lunedì 21 settembre 2026

Il solito coglione!

 


Aveva un solo compito. Uno.


Stare lontano dal telefono.


Da luglio Mario Adinolfi era ai domiciliari con l'accusa di truffa aggravata e continuata, abusivismo finanziario e omessa dichiarazione dei redditi. 


Il giudice gli aveva lasciato la casa, il divano, il frigorifero, la televisione. In cambio gli chiedeva una piccola rinuncia: niente smartphone, niente computer, niente social. Unica eccezione concessa, le chiamate con l'avvocato.


Per chiunque altro, una vacanza forzata. Per Adinolfi, la traversata del deserto.


Perché sui social lui ci vive. Lì è nata la Scommessa Collettiva, il "Betting Group" in cui, secondo la Guardia di Finanza, sono passati oltre 4,7 milioni di euro di risparmiatori, in buona parte finiti in orologi, lingotti, quadri, barche e viaggi.


 Lì per anni ha spiegato agli italiani come si vive, come si prega, come si tiene unita una famiglia. E lì, quando la Finanza ha bussato alla porta, secondo il gip aveva già pronta la raccolta successiva, battezzata "Cristo Regna".


Immaginatelo, i primi giorni. Seduto in salotto, il telefono spento sul tavolino come un pacchetto di sigarette per chi ha appena smesso. Il pollice che prude. Un giorno, due. Al terzo lo accende "solo per vedere i commenti". Al quarto risponde a uno. Al quinto è in diretta.


La Guardia di Finanza parla di violazioni ripetute e sistematiche. Secondo gli accertamenti citati dal gip, durante i domiciliari sarebbero comparsi 49 articoli sul suo blog e altri 23 post su Facebook: settantadue pubblicazioni. Una produzione editoriale che farebbe impallidire una redazione intera.


Bisogna però riconoscergli una virtù rara: la coerenza. 


La Scommessa Collettiva era nata sui social, era cresciuta sui social e sui social è finita. Dall'inizio alla fine, sempre sulla stessa piattaforma.


Un cerchio perfetto. Tondo, chiuso, senza uscite.


Come il cortile dell'ora d'aria.

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