Per anni ci hanno raccontato una Spagna sull’orlo del collasso. Comunisti al governo, femministe ovunque, diritti civili, migranti, Europa, transizione ecologica. Il kit dell’apocalisse, secondo Vox e tutti i parenti europei del sovranismo. Peccato che poi arrivino i dati, questi maleducati, e rovinino la sceneggiatura.
La Commissione europea stima che il PIL spagnolo sia cresciuto del 2,8% nel 2025 e crescerà ancora del 2,4% nel 2026. Nello stesso anno, le previsioni indicano 0,8% per Germania e Italia e 1,1% per la Francia. Non è una favola socialista: sono i numeri della Commissione europea.
Mentre qualcuno urla che “la sinistra distrugge il lavoro”, l’OCSE certifica che la riforma del lavoro del 2021 ha fatto scendere del 30% i contratti temporanei nel suo primo anno di applicazione. La maggioranza dei nuovi contratti è diventata a tempo indeterminato, riducendo una delle piaghe storiche della Spagna: la precarietà trattata come se fosse il clima, inevitabile e fuori dal controllo umano.
E mentre il sovranista di professione ti dice che il salario minimo “uccide le imprese”, il salario minimo spagnolo è aumentato del 61% dal 2018. Nel 2025 è arrivato a 1.184 euro mensili per 14 mensilità, cioè 16.576 euro lordi all’anno. L’ultimo aumento ha interessato circa 2,5 milioni di lavoratrici e lavoratori. Non un miracolo. Una scelta politica: togliere un po’ di potere contrattuale a chi ce l’ha già e restituirlo a chi vive del proprio stipendio.
E poi c’è il futuro, quello che certa destra usa solo come minaccia. Nel 2025 le fonti rinnovabili hanno prodotto il 55,5% dell’elettricità spagnola. Con l’autoconsumo si arriva al 56,6%. Più della metà della corrente prodotta da fonti pulite, oltre 150.988 GWh: record storico. Mentre i fossili della politica continuano a raccontare la versione che piace ai petrolieri, la Spagna dimostra che il futuro si costruisce investendo, non negando.
I problemi non sono spariti. La casa resta una ferita aperta nelle grandi città. La disoccupazione, pur scesa, rimane superiore alla media europea. Ma anche lì la direzione non è quella della propaganda catastrofista: secondo la Commissione europea, dal 10,5% del 2025 dovrebbe scendere al 9,9% nel 2026, sotto il 10% per la prima volta dal 2008, e al 9,6% nel 2027.
Questa è la vera paura dei sovranisti. Non Pedro Sánchez come persona. Li terrorizza che la Spagna diventi una prova vivente: puoi aumentare il salario minimo, rendere meno precario il lavoro, investire nelle rinnovabili, difendere diritti civili e crescere più delle grandi economie europee.
Puoi farlo senza usare i migranti come sacchi da boxe. Senza trasformare le persone trans nel mostro da talk show. Senza chiamare “famiglia” soltanto quella che piace ai nostalgici. Senza ripetere la filastrocca della patria tradita da Bruxelles, dalle femministe, dagli ambientalisti, dagli omosessuali e dal vicino di casa con un accento diverso.
Per questo Sánchez viene preso a martellate ogni giorno. Non solo per gli errori, perché gli errori li fa ogni governo e vanno criticati. Viene attaccato perché la destra radicale non può limitarsi a dire “noi avremmo fatto meglio”. Deve convincere tutti che ciò che funziona non funziona. Che il salario in più è propaganda. Che il contratto stabile è una truffa. Che l’energia pulita è un complotto. Che i diritti sono una minaccia.
E quando i fatti non bastano a demolire un governo, arrivano le scorciatoie, quelle tipiche degli sciacalli da social, quelle che alla fin fine nella vita di tutti i giorni chiameremmo cheat: accuse di tradimento, teorie complottiste, campagne costruite sulla paura. Il premier dipinto come “agente del Marocco”, nemico della nazione, uomo pronto a cedere Ceuta. Non critica politica: produzione industriale di sospetto.
È un copione che conosciamo. Prima si scredita chi governa. Poi si screditano i giornalisti che controllano. Poi si screditano giudici, università, associazioni, ONG e chiunque metta un documento davanti a uno slogan. Infine si dice che, per “salvare la nazione”, servano meno controlli, meno pluralismo e più potere a chi urla più forte.
Si chiama Ungheria.
E attenzione, perché in Ungheria non parliamo di una metafora. Nel luglio 2026 la principale televisione pubblica ha sospeso notiziari e programmi politici, lasciando sullo schermo nero un messaggio di scuse: “I media pubblici non devono mentire. Ci scusiamo per averlo fatto così a lungo”. Era l’ammissione, dopo gli anni della propaganda di Stato costruita sotto Orbán, che l’informazione pubblica era stata piegata al potere.
Ecco dove porta l’idea che il potere possa possedere l’informazione. Prima ti dicono che chi controlla è un nemico. Poi ti dicono che la verità è un’opinione. Infine devono interrompere il telegiornale per ammettere che per anni ti hanno raccontato balle.
La lezione spagnola non è che Pedro Sánchez sia intoccabile. È che una politica progressista può essere giudicata sui risultati e non sulla caricatura costruita dai suoi avversari.
I risultati, per ora, sono questi: PIL al 2,8% nel 2025, crescita prevista al 2,4% nel 2026, disoccupazione prevista sotto il 10% per la prima volta dal 2008, contratti temporanei ridotti del 30%, salario minimo aumentato del 61%, 2,5 milioni di persone coinvolte dall’ultimo aumento, 55,5% dell’elettricità da fonti rinnovabili.
Numeri. Non nostalgie. Numeri, non nemici immaginari. Numeri che dimostrano che si può governare senza strizzare l’occhio alla retorica sovranista trita e ritrita.
Ma se non ci diamo una mossa, se iniziamo a considerare normale che ogni dato venga sommerso da una bugia più rumorosa, che chi fa domande venga chiamato traditore e che chi difende diritti venga dipinto come un nemico, rischiamo di fare la fine dell’Ungheria di Orbán: con tante bandiere appese alle finestre e sempre meno libertà dentro casa.
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