E QUI SI GODE FORTISSIMO
Non per il carcere in sé. Per quella rarissima, deliziosa coincidenza in cui chi voleva impartire una lezione alla democrazia si ritrova a riceverne una di diritto penale.
Il 7 ottobre la Corte d’Appello di Roma ha confermato le sette condanne del processo principale per l’assalto alla sede nazionale della CGIL del 9 ottobre 2021, avvenuto durante una manifestazione contro il Green Pass. Nessuno sconto in secondo grado.
Volevano scrivere la storia. Per ora hanno contribuito alla giurisprudenza.
Il conto, senza sconti
Otto anni e sei mesi a Roberto Fiore, otto anni e sette mesi a Giuliano Castellino, otto anni e sei mesi a Luigi Aronica. Otto anni e due mesi ciascuno a Luca Castellini, Salvatore Lubrano, Lorenzo Franceschi e Pamela Testa. Sommando le sette pene: 58 anni e tre mesi.
Il patriottismo, a quanto pare, non funziona come codice promozionale.
E pensare che il concetto era semplice: in democrazia puoi contestare un provvedimento, organizzare una manifestazione, criticare un sindacato. La parte in cui ne assalti la sede non è il livello avanzato della libertà di espressione.
È proprio un altro programma.
La libertà, ma degli altri no
La sede della CGIL fu assaltata e danneggiata nel corso di quella giornata di protesta.
Una contraddizione che merita un momento di silenzio: protestare in nome della libertà e poi prendersela con la sede di un’organizzazione altrui.
La libertà secondo questo copione è un bene preziosissimo. Purché sia la propria. Quella degli altri è un ostacolo logistico.
E il sindacato? Un bersaglio. Perché evidentemente, quando sei a corto di argomenti contro il Green Pass, il passo successivo è prendertela con chi si occupa di contratti di lavoro. Un collegamento così brillante che per trovarlo serve il navigatore impostato su «evita la logica».
Il dettaglio che conta
Non stiamo parlando di condanne per idee sgradevoli o opinioni impopolari. Le contestazioni comprendono, secondo le singole posizioni, devastazione aggravata in concorso e resistenza a pubblico ufficiale pluriaggravata; per Fiore, Castellino e Aronica anche istigazione a delinquere.
E per precisione: è una sentenza d’appello, non va spacciata per una condanna definitiva. Il rigore vale anche quando la notizia ci piace.
La soddisfazione sta qui: la prepotenza non diventa dissenso soltanto perché chi la esercita si autoproclama patriota.
Puoi vestirla di retorica, chiamarla ribellione, metterle una bandiera sulle spalle. Ma la responsabilità personale resta lì. Maleducatissima: non si sposta neppure quando le urli «viva la libertà».
Volevano mettere in riga gli altri.
Hanno trovato uno Stato che, almeno in tribunale, non prende ordini da loro.
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