I CPR, per come sono concepiti e per le condizioni in cui vengono trattenute le persone, rappresentano una violazione intollerabile dei principi della nostra Costituzione, della dignità umana e dei diritti fondamentali.
Dentro queste strutture vengono private della libertà persone che non hanno commesso reati, ma che hanno cercato disperatamente una vita diversa, spesso fuggendo da persecuzioni, torture e morte.
Spesso facciamo finta di non vedere.
Per alimentare questo sistema lo Stato ha bisogno anche dei medici, chiamati a certificare l'idoneità delle persone al trattenimento.
Ma cosa accade quando un medico, rispettando la propria coscienza professionale, ritiene che quella persona non possa essere rinchiusa?
Il ministro Piantedosi accusa i medici di ostacolare l'azione dello Stato.
Ne è nata un'inchiesta penale, accompagnata da perquisizioni in tutta Italia, con modalità invasive che siamo abituati a vedere riservate a pericolosi criminali.
Ora la Cassazione ha annullato, con rinvio, le misure interdittive nei confronti di tre dottoresse sospese dalla professione.
Ma c'è una storia che dovrebbe pesare sulla coscienza di tutti.
È quella di Lassoued Dhoui, morto il 10 agosto nel CPR di Palazzo San Gervasio, in provincia di Potenza.
Un uomo con gravi problemi psichiatrici, la cui incompatibilità con il trattenimento, secondo quanto denunciato, era già stata certificata.
Eppure era lì, rinchiuso.
Durante una crisi è salito sul tetto della struttura, ha protestato, ha gridato la propria disperazione. Poi è precipitato ed è morto.
Non avrebbe dovuto essere lì e da quel luogo non è mai uscito vivo.
Un giorno saremo chiamati a rispondere, almeno moralmente, di quello che abbiamo consentito.
Perché uno Stato che pretende dai medici di anteporre le esigenze del trattenimento alla tutela della salute tradisce i principi su cui dovrebbe fondarsi.
Non possiamo continuare a chiamare sicurezza ciò che calpesta la dignità, la salute e persino la vita degli esseri umani.











