Nella turbolenta fase finale della Repubblica, tra le ferite delle guerre civili sillane e un profondo divario sociale, emerse Lucio Sergio Catilina. Nobile di antica stirpe, fu consumato da ambizione e debiti. La sua storia, raccontata con ostilità da avversari come Cicerone e Sallustio, culmina nel 63 a.C. con il fallito tentativo di colpo di stato contro Roma. Divenne così l'emblema di una Repubblica al collasso. Sallustio, nel suo celebre resoconto, definì l'evento "memorabile" per l'inedita gravità, collegandolo alla corruzione, all'avidità e allo sfarzo che stavano devastando la classe dirigente romana.
Catilina, pur discendente da un'antica gens, fallì la scalata politica. Dopo le guerre civili sillane, la sua carriera fu macchiata da accuse di violenza e concussione, e soprattutto da ripetuti insuccessi nella corsa al consolato. Decisiva fu la sconfitta del 63 a.C. contro Marco Tullio Cicerone, un homo novus dall'abilità oratoria eccezionale. In quell'anno, Catilina si propose come alfiere di debitori e diseredati, promettendo la cancellazione o l'alleggerimento dei debiti a senatori rovinati, cavalieri in crisi e masse urbane impoverite. Questa piattaforma, specchio del malcontento sociale, lo rese un sovvertitore agli occhi dell'aristocrazia, un uomo pronto a incendiare l'ordine repubblicano.
La congiura di Catilina, narrata da Cicerone e Sallustio, prese corpo nel 63 a.C. Il nobile decaduto, sostenuto da senatori scontenti, giovani ribelli e veterani impoveriti, tramava di incendiare Roma, perpetrare massacri e assumerne il controllo con la forza. Contemporaneamente, il fedele Gaio Manlio reclutava in Etruria un esercito tra coloni e contadini indebitati. A Roma, riunioni segrete (celebre quella da Marco Porcio Leca) definirono il piano: eliminare Cicerone e i senatori più autorevoli, saccheggiare la città e imporre il potere con il terrore.
Gli storici moderni ridimensionano il pericolo, spesso ingigantito dalla propaganda per esaltare Cicerone "salvatore", ma confermano l'esistenza di una reale trama eversiva, che sfruttò le profonde tensioni sociali dell'epoca, ben oltre le mere invenzioni politiche.
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Il 7 novembre del 63 a.C., in risposta alle voci di un attentato imminente, Cicerone convocò il senato nel tempio di Giove Statore e pronunciò la prima Catilinaria, un veemente atto d’accusa contro Catilina, seduto in aula. Il nemico politico provò a difendersi, rovesciando le accuse e rivendicando meriti, ma fu messo a tacere e isolato. Pochi giorni dopo, Catilina lasciò Roma, formalmente esule, per raggiungere l'esercito di Manlio in Etruria e porsi apertamente alla guida della rivolta. Cicerone, rimasto in città, ottenne dal senato il senatus consultum ultimum, poteri straordinari con cui giustificò le misure eccezionali in nome della salvezza della Repubblica. Le fonti sottolineano con enfasi questo passaggio: a Roma, il confine tra legalità e stato d’emergenza si assottigliò pericolosamente, creando un precedente di enorme peso per i decenni a venire.
La congiura di Catilina fu svelata a Roma: alcuni complici, scoperti in contatti con gli ambasciatori degli Allobrogi, furono arrestati. Cicerone, in Senato, presentò le prove (documenti e confessioni estorte), scatenando un aspro dibattito. Prevalse la linea dura: nel dicembre del 63 a.C., in nome del pericolo imminente per lo stato, cinque congiurati furono giustiziati senza regolare processo nel Tullianum. Questo atto, celebrato come energia patriottica ma criticato come violazione civile, evidenzia la crisi istituzionale della Repubblica: si accettò di infrangere la legge per salvare Roma. Intanto Catilina, con il suo esercito in Etruria, tentò l'ultima mossa, ma nel gennaio del 62 a.C. fu sconfitto e morì in battaglia contro il console Gaio Antonio Ibrida. Sallustio lo descrive morente tra i suoi, incarnazione tragica di una grande forza piegata alla distruzione.
Per secoli, Catilina è stato il mostro, l'incarnazione di vizio e ambizione, dipinto dai suoi nemici come il simbolo della degenerazione romana. Oggi, la critica invita a separare la realtà del complotto, pericoloso ma reale, dalla retorica amplificata per consolidare l'ordine e offrire un monito.
In Catilina si fondono il dramma di un aristocratico sconfitto che sceglie la sovversione e il destino di una repubblica che, per difendersi, calpesta le proprie leggi. Questa ambiguità rende ancora viva quella notte di Roma, dove il confine tra salvezza e rovina si fece sottile.
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