Stefano Bonaccini ha detto una cosa che, in politica, non si dovrebbe mai fare senza casco, ginocchiere e ambulanza pronta: ha descritto un dato sociologico. Apriti cielo. Giorgia Meloni e l’intera centrale operativa del vittimismo sovranista hanno tradotto tutto in: “Per il Pd chi vota a destra è ignorante”.
Peccato che Bonaccini non abbia detto questo. Ha parlato di un fenomeno elettorale: il voto per la destra, in Italia come in molte democrazie occidentali, è più forte fra chi ha studiato meno, vive nelle aree interne o nelle periferie e sta peggio economicamente. Non ha detto “tutti”. Non ha detto “per natura”. Non ha detto che un laureato non possa votare Meloni, Salvini o Vannacci. Ha detto “in maniera maggioritaria”. Cioè ha usato la lingua italiana con un significato. Una cosa che, evidentemente, ha avuto un impatto traumatico.
Perché il problema della destra non è l’insulto. Il problema è che i numeri, quei terribili comunisti senza volto, continuano a fare quello che fanno i numeri: misurano le cose. E quando si guardano le analisi elettorali, si scopre che Fratelli d’Italia e Lega raccolgono il consenso più forte tra chi possiede livelli di istruzione bassi e medi; tra i laureati il centrosinistra, e in particolare il PD, ottiene risultati migliori. Non è un’opinione da salotto. È il profilo elettorale emerso dalle rilevazioni e dagli studi sul voto italiano.
Gli studi sulle elezioni italiane mostrano anche un altro dato che dovrebbe far arrossire chi oggi finge di difendere “il popolo”: il centrodestra tende a ottenere più consenso nei territori dove crescono precarietà, diseguaglianze, impoverimento della classe media e difficoltà occupazionali. Le forze progressiste, invece, risultano più forti nelle aree con maggiore istruzione, più occupazione e più ricchezza. Il fatto che questa fotografia dia fastidio non è un argomento contro la fotografia. È solo la prova che lo specchio funziona.
Ed è qui che arriva il capolavoro politico della destra italiana. Per anni ha detto ai cittadini lasciati indietro: “Vi ascoltiamo noi”. Poi ha spiegato loro che il problema erano i migranti, il gender, l’Europa, i poveri leggermente più poveri di loro, le donne che chiedono diritti e l’adolescente con i capelli blu. Non l’evasione fiscale, non i salari fermi, non la scuola impoverita, non la sanità ridotta a un gratta e vinci con la risonanza magnetica come premio finale.
Per vedere un esempio concreto di come questo meccanismo possa funzionare, bisognerebbe vivere in Sicilia. Qui le denunce di Ismaele La Vardera, ex Iena e oggi deputato regionale, raccontano una sanità dove per chi non ha conoscenze la visita specialistica può diventare una lotteria: liste d’attesa infinite, reparti in sofferenza, personale insufficiente. E tuttavia la politica conserva spesso il potere più prezioso di tutti: far apparire una porta laterale, la telefonata giusta, la visita “sbloccata”, il favore che arriva quando il diritto non funziona.
Il punto non è accusare indistintamente ogni elettore di essere corruttibile né trasformare ogni politico di destra in un imputato. Il punto è denunciare un modello clientelare che sfrutta il bisogno. Se hai un figlio malato, un anziano da curare, una visita urgente ma nessuna disponibilità per mesi, non ti stanno offrendo una cortesia: stanno mettendo un prezzo politico al tuo diritto alla salute. E quando quel prezzo è gratitudine, fedeltà o consenso, non è più assistenza. È dipendenza.
Questo è il trucco più sporco: prima lasci marcire il servizio pubblico; poi qualcuno si presenta come il salvatore che conosce il numero di telefono giusto. Il cittadino, sfinito dall’attesa, non vede più chi ha contribuito a costruire il disastro: vede chi gli permette di attraversarlo. Ed è così che i voti si raccolgono fra le persone più fragili, non con grandi idee o riforme, ma facendo passare per generosità individuale ciò che dovrebbe essere garantito a tutti per diritto.
E quando qualcuno osserva che gli slogan semplici funzionano soprattutto dove sono più deboli gli strumenti culturali e materiali per verificare una promessa elettorale, ecco l’urlo indignato: “Ci state dando degli ignoranti!”. No. Ignorante non è chi non ha potuto studiare. Ignorante è chi trasforma una statistica in offesa personale pur di non discutere il fatto che quella statistica descrive una frattura sociale reale.
L’Italia, d’altronde, ha un problema enorme di analfabetismo funzionale: milioni di persone sanno leggere una frase, ma faticano a ricavare da un testo complesso informazioni, nessi e conseguenze. Non è una colpa individuale. È il fallimento di un Paese che per decenni ha tagliato scuola, cultura, formazione permanente e informazione di qualità, poi ha lasciato campo libero a chi vendeva paura in formato slogan.
Ed è proprio lì che prosperano le scorciatoie: “Prima gli italiani”, “basta buonismo”, “la sicurezza”, “la famiglia”, “ce lo chiede il popolo”. Frasi brevi, nemici ben scelti, responsabilità sempre spostata altrove. La propaganda non deve risolvere i problemi: deve fare in modo che qualcuno, arrabbiato e stanco, trovi un bersaglio prima di trovare una domanda.
Bonaccini ha il merito di aver nominato il problema, ma una diagnosi non basta. Se chi vive nelle periferie, nelle province svuotate, nelle campagne e nei lavori precari vota a destra, non serve guardarlo dall’alto con un grafico in mano: serve riportare in quei luoghi servizi, salari, trasporti, sanità, scuola, case e dignità. Perché se la politica progressista non torna a occuparsi materialmente di chi è stato lasciato indietro, arriverà sempre qualcuno a offrirgli una bandiera, un nemico e un video di venti secondi contro il gender.
La risposta seria, dunque, non è insultare le persone. Anche se una piccola parentesi va aperta: talvolta la frustrazione si trasforma in un megafono umano per Vannacci, Salvini, Meloni e compagnia cantante. E allora ci troviamo davanti a commentatori che non discutono un fatto, non portano una fonte, non costruiscono un ragionamento: si aggrappano all’insulto, perché l’insulto è la loro pagnotta simbolica. Riempie per un attimo il vuoto lasciato da una formazione insufficiente, da informazioni mai verificate e dall’assenza di strumenti per elaborare una critica vera.
Non è una condanna di chi non ha avuto la possibilità di studiare. È l’opposto: è la condanna di chi ha costruito un Paese in cui l’ignoranza viene lasciata crescere, poi raccolta, coccolata e trasformata in rabbia politica. Perché una critica non è scrivere “pidioti”, “zecche”, “komunisti” o qualunque altro rutto da tastiera. Una critica è saper dire cosa non funziona, perché non funziona e cosa proporre al suo posto. Tutto il resto è rumore: utile a chi vive di propaganda, inutile a chi vive dei problemi.
Nessuno sostiene che chi vota a destra sia automaticamente stupido, povero, razzista o incapace di intendere. Nessuno sostiene che i laureati siano buoni, intelligenti e immuni dal fascino dei venditori di fumo: basta guardare Vannacci, che ama ricordare le sue tre lauree ma quando apre bocca riesce puntualmente a dimostrare che un titolo di studio non vaccina né contro la propaganda né contro le sciocchezze.
Ma negare una tendenza documentata perché la parola “istruzione” ferisce l’orgoglio di partito è un esercizio di disinformazione, non una difesa degli elettori.
Bonaccini ha usato una formula brutale per un fatto brutale: una parte importante del consenso delle destre cresce dove istruzione, sicurezza economica e strumenti critici sono più fragili. La risposta seria non è umiliare quelle persone; è smettere di lasciarle sole davanti a chi trasforma la loro rabbia in un voto contro i loro stessi interessi.
La prossima volta che qualcuno vi dice che Bonaccini avrebbe chiamato “ignoranti” tutti gli elettori di destra, fate una cosa rivoluzionaria: chiedetegli di leggere l’intera frase. Se riesce, magari scopre perfino che era già scritto lì.
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