“Io non posso giurare a Hitler”.
Queste parole, scandite con voce ferma e ben udibile da tutti i presenti, fecero calare il gelo sul già freddo cortile interno della caserma di Konitz, nella Prussia orientale (oggi Chojnice, in Polonia).
La mattina del 4 ottobre 1944, il maresciallo di turno aveva appena terminato di coordinare le prove generali della cerimonia prevista per l’indomani, durante la quale alle reclute chiamate a rimpolpare le fila delle SS si sarebbe chiesto se fossero pronte a “obbedire sino alla morte, giurando fedeltà e coraggio” al Führer .
A pronunciare quella frase inaudita fu un ragazzone dal volto sorridente che gli amici chiamavo “il Pepi”.
Al comandante che lo chiamò a rapporto, spiegò con grande enfasi e sangue freddo che il suo «non possum» era dettato da motivi religiosi.
Uno che della fede cattolica aveva fatto il proprio credo politico e militante, non poteva certo giurare fedeltà all’uomo che al contrario incarnava un sistema anticristiano, paganeggiante e inconciliabile con la dottrina e il magistero della Chiesa.
In breve, il Pepi credeva nella Croce di Cristo, non in quella uncinata.
Josef Mayr-Nusser, nato ai Piani di Bolzano il 27 dicembre 1910, era il quarto dei sei figli di una famiglia di contadini del maso Nusser, gente dai valori semplici e concreti e dalla fede autentica e profonda.
La perdita del babbo durante la Grande Guerra l’obbligò fin da ragazzino a rimboccarsi le maniche, coniugando il lavoro con lo studio in giornate lunghe e faticose, nelle quali difficilmente mancavano momenti dedicati allo sport e alla lettura, in particolare dei testi di Tommaso Moro.
La preghiera invece non mancava mai, così come la presenza alle riunioni della “Katholische Aktion” (l’Azione Cattolica del Sud Tirolo) e della Conferenza altoatesina della Società di San Vincenzo de’ Paoli.
Che “il Pepi” fosse uno tosto, che non aveva paura di andare controcorrente, lo si era capito già nel 1939 quando, in occasione delle “Opzioni dell’Alto Adige”, in quanto cittadino di madrelingua tedesca gli fu chiesto se aderire al Terzo Reich adottando la cittadinanza austriaca oppure rimanere, mantenendo quella italiana.
Lui si schierò fra i “Dablieber”, quelli cioè che “vogliono restare qui”, e come lui fece la fidanzata Hildegard Straub con la quale Josef condivideva, oltreché l’impiego presso la stessa azienda, anche gli ideali e l’impegno sociale.
Un bello scatto li ritrae radiosi ed eleganti in occasione delle nozze celebrate il 26 maggio 1942, allietate l’anno successivo dalla nascita del piccolo Albert.
Fu proprio a Hildegard che Josef chiese il conforto e il sostegno necessari quando, dopo essere stato condannato a morte dal tribunale militare di Danzica per disfattismo, volle giustificarsi per averla “gettata nel dolore terreno con la mia professione di fede”, aggiungendo che il “dovere di testimoniare era inevitabile, perché due erano i mondi che si scontravano l’uno contro l’altro”.
L’avvicinarsi dell’Armata Rossa accelerò i tempi della sua deportazione al campo di concentramento di Dachau, dove però Josef non arrivò mai.
Rinchiuso con altri disperati su un treno piombato, spirò di fame, sete e stenti il 24 febbraio 1945, quando il convoglio si trovava alla stazione di Erlangen.
Nel Duomo di Bolzano, dove riposano le sue spoglie mortali, il 18 marzo 2017 “il Bepi” è stato dichiarato beato.
Accompagna questo scritto una foto di Josef Mayr-Nusser nel giorno delle nozze.
(Testo di Anselmo Pagani scritto senza ricorso alla IA)
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