🕵️Nel dicembre 1937 John Rabe potrebbe lasciare Nanchino, dove lavora come rappresentante della Siemens, ma decide di restare mentre l’esercito giapponese si avvicina alla capitale cinese. Tedesco e membro del Partito nazista, viene scelto come presidente del comitato internazionale che organizza una zona di sicurezza per la popolazione, insieme ad altri residenti stranieri. Il 13 dicembre la città cade e cominciano uccisioni, stupri e saccheggi, mentre una moltitudine di persone cerca riparo negli edifici e nei campi predisposti dal comitato. La zona arriva ad accogliere circa 250.000 civili, la cui protezione dipende dal lavoro collettivo di chi procura viveri, organizza rifugi e cerca di contenere le incursioni dei soldati.
Nella casa di Rabe e nel terreno circostante trovano rifugio oltre seicento persone, che si sistemano anche in ripari improvvisati contro il freddo. Il suo straordinario diario permette di seguire questi giorni attraverso episodi precisi, come quello del 19 dicembre, quando alcuni militari giapponesi scavalcano il muro del giardino e tentano di aprire il cancello. Rabe racconta di averli affrontati mostrando il bracciale con la svastica, ottenendone l’allontanamento, e cerca anche l’intervento di Hitler presso il governo giapponese. Insomma, riusce a utilizzare in modo consistente la sua appartenenza politica come strumento di pressione.
Rientrato in Germania nel 1938, Rabe denuncia pubblicamente le atrocità e subisce la persecuzione della Gestapo. Dopo la guerra vive in condizioni difficili, finché da Nanchino arrivano denaro e generi alimentari raccolti per aiutarlo. Quando muore a Berlino, nel 1950, lo piangono a migliaia di km di distanza. La sua storia conserva una contraddizione che emerge dalle sue stesse carte, perché l’uomo che difende i perseguitati in Cina continua a rivolgersi con fiducia al capo di un regime persecutorio. Ma persone, come la storia, ha tante sfumature di grigio.

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