venerdì 9 ottobre 2026

Rush marcato da Brio nella Supercoppa 1985.

 


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🟥 LA CGIL RESISTE!




“Se si vuole, con attentati del genere, terrorizzare la Confederazione del lavoro e i lavoratori italiani, per impedir loro di continuare a lottare nella difesa dei loro diritti ed interessi vitali, dobbiamo dire che si sbagliano fortemente.”


Sono le parole di Giuseppe Di Vittorio, pronunciate nel 1955 dopo il primo attentato fascista contro la nostra sede nazionale. Parole più che mai attuali, perché i fascisti non hanno mai sopportato che la CGIL resistesse e vincesse.


Cinque anni fa, il 9 ottobre 2021, la sede nazionale della CGIL veniva nuovamente assaltata dai fascisti. E due giorni fa la Corte d’Appello di Roma ha confermato sette condanne nei confronti di chi ha guidato la devastazione e l’attacco.


Un attacco alla Casa delle lavoratrici e dei lavoratori, alla nostra Organizzazione e ai valori democratici che rappresenta. Un attacco che, ancora una volta, abbiamo respinto.


La CGIL resiste. Continuiamo a mobilitarci per difendere il lavoro, i diritti, la libertà e la democrazia. Ci vediamo il 17 ottobre in piazza. #CgilSocial

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La macchina di Popp

 


Quello che avete visto è un classico remix di 3 storie vecchie messe insieme per fare views.


Fritz-Albert Popp.


Era un biofisico tedesco vero, anni '70. Ha scoperto una cosa vera: tutte le cellule viventi emettono una luce debolissima, misurabile in laboratorio. Lui li ha chiamati "biofotoni".


Fin qui è scienza. Dopo però ha iniziato a dire che quella luce è un linguaggio con cui le cellule comunicano, e che le cellule malate hanno una luce "disordinata". Da lì è partito il salto:


> "se ti mando la luce giusta, rimetto in ordine la cellula e il cancro guarisce"


Peccato che non c'è mai stata UNA prova clinica che funzioni.


Cosa dice il post che hai visto:


1. "Bombardando una cellula cancerosa di luce guarisce"

2. "La macchina è stata brevettata / comprata e insabbiata dalle case farmaceutiche"


Entrambe sono le bandierine rosse del complotto medico.


1. La luce da sola non cura il cancro. Esiste una cosa vera che si chiama terapia fotodinamica: ti danno un farmaco che rende la cellula sensibile alla luce, poi la illumini e la cellula muore. Ma è una cura localissima per alcuni tumori della pelle, non è "la luce guarisce". Senza farmaco, sparare luce su una cellula non fa nulla, o la brucia come un laser, ma non la "riprogramma".


2. Il brevetto insabbiato non esiste. La macchina di cui parlano di solito è la "macchina di Rife" degli anni '30. Royal Rife diceva di curare tutto con frequenze. Ha brevettato sì, ma un brevetto non vuol dire che funziona, vuol dire solo che hai depositato un'idea. In America ci sono migliaia di brevetti per macchine che curano il cancro con magneti, suoni, luce. Nessuna è mai passata da uno studio clinico serio.


Cosa c'è dietro? Soldi. Funziona così:


- Ti faccio il video emozionale "lo scienziato buono contro Big Pharma"

- Ti dico che la cura costa 20.000€ ma te la vendo a 3.000€ perché sono buono

- Se non funziona, è colpa che "ci hai creduto poco" o "hai fatto chemio che ha rovinato i biofotoni"


Il trucco dei biofotoni attacca perché è mezza verità: è vero che le cellule emettono luce, quindi sembra scientifico. Ma è come dire "le persone emettono calore, quindi se ti riscaldo ti curo la polmonite". Non c'entra.

Fritz-Albert Popp era uno vero, non inventato dai post di Facebook.


Chi era davvero:


Tedesco, nato 11 maggio 1938, dottorato in fisica teorica a Magonza nel 1969, poi professore a Marburgo. Ha lavorato su teoria quantistica e poi su biofisica. Ha pubblicato 8 libri e più di 150 articoli scientifici. È morto nel 2018. 31e4


Nel 1976 ha dimostrato con dei fotomoltiplicatori una cosa reale: tutte le cellule viventi emettono una luce debolissima, qualche fotone al secondo. Le ha chiamate biofotoni.


Lui diceva: "oggi sappiamo che l'uomo, essenzialmente, è un essere di luce"e che il metabolismo dipende da questa luce. 


Dove finisce la scienza e inizia il business di Facebook:


Popp ha osservato che composti cancerogeni come il benzopirene assorbono luce a 380 nanometri e la riemettono diversa, mentre composti quasi identici ma non cancerogeni non lo fanno. Da lì ha ipotizzato che la cellula malata "comunichi male" con la luce.[a]


È una ipotesi affascinante, ma mai provata come cura. Non c'è uno studio clinico al mondo dove illuminare una cellula con biofotoni guarisca un tumore.


Cosa fanno i post che hai visto:


1. Prendono la parte vera (esistono i biofotoni, Popp era un professore vero)

2. Ci aggiungono "quindi ha inventato la macchina che cura il cancro con la luce, ma Big Pharma l'ha nascosta"


È la stessa trama che usano da 100 anni con Royal Rife, Tesla, ecc.


Popp stesso alla fine vendeva test per la "qualità del cibo in base ai biofotoni" - diceva che il cibo più sano ha l'intensità di luce più bassa e coerente - e misure di elettroluminescenza dell'acqua. Niente a che fare con curare il cancro.


Fenix


Sydney Sweeney & Marilyn Monroe

 


Sydney Sweeney e Marilyn Monroe non condividono soltanto i capelli biondi, il fascino hollywoodiano e uno stile che ha portato più volte a paragonarle. Secondo una nuova ricerca genealogica condotta da MyHeritage, le due attrici sarebbero realmente imparentate: cugine di nono grado, con una generazione di differenza.


La scoperta, diffusa il 7 ottobre 2026 e riportata anche da TMZ, nasce da un'indagine sugli alberi genealogici delle due star. I ricercatori hanno individuato un antenato comune, Ezra Perry, vissuto tra il 1625 e il 1689, uno dei primi coloni inglesi stabilitisi a Sandwich, nel Massachusetts.


Il collegamento passa attraverso le famiglie paterne: Steven Sweeney, padre di Sydney, e Charles Stanley Gifford, padre biologico di Marilyn Monroe, discenderebbero entrambi da Perry. Un legame lontanissimo, che risale a quasi quattro secoli fa e che, secondo la ricostruzione, unisce le due attrici attraverso numerose generazioni.


La curiosità è ancora maggiore considerando che Sydney Sweeney ha più volte omaggiato Marilyn Monroe attraverso i suoi abiti. Nel dicembre 2025, alla première di Una di famiglia - The Housemaid, ha indossato un vestito bianco ispirato all'iconico look di Marilyn in Quando la moglie è in vacanza. Nel febbraio 2026, invece, al Santa Barbara International Film Festival, ha scelto un abito vintage di Ceil Chapman molto simile a quello indossato dalla diva sulla copertina di Life nel 1952.


Roi Mandel, direttore della ricerca di MyHeritage, ha spiegato che proprio i continui paragoni tra le due attrici hanno spinto il team a cercare un possibile collegamento negli archivi genealogici.


Sydney Sweeney non ha ancora commentato pubblicamente la scoperta, che al momento si basa sulla ricostruzione documentale realizzata da MyHeritage e non su un test del DNA effettuato tra le due attrici.

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Putin è il rompicazzi ufficiale del web

 


C'è un aspetto di cui si parla poco sui massacri russi di civili ucraini.

È il momento in cui Putin, col suo esercito informatico di bot e profili finti vari sui social, massacra nuovamente le vittime sui media.

C'è il bot che nega il massacro stesso, e nei cui messaggi automatici compaiono frasi tipo: "Si vede che è finto/giornalai bugiardi", eccetera.

Poi c'è il bot che non rinnega l'attacco ma lo attribuisce alla resistenza ucraina, con frasi del tipo: "Sono stati i naz*sti di Azov e di Sniffolo".

Non manca neppure il bot che giustifica l'ennesima strage: "Dite la verità, il bus veniva usato per trasportare armi NATO".

Immancabile il bot cinico e completamente amorale: "E questo è niente, vai Putin, finisci il lavoro!"

E il bot che ribalta ogni responsabilità su chi supporta la resistenza, e tratta gli ucraini come burattini occidentali: "Colpa di Bomber Leyen, poveri ucraini!"

Nella lista c'è pure il bot resista: "Basta guerra, Zelensky arrenditi! Perché fai ammazzare il tuo popolo?"

Ed ecco il bot ritorsivo: "Di che ti lamenti Zelensky? Si chiama guerra".

Poi quello economico: "Bell'affare, basta armi all'Ucraina! Zelensky si arricchisce mentre noi paghiamo caro il gas agli americani!"

Infine il benaltrista: "E allora Gaza? Perché non parlate dei massacri fatti dai sionisti?"

Ne esistono numerose varianti.

Ma tutte hanno un minimo comun denominatore: la barbarie del governo russo che uccide, denigra, sminuisce e annienta anche la memoria delle vittime.

Un abisso di degrado a cui spesso si sommano anche Neanderthal in carne ed ossa: psicolabili filorussi che sui social si conformano a questi messaggi, e finiscono per ripetere la stessa merda.

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Florin Raducioiu

 


Raducioiu: «A Montecarlo cene di lusso e bottiglie da 10mila euro. A Verona persi la testa per una fotomodella»


Icona del calcio anni ’90, Florin Raducioiu è stato il perfetto connubio tra talento puro sul campo e vita sregolata fuori. Capelli lunghi, viso acqua e sapone e un’anima da playboy, l’ex attaccante rumeno ha lasciato il segno in serie A tra Bari, Brescia, Verona e Milan. Oggi, a 56 anni, vive a Bucarest dove fa l’opinionista per Antena1 e l’ambasciatore per diversi marchi.


I vizi

Riavvolgendo il nastro della sua carriera, Raducioiu ammette senza peli sulla lingua di aver ceduto a qualche vizio di troppo: «Al Monaco andavo pazzo per il vino: compravo bottiglie da 10mila euro e facevo cene di lusso a Montecarlo. Vivevo da pensionato, un po’ me ne pento. Potevo risparmiare e investire», ha detto nell’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport. Tempi nei quali guadagnava 80mila euro al mese, anche se ci tiene a precisare che oggi sta bene economicamente. Non mancano gli aneddoti legati alla vita notturna: «A Milano facevamo le feste all’Hollywood, Maldini era il più ambito. A Verona persi la testa per una fotomodella: quella relazione non mi manteneva lucido e a fine anno retrocedemmo». Un capitolo speciale della sua vita riguarda Franco Baresi, fondamentale per il suo approdo in rossonero nell’estate ’93: «Franco andò da Berlusconi e disse: “Abbiamo bisogno di un giocatore come Raducioiu”. Di fatto fu lui a portarmi al Milan. Non lo dimenticherò mai, ho pianto tanto per la sua scomparsa». Con il Milan vinse lo scudetto e la Champions League nella stagione 1993-94, un anno culminato con lo straordinario Mondiale di Usa ‘94 con la Romania, dove segnò quattro gol guadagnandosi il soprannome di “Van Basten dell’Est”: «Marco era il mio idolo.

Eravamo una generazione d’oro con Hagi, Dumitrescu e Lupescu».


Le iniezioni a Brescia

Tra i ricordi spuntano anche dettagli più controversi, come il ceffone sferrato a un arbitro nel 1990 ai tempi della Dinamo Bucarest o i trattamenti sanitari dell’epoca in Italia: «A Brescia facevamo iniezioni endovenose di un liquido rosa. I medici dicevano che erano sali minerali. Al Milan, invece, ci davano delle pasticche: mi dicevano che erano vitamine e pareva aumentassero il fiato». Tuttavia, Raducioiu sottolinea di essere stato sottoposto spesso ai controlli antidoping senza mai riscontrare problemi. L’ex attaccante racconta, infine, la figura di Mircea Lucescu, considerato «un secondo padre» che organizzò persino la festa per i suoi 16 anni, e svela un retroscena inedito dopo la storica qualificazione a Usa ‘94: «Dopo Galles-Romania andai in un pub e mi ubriacai di whisky fino a svenire. Il giorno dopo mi alzai e tornai a Milanello con il jet».


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IL PATRIARCATO MEDITERRANEO SPIEGATO IN UN TWEET (DA UNA DONNA)

 


Mia suocera era una donna cubana, nera, un'insegnante con una forza e una dignità incredibili che purtroppo ci ha lasciati qualche anno fa. Un giorno una vicina le portò la figlia, disperata perché la ragazzina non voleva studiare e non si impegnava a scuola.


Laura, mia suocera, la guardò negli occhi e le disse una cosa che non dimenticherò mai:

"Figlia mia, noi donne ci dobbiamo impegnare il doppio degli uomini per dimostrare quanto valiamo. E noi, oltre a essere donne, siamo anche nere: significa che dobbiamo impegnarci il quadruplo. Mettiti a studiare e dimostra chi sei, perché la tua strada sarà sempre in salita".


È una frase che mi è rimasta scolpita nella testa, perché racconta esattamente la realtà con cui fare i conti.


Proprio oggi ho letto un tweet che mi ha fatto cascare le braccia (e non solo quelle). Una sedicente giornalista festeggiava il fatto che la nuova legge elettorale non preveda vincoli o quote rosa per i capilista, scrivendo con arroganza che "le donne non sono panda da proteggere".


Ecco, questo è il classico esempio di come il patriarcato si insinui e si travesta da finto orgoglio, portando persino alcune donne a farsi promotrici della propria discriminazione.


Spieghiamolo una volta per tutte a chi fa finta di non capire: le regole sulla parità di genere non servono a tutelare una "specie protetta" o a regalarci qualcosa per pietà. Servono a fare da ARGINE.


Perché la realtà non è un campo di gioco ad armi pari. Viviamo ancora in una società dove a parità di mansione c'è il gender gap sugli stipendi, dove la cura della famiglia grava quasi interamente sulle spalle delle donne e dove le decisioni vere le prendono gli uomini nei loro soliti club privati.


In un mondo così sbilanciato, se non imponi la presenza delle donne con norme chiare (sulle liste, nei capilista, nelle posizioni apicali), succede puntualmente una cosa sola: le donne spariscono. Vengono mandate avanti solo come comparse di facciata.


Senza un argine legislativo, non diventiamo "libere di giocarcela a pari merito": diventiamo semplicemente i dodo della politica, spazzate via dalle vecchie dinamiche di potere.


Servono le regole per costringere il sistema ad aprirsi. Perché finché non ci saranno le stesse condizioni di partenza per tutti, l'unica verità resta quella di mia suocera: dovremo continuare a fare il quadruplo della fatica solo per occupare lo spazio che ci spetta di diritto.


E no, non vogliamo essere coccolate come panda. Vogliamo la parità vera. E se per ottenerla serve abbattere quel muro con la legge, ben vengano le regole.

Zecca Buonista

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