domenica 29 luglio 2012

MONTI PARLA DELL'USCITA DALL'EURO...



INTERVISTA ESCLUSIVA A MARIO MONTI
 
Ho avuto la fortuna di intervistare in un rarissimo momento di relax il venerabile Presidente del Consiglio che incredibilmente non si è sottratto alle mie domande. 
Ecco il contenuto dell'intervista:
D: Presidente grazie per questa rara opportunità, come promesso non parleremo di politica o economia... Iniziamo... Il suo CV é immenso, ma lei si vede nel futuro più Politico, Statista, Commissario, Rettore o semplice Senatore a Vita?
R: Vede... per rispondere a questa domanda bisognerà capire come va questo dannato spread (nda smorfia di dolore addominale)... non capisco.... più chiedo al Paese sacrifici, Spending Review, Fiscal Compact, Power Rangers... e più 'sti mulacchioni - scusate il termine - mi fanno alzare lo spread... non capisco... insomma rischio di dovere tornare a presiedere qualche commissione europea sul tema "Salviamo la Frisona Olandese" ... un disastro ecco... La prego cambiamo discorso!
D: Presidente la chiamano Rigor Montis... lei si offende?
R: Beh mi da ovviamente fastidio ma io sono molto vivo e attivo, lo chieda pure a mia moglie, e poi gli italiani lo stanno verificando sulle loro chiappe... eh eh... quindi, tutto mi possono dire, tranne che io non sia molto attivo...
D: Finalmente un bel sorriso.... ma è vera la sua storia con una tale Angela Dorothea? Può non rispondere... se vuole...
R: Io ho amato, amo e amerò solo la nostra cara moneta EURO (nda estasi per un istante prima di rabbuiarsi di nuovo), comunque una Angela c'è nella mia vita e sto facendo di tutto per evitarla... vuole assolutamente darci dei grossi aiuti... ma io non sono scemo lo so come va a finire...
D: E come va a finire?
R: E come vuole vada a finire... come la Grecia... bancarotta ecco...(nda smorfia terribile)... si rischia di rivedere banconote di milioni di lire per comprare il latte e… non saprò poi dove scappare... (nda inizia un pianto sommesso)
D: Presidente non faccia così... non si è ancora arrivati a questo punto...
R: Lei non può capire... io glie l'avevo detto a Giorgio: "non ce la posso fare..." ma Lui mi ha convinto dicendo che io ero il migliore (ed è vero) e se non mi facevo avanti il povero Silvio sarebbe stato costretto all'alleanza con Putin uscendo dall'euro e aderendo al rublo... quando mi ha detto così (scusate..) mi si sono congelate le palle! Ed eccomi qui... il capro espiatorio...
D: Presidente mi dica sinceramente che pensa del popolo italiano?
R: E' un grande popolo... più lo meniamo (economicamente..) e più reagisce con responsabile tranquillità... pensi mi aspettavo che creassero qualche "movimento Robespierre" o "Brigate suicide anti-Kasta" e invece: Italia dei Valori... Movimento cinque stelle.. Sinistra Ecologica... che culo per la classe politica, i Mafiosi, le massonerie, le banche d'affari, la casta tutta... un popolo così ce lo invidiano in tutto il mondo...
D: Presidente per un martello tutto è chiodo... per lei invece?
R: Io da quando ero bambino ho come missione la Comunità Economica Europea e l’EURO!... ecco io ho questa fissa… e se l’EURO soffre non è giusto che il popolo stia a guardare senza mettere mano alla tasca... siamo solo al 55% di tassazione e abbiamo acora 45 punti da sfruttare... se non fosse per lo spread, mammaggia alla miseria!..
D: Ma le banche hanno colpe?
R: Ma no ovviamente … le banche fanno del loro meglio per sopravvivere … come dargli torto… sono costrette persino a prendere soldi gratis dalla banca europea e investirli in bond ad alto interesse… poveracce... e poi la gente vorrebbe prestiti o addirittura ritirare i propri depositi… sono degli ingrati….
D: Ma ci sono molti imprenditori che si stanno suicidando per mancanza di credito...
R: Devono anche loro capire... l’EURO è più importante… questo non si discute... anche uno studente in economia fuori corso o l'ultimo alla Goldman Sachs lo sa bene…. 
 
CONTINUA...

www.falkorossodapulia.com 

Il disegno criminale per far fallire gli Stati...

“manipolazione di mercato pluriaggravata e continuata”
L'indagine avviata mesi fa dalla Procura di Trani arriva finalmente a smascherare il disegno criminale che le agenzie di rating hanno realizzato a danno dell'Italia (e non solo). 
La strategia delle agenzie di rating è sempre stata chiara: quando i mercati mondiali sono entrati in una fase in cui le banche (e le speculazioni nei mercati) stavano iniziando a non fruttare più come prima, per costringere gli Stati ad attuare politiche nocive per i cittadini ma utili agli interessi delle banche (e delle multinazionali che le posseggono), le agenzie di rating hanno iniziato a diffamare gli Stati (quindi anche l'Italia), declassandoli pesantemente, e quindi hanno fatto scappare gli investitori, alzare lo spread (lo specchio per le allodole che tanta paura fa alla gente comune) e gettare anche il nostro paese nel caos. Da noi c'era un governo "Burlesque", che tanto ha fatto, ma solo per se e la sua schiera di cortigiani e cortigiane e niente ha fatto per il paese e questo è il motivo per cui, grazie al  disinteresse verso la cosa pubblica, unito all'inettitudine al governo, l'attacco premeditato al nostro Stato è arrivato a buon fine.
L'uomo delle banche (e della Chiesa), è l'uomo di Moody's: un totale conflitto di interessi di cui quasi nessuno si è accorto. La disperazione italiana per il niente del "Burlesque", ha fatto accogliere come un salvatore questo cinico e scaltro soggetto, che ha fatto finta di apparire l'uomo della provvidenza, ma nella realtà ha attuato delle politiche economiche e sociali che per arricchire le banche e mantenere i privilegi (e i soldi), hanno distrutto la società civile e l'economia italiana. Oggi i cittadini italiani lavorano (i fortunati che lo hanno, il lavoro, agli altri rimane il suicidio o la fuga all'estero) per pagare tasse salatissime e sempre più alte, i cui proventi arricchiscono le banche tanto care all'uomo delle banche. Lo spread oggi è dov'era prima della sua nomina, le agenzie di rating continuano a bastonarci. Ha distrutto l'economia italiana: alzando accise e tasse ha tolto denaro ai cittadini (ceto medio-basso: il 90% della popolazione), e questa minore ricchezza nelle tasche sta distruggendo i consumi e accelerando la depressione economica, perché sempre più aziende chiudono. La miopia e l'incapacità (ma forse è tutto voluto) di questo uomo (e della sua congrega di "tecnici") in abito sono lo schiaffo alle esigenze e alla vita della gente comune.
Questo castello di delinquenza d'alto livello sta però per crollare, la Procura di Trani ha appena chiuso le indagini sull'agenzia di rating Standard & Poor’s, indagata insieme a Fitch e Moody’s per i giudizi negativi dati sull'Italia e il conseguente crollo dei mercati. L’inchiesta sul comportamento anomalo delle agenzie era partita in seguito ad una denuncia di due associazioni dei consumatori, nell'avviso di conclusione indagini, il Pm contesta a S & P di aver posto in essere “una serie di artifici concretamente idonei a provocare una destabilizzazione dell’immagine, prestigio e affidamento creditizio dell’Italia sui mercati finanziari”.
L’imputazione è quindi “manipolazione di mercato pluriaggravata e continuata”, e nel procedimento verrà chiamata ad esprimersi anche la Consob (Commissione Nazionale per le Società e la Borsa), a cui nell'atto della Procura viene richiesto di valutare l’opportunità di continuare a far operare S & P in Italia. La Commissione a questo punto potrebbe persino decidere di costituirsi parte civile e/o mandare gli atti all’Esma (European Sales and Marketing Association) affinché valuti a sua volta l’apertura di una indagine per quanto di sua competenza. Tra le valutazioni più sospette, ci sono quelle del 20 maggio e dell’ 1 luglio 2011, per colpa delle quali vi furono ingenti danni all'economia e l’immagine del nostro Paese.   

Parole senza tempo...


"Quali garanzie offre questo Stato per quanto attiene all'applicazione del diritto, della legge, della giustizia? Quali garanzie offre contro l'abuso di potere, l'ingiustizia? Nessuna. L'impunità che copre i delitti commessi contro la collettività e contro i beni pubblici, è degna di un regime di tipo sudamericano: neppure uno dei grandi scandali scoppiati in trent'anni ha avuto un chiarimento, nessuno dei responsabili è stato punito in ogni città e in ogni villaggio è possibile compilare un lungo elenco di malversazioni, di casi di concussione e di abusi rimasti impuniti; i cittadini che fanno il proprio dovere, innanzitutto come semplici contribuenti, si vedono regolarmente presi in giro prima e ridicolizzati poi perché quelli che frodano il fisco vengono poi premiati con le leggi di perdono fiscale che costituiscono una esortazione e un incoraggiamento al non rispetto della legge, a essere un cattivo cittadino." (Leonardo Sciascia, 1979)
 

Il consiglio dell’intoccabile

marcello dell'utri
Quella di non rispondere ai magistrati è una regola fondamentale per chi è indagato, la consiglio a tutti”. Marcello Dell’Utri (Pdl) nell’ambito dell’inchiesta sulla P3 in cui è indagato con Denis Verdini, Flavio Carboni e altri.

www.danielemartinelli.it

«La scatola nera assolve Schettino. Ha salvato 4000 persone»

di JAMES CONDOR
«L’unica cosa che oggi possiamo dire con certezza è che Schettino ha fatto evacuare dalla nave più di 4000 persone in un’ora, un’impresa di assoluto rispetto. Ma ritengo di poter anche dire che il naufragio è certamente il frutto di un concorso di colpa tra la compagnia di navigazione, gli ufficiali di bordo e la capitaneria di porto di Livorno».
Sono frasi un po’ forti quelle di Alessandro Gaeta, 51 anni, inviato del TG1 e autore del libro Il capitano e la Concordia (edizioni A Nordest), inchiesta sul naufragio sulla nave della Costa Crociere sull’Isola del Giglio. Un po’ forti perché ad oggi la Compagnia si ritiene danneggiata e vuole entrare come parte civile al processo. E soprattutto forti perché riabilitano un comandante contro il quale, in ogni angolo del mondo, sono stati scagliati strali e irrisioni.
«Cominciamo col dire che la Costa era perfettamente a conoscenza dei cosiddetti “inchini”. Di passaggi ravvicinati all’isola del Giglio, se ne contano a bizzeffe. La Costa non ha mai represso queste manovre azzardate. Anzi, risulta che in molti casi le abbia esplicitamente autorizzate. Non parliamo poi della Capitaneria di Porto che su queste manovre ha chiuso negli anni tutti e due gli occhi. Per quanto riguarda gli ufficiali di bordo pochi collaborano fattivamente alla gestione dell’emergenza e alcuni commettono dei veri e propri errori: come il comandante in seconda che invece di fare personalmente la verifica dell’entità della falla e delle sue conseguenze, rimane sul ponte di comando e delega questi controlli ad un suo sottoposto. A scendere nei bassifondi della nave è Giovanni Iaccarino, il quale riesce a fornire un quadro completo dell’entità dei danni solo attorno alle 22,30, quando infatti viene dato l’allarme generale. Sempre dalla scatola nera sappiamo oggi che non si sente nessuno, degli altri ufficiali in plancia, collaborare con Schettino nei momenti decisivi dell’emergenza, quando lo scoglio poteva ancora essere evitato».
Il comandante però è lui. Anche piuttosto esigente. Scrivi che aveva fatto scendere giorni prima un membro dell’equipaggio che non rispettava le procedure. Ricordi che un giorno aveva sbarcato in un’isola un’infermiera ed un altro dell’equipaggio che lo avevano contraddetto. Difficile collaborare, con un carattere così. E poi lo scoglio lo ha preso Schettino. E con una manovra azzardata, perché, sostieni nel libro, virando bruscamente, ha mandato la poppa a impattare sulla roccia, producendo uno squarcio di 40 metri. Come possono essere smentiti questi fatti?
«Dalla scatola nera. Al momento della stesura del libro, non erano disponibili alcuni dettagli che confermano la mia tesi e potrebbero rivelarsi davvero cruciali. La frase con cui, nel disciplinare della Costa Crociere, il comandante assume la guida della nave, sostituendo l’ufficiale in comando di guardia,  è “Captain take the com”. Schettino, che era salito sul ponte di comando solo per sorvegliare il buon esito della manovra, la pronuncia meno di cinque minuti prima dell’impatto, quando si accorge che chi comandava la nave prima di lui si era avvicinato troppo agli scogli. Risulterebbe infatti che Schettino avesse tracciato una rotta diversa, a circa 900 metri dalla costa, in grande sicurezza. Di più, ascoltando la scatola nera, si sente Schettino che è costretto a correggere il timoniere, l’indonesiano Jacob Rusli Bin, che interpreta male un’indicazione di rotta. Il problema è che all’impatto mancavano una manciata di secondi. Saranno le perizie a stabilire se quell’errore possa aver contribuito a rendere inevitabile lo scontro con lo scoglio a pelo d’acqua».
Scrivi che sulla plancia c’era un sacco di gente. Quattro ospiti, tra i quali il fratello del direttore generale della Costa Crociere. E che poi è arrivata anche la ormai notissima Domnica Cermotan.
«Sulla donna è stata montata una storia sul nulla. Dalla scatola nera si evince che lei non apre bocca. Così come molto si è speculato sul “vabbuò, jà” di Schettino: si tratta di un’espressione che i napoletani usano quando è il momento di concludere una conversazione e non indica affatto menefreghismo».
L’impatto è delle 21,42. L’ordine dell’abbandono della nave, invece, di 74 minuti più tardi.
«L’ordine di abbandonare la nave non poteva essere dato prima, perché la Concordia era ancora in movimento e avrebbe potuto travolgere le scialuppe. Se verrà dimostrato che l’avvicinamento all’isola è stato voluto da Schettino, molte cose su di lui dovranno essere ripensate da zero. Un naufragio in mare aperto sarebbe equivalso ad un’ecatombe».
Più dell’errore, nel giudizio di tutto il mondo che lo ha marchiato come un vile, ha pesato l’abbandono della nave. Specie dopo la diffusione della famosa telefonata con il capitano Gregorio De Falco della capitaneria di porto di Livorno: il “Torni a bordo, cazzo!”.
«Questo è l’aspetto più interessante perchè l’accusa di abbandono della nave potrebbe cadere in dibattimento. Non solo perchè sono tanti i  precedenti di naufragi gestiti da bordo di una scialuppa o di una nave appoggio da comandanti costretti ad abbandonare la nave che affonda, ma perchè è difficile dimostrare che rimanendo a bordo Schettino avrebbe avuto la possibilità non solo di rimanere vivo, ma di essere utile. Secondo, non esiste alcuna legge secondo la quale De Falco potesse dare ordini a Schettino, che poteva essere rimosso dal suo ruolo solo dall’armatore. Terzo, perché Schettino aveva avuto in precedenza una conversazione con Leopoldo Manna, della capitaneria di Roma, il cui tenore era stato completamente diverso e collaborativo. Quarto, emerge oggi, perché Schettino, dopo l’impatto, aveva subito chiamato l’armatore e successivamente  la capitaneria di Civitavecchia, cui aveva chiesto i rimorchiatori: il tutto già prima delle 22. Ecco che si evidenzia come il suo ruolo di “on scene commander” lo stesse esercitando a pieno. Ma quelle telefonate con Manna e Civitavecchia non sono state depositate immediatamente. E quindi non diffuse. La telefonata con Manna verrà depositata addirittura tre mesi dopo il naufragio. Quella con De Falco depositata e diffusa subito. Non è azzardato pensare che tutto questo sia stato voluto da chi avesse tutto l’interesse a demolire l’immagine di Schettino».
Schettino però era a terra. I passeggeri no. Almeno non tutti.
«L’idea che mi sono fatto leggendo gli atti è che Schettino, trovandosi sul lato dritto, quello che alle 00.18 finisce in acqua, se fosse rimasto a bordo, sarebbe morto affogato e schiacciato dal relitto. Inoltre va detto che al momento di imbarcarsi sull’ultima scialuppa che lascia la nave sul ponte imbarcazioni non c’era più nessuno. Non lo dice Schettino, lo dicono i testimoni. In quella fase il ruolo di Schettino è stato decisivo. È lui che ha ordinato ai responsabili delle singole scialuppe di fare avanti e indietro per velocizzare le operazioni di sbarco dei passeggeri: E quando ha ritenuto che rimanere a bordo della nave sarebbe stato inutile e pericoloso si è imbarcato sull’ultima scialuppa. Come si fa a definirlo un codardo se il comandante è stato l’unico a non indossare il giubbotto di salvataggio?»
A De Falco Schettino disse però di essere stato catapultato in acqua.
«Il capitano De Falco si è dimostrato sospettoso sin da quando alle 22.30 ha preso il comando delle operazioni di soccorso. A riascoltare tutte le comunicazioni radio e telefoniche si capisce benissimo che De Falco non aveva fiducia di Schettino. Peccato però che tutti i piani di emergenza assegnano al comandante di una nave che sta affondando il ruolo principale nella gestione dei soccorsi. De Falco non solo non si fida, ma dà a Schettino anche indicazioni sbagliate su dove si trovi la scaletta a pioli per risalire a bordo. La famosa biscaglina non si trovava a dritta come sostenevano a Livorno, ma a sinistra. E non mi sembra un errore da poco su una nave lunga trecento metri».
Scrivi che Ennio Aquilino, capo dei vigili del fuoco, è riuscito a salire a bordo a mezzanotte  e mezza.
«Ma lui, oltre ad essere addestrato, aveva anche scarpe e indumenti adatti. Schettino aveva divisa e mocassini. Perchè invece di rimproverarlo inutilmente, De Falco non ha ordinato ai suoi uomini di andarlo a prendere? Non sarebbe stato più utile? E poi la capitaneria di Livorno ha anche altre responsabilità».
Cioè?
«Come scrivo nel libro, ogni nave è obbligata ad installare un sistema di identificazione detto Ais, segnalando la propria posizione. Questo sistema, associato al sistema Ares, consente alle capitanerie di vigilare sul traffico marittimo conoscendo ogni dettaglio delle navi che transitano per i nostri mari: numero dei passeggeri, proprietà, comando e soprattutto, porto di destinazione e rotta per raggiungerlo. Livorno presiede ai controlli su tutti i 600 km di cosa della Toscana, compresa l’Isola del Giglio. La prima domanda è: come hanno fatto a Livorno a non accorgersi mai di tutte questi inchini, che sono manovre azzardate, andati avanti per anni? La seconda riguarda proprio la sera del naufragio. L’Ais permette di focalizzare, come uno zoom, un punto preciso del mare, perdendone però fatalmente di vista altri. Evidentemente l’Ais a Livorno era focalizzato sul porto locale e non vedeva il Giglio. Altrimenti dalle 21,09, quando la Concordia modifica direzione di marcia rispetto a quella che aveva comunicato, alle 21,42, momento dell’impatto, da Livorno qualcuno avrebbe potuto interrogare via radio la Costa Concordia per conoscere i motivi del cambio di rotta. Invece, nessuno se ne accorge, come nessuno fa caso ad una nave che dopo aver colpito uno scoglio fa una stranissima virata a 180 gradi, segno che qualcosa non andava. Alle 22, infatti, il brogliaccio delle comunicazioni di Livorno recita: “traffico marittimo regolare”. Di più. Quando i carabinieri di Prato alle 22,06 avvertono Livorno dell’impatto, si sente dalle registrazioni una voce in sottofondo in capitaneria affermare: “allarga l’Ais”, il che significa proprio che la rotta della Concordia non era monitorata».
Un passeggero tedesco, Frank Mario Lisker, ha denunciato che nessuno dell’equipaggio sapesse cosa fare.
«Si vedrà sicuramente in tribunale quanto questo sia vero. Di sicuro però c’è che oltre 4000 persone sono state portate in salvo in poco più di un’ora. Non mi pare di poter essere del tutto d’accordo».
Scrivi anche che il panico forse è scattato perché non era stata fatta l’esercitazione di emergenza prevista in ogni porto.
«È un fatto. Non era stata fatta per i passeggeri saliti a Cagliari, Palermo e Civitavecchia. Era prevista dopo lo scalo a Savona. I passeggeri erano stati informati attraverso filmati, che evidentemente non sono la stessa cosa».
Parli anche di sicurezza: i due pannelli elettrici, quello primario e quello secondario, erano collocati in un unico compartimento. 
«Dalla corrente elettrica dipende l’intera sicurezza di una nave. Bastava collocarne una a prua e l’altro a poppa, come su una comune nave mercantile, perché uno ovviasse alla mancanza dell’altro. E anche il gruppo elettrogeno di emergenza non ha funzionato come avrebbe dovuto. Non lo dico io, ma lo riferiscono gli elettricisti di bordo interrogati dai magistrati».
Cosa pensi del fatto che una sua intervista su Mediaset possa essere stata pagata qualcosa come 50000 euro?
«Premesso che non ho mai pagato un’intervista in vita mia perchè ritengo che il contraddittorio rischia di essere poco genuino,  non mi piace fare la morale a chi la pensa diversamente da me. In tutta questa vicenda, gli interessi rilevanti del business delle navi da crociera hanno condizionato tra censure e autocensure molto di quanto è stato raccontato dai media. Se anche fossero stati pagati 50mila euro per aggiudicarsi la prima uscita pubblica di un uomo conosciuto in tutto il mondo non credo ci sia da meravigliarsi».

www.lindipendenza.com

 

IL PIANO DI OBAMA IN SEI PUNTI PER LA GUERRA GLOBALE

 
  Usa DI NICK TURSE
asiatimes.com

Sembra una scena da film di Hollywood. Nel buio pesto, uomini in tenuta da combattimento, dotati di armi automatiche e di occhiali per la visione notturna, afferravano un grosso cavo intrecciato che pendeva da un elicottero Chinook MH-47. Poi, in un lampo, ognuno di loro “velocemente-legato” si calava in una nave che era giù. Successivamente, “Mike”, un componente della Navy SEAL (flotta americana, ndt) che ha preferito non rivelare il suo cognome, si vantava con un sergente per gli affari pubblici dell’esercito che, quando erano nel loro gioco, la flotta avrebbe potuto condurre 15 uomini sulla nave in questo modo, in 30 secondi o anche meno.

Una volta sul ponte di poppa, le truppe per le operazioni speciali irruppero in squadre e perquisirono metodicamente la nave che ondeggiava nella baia di Jinhae, Corea del Sud. Sottocoperta e sul ponte, i commandos collocarono diversi uomini e provarono le armi su di loro, ma nessuno sparò un colpo. Dopotutto si trattava di un esercizio di addestramento.

Tutti coloro che perquisirono la nave erano dei SEAL – la flotta navale americana di mare, aria, terra, parte della comunità Navale Speciale di Guerra – ma non tutti erano americani. Alcuni erano del Gruppo 1 della flotta Navale Speciale di Guerra di Coronado, California; altri provenivano dalla Brigata Navale Speciale della Corea del Sud. L’addestramento era parte del Foal Eagle 2012, un’esercitazione multinazionale congiunta. Era anche un modello – in minima parte – per pubblicizzare “il perno” dell’armata americana dal Grande Medio Oriente all’Asia, una mossa che include l’invio di un contingente iniziale di 250 Marines a Darwin, Australia, la creazioni di basi per navi da combattimento a Singapore, il rafforzamento dei legami militari con Vietnam e India, la messa in scena di giochi di guerra nelle Filippine (anche la prova di droni), e lo spostamento della maggior parte delle navi della flotta verso il Pacifico per la fine del decennio.

Il modesto esercizio di addestramento ha messo in rilievo inoltre un altro tipo di perno. La facciata dello stile americano di condurre una guerra sta cambiando ancora una volta. Dimentichiamo pure le invasioni a vasta scala e occupazioni di grande impronta sui territori dell’Eurasia; pensiamo invece a forze di operazione che lavorano per se stesse ma che addestrano o che combattono a fianco di alleati militari (se non veri e propri eserciti delegati) in punti caldi nel mondo. E con queste operazioni speciali i consiglieri, gli addestratori, i commandos si aspettano sempre più fondi e sforzi per confluire nella militarizzazione dello spionaggio e dell’intelligence, nell’uso di aerei-droni, nel lancio di attacchi cibernetici e operazioni congiunte con il Pentagono, con le agency “civili” di governo sempre più militarizzate.

Molto di questo è stato notato dai media, ma come si combini insieme in ciò che potremmo chiamare nuovo volto globale dell’impero è sfuggito alla loro attenzione. E tuttavia questo rappresenta niente di meno che una nuova dottrina del Presidente Barack Obama, un programma articolato in 6 punti per una guerra del XXI secolo, in stile americano, che l’amministrazione sta cautamente sviluppando e mettendo a punto.

La sua portata globale è già mozzafiato, se poco riconosciuta, e come l’esercito-leggero dell’ex segretario della difesa Donald Rumsfeld e le operazioni anti-insurrezionali di David Petraeus, avrà evidentemente il suo giorno al sole – e come loro, senza dubbio deluderà in modalità da sorprendere i suoi stessi creatori.

Lavorare nell'ombra

Per molti anni, l’esercito americano ha parlato e promosso il concetto di “comunanza”. Un elicottero dell’esercito della Navy SEAL che atterra su una nave coreana raccoglie alcuni aspetti a livello tattico. Ma il futuro, almeno sembra, ha qualcos’altro in serbo. Pensiamolo come una “confusione” (blur-ness), una sorta di versione organizzativa di combattimento nella quale il Pentagono dominante fonde le sue forze con altre agency di governo – specialmente la CIA, il Dipartimento di Stato, e il Drug Enforcement Administration – nel complesso, sovrapponendosi a missioni in tutto il mondo.

Nel 2001 Rumsfeld iniziò la sua “rivoluzione negli affari militari”, guidando il Pentagono verso un esercito-leggero modello high-tech, di forze agili. L’idea venne con la triste distruzione delle città irachene assediate. Un decennio dopo, le ultime vestigia dei suoi numerosi fallimenti continuano ad avere conseguenze nella stagnante guerra in Afghanistan contro una disparata insorgenza minoritaria che non può essere sconfitta. Negli anni successivi, due segretari della difesa, un nuovo presidente hanno dato vita ad una nuova trasformazione – questa orientata a evitare rovinose guerre su vasta scala in territori in cui gli USA hanno dato costantemente prova di essere incapaci di vincere.

Con Obama, gli Stati Uniti hanno allargato o lanciato numerose campagne militari – utilizzando per la maggior parte di queste un mix di 6 elementi della guerra americana del XXI secolo. Prendiamo ad esempio la guerra americana in Pakistan – un primo manifesto di quella che potrebbe essere chiamata la formula di Obama, se non la dottrina.

Iniziando con la campagna altamente circoscritta di assassinii con droni sostenuta da limitate incursioni di commando attraverso i confini sotto l’amministrazione Bush, le operazioni americane in Pakistan si sono allargate in qualcosa simile ad una guerra aerea robotica su vasta scala, accompagnata da attacchi da elicotteri transfrontalieri, dal “kill team” di forze delegate afghane della CIA, come anche la missione boots-on-the-ground delle forze di operazioni speciali, tra cui il raid SEAL che ha ucciso Osama bin Laden.

La CIA ha condotto missioni clandestine di intelligence e spionaggio in Pakistan, anche se il suo ruolo, in un futuro, potrebbe diventare meno importante, grazie alla insinuante missione del Pentagono. Ad Aprile, infatti, il Segretario della Difesa Leon Panetta ha annunciato la creazione di una nuova agency di spionaggio interna al Pentagono come la CIA chiamata Servizio di Difesa Clandestino. Secondo il Washington Post, il suo scopo è ampliare “gli sforzi di spionaggio militare al di là delle zone di guerra.”

Nell’ultimo decennio, la nozione stessa di zona di guerra è diventata molto confusa, rispecchiando la sfocatura delle missioni e delle attività della CIA e del Pentagono. Analizzando la nuova agency e “il trend di una più ampia convergenza” tra Dipartimento della Difesa e le missioni della CIA, il Post ha evidenziato che “la sfocatura è evidente anche nei ranghi alti delle organizzazioni. Panetta precedentemente è stato direttore della CIA, posto attualmente occupato dal Generale dell’esercito David H. Petraeus.

Per non essere da meno, lo scorso anno il Dipartimento di Stato, una volta sede della diplomazia, ha continuato la sua lunga marcia verso la militarizzazione (e marginalizzazione), quando si è deciso di unire alcune delle sue risorse al Pentagono e creare il Fondo per il Contingente di Sicurezza Globale. Questo programma concederà al Dipartimento della Difesa più voce in capitolo su come gli aiuti da Washington confluiranno alle forze delegate in posti come lo Yemen e il Corno d’Africa.

Una cosa è certa: il modo americano di far guerra (insieme alle sue spie e ai suoi diplomatici) si sta dirigendo sempre più profondamente “nell’ombra”. Aspettiamoci più operazioni clandestine in molti altri luoghi con, naturalmente, sempre più possibilità di un ritorno di fiamma negli anni a venire.

Fare luce sul “Continente Nero”.

Una parte del mondo che nei prossimi anni rischia di vedere un afflusso di spie del Pentagono è l’Africa. Sotto la presidenza Obama, le operazioni sul continente sono aumentate, molte di più rispetto agli interventi degli anni di Bush:

• La guerra dello scorso anno in Libia: una campagna regionale di droni con missioni dall’aeroporto e dalle basi in Gibuti, Etiopia e l’arcipelago delle Seychelles nell’Oceano Indiano;
• Una flottiglia di 30 navi nell’oceano a supporto delle operazioni regionali;
• Un esercito ramificato e la campagna della CIA contro i militanti in Somalia, incluse le operazioni di intelligence, addestramento per gli agenti somali, prigioni segrete, attacchi da elicotteri, e raid del commando americano;
• Cospicuo influsso di soldi per le operazioni di contro-terrorismo attraverso l’East Africa;
• Una possibile guerra aerea in vecchio stile, effettuata di nascosto nella regione, utilizzando aerei con equipaggio;
• Decine di milioni di dollari in armi per i mercenari alleati e le truppe africane;
• Una forza speciale per operazioni straordinarie (sostenute da esperti del Dipartimento di Stato) inviate per aiutare a catturare o uccidere il leader dell’Esercito della Resistenza Joseph Kony e i suoi alti comandanti, che operano in Uganda, Sud Sudan, Repubblica Democratica del Congo e la Repubblica Centroafricana (dove le Forze Speciali americani hanno ora una nuova base) – comincia solo a graffiare la superficie dei piani in rapida espansione di Washington e le sue attività nella regione.

Ancora meno noti sono gli altri sforzi militari statunitensi designati per addestrare le forze africane per le operazioni ora considerate parti integranti degli interessi americani sul continente. Queste includono, per esempio, una missione delle Forze di Ricognizione dei Marines dallo Special Purpose Marine Air Ground Task Force 12 (SPMAGTF-12) per addestrare i soldati delle Forze di Difesa ugandesi, che forniscono la maggioranza delle truppe alla missione dell’Unione Africana in Somalia.

All’inizio di quest’anno, i Marines dello SPMAGTF-12 hanno addestrato anche i soldati della Forza di Difesa Nazionale del Burundi, il secondo contingente per grandezza in Somalia; hanno inviato addestratori dal Gibuti (dove gli americani mantengono la più grande base nel Corno d’Africa a Campo Lemonier); si sono diretti in Liberia dove si sono focalizzati sull’insegnamento di tecniche di controllo delle insurrezioni all’esercito della Liberia come parte d’altronde di uno sforzo guidato dal Dipartimento di Stato di ricostruzione di quella forza.

Gli USA stanno inoltre conducendo un addestramento al contro-terrorismo e mettendo a punto delle milizie in Algeria, Burkina Faso, Chad, Mauritania, Niger e Tunisia. In più l’Africom (Commando USA-Africa) ha programmato 14 piani per esercizi di addestramento congiunto per il 2012, incluse le operazioni in Marocco, Cameroon, Gabon, Botswana, South Africa, Lesotho, Senegal, e quello che potrebbe diventare il Pakistan dell’Africa, la Nigeria.

Anche questo, tuttavia, non comprende l’intera gamma delle missioni di addestramento e preparazione in Africa. Per fare un esempio di paesi che non rientrano nella lista dell’Africom, questa primavera gli USA hanno riunito 11 nazioni, inclusa la Costa d’Avorio, Gambia, Liberia, Mauritania e Sierra Leone, per prendere parte ad una esercitazione marittima, il cui nome in codice è Saharan Express 2012.

Tornare nel cortile di casa

Sin dalla loro fondazione, gli USA hanno spesso interferito nel vicinato, trattando i Caraibi come il proprio lago privato e intervenendo a piacimento in tutta l’America Latina. Durante l’amministrazione Bush Jr, con alcune eccezioni, l’interesse di Washington nel “cortile di casa” americano è andato in secondo piano rispetto alle guerre intraprese lontano da casa.

Recentemente, tuttavia, l’amministrazione Obama ha ampliato le operazioni a sud del confine usando una nuova formula. Questo ha significato che il Pentagono potesse andare in profondità all’interno del Messico con missioni-droni per aiutare la battaglia del paese contro i cartelli della droga, mentre gli agenti della CIA e gli operatori civili del Dipartimento della Difesa sono stati spediti nelle basi militari messicane per prendere parte alla guerra della droga nel paese.

Nel 2012 il Pentagono ha potenziato le operazioni anti-droga anche in Honduras. Mettendo in funzione il Forward Operating Base Mocoron e altri campi remoti, l’esercito americano sta sostenendo le operazioni honduregne attraverso i metodi affinati in Iraq e Afghanistan.
Inoltre, le forze statunitensi hanno preso parte ad operazioni congiunte con le truppe honduregne per una missione di addestramento chiamata Beyond the Horizon 2012; i Berretti Verdi hanno assistito le forze per le Operazioni Speciali Honduregne contro il contrabbando; e la Drug Enforcement Administration ha messo a disposizione l’Advisory Support Team, originariamente creato per distruggere il commercio di papaveri in Afghanistan, che ha unito le sue forze al Tactical Respose Team Honduregno, l’unità antidroga più elitaria del paese.

Un GLIMPSE di queste operazioni ha fatto notizia recentemente quando gli agenti DEA, che volavano su un elicottero americano, stati coinvolti in un attacco aereo su civili che ha ucciso due uomini e due donne incinte nella remota regione della Costa di Mosquito.
Meno visibili sono stati gli sforzi americani in Guyana, dove le Forze di Operazione Speciali degli USA hanno addestrato truppe locali in tecniche d’assalto con aerei Heliborn.
“È la prima volta che coinvolgiamo in questo tipo di esercizi le Forze di Operazioni Speciali americane in vasta scala,” il colonnello Bruce Lovell della Forza di Difesa del Guyana ha dichiarato quest’anno agli ufficiali per gli affari pubblici americani. “È un’opportunità per testare noi stessi, per constatare a che punto siamo, quali sono i nostri punti deboli.”

L’esercito americano è stato attivo in modo simile anche in altre zone dell’America Latina, concludendo esercizi di addestramento in Guatemala, sponsorizzando missioni di “partnership-building” nella Repubblica Domenicana, El Salvador, Perù e Panama, raggiungendo un accordo per portare avanti 19 “attività” con l’esercito colombiano entro il prossimo anno, inclusi esercizi militari congiunti.

Fermi al centro del Medio Oriente

Nonostante la fine della guerra in Iraq e in Libia, il declino in Afghanistan, e le copiose dichiarazioni pubbliche riguardo al fulcro per la sicurezza in Asia, Washington si sta senz’altro ritirando dal Grande Medio Oriente. Oltre alle operazioni che continuano in Afghanistan, gli USA stanno lavorando in maniere consistente per addestrare truppe alleate, per costruire basi militari e per l‘intermediazione della vendita di armi e il trasferimento di armi in depositi della regione dal Bahrain allo Yemen.

Infatti, lo Yemen, come la vicina Somalia, attraverso il Golfo di Aden, ha dato inizio ad un laboratorio per le guerre di Obama. Lì, gli USA stanno portando avanti una nuova modalità di fare guerra che porta la loro firma con le truppe “black ops” (operazioni nere, ndt) come le SEALs e l’Esercito delle Forze del Delta che senza dubbio conducono missioni di uccisioni/catture, mentre le “white forces” (le forze bianche, ndt) come i Berretti Verdi e i Rangers stanno addestrando truppe locali e pianificano l’uccisione di membri di al-Qaeda e suoi affiliati, possibilmente assistiti da un contingente ancora più segreto di MANNED AIRCRAFT.

Il Medio Oriente è anche diventato il luogo per un altro emergente aspetto della dottrina di Obama: sforzi per una guerra cibernetica. Nel discorso di engagement di impegno , il Segretario di Stato, Hillary Clinton, ha presenziato alla recente Conferenza sulle Forze Speciali di Operazione in Florida, dove ha tenuto un discorso parlando del desiderio del suo dipartimento di partecipare alla nuova modalità di guerra americana.

“Abbiamo bisogno di Forze per le Operazioni Speciali che siano a loro agio nel bere te con i leader tribali come a razziare un compound di terroristi” ha detto all’uditorio, la Clinton.
“Abbiamo anche bisogno di diplomatici ed esperti dello sviluppo che siano all’altezza del compito di essere vostri partner.”

Clinton ha colto l’opportunità per pubblicizzare gli sforzi della sua agency online, rivolti ai siti web utilizzati dagli affiliati di al-Qaeda in Yemen. Quando i messaggi di reclutamento di al-Qaeda sono apparsi su questi siti, “il nostro team ha tappezzato gli stessi siti con versioni modificate… che hanno mostrato il numero di attacchi che al-Qaeda ha sferrato contro la popolazione yemenita.” Ha inoltre osservato che questa missione di informazione-guerra è stata effettuata da esperti del Centro di Stato per le Comunicazioni Strategiche e Anti-terrorismo con l’assistenza, non a caso, da parte dell’esercito e della Comunità di Intelligence americano. Questi modesti sforzi si aggiungono ai più potenti metodi di guerra cibernetica del Pentagono e la CIA, tra cui il recentemente rivelato “Olympic Games”, un programma di attacchi sofisticati a computer degli impianti iraniani di arricchimento nucleare progettati e messi in atto dall’Agency di Sicurezza Nazionale (NSA) e dall’Unità 8200, l’equivalente israeliano della NSA.

Come per altri aspetti delle nuove modalità di guerra, questi sforzi sono stati avviati dall’amministrazione Bush, ma hanno subito una forte accelerazione con l’attuale presidente, che è diventato il primo comandante in capo americano ad ordinare attacchi cibernetici prolungati destinati a paralizzare le infrastrutture dell’altro paese.

Da focolaio a incendio incontrollato

In tutto il pianeta, dall’America Centrale e Meridionale all’Africa, al Medio Oriente e all’Asia, l’amministrazione Obama sta lavorando ad una formula per una nuova modalità di guerra americana. Nella sua ricerca, il Pentagono e i suoi partner di governo sempre più militarizzati, stanno pianificando tutto, dai classici canoni della guerra coloniale alle ultime tecnologie.

Gli USA sono una potenza imperiale castigati da più di 10 anni di guerre fallite e che hanno lasciato una forte impronta. Sono stati paralizzati da un’economia che svuota, e inondati da centinaia di migliaia di recenti veterani – uno sbalorditivo 45% delle truppe che hanno combattuto in Afghanistan e Iraq – che soffrono di disabilità cui servizi richiedono di cure sempre più costose.
Nessuna meraviglia che l’attuale combinazione di operazioni speciali, spy games, droni, militari civili, guerra cibernetica, combattenti per procura, suoni come un più sicuro, più lucido modo di combattere una guerra. A prima vista, potrebbe anche sembrare una panacea per i mali che affliggono la sicurezza nazionale americana. In realtà potrebbe essere tutt’altro che questo.

La chiara impronta della nuova dottrina di Obama in effetti sembra che fare la guerra sia ancora più attraente e apparentemente facile – un punto sottolineato recentemente dall’ex-presidente dei capi congiunti dello staff del Generale Peter Pace.
“Mi preoccupo della velocità che rende troppo facile impiegare la forza”, ha dichiarato Pace quando gli è stato chiesto riguardo ai recenti sforzi di rendere più semplice dispiegare le Forze di Operazioni Speciali all’estero. “Mi preoccupo della velocità che rende troppo facile di rendere una semplice risposta – andiamo a colpire con operazioni speciali – al contrario forse di una più articolata risposta per una soluzione migliore e a lungo termine, probabilmente.

Di conseguenza, la nuova guerra americana ha un grande potenziale per coinvolgimenti imprevisti e ritorno periodico. Iniziando o aizzando focolai di guerre su diversi continenti potrebbe portare ad incendi di grande portata che si diffondono in modo imprevedibile e si rivelano difficili, se non impossibili, da placare.

Per la loro stessa natura, piccoli impegni militari tendono ad allargarsi, e le guerre tendono ad espandersi attraverso i confini. Per definizione, l’azione militare tende ad avere conseguenze impreviste. Coloro che mettono in dubbio questo devono guardare al 2001, quando tre attacchi low-tech in un solo giorno hanno scatenato più di un decennio di guerra che si è diffusa in tutto il globo. La risposta a quel giorno è iniziata con la guerra in Afghanistan, si è diffusa in Pakistan, poi in Iraq, per passare in Somalia e Yemen, e così via. Oggi i veterani di questi interventi si ritrovano a cercare di replicare i loro dubbi successi in posti come Messico e Honduras, Repubblica Centrafricana e Congo.

La storia dimostra che gli USA non sono bravi a vincere le guerre, non avendo riscontrato vittorie in nessuno dei maggiori conflitti dal 1945. Interventi più piccoli sono stati un misto di buono e di cattivo, con vittorie modesti in posti come Panama e Grenada, ed ignominiosi esiti in Libano (anni Ottanta) e Somalia (anni Novanta), per citarne alcuni.

La preoccupazione è che è difficile stabilire in che modo l’intervento andrà a finire – fino a quando non è troppo tardi. Mentre seguono strade differenti, Vietnam, Afghanistan e Iraq tutti questi interventi iniziano con l’essere circoscritti per poi allargarsi e diventare rovinosi. Già le prospettive della nuova dottrina Obama sembrano tutt’altro che rosee, nonostante la buona stampa che si sta facendo nella Beltway di Washington.

Ciò che oggi appare come una formula per la proiezione di un potere facile che favorirà gli interessi imperiali americani a buon mercato potrebbe presto rivelarsi un vero e proprio disastro – che probabilmente non sarà chiaro fino quando non sarà troppo tardi.

Nick Turse è editore associato della TomDispatch.com. Giornalista vincitore di diversi premi, il suo lavoro è apparso sul Los Angeles Times, Nation e regolarmente su TomDispatch.com.

È autore/editore di diversi libri, incluso Terminator Planet: The First History of Drone Warfare, 2001-2050 (con Tom Engelhardt), appena pubblicato. Questo pezzo è l’ultimo articolo della sua nuova serie sul cambiamento del volto dell’impero americano, che è stato sottoscritto dalla Lennan Foundation. Potete seguirlo su Twitter @NickTurse, su Tumblr e su Facebook.


Fonte: www.atimes.com
Link: http://www.atimes.com/atimes/Global_Economy/NF16Dj03.html
16.06.2012

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di MARIA MERCONE 
www.comedonchisciotte.org 

Taranto: meglio morire di tumore o di fame?


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La scelta, drammatica, per i tarantini è tra la disoccupazione e l'emigrazione o la morte per tumore. E' sconvolgente. A gridare "il re è nudo" è stata ancora una volta la magistratura, che va ringraziata. La politica è morta e Taranto è il suo cimitero.
Intervista a Federico Catucci uno degli organizer degli Amici di Beppe Grillo di Taranto
Taranto e il cosiddetto sviluppo(espandi | comprimi)
Sono Federico Catucci del Meet Up 192 Amici di Beppe Grillo Taranto.
Taranto paga per intero le conseguenze del cosiddetto sviluppo basato sulla famosa catena lineare della produzione e su tre momenti in particolare: estrazione materia prima - lavorazione del prodotto estratto - smaltimento.
Un vecchio modello di sviluppo che causa oltre alla predazione e al consumo delle risorse anche inquinamento e disuguaglianza. Un modello che va immediatamente sostituito da un sistema dove l’elemento centrale della politica sono gli abitanti, l’ecosistema, la biodiversità e non più il profitto e i benefici di pochi a danno di molti.
Oggi a Taranto si stanno scoprendo tutti i controsensi del cosiddetto sviluppo e benessere indotto da anni di menzogne e promesse irrealizzabili, un modello non più sostenibile. E' necessario ed urgente, invertire la rotta, perché non possiamo continuare a divorare il territorio. Taranto paga la parte inquinante di questi processi e gli abitanti sopravvivono delle briciole, portando la parte più consistente dei benefici altrove. Il vecchio modello di sviluppo si basa su processi e impianti obsolescenti come quello dello stabilimento ILVA di Taranto. Uno stabilimento che, a 50 anni dalla sua creazione. ormai è arrivato agli sgoccioli del suo ciclo vitale ed è destinato presto a smettere di produrre. Uno stabilimento che per dimensioni e vicinanza alla città, non potrà mai essere compatibile. Oggi assistiamo all'azione della magistratura che facendo il proprio lavoro, arriva dove la politica per anni non ha mai avuto la volontà e il coraggio di giungere: a vedere in faccia la realtà.
Il 26 luglio potrebbe essere ricordato come un nuovo e storico inizio per i cittadini di Taranto.
Abbiamo appreso dalla stampa che, finalmente, dopo mesi di ponderate analisi dei dati probatori e a seguito di perizie epidemiologiche, la magistratura, nella persona del gip Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro (senza facoltà d’uso) degli impianti dell’Ilva di Taranto e le misure cautelari per alcuni indagati. Sono otto i provvedimenti di arresti domiciliari. L’ordinanza riguarda dirigenti ed ex dirigenti dell’Ilva. Cinque di questi erano già inquisiti e avevano nominato propri consulenti nell’ambito dell’incidente probatorio. I capi d'accusa sono diversi: disastro colposo e doloso, avvelenamento di sostanze alimentari, omissione dolosa di cautele contro gli infortuni sul lavoro, danneggiamento aggravato di beni pubblici, getto e sversamento di sostanze pericolose, inquinamento atmosferico. Imputati il patron Emilio Riva, presidente dell’ ILVA fino al maggio 2010; il figlio Nicola Riva, che gli è succeduto nella carica e si è dimesso un paio di settimane fa; l’ex direttore dello stabilimento di Taranto, Luigi Capogrosso; il dirigente capo dell’area del reparto cokerie, Ivan Di Maggio; il responsabile dell’area agglomerato, Angelo Cavallo. Il sequestro senza facoltà d’uso, invece, riguarda l’intera “area a caldo” dello stabilimento siderurgico ILVA, ovvero i parchi minerali, le cokerie, l’area agglomerazione, l’area altiforni, le acciaierie e la gestione materiali ferrosi.
Il provvedimento ancora non è messo in pratica, come confermato dal Procuratore Capo della Repubblica Franco Sebastio: "L' ILVA è aperta e operativa, non è stata posta sotto sequestro e gli impianti sono pienamente funzionanti...In quanto occorrono alcuni ingegneri dell'Arpa e diversi giorni di lavoro”. I medici nominati dal gip hanno stilato un rapporto, mai prima d'ora realizzato, in cui si parla di 650 ricoveri ogni 12 mesi per patologie cardio-respiratorie. E di un elevato numero di tumori in età pediatrica. Cifre che si impennano tra gli ex operai e nei quartieri vicini allo stabilimento siderurgico. In più, le emissioni dello stabilimento Ilva causano malattie e 90 morti l’anno nella popolazione di Taranto. Devastante! Emergono da parte del gip, nell'ordinanza di sequestro, come apprendiamo dagli organi di stampa, parole dure come macigni nei confronti della proprietà ILVA e indirettamente anche sulla inerte classe politica. Si legge infatti che: “La gestione del siderurgico di Taranto è sempre stata caratterizzata da una totale noncuranza dei gravissimi danni che il suo ciclo di lavorazione e produzione provoca all’ambiente e alla salute delle persone”...ed anche che “ancora oggi” gli impianti dell’ILVA producono “emissioni nocive” che, come hanno consentito di verificare gli accertamenti dell’Arpa, sono “oltre i limiti” e hanno “impatti devastanti” sull’ambiente e sulla popolazione. Il Gip di Taranto Patrizia Todisco, inoltre, ha spiegato che la situazione dell’ILVA “impone l’immediata adozione, a doverosa tutela di beni di rango costituzionale che non ammettono contemperamenti, compromessi o compressioni di sorta quali la salute e la vita umana, del sequestro preventivo”. Non solo. “L’imponente dispersione di sostanze nocive nell’ambiente urbanizzato e non, ha cagionato e continua a cagionare non solo un grave pericolo per la salute (delle persone)”, ma “addirittura un gravissimo danno per le stesse, danno che si è concretizzato in eventi di malattia e di morte”. E soprattutto: “Chi gestiva e gestisce l’Ilva ha continuato in tale attività inquinante con coscienza e volontà per la logica del profitto, calpestando le più elementari regole di sicurezza”.

La politica non deve pressare i giudici (espandi | comprimi)
Intanto giovedì 26 migliaia di lavoratori sono scesi in strada a manifestare pacificamente per tutelare il proprio posto di lavoro convinti da qualcuno, come si evince dalle loro interviste, di averlo già perso. Probabilmente lo scopo ulteriore - dice la Procura – era mettere pressione sui giudici del Tribunale del Riesame, che già il 3 Agosto deciderà se confermare o meno il sequestro (appare paradossale che il primo a richiedere il riesame sia proprio il ministro dell'Ambiente Clini che invece dovrebbe essere una delle parti offese!). I blocchi oggi sono interrotti e riprenderanno lunedì 2 agosto. Siamo praticamente barricati in città : se continua così a breve emergeranno ulteriori problemi legati all'approvvigionamento di beni alimentari e di prima necessità. Non solo, sempre secondo il ministro Clini: “LO STABILIMENTO NON VA BLOCCATO. L'Ilva di Taranto non va fermata. Il giudizio sui rischi connessi ai processi industriali dello stabilimento va attualizzato”!
Come si è arrivati ad una situazione del genere? Troppo facile e prevedibile, purtroppo! Il siderurgico di Taranto è il più grande stabilimento europeo del suo genere, e l'unico che produce acciaio dalla polvere di ferro rilasciando durante tutto il procedimento inquinanti di ogni tipo: diossine, mercurio, piombo, nichel, PCB, IPA come il benzo(a)pirene, etc. L'impianto è un “mostro” costruito nel 1961, mai realmente rimodernato e al limite della funzionalità operativa. La produzione dell'area a caldo, quella più inquinante, è aumentata quando nel 2005-2006 la produzione di Genova è stata spostata a Taranto e viene lavorata sia qui a Taranto che in altri stabilimenti della famiglia Riva in Italia. Il Procuratore Capo della Repubblica Sebastio ha dichiarato che “Ogni giorno ci sono sequestri preventivi. Noi facciamo le nostre valutazioni in base ai codici, non in base alle dimensioni qualitative e quantitative. Nessuna norma del codice dice che possiamo sequestrare un impianto fino a quando occupa trenta operai e che dal trentunesimo in poi la legge non si applica più." Il sequestro, la tensione alle stelle, la città blindata: mentre i lavoratori stremati dall'attesa e dall'incertezza del futuro hanno occupato Taranto, a Roma il governo, gli enti locali e le parti sociali firmano l'accordo sulle bonifiche e per il risanamento della città jonica, che ci lascia perplessi per termini e quantità.
Ben 336 milioni di euro (molti dei quali ancora da recuperare...) che in realtà andranno a colmare finanziariamente impegni economici, di dubbia utilità, già presi e previsti negli anni e mesi scorsi e di cui rimane ben poca cosa per fantomatiche bonifiche a siti industriali ancora operanti … + 100 milioni di euro che sono stati promessi, e vedremo se realmente arriveranno, qualche giorno fa da parte della Regione, e nemmeno uno spicciolo di euro a favore e tutela degli operai e delle loro famiglie che a seguito dei sequestri potrebbero vivere momenti di difficoltà. Quindi fumo negli occhi come sempre. Inoltre l'ILVA dei Riva, come si apprende dalla stampa locale, non partecipa nemmeno con un euro, pur avendone guadagnati miliardi in utili negli ultimi anni...

Il nostro punto di vista (espandi | comprimi)
I menefreghisti e i non curanti della vita dei Tarantini, si lavano le mani e la coscienza con termini come “Una città necessaria.” Solo con gli occhi e le orecchie bendate si poteva evitare di capire che l'intera classe politica locale, regionale e nazionale ha girato per decenni la testa da un'altra parte e considerato Taranto un caso da non affrontare per puri scopi speculativi e a tutela della famiglia Riva. Proprietà a cui lo Stato aveva da un lato praticamente regalato l'industria negli anni novanta e dall'altro rifilato un problema ambientale e di salute mica di poco conto. E mai risolto.Con tutti gli uccelli del malaugurio della politica tarantina e non, onnipresenti sui giornali, vanno da mesi intonando una litania a morte per tutti i cittadini di Taranto: per loro siamo una città a vocazione industriale! Ma come è possibile rendere compatibile una industria di queste dimensioni (2 volte e mezzo Taranto) e così vicina alla città? Perché, mentre a Porto Marghera (VE) si pianificano le bonifiche e riconversioni investendo circa 5 miliardi di euro, invece a Taranto si pensa ancora a dare, a confronto di Porto Marghera, degli spiccioli? Si parla di qualche centinaio di milioni di euro, insufficienti per bonificare un territorio vastissimo e profondamente inquinato, che è stato dichiarato ad “elevato rischio di crisi ambientale” oltre 20 anni fa e che da allora ha visto solamente ampliamenti di siderurgici, cementifici, centrali elettriche, raffinerie, inceneritori e discariche! Denari insufficienti perché ancora non si conosce se e come avverrebbero queste bonifiche e soprattutto non possiamo che rilevare l’inutilità di bonifiche che si effettuano se gli impianti inquinanti non verranno definitivamente spenti. Ma poi, in Italia chi inquina non dovrebbe pagare? Il privato che in questi anni ha fatturato decine di miliardi di euro deve metter mani al portafoglio e rimborsare i tarantini. Quando Clini afferma che l'Ilva di Taranto potrà adattarsi alla normativa europea in 4 anni, sembra più il ministro del Lavoro con allo sviluppo economico che il ministro dell'Ambiente. Noi siamo convinti che in 4 anni si possano realizzare e costruire alternative alla grande industria molto importanti e dare lavoro a tutti i lavoratori dignitoso e sano. L’assenza della politica si mostra anche nell’assenza di registri tumori aggiornati e mappe epidemiologiche e anche nel fatto che non si è mai aperto un tavolo tra istituzioni e abitanti per discutere di cosa fare dopo l’Ilva. Anzi si sono osteggiate “sine die” iniziative come i referendum ILVA che miravano ad aprire una discussione sulle alternative alla grande industria. E ora ci troviamo in questa drammatica situazione. Mesi fa invece erano i centinaia di mitilicoltori a protestare e ad occupare il ponte girevole poiché il loro meraviglioso prodotto famoso nel mondo, la cozza tarantina, oggi è a rischio proprio per l’inquinamento. Cosi come l’attività degli allevatori sono state messe in ginocchio a causa della contaminazione di diossina di migliaia di capi di bestiame. Lavoro, ambiente, salute messi costantemente a contrasto da questo modello di sviluppo, dagli industriali e dai politici, questo perché la politica non ha agito in tempo e si è sempre “lavata le mani”di Taranto e dei tarantini. Ora c’è necessità di cambiare il tutto, di ripensare a un nuovo modello, che dia la possibilità di vivere agli abitanti senza dover scegliere tra lavoro o salute e non è più tempo di verificare se uno stabilimento vetusto possa continuare a marciare ancora per qualche anno prima di spegnersi “naturalmente”. Noi siamo con i cittadini e con gli operai, con i mitilicoltori e con gli allevatori. Solo unendoci potremo ottenere il rispetto del territorio, degli abitanti e il recupero della dignità. Lavorando insieme per costruire il nostro nuovo futuro. Non è con “la guerra tra poveri” che si otterrà il benessere della città. Il modello del passato, fatto anche di complicità, corruzione e menefreghismo ha reso troppe persone povere, scontente e dipendenti da pochi potenti sfrontati. Oggi tutti hanno imparato che atteggiamenti omertosi non bastano ad assicurarci la felicità. Torniamo a discutere insieme in piazza e in rete. Ringraziamo tutti gli abitanti di Taranto che non abbandonano il sogno di una città diversa, auspicando che finiscano presto tutte le “guerre tra poveri”. Ci sono già migliaia di tarantini che si sono “risvegliati”, ma ancora non basta, ora necessariamente bisogna attuare una vera democrazia priva di deleghe, leaderismi e di logiche individuali, lo dobbiamo a noi, lo dobbiamo a chi verrà dopo di noi!

L'intervista è realizzata con la partecipazione alla realizzazione e la condivisione del testo degli Amici di Beppe Grillo Taranto – Meet Up 192.

http://www.beppegrillo.it