I nomi collettivi servono a far confusione. "Popolo, pubblico...", un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece credevi fossero gli altri.
🖌Ennio Flaiano, da “Diario notturno”
📷 web
I nomi collettivi servono a far confusione. "Popolo, pubblico...", un bel giorno ti accorgi che siamo noi. Invece credevi fossero gli altri.
🖌Ennio Flaiano, da “Diario notturno”
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"Dove si bruciano i libri, si brucia l'essere umano."
Ti piace questa frase? La scrisse nel 1823 uno studente tedesco chiamato Heinrich.
Heinrich stava leggendo la storia del grande rogo di Granada: era il 1499 quando il cardinale Cisneros ordinò di bruciare in piazza tutti i libri arabi della città .
"Dove si bruciano i libri, si brucia l'essere umano." È una frase potente, e Heinrich non voleva dimenticarla. Così la appuntò sull'ultima pagina del suo manuale di diritto.
"Un giorno, magari, ne farò un'opera importante", pensò.
E lo fece. Scrisse la Lorelei, una delle opere più importanti della letteratura tedesca: per loro è quello che per noi sono i Promessi Sposi.
Quel ragazzo si chiamava Heinrich Heine, ed è diventato uno dei più grandi poeti che la Germania abbia mai avuto.
Ed era ebreo.
Il più grande poeta tedesco dell'Ottocento era ebreo e parlava di libri arabi da salvare dalle fiamme.
"Dove si bruciano i libri, si brucia l'essere umano."
Nel 1933 questa frase, scritta da un ebreo, questa storia, ERA PERICOLOSA PER LA SALUTE DEL POPOLO TEDESCO.
Nella piazza davanti all'università dove Heinrich aveva studiato diritto, gli studenti naz***i svuotano le biblioteche e ammucchiano sul selciato ventimila libri. Bruciano tutto quello che non somiglia alla Germania che il partito ha in testa.
Bruciano i libri degli arabi. Bruciano i libri dei comunisti. Bruciano i libri degli ebrei.
Nel 1933, a Berlino, un "popolo esausto e arrabbiato" diede fuoco ai libri. Diede fuoco all'essere umano.
Caro Eterno, mi rivolgo personalmente a te: tu la conoscevi questa storia?
Tu che oggi, davanti agli occhi del Paese, hai preso un Corano economico e gli hai dato fuoco sui social, hai mai sentito parlare di Heinrich Heine?
No. Non lo conoscevi. Non potevi conoscerlo, perché è questo che fanno "i popoli arrabbiati": dimenticano. Dimenticano perché sono "stanchi ed esausti", dicono. E questo, secondo loro, li giustifica. Li autorizza a dimenticare le lezioni della storia.
Ma tu non hai la rabbia feroce dei fanatici, no.
Nei tuoi occhi c'è qualcosa di molto più desolante: l'attesa famelica di chi spera che quel fumo si trasformi in notifiche, in pollici alzati, in una manciata di condivisioni.
Vedi, caro Eterno, io non sto difendendo il Corano. Non difenderei mai nessuna religione, nessuna ideologia, nessun totalitarismo. Sono veleno.
Io sto difendendo l'essere umano da chi comincia dai libri per incendiare le strade.
Chi dà fuoco a un libro non sta difendendo nessuna civiltà : sta solo cercando un padrone a cui piacere.
Ti piace questo padrone, Eterno? Sappi che la sua catena, presto, sarà troppo corta anche per respirare.
Succede così. Succede sempre così.
Perché oggi Heinrich Heine è studiato in tutte le scuole della Germania.
Perché la gente i suoi libri li ha custoditi di nascosto.
Perché oggi a Bebelplatz, nel punto in cui accesero quella pira, c'è un monumento.
È una biblioteca vuota, sotto una lastra di vetro, scavata nella piazza. Accanto, una targa riporta una scritta:
"Dove si bruciano i libri, si brucia l'essere umano." Heinrich Heine
Emma Bonino è morta da poche ore. Simone Pillon ha pensato che il modo migliore per salutarla fosse pubblicare la fotografia di un aborto e scrivere:
“Chissà cosa dirà Emma Bonino a quei bambini… sono oltre 6 milioni dal 1978 ad oggi…”.
Perché evidentemente Pillon non riesce a lasciare in pace le donne nemmeno da morte: anche davanti alla scomparsa di Emma Bonino, trova il modo di tornare a pontificare sui loro corpi e sulle loro scelte.
Del resto, Bonino rappresentava tutto ciò che Pillon detesta: una donna libera, laica, capace di decidere della propria vita e di battersi perché potessero farlo anche le altre.
Ed è proprio questo il punto che gente come lui continua ostinatamente a rimuovere.
Prima della legge 194 gli aborti esistevano già . Esistevano nelle case, nella clandestinità , nelle mani di persone improvvisate. La differenza la facevano i soldi: chi poteva permetterselo trovava un medico, chi non poteva rischiava la salute e, qualche volta, la vita.
Emma Bonino si fece arrestare anche per portare quella realtà alla luce del sole. Perché le donne smettessero di essere trattate come criminali e cominciassero a essere trattate come persone.
Pillon invece prende milioni di interruzioni volontarie di gravidanza, le trasforma con una parola in “bambini” e poi immagina Emma Bonino davanti a una specie di tribunale celeste, lui evidentemente già assunto come cancelliere di San Pietro.
La cosa più misera resta il momento scelto. Una donna muore a 78 anni dopo cinquant’anni di battaglie politiche, civili e umanitarie, e poche ore dopo lui corre sui social a pubblicare questa roba.
Puoi aver combattuto Emma Bonino per tutta la vita. Puoi aver considerato sbagliate le sue idee. Puoi aver desiderato cancellare ogni singola conquista per cui si è battuta.
Persino davanti alla morte, però, esiste una cosa chiamata decenza.
E niente. Anche stavolta Pillon ha deciso di battersi contro quella.
A proposito del VERGOGNOSO “ddl antise*itismo”, che è in realtà un tappare la bocca a tutti coloro che osano criticare sionismo e la politica attuale di Israele, riporto queste parole assai argomentate e competenti di Gisella Ruccia:
“Piccolo ripasso: tra i firmatari e i sostenitori dei ddl sull’antisemitismo poi unificati nel testo Romeo ci sono Graziano Delrio (Pd), Alessandro Alfieri (Pd), Pier Ferdinando Casini (Pd), Filippo Sensi (Pd), Sandra Zampa (Pd), Simona Malpezzi (Pd), Alfredo Bazoli (Pd), Walter Verini (Pd), Tatjana Rojc (Pd), Marco Lombardo (Azione), Carlo Calenda (Azione), Luigi Spagnolli (Autonomie), Matteo Renzi (Italia Viva), Ivan Scalfarotto (Italia Viva).
Sul testo unico a prima firma Romeo il Pd al Senato si è astenuto. Una pattuglia riformista — Delrio, Sensi, Zampa, Bazoli, Verini, Casini — ha votato sì col centrodestra.
Quindi, ricapitolando: la parte dem ufficiale che segue Schlein si astiene, i paladini di Kiev che schifano Gaza votano sì, l'ala Boldrini va in piazza.
Questo non è un partito, è un tris di seggiole sfonnate e una sola chiappa”.
Schlein, ci sei? Un simile atteggiamento di fronte a un ddl così empio non è accettabile.
Andrea Scanzi
Il 3 settembre del 1995 "l'eroe americano" Lex Luger si trovava a Moncton, New Brunswick per un match in coppia con Shawn Michaels contro Owen Hart e Yokozuna, in un "house show" della World Wrestling Federation.
Finito l'incontro, andò nello spogliatoio, si fece una doccia e, presi i bagagli, si diresse verso l'aeroporto, dove l'aspettava un volo diretto al Saint Paul International Airport di Minneapolis, Minnesota.
Quello che non sapeva o forse non immaginava, è che quel volo, di cui la WWF non era al corrente, avrebbe dato il via ad un susseguirsi di eventi incredibili.
Era la famosa "farfalla calpestata" del celebre romanzo del 1952 "A Sound of Thunder" di Ray Bradbury. Una discussione rimandata troppe volte sul rinnovo del contratto di Luger ebbe lo stesso effetto del povero Eckles che schiaccia l'insetto.
"Eric... come possiamo fare per metterci in competizione con Vince?"
Pare fu questa la frase che il milionario Ted Turner, l'uomo che possedeva la World Championship Wrestling, disse al giovane rampante Eric Bischoff, un uomo che aveva fatto veramente di tutto nella vita e che, dopo tanti sforzi, era stato messo alla guida di un translantico che stava lentamente ma inesorabilmente affondando.
Era un meeting di marketing, per far entrare la WCW nel mercato cinese sulle reti di Rupert Murdoch ma quella frase, detta così d'improvviso, colse stupito Eric.
Così, su due piedi e cercando di non farsi trovare impreparato, la sparò forte "abbiamo bisogno di uno spettacolo in prime time per competere con Monday Night Raw".
Turner non ci pensò due volte, chiamò il direttore esecutivo della TNT e fissò con lui la richiesta di Bischoff. Ora il boss della WCW aveva ciò che aveva richiesto e non poteva più tirarsi indietro.
Iniziarono quindi tutti i preparativi e la costruzione di quello che si presentava come un guanto di sfida davvero incredibile. Alcune ex-stelle della WWF, da Hulk Hogan a "Macho Man" Randy Savage erano eccitati all'idea, perché sapevano che ciò che stavano intraprendendo era una mossa da "o tutto o niente".
Bischoff sapeva che era un azzardo: la WWF era sulla cresta dell'onda da anni ed aveva acquisito una esperienza ed una preparazione nella costruzione di un grande show come nessun altro. Poteva essere una buona mossa per rilanciarsi... o poteva essere il chiodo finale nella bara della WCW.
Ma mancava ancora qualcosa.
Cosa piace così tanto del wrestling? Cosa muove i fan a cambiare canale e metterlo sulla stazione che ospita la sua promotion preferita?
Semplice ma fondamentale: l'effetto sorpresa.
Facile a dirsi... ma quale sorpresa avrebbe cambiato le sorti di uno spettacolo che poco aggiungeva a quel che già la WCW presentava?
Il destino volle che Luger e Sting, da sempre amici fraterni, si trovassero di fronte ad una birra a parlare dei rispettivi posti di lavoro.
Luger era molto contento del suo attuale impiego in WWF. Nonostante il suo momento di popolarità si fosse spento dopo WrestleMania X, si trovava bene a Stamford ed aveva un ottimo rapporto con McMahon. L'idea era quella di chiudere la carriera proprio là e di tentare la fortuna con nuove idee lavorative al di fuori del wrestling.
Per questo i negoziati sul nuovo contratto si erano un po' raffreddati, Vince voleva capire bene le idee di Luger e quanto ancora investire su di lui. Nessun problema, all'epoca i rapporti di lavoro erano ancora molto basati sull'antico assioma dell' "onore e rispetto" tra promoter e lottatori, e Luger da oltre 6 mesi stava lottando per McMahon senza aver firmato alcuna estensione di contratto.... bastava una stretta di mano tra i due.
"Cosa???" - disse Sting guardando Luger come se avesse visto un fantasma - "stai lavorando alla WWF senza avere un contratto?".
Immediatamente si accese in lui la classica lampadina.
"Puoi fare una telefonata a Bischoff? Stiamo lanciando una nuova idea e magari ti puo' interessare..."
Adesso però c'era da convincere il capo: Eric non aveva la benché minima intenzione di mettere sotto contratto Luger, considerata una testa calda e con un atteggiamento da primadonna che non avrebbe giovato al backstage in quel momento particolare.
Ma Sting era completamente l'opposto: una delle più grandi stelle della WCW su cui Bischoff poteva contare, suo amico e fidato collaboratore, pronto a mettere la sua stessa parola in gioco per Luger.
Così, dopo una serie di incontri segreti tra i due, in qualche modo Luger e la WCW trovarono un accordo. Ma c'era una clausola contrattuale che a Lex non andava proprio giù: non doveva dire niente a Vince McMahon e la WWF.
Non era tenuto a dire nulla. Non aveva contratti che lo legavano o particolari amicizie. Ma era figlio del vecchio business, quello in cui tradire la parola data ad un promoter era uno stigma di assoluta nefandezza.
Ma Bischoff fu irremovibile. O così o poteva tranquillamente tornare a fare il lottatore di secondo piano in WWF.
Per settimane, nonostante i piani in essere con la WCW, Luger tentò di trovare un accordo finale con la WWF e McMahon, accordo che non andò mai in porto.
Così, la sera del 4 Settembre 1995, dal "The Mall of America", un centro commerciale, la WCW dette il via al suo nuovo programma "Monday Nitro" (che foneticamente rimandava al rivale "Monday Night Raw").
L'effetto dovuto alle centinaia di persone presenti nel centro dava l'impressione di essere in un posto anche più grande della classica arena o palazzetto dello sport, e con il match iniziale tra Flyin' Brian Pillman e Jushin "Thunder" Liger l'azione frenetica dette una ventata di freschezza iniziale allo show.
Intanto Lex si trovava nella sua camera d'albergo, senza avere la benché minima idea di come si stesse sviluppando lo show. Eric aveva voluto così, per creare la giusta attesa non solo nel pubblico ma anche negli stessi protagonisti.
Poi, un furgoncino dai finestrini oscurati andò a prelevarlo per portarlo allo spettacolo, in pieno stile "rapimento", con tanto di enorme asciugamano sulla testa a coprire la sua identità .
Poi, improvvisamente, Luger apparve sullo stage di Nitro, mentre Hulk Hogan stava lottando contro il Dungeon of Doom.
La telecamera lo inquadrò. Era lui... uno degli atleti della World Wrestling Federation. Ma era lì, nella WCW. Ma che cavolo stava succedendo, pensò la folla?
E con essa gli spettatori a casa. Ed anche il resto dei ragazzi nel backstage, rimasti letteralmente a bocca aperta. Solo Sting era al corrente della sorpresa.
In quello stesso momento, da tutt'altra parte negli States, il producer WWF David Sahadi si trovava in uno dei camion di produzione della Federazione, accanto al boss, intenti a vedere la promotion che aveva avuto l'ardire di sfidarli nella programmazione del lunedì sera.
L'idea era di farsi quattro risate alle loro spalle, vedere i disastri creativi e le idee male assortite... ma quel momento ridimensionò completamente le loro aspettative.
La faccia di McMahon divenne pallida come quella di un morto.
Sahadi e Vince si guardarono negli occhi e compresero che tutto era cambiato.
Che la WCW aveva dichiarato loro guerra.
Che non potevano più dormire sugli allori.
In poche parole... che la guerra era iniziata!
#WWE #WCW #MondayNightWar #LexLuger #wrestling #maestrozamo
Sono le 9.10 del mattino dell'11 settembre 1973.
Salvador Allende è asserragliato nel palazzo della Moneda, a Santiago del Cile, con un elmetto in testa e un fucile tra le mani. Fuori ci sono i carri armati. Dal cielo stanno per arrivare i caccia.
Afferra il microfono di Radio Magallanes, l'ultima emittente rimasta fedele al governo democraticamente eletto, e parla ai cileni per l'ultima volta: "Pagherò con la mia vita la lealtà del popolo".
I golpisti gli offrono un aereo per lasciare il Paese insieme alla famiglia. Allende rifiuta.
Poco prima di mezzogiorno le bombe cominciano a piovere sul palazzo presidenziale. Nel primo pomeriggio Salvador Allende è morto.
Sono passati 53 anni.
Tre anni prima, quest'uomo vince le elezioni. Libere, regolari, democratiche. Il primo presidente marxista arrivato al governo col voto popolare.
Una volta al governo nazionalizza il rame, la ricchezza del Cile che fino a quel momento riempiva le casse delle multinazionali americane. Lo fa con un voto unanime del Parlamento, destra compresa. Avvia la riforma agraria. E stabilisce che ogni bambino cileno abbia diritto a mezzo litro di latte al giorno. Gratis.
Mezzo litro di latte. Ecco il pericolo rosso.
Già nel giugno del 1970, prima ancora del voto, Henry Kissinger spiega la linea statunitense così: "Non vedo perché dovremmo restare a guardare un Paese che diventa comunista per l'irresponsabilità del suo popolo".
A settembre Richard Nixon convoca il capo della CIA e gli consegna un ordine: strozzare l'economia cilena. Per tre anni ci lavorano. Poi arriva l'11 settembre e arriva Augusto Pinochet.
Quel giorno comincia una delle dittature più feroci dell’America Latina: migliaia di persone furono assassinate, torturate, arrestate o fatte scomparire. Lo stadio di Santiago divenne un luogo di prigionia e di morte. Centinaia di migliaia di cileni furono costretti all’esilio.
Allende rimase dentro La Moneda fino alla fine.
La sua voce attraversò Santiago per l’ultima volta.
Sapeva che aveva perso.
Sapeva che di lì a poco i militari sarebbero entrati. Sapeva probabilmente che non avrebbe visto il giorno successivo.
Eppure quelle ultime parole non furono una richiesta di pietà . Furono rivolte a chi sarebbe rimasto: ai lavoratori, alle donne, ai giovani, ai contadini, a quel popolo cileno che tre anni prima lo aveva portato alla presidenza attraverso le urne.
La Moneda venne bombardata. Il palazzo prese fuoco. Le immagini del fumo che si alzava dal cuore di Santiago sarebbero diventate una delle fotografie più terribili del Novecento: un governo democraticamente eletto abbattuto con le armi, sotto gli occhi del mondo.
Allende morì quel giorno. E nelle ore successive cominciò la lunga notte del Cile.
Salvador Allende rimase nella memoria collettiva molto più a lungo dei generali che lo rovesciarono.
È rimasta l’immagine di quell’uomo dentro un palazzo assediato, con il casco in testa e il Paese che gli crollava intorno. È rimasta la voce gracchiante della radio. È rimasto quel tentativo, disperato e lucidissimo, di affidare al futuro ciò che in quel momento veniva schiacciato con le bombe.
Nelle sue ultime ore Allende pronunciò parole diventate immortali: “La storia è nostra e la fanno i popoli”.
La storia, alla fine, si è ricordata soprattutto di lui.