sabato 26 settembre 2026

OGNI VOLTA CHE CONTE PARLA DI PACE PUTIN LO SMENTISCE

 



Ho deciso di raccogliere tutte le volte che l'ex presidente del consiglio ha fatto intendere che la pace non arriva per colpa dell'Europa o che la Russia vuole la pace e il Cremlino, prontamente, lo ha smentito.


Andiamo con ordine


6 settembre 2022.


Giuseppe Conte pronuncia a Telelombardia una frase che merita di essere ricordata per intero:

«La pace va costruita, nessuno ci dica che Putin non la vuole».


Quindici giorni dopo Putin ordina la mobilitazione, richiama centinaia di migliaia di uomini e minaccia di utilizzare «tutti i mezzi» a disposizione della Russia.


«Non sto bluffando», precisa.


In seguito il messaggio diventa più prudente. 


La responsabilità del mancato negoziato viene spostata di volta in volta su Zelensky, sull’Europa, sull’Occidente, su Giorgia Meloni. 


Mosca rimane quasi sempre sullo sfondo, come se aspettasse soltanto che qualcuno finalmente si decidesse a parlarle.


Peccato che Mosca, ogni volta, chiarisca di avere idee leggermente diverse smentendo l'ex premier.


L’11 giugno 2023 Conte avverte che non si può lasciare a Zelensky una «cambiale in bianco» per decidere come, quando e persino se fare la pace.


Due giorni dopo Putin si domanda pubblicamente se la Russia non debba avanzare nuovamente su Kyiv.


 Il 17 giugno riceve la delegazione africana arrivata con una proposta di pace e ne respinge alcuni punti fondamentali.


Ma il problema era la cambiale in bianco a Zelensky.


Il 20 marzo 2024 Conte attacca Meloni: il governo italiano non vorrebbe «trattative» né «negoziati».


Passano quarantotto ore e il Cremlino annuncia che la Russia è ormai «in stato di guerra». 


Aggiunge che dovrà conquistare integralmente le quattro regioni ucraine che Putin ha proclamato russe, comprese le parti che l’esercito russo non è riuscito a occupare.


Una curiosa apertura diplomatica: prima ti prendo il territorio, poi eventualmente discutiamo.


Il copione diventa ancora più evidente nel 2025.

Il 5 aprile Conte sostiene che l’aggressione russa sia stata trasformata dall’Europa in un alibi per non avanzare proposte di pace e per evitare qualsiasi negoziato.


Il 23 aprile arriva la risposta di Dmitrij Peskov: le operazioni militari termineranno se l’Ucraina deporrà le armi e ritirerà le proprie truppe da Donetsk, Luhansk, Zaporižžja e Kherson.


Non soltanto dai territori occupati dalla Russia.

Da tutte e quattro le regioni rivendicate da Mosca.

In pratica, secondo il Cremlino, per dimostrare di volere la pace gli ucraini dovrebbero consegnare anche città e territori che i russi non hanno conquistato combattendo.


 Se rifiutano, evidentemente sono loro a non volere il negoziato.


Il 21 aprile, in un’intervista a El País, Conte rilancia inoltre la ricostruzione dell’ex negoziatore ucraino Oleksandr Chalyi, secondo cui nei colloqui di Istanbul del 2022 Putin avrebbe fatto «tutto il possibile per ottenere la pace».


Quando i colloqui riprendono, scopriamo cosa intende Mosca.


Riconoscimento delle annessioni. Neutralità permanente dell’Ucraina. Limitazione delle sue forze armate. Esclusione delle truppe occidentali. Stop agli aiuti militari stranieri.


 Rinuncia alle riparazioni.


Più che un compromesso, il verbale di una resa.

Dopo il vertice in Alaska dell’agosto 2025, Conte torna ad accusare l’Europa e Palazzo Chigi di avere una politica «guerrafondaia e ostile ai negoziati».


Le condizioni attribuite a Putin emergono poco dopo: cessione del resto del Donbas, rinuncia alla NATO, nessuna forza occidentale in Ucraina e nessun cessate il fuoco preventivo.


Prima si cede. Poi, forse, si smette di sparare.


Nel 2026 la rappresentazione non cambia.


Il 18 aprile Conte chiede di fare «subito un negoziato» e punta nuovamente il dito contro l’immobilismo europeo. 


Il 29 giugno il Cremlino ribadisce che le proprie condizioni sono rimaste immutate: ritiro ucraino dalle quattro regioni rivendicate, rinuncia alla NATO e prosecuzione degli obiettivi militari russi.


Il 2 agosto Conte parla di una «svolta negoziale che l’Europa non vuole».


Il 5 settembre Putin dice che la Russia sta avanzando sul campo e si mostra convinto di poter raggiungere i propri obiettivi.


Il 19 settembre Conte accusa ancora l’Europa di procedere verso la guerra anziché verso il negoziato.


Quattro giorni dopo Peskov dichiara che non esistono nemmeno le condizioni preliminari per passare a un percorso di pace.


A questo punto la domanda non è se Conte possa chiedere più diplomazia. 


Il punto è un altro, molto più politico.


Quante volte bisogna ascoltare le condizioni del Cremlino prima di smettere di descriverlo come l’interlocutore che aspetta pazientemente una telefonata, mentre gli europei guerrafondai fanno saltare il tavolo?


Per Mosca la “pace” continua a significare territori ucraini ceduti, neutralità imposta, difese ridotte e libertà di scelta cancellata.


Non è un dettaglio semantico.


 È l’intera questione.


Condividete questa cronologia, soprattutto con chi continua a raccontare che basterebbe costringere l’Ucraina a sedersi al tavolo. 


Seguite la pagina per altre ricostruzioni documentate, senza la nebbia della propaganda.


Perché il problema non è parlare di pace.


Il problema è continuare a chiamare “negoziato” la richiesta russa che l’Ucraina accetti la propria mutilazione.

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