La foto di famiglia della propaganda filorussa quest’oggi non è delle più lusinghiere, e ce lo dice proprio Radar SWG, l’ultimo sondaggio che fotografa gli umori degli italiani tra il 26 e il 28 agosto 2026 su un campione di 800 maggiorenni interpellati con metodo CAWI. Il 42% degli intervistati indica la Russia come principale ostacolo alla pace, mentre il presunto “esercito di controinformazione” che da tre anni ripete che la colpa è della NATO, degli Stati Uniti o addirittura del meteo, si deve accontentare di percentuali da prefisso telefonico: appena il 17% se la prende con Washington, il 12% con Bruxelles, il 10% con Kiev stessa e un misero 3% con Pechino, l’equivalente sondaggistico di un rigore sbagliato a porta vuota. Il restante 16% ammette candidamente di non saperlo, il che, detto tra noi, è comunque un’opinione più onesta di certi post condivisi con l’emoji della bandiera russa accanto al profilo di un gatto.
E qui arriva il colpo di scena che manderà in tilt le chat Telegram più affollate di teorie improbabili: la metà esatta più uno degli italiani, il 51%, si dice favorevole a continuare a inviare armi all’Ucraina, contro un 37% che vorrebbe fermarle e un 12% che preferisce restare nel limbo del “non saprei”. Un margine di 14 punti che non è propriamente il trionfo pacifista raccontato ogni sera nei salotti dove qualcuno giura che “il popolo è tutto con Putin”. Il dato interessante, quello che pochi notano, è che questo numero segna una risalita rispetto a un rilevamento SWG di febbraio 2026, quando i favorevoli all’invio di armi erano scesi al 44% contro il 38% dei contrari: significa che, mentre gli account con la bandierina tricolore e cirillica insieme urlavano alla vittoria della narrativa “stanchezza da guerra”, gli italiani reali si sono ripresi e hanno rialzato la mano.
Interessante notare anche come la torta delle responsabilità raccontata dal sondaggio SWG di febbraio fosse molto più equilibrata, con appena un terzo degli intervistati che indicava la Russia come colpevole principale, un quarto che puntava il dito contro l’Ucraina per non voler cedere il Donbass, e un altro quarto convinto che il conflitto convenga a Stati Uniti e Cina. Sei mesi dopo, quella narrazione da separè si è sgretolata: la responsabilità russa è schizzata al 42%, un balzo che nessuna operazione di trolling è riuscita a fermare, nonostante gli sforzi.
Chi sperava che il tempo giocasse a favore della fatica occidentale dovrà aggiornare anche il resto del quadernino degli appunti. Le spese militari dei paesi NATO europei restano oggi circa 3,7 volte superiori a quelle della Russia ai tassi di cambio correnti, e anche calcolando la parità di potere d’acquisto il vantaggio resta di circa una volta e mezza: numeri che raccontano un’Europa tutt’altro che disarmata, checché ne dicano i meme motivazionali sull’invincibilità dell’orso russo.
Sul fronte militare vero e proprio, va detto con chiarezza per evitare inutili isterie da tastiera: nessun attacco armato diretto ha colpito finora il territorio di un paese NATO in Europa al punto da far scattare l’articolo 5, invocato una sola volta nella storia dell’Alleanza, dopo l’11 settembre 2001. Quello che invece si moltiplica, e qui la faccenda si fa curiosa, sono gli allarmi su una possibile ritorsione iraniana in Europa, con Bulgaria e Cipro segnalate come possibili obiettivi per la presenza di installazioni collegate a missioni occidentali in Medio Oriente. Un dettaglio che raramente finisce nei titoli, ma che dice molto su come il rischio si sia spostato dalla trincea ucraina verso una “zona grigia” fatta di sabotaggi, cyberattacchi e minacce ibride più difficili da fotografare ma non meno reali.
In questo scenario l’Italia continua a fare la sua parte nelle missioni di deterrenza sul fianco Est e nel Mediterraneo allargato, con il governo che ribadisce il rispetto degli impegni NATO pur ponendo paletti chiari, come l’esclusione di un coinvolgimento diretto in eventuali operazioni contro l’Iran. Un equilibrismo che, a differenza di certe pagine social, prova quantomeno a stare in piedi senza cadere né da una parte né dall’altra.
Alla fine i numeri raccontano una storia semplice, fastidiosa per chi vive di narrazioni alternative: la maggioranza degli italiani individua nella Russia il principale responsabile della prosecuzione della guerra, sostiene la linea di aiuto militare all’Ucraina e non sembra minimamente disposta a farsi convincere dal solito repertorio di whataboutism con doppiaggio simil-Cremlino. Le percentuali basse riservate a Stati Uniti e Cina come capri espiatori dimostrano che il pubblico italiano, pur diviso e critico verso tanti aspetti della gestione internazionale del conflitto, non abbocca facilmente al gioco delle tre carte geopolitico.
Per chi ancora oggi randomizza commenti con “la NATO ha provocato tutto” sperando in un plauso di massa, il sondaggio è una doccia fredda con tanto di certificato statistico allegato: il pubblico, quello vero, quello che risponde ai questionari e non solo ai bot, ha le idee più chiare di quanto si voglia far credere.
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