Walter Sabatini
è l’ospite del nuovo episodio di “One More Time” (OnePodcast) di Luca
Casadei. La puntata è disponibile da oggi, venerdì 26 giugno, in formato
audio su OnePodcast e su tutte le piattaforme streaming, e da martedì
30 giugno in versione video su Spotify e YouTube.
L’ex calciatore e direttore sportivo italiano - famoso per il suo
talento nello scoprire giovani giocatori e per una carriera intensa tra
Roma, Palermo, Lazio e molte altre squadre - si racconta da casa sua ai
microfoni di Luca Casadei in un’intensa intervista. Partendo dalla sua
infanzia e dalla scoperta dell’amore per il calcio, Sabatini ripercorre i
momenti salienti della sua carriera e della sua vita. Si sofferma poi
sulle sofferenze vissute negli anni, sia fisiche che emotive, e sulla
sua voglia ancora oggi di non arrendersi e continuare a vivere.
Sul momento in cui ha scoperto l’amore per il calcio: «Quando ho toccato
il primo pallone è stata per me una folgorazione. Ero piccolo, 9-10
anni, e non ho più giocato nella mia vita a un gioco qualsiasi. Ho
solamente rincorso un pallone e lo facevo anche da solo perché avevo
un'immaginazione incredibile. Io riuscivo a trasformare un muro in una
platea: avevo il pubblico, l'arbitro, il pallone, tutto nella mia testa.
A 10-12 anni non potevo ancora giocare perché ero troppo piccolo. Mi
ricordo una volta che l'allenatore mi fa una sorpresa, mi viene a
prendere e mi porta a Marciano. Entro in campo al secondo tempo ed ero
talmente emozionato. Questi avversari erano più grandi di me. Mi ricordo
che a un certo punto ho rubato la palla a un difensore, sono andato
contro il portiere e l’ho dribblato: c'era una pozzanghera, la palla mi
si è fermata lì e sono caduto. La caduta più dolorosa della mia vita
perché ho perso l'occasione per fare il mio primo gol».
Sulla sua infanzia e sul momento in cui ha iniziato a fumare: «Facevo
delle cose orride da bambino, a 8-9 anni, 10. Fumavo i mozziconi e
annusavo la benzina dalla moto di mio padre. Mi stordivo con l'odore
della benzina ed era una cosa tossica al massimo. E ho continuato a
farla fin quando una volta non mi hanno scoperto: ero svenuto sopra la
moto. Poi dopo ho dovuto smettere. A 14-15 anni ho cominciato a rubare
le sigarette sia da mia madre che da mio padre, 3 o 4. Poi è diventata
una cosa irrinunciabile per me. Mi sentivo bene nel far qualcosa di
nascosto».
Su uno dei successi lavorativi di cui è più fiero: «L’acquisto di Javier
Pastore è stato un colpo di cui sono molto orgoglioso, poi è andato al
Paris Saint-Germain. Insomma, è stata un'operazione magica. Mai avrei
pensato andando giù che sarei riuscito a prenderlo, perché era un
calciatore che era nei pensieri di tutti. Sono riuscito con la costanza,
ho dato l'assedio all'ufficio del suo procuratore Marcelo Simonian,
l'ho convinto a far venire la famiglia da Cordova, e li ho trattenuti
con me fin quando non hanno capito che era inesorabile la mia decisione.
Non sarei mai tornato a casa senza il giocatore. E credo che sia stato
il giorno più felice nella vita di Zamparini, perché lui lo adorava
Pastore: era una divinità calcistica, un ragazzo straordinario.
Quando ha cominciato a giocare ha lasciato a bocca aperta tutti».
Il figlio e i rimpianti
Sulla nostalgia e le scelte che non rifarebbe tornando indietro: «Io
non mi sono mai amato, neanche quando pensavo di meritarlo. Mi son
piaciuto, ma amato no. Di nostalgia non si dovrebbe vivere. Io, invece,
vivo di nostalgia e di rammarico e di pentimento. A volte sento le
persone che dicono “io rifarei tutto”. Io, a parte mio figlio, nella mia
vita non rifarei niente, neanche le scelte più importanti che ho fatto
calcisticamente. Lo so che sono stato molto ammirato e ancora oggi ne ho
la testimonianza, però io non rifarei niente. Cioè, rifarei tutto ma in
maniera diversa, tutto a parte mio figlio».
Il coma farmacologico
Su quando ha rischiato la vita ed ha trascorso 25 giorni in coma
farmacologico: «Mi è venuto un attacco respiratorio, è arrivato il
medico della Roma, che era il mio medico, e ha capito subito che la
situazione era grave. Dentro l'ambulanza la dottoressa diceva “non ce la
fa, non ce la fa”. Sono stato in ospedale in terapia intensiva, 25
giorni in coma farmacologico. In quei giorni ero altrove. Pensavo di
essere morto. Vedevo troppe cose che mi facevano un po' paura, ma non
definitivamente, le pensavo sempre come transitorie. Vedevo Madre Teresa
di Calcutta, non voleva farsi toccare. Ero certo che gli infermieri mi
avrebbero ucciso. Ogni volta che arrivava un infermiere mi veniva
un'agitazione. È stata dura, soprattutto è stata dura dopo, quando ti
risvegliano sei un ebete. Ci ho messo 2 mesi a tornare alla lucidità
piena».
Sugli attacchi di panico di cui ha sofferto: «Le crisi di panico che ho
avuto sono state talmente tante. Adesso credo di esserne uscito,
soprattutto quando mi succede non perdo il controllo totalmente. Prima
era una cosa terrificante, appena iniziava io capivo che era una crisi
di panico, però non riuscivo a dominarla, era bestiale. Il coma
farmacologico ha fatto nascere in me una forma di paura: generica, paura
quasi della vita, paura della vita degli altri, insicurezza (…) È stata
una parentesi veramente dura da vivere e da digerire».
«Chiuso in casa, non voglio uscire»
Sulla sua voglia di reagire: «Non esco più di casa, sto anche un mese
senza uscire. Non mi sento al sicuro, ma soprattutto non mi va di
espormi di fronte alla gente. Mi rende insicuro il fatto che qualcuno mi
veda, per esempio, non riuscire ad alzarmi da solo. È una cosa che mi
devasta. La mia vita è stata tutt'altro. E il ricordo di come ero e di
quello che ho fatto mi ferisce, perché poi devo far per forza il
confronto. Oggi non è una vita che mi piace, è veramente una vita non
mia, di qualcun altro. Io voglio essere vitale: vivo e vitale. Invece
sono solo vivo e non mi basta. Credo di poter reagire, credo di
continuare a vivere e poi so di dover fare ancora cose belle e
importanti. O le faccio in prima persona o per interposta persona, ma le
farò. Non posso accettare di finire una vita così grigia. Devo fare
qualcosa».
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