“L’unica cosa importante, quando ce ne andremo, saranno le tracce che avremo lasciato”.
Parole di Albert Schweitzer, che vide la luce il 14 gennaio 1875 in Alsazia, a Kaysersberg,
Figlio di un pastore protestante, fu filosofo, teologo, musicista e medico, ma prima di tutto un umanista che del servizio agli altri fece il filo conduttore della propria esistenza.
Da bambino frequentò l’unica chiesa di Gunsbach, dove crebbe, che vedeva avvicendarsi sullo stesso pulpito il padre, pastore luterano, e il parroco cattolico in un’alternanza che, senza annullare le diversità, privilegiava l’appartenenza alla medesima comunità, in un’armonia di cui Schweitzer volle idealmente allargare il perimetro sino a ricomprendervi tutta l’Umanità.
Da docente di teologia presso l’Università di Strasburgo, nel 1904 lesse il bollettino della Società missionaria di Parigi in cui si diceva che, per le difficoltà di reperimento di materiali e personale specializzato, la missione in Gabon era a rischio.
Subito scattò in lui l’incontenibile desiderio di diventare medico per mettere la propria vita al servizio di quanti nel Continente africano erano afflitti da lebbra, malaria e vaiolo.
Alla notizia della sua iscrizione alla Facoltà di Medicina, alla soglia dei 30 anni e con una posizione lavorativa già acquisita, si sentì dire dal Preside che per lui era preferibile rivolgersi in psichiatria, da paziente però, non come studente.
Nonostante la contrarietà dei familiari, convinti che il suo entusiasmo sarebbe stato di breve durata, Schweitzer dopo “essersi esaminato sino al profondo del cuore”, prese la decisione irrevocabile di partire.
Così nel 1913, fresco di laurea in medicina, s’imbarcò per l’Africa con la moglie Hélène, un pianoforte e una settantina di casse piene di medicinali e attrezzature mediche.
All’arrivo, oltre che con clima, zanzare e serpenti, dovette lottare pure contro la diffidenza dei locali che, abituati a sciamani e stregoni, diffidavano di essere avvicinati da un “bianco” barbuto e ancor meno di seguirne le prescrizioni mediche.
Decisiva fu l’operazione di peritonite fatta su un trentenne del luogo e seguita “in diretta” da un folto pubblico di curiosi, scettici sul buon esito della stessa.
Con grande sangue freddo, consapevole che la morte del paziente avrebbe messo a rischio la sua stessa incolumità personale, Schweitzer la portò a termine con perizia e successo, instaurando un rapporto di fiducia reciproca coi locali.
Presto, per farsi operare dallo “Stregone bianco” (“Oganga nella lingua locale) iniziarono a presentarsi pazienti da sempre più lontano, accompagnati da coniuge, figli e bestiame.
Il contatto con la realtà africana lo convinse che “la società ha il dovere di fornire a ogni individuo i mezzi necessari per liberarsi dalla lotta per la sopravvivenza”.
Ovvero: istruzione, cure mediche, vaccini, infrastrutture e un lavoro dignitoso, non certo i veicoli di morte su cui oggi lucrano tanti avvoltoi.
Il reperimento dei fondi necessari fu il solo motivo che indusse Schweitzer a intervallare i suoi 19 soggiorni gabonesi a Lambaréné con temporanei rientri in Europa, dove i molteplici riconoscimenti internazionali gli facilitarono il compito, senza mai fargli cambiare la natura di uomo umile e refrattario a “tutto ciò che attira su di me l’attenzione”.
Col ricavato del Premio Nobel della Pace attribuitogli nel 1952 fece costruire a Lambaréné il “Village de la Lumière” per ospitarvi i lebbrosi.
Nel 1958 fu tra i primi a tuonare contro la proliferazione delle armi nucleari considerate “un crimine contro la nostra stessa specie, i nostri figli e contro Dio”.
Quello stesso Dio per incontrare il quale, diventato anziano, volle prepararsi affidando nel 1962 la gestione delle istituzioni a un allievo.
Quando morì in una casetta nel pieno della foresta vergine il 4 settembre 1965, fu sepolto in una tomba accanto al fiume, per l’occasione solcato dalle migliaia di canoe dei locali desiderosi di recare l’ultimo saluto al loro “Oganga”.
Accompagna questo scritto una foto del dottor Schweitzer in tarda età.
(Testo di Anselmo Pagani scritto senza uso di IA)

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