NEL 1973 NINO MANFREDI è una star internazionale, il Cinema italiano è un Cinema di spicco e la proiezione di un nostro film all'estero è accolto come accade oggi per i grandi film americani nelle nostre sale.
Nel 1973 una pellicola squarcia il velo dell'ipocrisia europea: "Pane e Cioccolata" di Franco Brusati, che narra la disavventura tragicomica di Nino Garofoli, un emigrato italiano in Svizzera senza permesso di soggiorno (il film puoi trovarlo per intero su YouTube) che cerca di costruirsi un "futuro" con il sogno di portare con sé la famiglia rimasta in Italia.
Quando il film esce nelle sale in Svizzera, l'impatto non è semplicemente culturale. È uno shock collettivo. Gli elvetici si ritrovarono improvvisamente davanti a uno specchio spietato.
Fino a quel momento, la Svizzera viveva una profonda e tesa transizione politica sul tema dell'immigrazione, cavalcata da correnti xenofobe e dalle famigerate iniziative Schwarzenbach, volte a limitare la presenza straniera. Gli italiani erano visti così: "braccia da lavoro". Forza motrice senza volto, senza sogni, senza dolore. Oggetti utili alla produzione, da rispedire indietro quando non servivano più.
Ma "Pane e Cioccolata", attraverso il volto e la disperata dignità di Nino Manfredi, compie l'atto più rivoluzionario possibile: l'umanizzazione.
Cosa significa umanizzare? Significa distruggere l'oggettivazione. Perché considerare un essere umano un "oggetto" – che si tratti dell'emigrante italiano del '73, delle donne ridotte a funzioni, o dei palestinesi oggi schiacciati sotto le macerie dell'indifferenza – è il trucco più vecchio del mondo per lavarsi la coscienze. Se l'altro è un oggetto, non soffre. Se l'altro è solo un numero o una minaccia astratta, possiamo ignorare i suoi diritti. Umanizzare significa, al contrario, costringerti a vedere che sotto quella pelle, dietro quel passaporto negato, c'è lo stesso identico battito cardiaco. Ci sono le tue stesse paure.
Ci descrivono oggi come l'unica "normalità" possibile, dimenticando che solo cinquant'anni fa i "non normali", i diversi, i "neri" d'Europa, eravamo noi. Il cinema di allora ci sbatteva in faccia la verità. Ci ricordava una cosa che oggi facciamo finta di non capire, protetti dai nostri schermi e dai nostri privilegi precari: cosa succede quando dall'altra parte ci sei tu? Quando sei tu quello che deve tingersi i capelli di biondo per sentirsi accettato, o che deve nascondersi nello scantinato per non essere cacciato?
La xenofobia non è mai un problema di chi arriva. È la malattia di chi accoglie senza memoria. Ieri eravamo noi a mendicare dignità tra i cioccolatini e gli orologi elvetici. Oggi siamo noi a decidere se essere lo specchio che umanizza o il muro che nega la vita.
Ecco perché "Pane e Cioccolata" oggi dovrebbe essere proiettato nelle scuole.
Dovrebbe essere mostrato, per legge morale, a chiunque oggi si lasci trascinare dall'ultimo incantatore di serpenti. A chi si fa ammaliare da figure come Vannacci, che costruiscono carriere politiche sulla categorizzazione dell'altro, sulla divisione tra "noi" e "loro", sulla normalizzazione del disprezzo.
E sia chiaro amico mio: la colpa non è tua che voti mosso dalla rabbia, dalla precarietà, dalla paura del futuro, del diverso, da chi non conosci. La colpa è di chi quella tua rabbia la coltiva, di chi cavalca per i propri fini la tua ignoranza.
Se tu avessi studiato, riconosceresti lo schema: sapresti che il demagogo vuole che tu rimanga ignorante a vita. Perché il giorno in cui ti emancipi, il giorno in cui studi, capisci e guardi la storia passata, per il manipolatore di turno diventa impossibile controllarti.
La conoscenza è l'antidoto alla sua propaganda.
@inprimopiano
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