Roberto Vannacci ha chiuso il Forum dell'Indipendenza Italiana, a Orvieto, spiegando finalmente agli italiani cosa sia il "patriarcato mediterraneo".
E per rendere il concetto ha scelto un testimonial: Ulisse.
"L'idea di uomo che noi abbiamo è Ulisse. Un uomo che lascia la sua terra e la sua famiglia per andare a proteggere la patria. Non cede alla bellezza di Circe, non cede alla promessa di eternità di Calipso".
Siamo a livelli sublimi.
Primo: Ulisse è un personaggio inventato.
Mai esistito. Nessun archivio, nessuna tomba, nessun catasto a Itaca. Un personaggio di finzione, nato dentro un poema orale messo per iscritto quasi tremila anni fa, attribuito a un autore di cui gli studiosi discutono da secoli persino l'esistenza.
Il generale, che ha dichiarato pubblicamente che "il patriarcato non esiste", ha costruito il suo patriarcato su un uomo che non esiste.
Il resto, a questo punto, è contorno. Ma è un contorno delizioso, quindi prendiamo il libro e apriamolo.
Secondo: Ulisse ha fatto di tutto per non difendere la patria.
Alla chiamata alle armi, si finge pazzo. Attacca all'aratro un bue e un asino, comincia ad arare la spiaggia e semina sale. Lo smaschera Palamede, che gli piazza davanti all'aratro il figlio Telemaco appena nato: lui sterza per salvarlo e viene beccato.
Parte perché era vincolato a un giuramento che aveva ideato lui stesso.
Il primo renitente alla leva della letteratura occidentale. Il modello.
Terzo: non c’era nessuna patria da proteggere.
Itaca stava benissimo. Nessuno la minacciava, assediava o sbarcava sulle sue coste.
La spedizione era una guerra offensiva oltremare, comandata da Agamennone, per riprendersi Elena, moglie di Menelao, scappata con un ragazzo troiano.
La patria da difendere abitava a mille chilometri di distanza ed era la moglie di un altro.
Quarto: ma quale fedeltà?
Dieci anni di viaggio di ritorno. In mare ne passa meno di due: il resto è vacanza.
Un anno da Circe, maga, che si tromba allegramente e con cui ci fa pure un figlio. Oltre sette da Calipso, ninfa, che se lo tiene in esclusiva a Ogigia e gli promette l'immortalità. E appena riparte, sbarca dai Feaci, dove la principessa Nausicaa lo squadra già come futuro marito.
Il campione della fedeltà si passa mezzo Mediterraneo mitologico.
Intanto a Itaca Penelope sta chiusa in camera. Di sotto, nel salone, 108 giovanotti aitanti che le svuotano la dispensa, le prosciugano la cantina, fanno festa tutte le sere e la chiedono in sposa a turno. E lei di sopra, a tessere la tela di giorno e a disfarla di notte. Per anni. Da sola, con un figlio da tenere in vita e un patrimonio da difendere.
Poi, dopo vent'anni, bussano alla porta.
È lui, Ulisse. Vecchio, curvo, pelato, coperto di stracci. L'unico che lo riconosce è il cane, che lo guarda e muore.
E Penelope se lo riprende in casa. Vent'anni a respingere 108 pretendenti in piena forma per ritrovarsi sull'uscio un marito sfiancato, con le prestazioni di un pensionato e più bisogno di una badante che di una moglie.
Questa, per il generale, è fedeltà. E ci tiene pure a precisarlo: "non cede alla bellezza di Circe". Con Circe ci ha fatto un figlio, generale.
Quindi, ricapitoliamo. Il generale ha scelto come modello di uomo, di dovere e di fedeltà un personaggio di fantasia che si finge matto per evitare il fronte, parte per una guerra di aggressione a causa della moglie di un altro, passa otto anni su dieci ospite fisso di amanti.
Una cosa però, generale, gliela concediamo: un passaggio dell'Odissea che fa per lei esiste davvero.
È quando Ulisse arriva sulla spiaggia dei Feaci. Naufrago, straniero, nudo, senza un documento addosso. E quelli lo raccolgono, lo lavano, lo vestono, gli danno da mangiare, lo ascoltano e gli pagano pure il viaggio di ritorno a casa.
Senza nemmeno chiedergli da dove venisse.

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