sabato 7 marzo 2026

Giuseppe Turrisi

 


Giuseppe Turrisi aveva cinquantanove anni e da almeno venti viveva in strada, trascorrendo le notti alla stazione Centrale di Milano. Soffriva di alcolismo e spesso finiva coinvolto in scontri con altri senzatetto ma, a parte alcuni piccoli precedenti, non aveva mai rappresentato una vera minaccia per nessuno. La sera del 6 settembre 2008 Turrisi, in evidente stato di ebbrezza, fu protagonista di un acceso litigio con altri clochard. Prima le urla, poi gli spintoni, ma senza che la situazione degenerasse arrivarono due agenti della Polfer, Emiliano D’Aguanno e Domenico Romitaggio. Delle persone coinvolte nel diverbio rimase soltanto Torrisi. I poliziotti lo arrestarono e lo condussero al commissariato situato al binario 21. Trascorsi 35 minuti Giuseppe Turrisi venne trasportato fuori su una barella del 118. Due ore più tardi, a causa di un’emorragia interna provocata dalla rottura della milza, moriva in ospedale. La versione fornita dagli agenti fu subito messa in discussione dalle immagini riprese dalle telecamere di sorveglianza della stazione. Ma era soprattutto il corpo del defunto a parlare. 

L’autopsia a cui venne sottoposto rivelò ecchimosi sparse su viso, testa, torace e braccio sinistro, infiltrazioni emorragiche ai reni e alla testa e, infine, una costola fratturata che aveva perforato la milza, provocando l’emorragia fatale. Gli agenti, cambiando versione, dissero di essersi dovuti difendere dall’aggressione di Turrisi, ma in sede processuale venne dimostrato il contrario.  La Prima Corte d’Assise di Milano emise la sentenza il 15 luglio: Emiliano D’Aguanno fu condannato a 10 anni di reclusione per omicidio preterintenzionale, mentre Domenico Romitaggio ricevette una pena di 3 anni per lesioni e falso in atto pubblico, poiché aveva mentito nei verbali relativi all’arresto. In appello le condanne furono inasprite: entrambi gli agenti furono condannati a 12 anni di reclusione per il pestaggio mortale di Turrisi. Sentenza poi confermata nel 2014 in Cassazione.


Cronache Ribelli


Raccontiamo questa storia nel nostro libro “Morire di Stato”. Lo trovate seguendo i link nel primo commento.

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Jerry Masslo

 


“Pensavo di trovare in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà , un'accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo.”


Jerry Essan Masslo è stato un rifugiato politico. Suo padre era uno dei tanti desaparecidos (missing) della dittatura sudafricana, la sua famiglia una delle tante schiacciate dalla dittatura. Regime contro cui lottò a rischio della sua stessa vita. Perseguitato, dovette far scappare i suoi cari in Zimbabwe e poi fuggire. Lo fece per continuare a combattere le sue battaglie. Lo fece nell'unico modo in cui si può fuggire da tanti paesi: da irregolare. 

Arrivò in Italia negli anni Ottanta da “clandestino”. Il nostro governo gli rifiutò lo status di rifugiato, probabilmente per non turbare i rapporti con l'aberrante regime sudafricano. Jerry per sopravvivere andò a fare il bracciante nel meridione. Lottò anche lì, lottò fino alle fine. Fino a quando fu ucciso, il 25 agosto 1989, da dei delinquenti comuni. Li affrontò coraggiosamente mentre tentavano di derubare lui e altri migranti della misera paga quotidiana all'interno della baraccopoli in cui viveva.

Oggi vorremmo dire che da allora in poi è tutto cambiato, ma non lo faremo. Ogni giorno vediamo questo paese imbarbarirsi e cercare dei capri espiatori su cui scaricare tutti i problemi che una classe dirigente criminale ha creato. 

Scusaci, Jerry, avremmo voluto scrivere un finale migliore ma per ora non possiamo farlo. Ma non temere, il libro della storia non è chiuso, e sull'ultima pagina saranno quelli come te a lasciare il loro segno.

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Insorge l’Aurora è il nostro ultimo libro illustrato, dedicato a chi lotta nel Mediterraneo per sopravvivere e a chi resiste all’indifferenza e alla violenza. Link nel primo commento.

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Marko Lokar

 


Nato a Trieste da padre sloveno, Marko Lokar iniziò a farsi notare nello Jadran, dopo un anno passato da giovanissimo negli USA. Nel 1990 decise di ripetere l’esperienza e si trasferì nel New Jersey, giocando per la squadra del college locale, i Seton Hall Pirates, e al contempo studiando marketing. Sul campo si guadagnò ben presto il posto da titolare: in una gara contro Pittsburgh arrivò a segnare ben 41 punti.

Ed è in questo momento che la sua vicenda personale si intreccia infatti con la storia di quegli anni. È il 1990, e l’Iraq, fino a pochi mesi prima foraggiato dagli USA in funzione anti-iraniana, è il nuovo nemico pubblico. L’invasione del Kuwait è seguita in pochi mesi dall’intervento di una coalizione a guida statunitense. E come spesso accade nella guerra moderna, il fronte interno è importante almeno come quello dei campi di battaglia. Anche il mondo dello sport deve fare la sua parte: tutti gli atleti che giocano negli USA devono giocare con una bandiera a stelle strisce sulla maglia.

Anche Marco, che è italiano. Anche Marco, che non sopporta quella ipocrisia.

E allora dice no. Anzi, per l’esattezza afferma che accetterebbe "di mettersi addosso la bandiera USA solo insieme alle altre 28 della coalizione… e anche quella irachena”.

Apriti cielo.

Perde quasi subito il posto da titolare nel quintetto. Durante una partita al Madison Square Garden, a New York, Marco viene sommerso dai fischi nonostante non sia neanche in campo. Ma il peggio deve ancora venire: inizia a ricevere minacce telefoniche da parte di reduci di guerra e persone comuni. Minacce rivolte anche alla sua compagna, al tempo incinta. Allora prende la decisione più difficile: nonostante la sua borsa di studio duri ancora per altri 4 anni, Marco decide di rientrare in Italia, dove continua a giocare a basket per parecchi anni.

Rientrò senza la carriera nell’NBA da lui sognata, ma con la dignità di chi non era disposto - da straniero - ad assorbire passivamente la retorica nazionalista e guerrafondaia del paese ospitante.

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venerdì 6 marzo 2026

Melina Rodriguez

 


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Ha tradito il suo amore Putin?

 


"Khamenei è moralmente superiore a Giorgia Meloni.


Sotto il profilo morale, Khamenei è un uomo migliore di Trump e di Netanyahu, perché Trump e Netanyahu hanno sterm**ato 30.000 bambini e Khamenei no.


Sotto il profilo morale, Khamenei è un uomo moralmente superiore a Giorgia Meloni perché Meloni ha sostenuto Netanyahu quando Israele ster*inava 30.000 bambini, mentre Khamenei lo ha avversato. 


Sul piano morale, l'Iran è una società moralmente superiore a Israele perché Israele ha sterm*nato 30.000 bambini e l'Iran no.


Sotto il profilo morale, le dittature sono superiori alle democrazie occidentali perché le democrazie occidentali hanno stermi**to 30.000 bambini e le dittature no.


Pensare criticamente significa mettere in discussione il senso comune.


Che cosa sorregge l'idea di senso comune secondo cui Antonio Tajani - che il 12 gennaio 2025 ha affermato a Rai Tre: "Israele non ha compiuto crimini di gu**ra" - è un uomo moralmente migliore di Khamenei?


Niente, non c'è niente a sorreggere empiricamente questa idea.


Infatti, Khamenei, che ha lottato per salvare la vita di 30.000 bambini, è un uomo moralmente superiore a Tajani, che invece ha difeso Netanyahu mentre sterm**ava 30.000 bambini".


Cosa ne pensate?


#AlessandroOrsini

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Melona è uno sciacallo incompetente!

 


Mentre il mondo prende fuoco e ogni ora porta nuove crisi, la presidente del Consiglio della settima economia mondiale sceglie di occuparsi di cartoni animati. O quasi.


Perché il post non parla nemmeno di quello che dice di voler difendere. Parla dei soliti giudici. La guerra quotidiana alla magistratura, puntuale come un orologio svizzero, ogni volta che la realtà diventa troppo scomoda da affrontare.


Benzina alle stelle, soldati italiani in zone di guerra, un ministro della Difesa in imbarazzo all'estero, bambini che muoiono sotto le bombe del suo alleato preferito. Niente di tutto questo merita un post.


I giudici sì.


È questa la politica ridotta a gestione dei social. Non si governa, si posta. Non si risponde alle crisi, si alimentano polemiche. Non si parla al paese, si parla ai propri follower.


Una vergogna Disciamo.

Cesare Di Trocchio

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