Poco restava su quel volto pallido e sciupato dell'antica bellezza che, unita ai modi da gentiluomo e alle uniformi da alto ufficiale, aveva fatto capitolare tante aristocratiche signore.
Così, quando sbarcò sulla spiaggia della Marina di Pizzo Calabro nella mattinata di domenica 8 ottobre 1815, Gioacchino Murat, fino a cinque mesi prima Re di Napoli, per essere riconosciuto dai popolani che si stavano recando a Messa dovette gridare loro: "Sono il vostro re Gioacchino. Mi riconoscete?".
Arrivava dalla Corsica, dove si era rifugiato dopo una lunga fuga, sempre inseguito dalla polizia borbonica che lo braccava su ordine di re Ferdinando IV di Borbone, da poco restaurato sul trono che aveva dovuto abbandonare nel 1808 a beneficio proprio di Murat, quando l'onnipotente cognato Napoleone Bonaparte lo aveva nominato re di Napoli.
La rovinosa sconfitta di quel che restava del suo esercito nella battaglia di Tolentino del 2 maggio precedente, di fronte agli Austriaci, gli aveva fatto perdere le ultime speranze di conservare il titolo, inducendolo a fuggire.
Né per lui la situazione era migliore nella natia Francia dove, dopo la disfatta di Waterloo, il suo imperiale cognato doveva pensare a salvare se stesso di fronte al restaurato re Luigi XVIII, ansioso di chiudere per sempre la parentesi del bonapartismo.
Da qui, il rifugio di Gioacchino nella più ospitale Corsica, patria dei Bonaparte, diventata insicura anch'essa per un personaggio tanto ingombrante.
L'ormai ex-sovrano decise pertanto di chiedere ospitalità agli Austriaci, presso i quali si erano già rifugiati la moglie Carolina e i figli, imbarcandosi con destinazione Trieste su una piccola nave che però, per procurarsi viveri e acqua, avrebbe dovuto sostare presso un porto del suo vecchio regno, col pericolo di venire intercettato da forze ostilii.
Forse perché tradito, si convinse a sbarcare a Pizzo, convinto di trovarvi partigiani disposti a battersi per lui, senza però sapere che Ferdinando, che lo faceva spiare, era al corrente di tutto.
Grande fu dunque il suo sconforto nel rendersi conto che la sua apparizione, lungi dal riscaldare gli animi, aveva lasciato indifferente la popolazione.
Subito allertato, il Capitano Trentacapilli, anti-murattiano convinto perché i suoi fratelli erano stati impiccati come briganti su ordine di re Gioacchino, si gettò al suo inseguimento sulla strada di Monteleone, dove si era recato per cercare dei cavalli.
Fatto prigioniero insieme ai fedelissimi che lo accompagnavano, Murat fu rinchiuso nel locale Castello Aragonese dove un tribunale militare presieduto dal Generale Nunziante lo giudicò colpevole di "attività rivoluzionaria" condannandolo a fucilazione immediata, tanto che per ordine di re Ferdinando gli fu lasciata solo mezz'ora per ricevere i conforti religiosi prima dell'esecuzione.
Così, alle ore 21 del 13 ottobre 1815, dopo aver fatto testamento e scritto un'ultima struggente lettera d'addio a moglie e figli, ordinò egli stesso al plotone che gli stava davanti di sparare, chiedendo soltanto che gli fosse risparmiato il viso.
Fu scritto di lui: "Seppe vincere, seppe regnare, seppe morire".
Accompagna questo scritto il “Ritratto di Gioacchino Murat, Re di Napoli”, di François Gérard, 1811, Collezione privata.
(Testo di Anselmo Pagani scritto senza uso di IA)
Alessandro Barbero

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