lunedì 21 settembre 2026

Artisti di destra



In questi giorni su X si legge una narrazione surreale, rilanciata da diversi "maître à penser" della destra social: "Negli anni '50 e '60 persino chi era stato a Salò poteva fare l'attore, oggi se ti dichiari di destra ti cacciano dallo spettacolo".


Un piagnisteo vittimista che non regge alla prova della storia. Né a quella del presente.


Partiamo dai fatti.


È vero: nell'Italia del dopoguerra, artisti che avevano fatto scelte pesantissime durante la guerra civile sono diventati protagonisti della nostra cultura, del cinema, del teatro e della TV pubblica.


Prendete Raimondo Vianello. Amatissimo, elegante, maestro dell'ironia. Pochissimi ricordano che da giovanissimo aderì alla Repubblica Sociale Italiana e finì internato dagli Alleati nel campo di prigionia di Coltano.


A Coltano Vianello condivise la prigionia con Walter Chiari ed Enrico Maria Salerno. Tre uomini che, finita la guerra, avrebbero preso strade artistiche diverse ma sarebbero diventati protagonisti di primo piano dello spettacolo italiano.


E poi c'era Giorgio Albertazzi: tenente della RSI, condannato nel dopoguerra a due anni di carcere per collaborazionismo. Non rinnegò mai la propria adesione alla Repubblica Sociale.


Eppure, per decenni, è stato riconosciuto anche dalla critica progressista come uno dei massimi protagonisti del teatro italiano.


Come fu possibile?


Semplice: la sua appartenenza politica non impedì che la sua statura artistica diventasse patrimonio della cultura italiana.


Ed è proprio qui che il vittimismo contemporaneo comincia a scricchiolare.


Oggi si grida all'ostracismo ideologico per sostenere che chi ha posizioni conservatrici o vicine alla destra sarebbe automaticamente escluso dallo spettacolo.


Ma è davvero così?


Chi si colloca in quell'area lavora, produce, recita, conduce, dirige e va in onda.


Senza fare paragoni irrispettosi sul piano artistico, perché mettere Albertazzi, Vianello o Chiari sullo stesso piano dei protagonisti della TV popolare contemporanea sarebbe un'altra cosa, basta guardare gli ambiti omogenei.


Nella comicità popolare: se ieri c'erano le vette di Vianello e Walter Chiari, oggi ci sono Massimo Boldi ed Enrico Montesano, entrambi protagonisti per decenni della commedia e della televisione generalista e tutt'altro che riconducibili a un'area politica di sinistra.


Nel teatro, nella regia e nella produzione: se ieri c'erano Enrico Maria Salerno e Giorgio Albertazzi, oggi abbiamo Luca Barbareschi, ex parlamentare di centrodestra, regista, attore e produttore con una lunga presenza nell'industria televisiva e che inspiegabilmente lavora sempre.


E potremmo continuare.


Il punto, però, è un altro.


Non sto dicendo che oggi non esistano artisti di destra. Esistono eccome.


Sto dicendo che la loro stessa presenza nel sistema dello spettacolo smentisce l'idea di una persecuzione generalizzata per motivi politici.


E soprattutto: essere presenti nello spettacolo e avere una grande statura artistica sono due cose diverse.


Settant'anni fa figure come Vianello, Chiari, Salerno e Albertazzi potevano avere storie politiche e personali diversissime, anche ingombranti, ma il loro talento finiva per imporsi e diventare patrimonio culturale del Paese.


Oggi, invece, l'appartenenza politica viene talvolta evocata come spiegazione di fronte a un calo d'ascolti, a un programma che non funziona o a una carriera che non riesce più a ripetersi.


E allora viene da chiedersi: siamo davvero davanti a una persecuzione politica oppure, qualche volta, davanti alla difficoltà molto più semplice e molto meno eroica di accettare che il pubblico possa cambiare canale?


Il talento non ha mai chiesto la tessera di partito.


Ieri come oggi.

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