C’è un’incurabile passione della destra italiana per ciò che, per natura, non si lascia mettere una casacca.
Succede da decenni con Tolkien e Il Signore degli Anelli, trasformati dalla destra italiana in un pezzo della propria mitologia identitaria fin dai tempi dei Campi Hobbit. E succede, con modalità diverse, anche con la musica.
L’ultimo episodio pochi giorni fa, a Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, con Giorgia Meloni in mezzo ai ragazzi del suo partito a cantare a squarciagola A mano a mano. Prima ancora era toccato a Ma il cielo è sempre più blu, diventata negli anni una presenza ricorrente nelle convention di Fratelli d’Italia e ad Atreju.
Una precisazione è doverosa: A mano a mano non è una canzone di Rino Gaetano, ma di Riccardo Cocciante. È però la versione di Gaetano, diventata popolarissima, ad averla legata in modo quasi indissolubile al suo immaginario. E proprio qui sta il punto.
Nessuno sostiene che una canzone appartenga politicamente a qualcuno. Chiunque può ascoltarla, cantarla e usarla a una festa. Il problema nasce quando dall’ascolto si passa all’appropriazione dell’immaginario e si prova a trasformare un artista in una sorta di icona d’area.
Perché c’è qualcosa di profondamente ironico nel vedere una destra che si presenta come forza popolare e anti-establishment cercare di fare di Rino Gaetano una delle proprie colonne sonore. Gaetano non era un cantautore di partito: non era un artista militante della sinistra, ma non era certamente neppure un cantautore della destra. Era soprattutto insofferente alle casacche, al conformismo e alle convenzioni, e aveva fatto della satira del potere, delle ipocrisie sociali e delle contraddizioni dell’Italia una parte essenziale della propria cifra artistica.
Ed è difficile non sorridere davanti all’idea di prendere Ma il cielo è sempre più blu, costruita proprio attraverso una lunga sequenza di contrasti, disuguaglianze e assurdità dell’Italia degli anni Settanta, e trasformarla in un allegro coro da festa di partito. È un po’ come prendere una canzone che mette in fila le contraddizioni del Paese e usarla come colonna sonora celebrativa del potere.
Del resto, la destra sociale ha costruito per decenni una parte della propria identità sull’idea di essere contro il sistema, vicina alla gente comune e insofferente ai palazzi. È quindi comprensibile che trovi in Gaetano immagini e parole che possono essere riutilizzate dentro quella narrazione. Il problema è che Gaetano non si presta facilmente a diventare il cantautore di una parte, perché il suo bersaglio era molto più largo e il suo sarcasmo non risparmiava nessuno.
La storia, del resto, non si riscrive perché una canzone viene cantata a una convention. Rino Gaetano può essere cantato da Meloni, da Schlein, da Salvini o da chiunque altro: le canzoni appartengono a chi le ascolta e a chi le ama.
Ma trasformarlo in una colonna sonora d’area è un’altra cosa.
Non è egemonia culturale. È il tentativo, un po’ maldestro, di mettere il cappello anche su uno che il cappello non se lo sarebbe fatto mettere.
E forse, alla fine, è proprio questa la parte più rino-gaetanesca di tutta la faccenda.
Ah, scherzo del destino, la famiglia di Rino Gaetano era originaria di Cutro. E chissà, fosse stato ancora tra noi, magari avrebbe scritto una storia per raccontare la famosa drammatica strage di migranti ...

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