Mi chiamo Mattia e ho 15 anni.
Quest’estate l’ho passata anche sui libri, perché avevo una materia da recuperare. Mentre gli altri erano in vacanza io studiavo, perché a settembre quell’esame dovevo superarlo.
E l’ho superato.
Promosso.
Mi chiamo Mattia, ho 15 anni e gioco a calcio.
Sono un centrocampista.
Mi piace correre dietro a un pallone, sentire il vento tra i capelli, stare con i miei compagni.
La stagione è già cominciata, abbiamo ripreso gli allenamenti e giocato le prime amichevoli.
Papà viene a vedermi e mi riprende mentre gioco.
Mi chiamo Mattia, ho 15 anni e vivo a Finale Ligure.
Un posto che sa di mare e profuma di salsedine. Uno di quei posti in cui ci si incontra, ci si riconosce, ci si saluta.
Tra pochi giorni sarebbe suonata la campanella.
Sarei tornato a scuola.
Avrei rivisto i miei compagni e i miei professori.
Mi chiamo Mattia e ieri sera si è fermato tutto.
Non entrerò in quella classe.
Non tornerò ad allenarmi.
Non indosserò più la maglia della mia squadra.
Questa sera mamma non mi arrufferà i capelli mentre mi raccomanda, come sempre, di non fare troppo tardi.
Non mi aspetterà sveglia.
Non mi chiederà com’è andata.
Anche per lei ieri sera si è fermato tutto.
Mi chiamo Mattia e avrò 15 anni per sempre.
Perché ieri mio padre, lo stesso papà che mi guardava giocare a calcio e mi riprendeva da bordo campo, ha ucciso me e mia mamma.
Poi si è tolto la vita.
Dicono che eravamo una famiglia come tante.
Ed è forse questo che fa più paura.
Perché guardano le fotografie e cercano disperatamente un particolare, un'espressione, qualcosa che possa spiegare l’inspiegabile.
Ma in quelle fotografie ci siamo semplicemente noi: due genitori e un un ragazzino di 15 anni.
Con la scuola che sta per ricominciare.
Una materia appena recuperata.
Una squadra.
Degli amici.
Una vita intera ancora da vivere.
Oggi, se potessi te lo chiederei anch'io:
Perché, papà?
Mi chiamo Mattia.
Avevo 15 anni.
E avrei dovuto avere tutto il tempo del mondo.








