mercoledì 9 settembre 2026

La Serbia 🇷🇸 è il cavallo di troia di Putin

 


Funerali di Stato per Mladic, la Serbia omaggia il “boia di Srebrenica” e prende a schiaffi l’Unione Europea: Putin osserva (e gode)


L’augurio è che l’Europa interpreti nella maniera giusta i funerali solenni di Ratko Mladić, celebrati ieri a Belgrado dal patriarca serbo Porfirije. I picchetti d’onore, i partecipanti a migliaia, la presenza delle massime cariche dello Stato – assente solo il presidente serbo, Aleksandar Vučić, opportunamente in una visita ufficiale in Uzbekistan – le personalità di spicco della Republika Srpska di Bosnia, insomma, tutto il circo macabro che si è creato intorno alle esequie del macellaio di Srebrenica non va visto come un evento a sé. Tale per cui, chiusa la cassa del criminale, Bruxelles e Belgrado possono tornare a parlare dell’ingresso della Serbia in Ue. No. Belgrado non ha per nulla seguito gli ammonimenti europei per evitare che si creasse un eccesso di propaganda intorno al “caro estinto”. Anzi, lo spettacolo di ieri è stato la teatralizzazione di un clima sempre più teso che si sta creando nei Balcani.


La Serbia bussa all’Unione europea perché ne vede le opportunità. Moneta unica, mercato di grandi dimensioni, consumatori benestanti, opportunità di business. Magari anche con capitali cinesi e russi. Solo Regno Unito e Islanda, ciascuna con ragioni e modalità differenti, hanno voltato faccia a quell’Europa così oltraggiata quanto generosa con i suoi cuccioli. Anche quelli più indisciplinati. Vedi l’Ungheria di Orbán. Bene, la Serbia di questa nidiata vuol entrare a far parte il più presto possibile. Pur non rinnegando l’orrore della pulizia etnica di cui Mladić era uno degli architetti. Pur non chiudendo le partnership che ha con Mosca e Pechino. D’accordo, ad agosto Vučić ha ricevuto Zelensky a Belgrado. Ma una stretta di mano non la si nega a nessuno. Soprattutto quando in cambio ci sono un po’ di soldini.


Le celebrazioni di ieri sono state un insulto a Bruxelles e al Tribunale penale internazionale per l’ex Jugoslavia. Un’onta agli sforzi compiuti da tutti i governi europei, italiano compreso, affinché i crimini commessi negli anni Novanta trovassero giustizia. Ieri si sono svolti i funerali di Dayton. Gli accordi di pace del 1995 hanno perso tutta la loro ragion d’essere di fronte a una Belgrado che omaggia uno dei suoi più grotteschi figli. A dirlo è la presenza del governo serbo al completo. Compreso il figlio di Vučić, Danilo. E altrettanto di quei rappresentanti della Srpska, il presidente Siniša Karan e l’ex presidente deposto Milorad Dodik, il sindaco di Banja Luka e vari ministri. Personalità di un mondo balcanico che pretende di riscrivere la storia. Il rapporto 2026 dell’Alto Rappresentante all’Onu dice esplicitamente che la leadership della Republika Srpska continua a mettere in discussione l’architettura di Dayton. Eufor organizza esercitazioni in loco a dimostrazione della sua presenza e dell’eventualità di un intervento rapido in caso di escalation. Basterà una buona capacità operativa, quando il cervello politico non è in grado di trasmettere le adeguate decisioni? Nella disattenzione del mondo – giustificabile, vista l’Ucraina – i Balcani diventano un nuovo potenziale focolaio di crisi in Europa.


Belgrado non è sola infatti a erodere la buona immagine dell’Ue nella regione. In Slovenia, il nuovo presidente del Parlamento, Zoran Stevanović, ha annunciato di voler andare a Mosca, sostiene un referendum sull’appartenenza della Slovenia alla Nato e ha affermato che le decisioni nazionali devono tornare a essere prese a Lubiana e non a Bruxelles. In Montenegro, Andrija Mandić, il presidente del Parlamento è noto per le sue posizioni filorusse e anti-Nato, di cui il Paese è membro, oltre che candidato con i migliori attributi per entrare in Ue. Infine c’è Rumen Radev, la voce del Cremlino in Bulgaria. Ora, negli eccessi di interpretazione della guerra cognitiva, uno potrebbe dire che i Balcani sono perduti. La Russia se li è inglobati in una sfera di influenza che avrebbe gonfiato di orgoglio gli zar. No, non è così che funziona il conflitto. Mosca sta semplicemente alla finestra. Assiste inerte alla creazione di un pacchetto di mischia locale di governi contrari a Bruxelles. E verso i quali Bruxelles non è minimamente in grado di far pesare la propria influenza. Eppure di strumenti di potere l’Europa ne avrebbe.


di Antonio Picasso

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