano quindi di utilizzare la modalità di ragionamento soltanto per le domande complesse e di ricorrere negli altri casi alla modalità standard del chatbot.

Anche il semplice fatto di chiedere ai chatbot di “essere brevi” o di imporre un limite di parole può far risparmiare energia. Nello studio pubblicato dall’UNESCO, Drobnjak e i suoi colleghi hanno scoperto di poter ridurre del 50% il consumo energetico di Llama chiedendo al modello di dimezzare la lunghezza della risposta. Al contrario, mantenere breve la richiesta iniziale ha prodotto un risparmio meno significativo: soltanto il 5% utilizzando un messaggio lungo la metà di quello originale.

«La lunghezza della risposta è il fattore che determina e influenza maggiormente il consumo energetico», afferma Drobnjak. La ricercatrice ha collaborato con la città di San Francisco per sviluppare suggerimenti per il risparmio energetico destinati agli utenti dell’intelligenza artificiale, tra cui formulare richieste il più possibile specifiche e aggiungere istruzioni come “massimo cinque punti elenco”.

Raccomandazioni simili valgono per la generazione di immagini e video, che può consumare diversi ordini di grandezza più energia rispetto alla produzione di testo. Queste operazioni richiedono infatti di elaborare ripetutamente milioni di pixel, processando ogni volta l’intera immagine da capo, spiega Drobnjak. Si tratta inoltre di strumenti molto diffusi: quasi il 40% degli adolescenti tra i 13 e i 17 anni intervistati in un recente studio del Pew Research Center utilizza l’intelligenza artificiale per creare o modificare immagini e video.

Drobnjak consiglia di generare immagini o video soltanto quando necessario e alla risoluzione effettivamente richiesta. «Un’opzione consiste nel cominciare a bassa risoluzione», afferma, «e, se l’algoritmo procede nella direzione giusta, aumentarla gradualmente». La ricercatrice sottolinea inoltre che modificare immagini esistenti richiede sempre una potenza di calcolo inferiore rispetto alla generazione di nuove immagini da zero. Quando si devono generare più immagini, è preferibile farlo in un’unica sessione o in un unico lotto, perché risulta più efficiente rispetto all’invio di numerose richieste separate.

Queste azioni possono sembrare una goccia nell’oceano e, sotto molti aspetti, lo sono, affermano gli esperti. Ma anche le piccole cose, sommate, fanno la differenza. In attesa che aziende tecnologiche, scienziati e decisori politici trovino il modo di ridurre l’impatto ambientale complessivo dell’intelligenza artificiale, il singolo individuo che sa scegliere lo strumento giusto può fare davvero la differenza», afferma Drobnjak. «L’IA consuma così tanta energia che dobbiamo analizzare il problema da ogni angolazione».

 

 

Questo articolo è apparso originariamente su Knowable Magazine , una pubblicazione senza scopo di lucro dedicata a rendere la conoscenza scientifica accessibile a tutti.

 

https://beppegrillo.it/lintelligenza-artificiale-consuma-sempre-di-piu-come-ridurne-limpatto/ 

 

Progetti per città affollate

 

- Agosto 24, 2026 
 
 
 
di Kent Larson

Iniziamo con un po’ di storia. Gli insediamenti sono iniziati con persone raggruppate intorno a pozzi, e l’estensione di quegli insediamenti era grossomodo la distanza percorribile con una brocca d’acqua in testa.

Infatti, se sorvolate la Germania, per esempio, e guardate in basso, vedrete centinaia di piccoli villaggi tutti a un paio di chilometri di distanza.

Era necessario un facile accesso ai campi. E per centinaia, se non migliaia di anni, era proprio la casa il centro della vita. La vita era molto raccolta per la maggior parte delle persone. La casa era il centro dell’intrattenimento, della produzione di energia, del lavoro, il centro di assistenza sanitaria, era dove nascevano bambini e dove le persone morivano.

Poi, con l’industrializzazione, tutto ha cominciato ad accentrarsi.

Le orribili fabbriche vennero spostate alla periferia delle città. La produzione era centralizzata in stabilimenti. Si studiava nelle scuole. Si curava negli ospedali. E poi si svilupparono reti idriche e fognarie, che hanno consentito questo tipo di espansione non controllata. Sempre più funzioni diventarono distinte. Le reti ferroviarie collegavano le aree residenziali, industriali e commerciali. Nacquero così anche le reti stradali.

Di fatto, il modello prevedeva di dare un’auto a tutti e dare a tutti un posto per parcheggiare una volta giunti a destinazione. Era un modello poco funzionale. Viviamo ancora in quel mondo, ed ecco come siamo finiti.

Abbiamo agglomerati da milioni di persone. Los Angeles, Città del Messico e poi abbiamo queste nuove città in Cina, che si potrebbero chiamare agglomerati di torri. Stanno tutti costruendo città sul modello che abbiamo inventato negli anni ’50 e ’60, che sostengo sia veramente obsoleto.

Solo in Cina, 30 milioni di persone si trasferiscono ogni anno dalle campagne alle città.Tra 10 anni ci saranno 300 milioni di nuovi “cittadini”. Questo significa costruire l’equivalente di un’intera infrastruttura simile agli Stati Uniti nei prossimi 10 anni. Provate ad immaginare.

E dovremmo preoccuparcene tutti che viviamo in città o meno. Le città rappresenteranno il 90% della crescita della popolazione, 80% del CO2 mondiale, 75% dell’energia utilizzata, ma nello stesso tempo è sempre di più il luogo dove le persone vogliono stare. Oggi, più della metà delle persone nel mondo vivono nelle città, e continueranno ad aumentare.

Nelle città si crea la maggior parte della ricchezza, in particolare nei paesi in via di sviluppo, è dove le donne trovano opportunità. Sono tanti i motivi per cui le città stanno crescendo molto rapidamente.

Ci sono delle tendenze che avranno un impatto su come sono fatte le città. Prima di tutto il lavoro è sempre più distribuito e mobile. Gli edifici adibiti ad ufficio per lavorare sono sostanzialmente obsoleti. La casa, ancora una volta, grazie all’informatica distribuita, diventa il centro della vita, è un centro di produzione, di apprendimento, di acquisto e assistenza sanitaria e di tutte quelle cose che eravamo abituati ad avere fuori casa.

Per capire di cosa sto parlando proviamo ad osservare la grandi città che si sono evolute prima delle auto. Parigi era costituita da una serie di piccoli villaggi riuniti, e ancora oggi si vede quella struttura. Quello di cui la gente ha bisogno nella vita è a 5-10 minuti di cammino.

E poi guardate le città che si sono evolute dopo le automobili. C’è molto poco a 5 minuti a piedi nella maggior parte delle zone come Pittsburgh. Molte città statunitensi si sono evolute in questo modo.

Se realizzassimo tutto in modo che si possa avere una serie di quartieri come questi, con tutto a 5-10 minuti, si potrebbe mettere circa 20 000 persone per cellula, se si è a Cambridge, e fino a 50 000 se si tratta della densità di Manhattan. Tutto si potrebbe collegare con il transito di massa, mettendo la maggiore parte di quello di cui la gente ha bisogno all’interno del quartiere.

La mobilità è un problema, ma con quella condivisa o con veicoli piccoli e autonomi, potremmo davvero risolvere tutto. Si possono mettere qualcosa come 7 volte più veicoli in una data area rispetto alle auto tradizionali, e credo che questo sia il futuro. In realtà potremmo farlo oggi. Non è un vero problema. Basta combinare l’uso condiviso, la ripiegabilità e l’autonomia e con questa strategia possiamo ottenere uno sfruttamento del territorio 28 volte superiore, riducendo l’inquinamento dell’80%.

Poi ci sono le case e gli edifici. L’implementazione più interessante sono i muri robotizzati, in cui lo spazio si converte a seconda delle necessità. Da spazio per esercizi a luogo di lavoro. Gli architetti stanno pensando a queste idee da molto tempo.

Quello che dobbiamo fare ora è sviluppare cose che si possano replicare per 300 milioni di cinesi che vogliono vivere in una città. Penso di poter fare un piccolo appartamento che funziona come se fosse il doppio della dimensione, utilizzando queste strategie. Non credo nelle case intelligenti. È un falso concetto. Credo che si debbano costruire case stupide e metterci dentro cose intelligenti.

Infine credo che tutta questa roba si possa mettere insieme: un nuovo modello di mobilità, un nuovo modello abitativo, un nuovo modello di vita e di lavoro, perché alla fine l’idea principale è che dobbiamo concentrarci sulle persone. Le città sono le persone. Sono luoghi per persone. Non c’è motivo per cui non dovremmo migliorare radicalmente la vivibilità e la creatività delle città. È un imperativo globale. Dobbiamo farlo bene.

 

TED Tradotto da Anna Cristiana Minoli, Revisione di Alessandra Agliata

 

https://beppegrillo.it/progetti-per-citta-affollate-2/ 

 

Chi ricorda Alessandro e le altre vittime del lavoro?

 

- Agosto 26, 2026 
 
 
 
Di seguito la lettera di Paola Batignani, moglie di Alessandro Rosi, morto sul lavoro il 9 Agosto 2019 all’acciaieria Arvedi di Cremona. Alessandro faceva l’operaio, è morto schiacciato da una trave di 86 tonnellate. Aveva solo 44 anni.

Da quando ho perso Alessandro, credo molto nel destino. Cerco i suoi messaggi ovunque: nelle nuvole, in un sasso a forma di cuore trovato per strada, nel volo di un uccello sopra la mia testa, nelle farfalle. Ogni piccolo segno mi fa pensare che lui sia ancora accanto a noi.

Per questo, quando ho letto che l’8 agosto è stata scelta come Giornata nazionale dedicata alle vittime del lavoro, mi sono fermata a riflettere. Mi sono chiesta se anche in questo ci fosse lo zampino del destino. Perché Alessandro è morto il 9 agosto. È come se quella data fosse stata posta accanto al giorno più doloroso della nostra vita.

Il 9 agosto sono sette anni da quando Alessandro ci è stato portato via.

Alessandro Rosi aveva 44 anni. È morto schiacciato sotto 86 tonnellate di ferro, non per un suo errore, ma a causa di una gestione che non ha saputo proteggerlo nel luogo in cui stava lavorando.

Ha lasciato una madre, un padre, un figlio di soli dieci anni e una moglie.

Quella moglie sono io. E da quel 9 agosto 2019 combatto ogni giorno contro il dolore, la rabbia e quel senso di ingiustizia che continua a ferirmi l’anima.

Vorrei fare una domanda a chi leggerà queste righe.

Sapete quante persone muoiono ogni anno sul lavoro? Sapete i loro nomi e cognomi? Sapete quante famiglie si nascondono dietro quei numeri che troppo spesso scorrono in fondo a un telegiornale o in una pagina di giornale, per poi essere dimenticati?

Dietro ogni vittima ci sono persone che non sono morte, ma che da quel giorno non riescono più a vivere come prima.

La morte di Alessandro ha lasciato dietro di sé otto persone che, ogni giorno, cercano con fatica di ritrovare un senso alla propria vita.

E come noi, ci sono centinaia di madri, padri, figli, mogli, mariti, fratelli e sorelle che convivono con un’assenza che nessuno potrà mai colmare.

Il mondo cosa fa per loro?

Chi ricorda Alessandro Rosi, morto a 44 anni sotto una trave di 86 tonnellate di ferro?

Chi ricorda tutte le altre vittime del lavoro?

A voi giornalisti, che avete la possibilità di raggiungere tante persone, chiedo una sola cosa: date voce a chi non può più gridare. Fate in modo che i loro nomi non diventino soltanto numeri. Perché dietro ogni morte sul lavoro c’è una vita spezzata, una famiglia distrutta e un dolore che non finisce con il passare del tempo.

Non lasciate che il silenzio uccida una seconda volta chi ha già perso la vita lavorando.

Paola Batignani, moglie di Alessandro Rosi

https://beppegrillo.it/chi-ricorda-alessandro-e-le-altre-vittime-del-lavoro/ 

 

VOLENTEROSI SARETE VOI! -DIETRO IL RIFIUTO DI PARTECIPARE CON FRANCIA E REGNO UNITO ALLE ESERCITAZIONI CONGIUNTE IN POLONIA, C’È LA PAURA DELLA DUCETTA DI NON URTARE SALVINI, SCATENARE VANNACCI E INIMICARSI QUEL DONALD TRUMP, CHE HA SBERTUCCIATO LA SUA POSTURA DI DEVOZIONE MA E’ PUR SEMPRE IL LEADER DEL SOVRANISMO GLOBALE

 

VOLENTEROSI SARETE VOI! - LA MELONI, INVECE DI ARMI E MILIARDI,  MANDA A KIEV GENERATORI (LA PROSSIMA VOLTA, I PHON?), AZZOPPANDO IL PROGETTO DELLA DIFESA COMUNE UE – DIETRO IL RIFIUTO DI PARTECIPARE CON FRANCIA E REGNO UNITO ALLE ESERCITAZIONI CONGIUNTE IN POLONIA, C’È LA PAURA DELLA DUCETTA DI NON URTARE SALVINI, SCATENARE VANNACCI E INIMICARSI QUEL DONALD TRUMP, CHE HA SBERTUCCIATO LA SUA POSTURA DI DEVOZIONE MA E’ PUR SEMPRE IL LEADER DEL SOVRANISMO GLOBALE – "DOMANI": “ABBIAMO PERSO L’OCCASIONE DI SEDERE NEL VAGONE DI TESTA DI UNA SVOLTA DESTINATA A FARE EPOCA. SULLA QUESTIONE UCRAINA SI DECIDE IL FUTURO DELL’EUROPA FINITA NELLA MORSA DI USA, CINA E RUSSIA - OLTRE A ESSERE POLITICAMENTE CONVENIENTE PARTECIPARE, CI SAREBBE PURE UNA QUESTIONE DI INTERESSE ECONOMICO. NELLA RICOSTRUZIONE DELL’UCRAINA, QUANDO SARÀ, LE AZIENDE DI QUALI STATI CREDETE CHE SARANNO PRIVILEGIATE?”

giorgia meloni donald trump  

Gigi Riva per “Domani” - Estratti

 

giorgia meloni e donald trump al vertice nato di ankara - foto lapresse

Noi non ci saremo a ottobre e novembre alle esercitazioni militari dei Volenterosi. Noi non ci saremo, come cantavano nel 1966 i Nomadi su un testo del compianto Francesco Guccini, al contrario dei soldati di 25 paesi che hanno aderito all’operazione denominata in codice “Mnf-U” (Multinational Force for Ukraine).

 

Noi non ci saremo in questo passaggio cruciale analizzando il quale non è difficile vedere in nuce la nascita di una difesa comune del Vecchio Continente. 

 

Noi non ci saremo, come ha deciso Giorgia Meloni a nome del nostro governo, senza capire che mai come questa volta gli assenti hanno torto. Perché davvero sulla questione Ucraina, al pari della questione migranti, si fa l’Europa o l’Europa muore.

 

E forse proprio per questo Giorgia non c’è, non ci vuole essere, dato che rappresenta un governo con forze centrifughe rispetto a Bruxelles, nel nome di sovranismi nazionali, gli stessi che infiniti addussero lutti agli europei nel fatale Ventesimo secolo. 

 

O forse per non inimicarsi ulteriormente quel Donald Trump che ha preso a calci in faccia la sua postura di devozione e di “Volenterosi” non vuole sentire parlare. O infine per vellicare le sensibilità di coloro che temono gli scarponi dei nostri soldati sul territorio ucraino, temono di indispettire lo zar del Cremlino e la sua conseguente ira funesta.

Emmanuel Macron

In ogni caso una presa di posizione politica, quella di Palazzo Chigi, peraltro mitigata dalla presenza da remoto al vertice della coalizione con promessa di inviare generatori elettrici invece di soldati: la posizione ambigua e opportunistica di stare con mezzo piede dentro e uno e mezzo fuori. 

 

Abbiamo perso l’occasione di sedere nel vagone di testa di una svolta probabilmente destinata a fare epoca. In quello scompartimento ci stanno seduti i leader di tre paesi con storie e inclinazioni politiche assai diverse.

 

Il centrista Emmanuel Macron per la Francia, il cancelliere di destra moderata Friedrich Merz per la Germania, il premier di sinistra Andy Burnham per l’Inghilterra, uscita dalla porta principale dell’Ue con la Brexit ma che non disdegna incursioni dalla finestra della necessità militare soprattutto: le famiglie politiche d’origine hanno poca importanza quando in gioco c’è qualcosa di molto più urgente. 

 

Donald Trump Giorgia Meloni

Di tutta evidenza c’è un mondo dove tre potenze, un G3 costituito da Usa, Cina e Russia, hanno ribaltato il cavalleresco primato del diritto per imporre la forza come misura dei rapporti internazionali. E con la forza dividere il pianeta nelle loro tre aree di appartenenza. Un disegno che alimenta la domanda: e l’Europa?

 

Già l’Europa è il vaso di coccio in questa visione: quante armate ha l’Europa?, potrebbe ironicamente sfottere un Putin scimmiottando Stalin. Oppure: che numero di telefono ha l’Europa? (...)

 

La rigida geometria della divisione a tre non tiene conto della geometria variabile delle alleanze ereditata dal mondo che fu. Ed è allo scoglio di quel passato che Giorgia Meloni si aggrappa e si àncora. Per dire “no”.

 

(...) No ai nostri soldati, no a un’impresa che rafforza l’Europa perché lei sta con la Nato a guida Stati Uniti, con quel Trump che sarà anche il suo carnefice ma verso il quale la sindrome di Stoccolma è dovuta al fatto che è pur sempre il leader del sovranismo globale, la sua dottrina politica. 

 

burnham zelensky

Davanti all’emergenza, alla guerra sul suolo del Continente, ce n’è voluto, ma finalmente qualcosa si muove. No, non sono le truppe europee a Kiev, come lascia trapelare a mezza bocca il nostro governo come scusante e con malcelato calcolo perché uomini in divisa tricolore in mezzo al conflitto non li vuole la stragrande maggioranza degli italiani. 

 

Le manovre infatti saranno sul suolo polacco, e nelle previsioni le truppe entreranno in Ucraina solo dopo un eventuale cessate il fuoco e un accordo, chiarendo che non si tratterebbe di effettivi Nato, ma di una struttura nuova, composta da 25 paesi (i nomi della lista non sono stati rivelati), allo scopo di fornire garanzie di sicurezza alla nazione invasa. 

 

GIORGIA MELONI E DONALD TRUMP AL G7 DI EVIAN

La forza è “Ready to operate”. Il suo quartier generale è stato creato a Parigi il 24 luglio scorso sotto il comando del generale britannico Tom Bateman, il quale ha un vice francese. Ma “ready”, pronto, per cosa? Per le esercitazioni logistiche.

 

Si tratterà di testare il percorso da coprire quando e se ci sarà l’auspicabile possibilità di attuare la ragione sociale della nascita di questo “esercito”: la protezione dell’Ucraina. Della prima fase si conosce già qualche dettaglio, reso noto dal viceministro della Difesa polacco Pawel Bejda.

 

Già ora, a settembre, arriveranno circa 1.500 militari francesi e inglesi, cui si aggiungeranno ovviamente i polacchi più altri gruppi delle restanti 22 nazioni che hanno aderito. 

Friedrich Merz 22

 

Noi, fermi al confine di Chiasso a rimirare l’altrui attivismo. Oltre a essere etico e politicamente conveniente partecipare con i partner con cui condividiamo i destini su questa fetta di suolo, ci sarebbe pure una questione di mero interesse economico. Nella ricostruzione dell’Ucraina, quando sarà, le aziende di quali Stati credete che saranno privilegiate? 

 

GIORGIA MELONI E DONALD TRUMP AL G7 DI EVIAN Andy Burnham GIORGIA MELONI E DONALD TRUMP AL G7 DI EVIAN Andy Burnham a Kiev incontra Volodymyr Zelensky - foto lapresseDonald Trump Giorgia Meloni5Cerimonia di insediamento Donald Trump Giorgia Meloni

 

https://www.dagospia.com/politica/meloni-azzoppa-progetto-difesa-comune-ue-per-non-inimicarsi-oltremodo-trump-484846 

 

Isabelle Sava, una giovane combattente di taekwondo dalla Romania, è morta nel sonno a 19 anni, probabilmente a causa di un arresto cardiaco.

 


Liviu Brăteanu
 
24 agosto 2026, 13:22
 
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Attualità 
Foto: Pixabay
 

Isabelle Sava, una talentuosa combattente di taekwondo di origine romena, è morta improvvisamente a soli 19 anni, nel sonno, a causa di un possibile arresto cardiaco. La giovane, che possedeva la cintura nera e aveva vinto la medaglia d'argento ai Campionati Mondiali di Taekwondo del 2022, studiava Giurisprudenza alla Queen Mary University di Londra e stava per iniziare il secondo anno di studi.


I suoi genitori, Laura e Ovi Sava, sono stati devastati dalla perdita del loro unico figlio, che sognava di diventare un avvocato specializzato in diritto commerciale. Gli amici hanno avviato una campagna di raccolta fondi per coprire le spese di sepoltura e altri costi imprevisti. Isabelle era conosciuta per la sua ambizione e dedizione, essendo attivamente coinvolta in diverse organizzazioni studentesche e aiutando altri giovani a proseguire i propri studi. La sua morte ha lasciato un immenso vuoto nella vita della famiglia, che ha condiviso 19 anni di preziosi ricordi.

https://informat.ro/it/attualita/una-combattente-romena-di-taekwondo-isabelle-sava-e-morta-a-19-anni-136094