domenica 4 ottobre 2026

Ercole lo spaccamontagne

 


Ah, lo Spaccamontagne è lui stesso. È uno dei soprannomi di Ercole in Italia.


Non è un oggetto, è quello che ha fatto.


Te lo dicono in due modi:


1. La clava

La sua clava di legno d'ulivo selvatico. I latini la chiamavano _clava truci montes_ - spacca-monti. Non era un'arma normale, era un tronco sradicato da lui. Con un colpo spaccava una roccia.


2. L'impresa vera - le Colonne d'Ercole

Quando tornava con i buoi rossi di Gerione, prima di arrivare in Scizia da Echidna, è arrivato in fondo alla Spagna, dove l'Europa e l'Africa erano attaccate. C'era una montagna unica.


Ercole non aveva voglia di fare il giro, ha preso la clava e ha spaccato la montagna in due.


Da una parte è rimasto il monte Calpe, Gibilterra in Europa. Dall'altra il monte Abila, in Marocco. In mezzo si è infilato l'Oceano e ha creato lo Stretto di Gibilterra.


Per questo le chiamano le Colonne d'Ercole. Sono i due pezzi della montagna che lui ha spaccato.


I Greci dicevano che sopra ci scrisse _Non plus ultra_ - non andare oltre. Perché oltre c'era l'ignoto.


In Liguria e in Valle d'Aosta abbiamo la stessa leggenda locale: ogni gola stretta con le rocce spaccate dritte, i vecchi dicevano "qua è passato Ercole Spaccamontagne con i buoi".


Quindi quando senti "lo spaccamontagne", pensa a Ercole che apre le strade a clavate.


È quello che poi farà anche per la Padania.

Te la racconto come la raccontavano i vecchi pastori delle valli, che è più bella che sui libri.


Siamo alla decima fatica di Ercole. Ha appena fregato i buoi rossi a Gerione - un gigante con tre teste e sei braccia - laggiù in Spagna, alla fine del mondo. Una mandria immensa, bestie enormi, rosse come il tramonto.


Per riportarle in Grecia, deve attraversare tutto il mondo conosciuto. Arriva in Liguria, risale la pianura del Po, e davanti gli si parano loro: le Alpi.


Un muro bianco, invalicabile. Ghiaccio, roccia, dèi vecchi della montagna che non fanno passare nessuno. I buoi non salgono, scivolano, muggiscono. Hanno fame, freddo.


Ercole allora che fa? Si incazza.


Si toglie la pelle del leone che ha sempre sulle spalle, si pianta bene con le gambe per terra, prende la sua clava - che non era un bastoncino, era un tronco d'ulivo intero con la radice ancora attaccata - e la alza sopra la testa.


Non chiede permesso alle montagne. Le avverte.


Urla: "Fatece passà!"


E spacca.


Un colpo solo. PAM.


Non scala, non cerca un sentierino. Spacca la catena in due. La roccia urla, il ghiaccio si apre come un vetro. Apre una ferita dritta dritta tra le montagne, un varco, una gola profonda da cui si vede il cielo dall'altra parte.


Quella ferita è il Monviso bucato, dicono. Altri dicono che è il passo del Monginevro. I Romani la chiamavano proprio così: la via d'Ercole.


I buoi, che fino a un attimo prima non volevano muoversi, sentono l'aria calda che viene dal sud, dall'Italia, e si mettono in fila da soli. Passano lenti, uno dietro l'altro, attraverso quello squarcio nella roccia che ancora fuma del colpo di Ercole.


E da allora, dicono, i buoi sanno sempre dove è la strada per tornare a casa, perché gliel'ha aperta lui.



Fenix

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