mercoledì 30 settembre 2026

Naza 320

 


Ho visto “Naza”, ieri sera.Seduta in poltrona, al cinema Barberini. Davanti ad un schermo grande, molto grande, molto più grande di ciascuna delle persone che lo stavano guardando.Perfetto per consentire il miracolo dell’identificazione , che sarebbe poi il compito del dispositivo cinematografico. Un miracolo che davanti ai piccoli schermi domestici non si compirà mai.

La sala era quasi piena. Il silenzio assoluto. Sui tetti della luminosa ( e intonsa) città di Tel Aviv, figure buie con le voci alterate raccontano atrocità commesse ai danni del popolo palestinese. Con leggerezza. Oppure con un principio appena di perplessità, raccontano della normalizzazione dei massacri che Israele ha compiuto nella striscia dopo il 7 ottobre 2023.

Naza ( terribile l’assonanza con Nazi) deriva dalle parole ebraiche NEZEK AGAVI, cioè: Danno collaterale

Danni collaterali sono le migliaia di bambini donne e uomini uccisi senza pietà.

Senza motivo.

A parlare sono 24 persone, fra militari e membri dell’intelligence, sono loro, le figure buie che vuotano il sacco in questo documentario di 80 minuti:alcuni ammettono di essersi sentiti come degli dei, quelli che decidono la morte degli altri, dicono che ascoltavano le  voci dei gazawi dai loro telefonini (tutti sotto controllo israeliano) e se un bambino diceva “Papà sta tornando a casa”,partivano le bombe, “papà” era una parola chiave, poteva essere uno di Hamas, papà... Quanti civili era legittimo ammazzare per catturare un presunto terrorista? Un tot, ma si sforava sempre. Certo, ci sono delle tabelle, qualcuno le condivide senza imbarazzo.Qualcuno parla di videogiochi. Qualcuno si interroga:” credo ancora che i nazisti siano il male,ma mi chiedo allora cosa sono io”.

Non sono eroi della resistenza o dell’obbiezione di coscienza, comunque rischiano, hanno rischiato, nonostante i travestimenti.

Si esce dal cinema in silenzio, con tutto il peso della propria impotenza addosso. Grati a Rachel Szor e Yuval Abraham , i due autori, un uomo e una donna, israeliani, per i rischi che corrono, che hanno corso già con “No other land”, il rischio di essere eliminati, la certezza di essere emarginati. E perseguitati

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