domenica 25 ottobre 2026

La solita propaganda governativa vigliacca

 


Da ieri “giornali” di destra, siti e tg telemeloniani uniti stanno letteralmente sbattendo il mostro in prima pagina.


E quel “mostro” ha un nome e un cognome: Youssef Siher.


Giovane, 30 anni, italiano di seconda generazione, origini marocchine, attivista per la Palestina.


Capro espiatorio perfetto di tutti i mali e tutte le violenze del mondo (ma solo quelle che vogliono e vedono loro).


Lo presentano come la mente occulta dietro le manifestazioni di questi giorni, il “capo del branco”, il “grande vecchio giovane” che avrebbe orchestrato e organizzato il caos, le violenze, le vetrine rotte.


“Il Giornale” lo ha definito addirittura “l’ayatollah dei maranza”, stuzzicando la pancia di lettori tragicamente pigri, narcotizzati dalle semplificazioni e pure parecchio razzisti.


Da ieri Youssef Siher è indagato per istigazione a delinquere aggravata, con l’accusa di aver gestito i canali social del Movimento 17 ottobre.


L’accusa è seria e, come ogni accusa, va dimostrata in tribunale, non sulle pagine di “Libero” o sui telegiornali.


E invece se apri il Tg1 in queste ore Youssef Shier viene dipinto, non si sa su quali basi giuridiche, come un pericoloso criminale, il simbolo della rabbia “islamista” contro i poveri bravi italiani che non vogliono vedere i giovani arrabbiati in piazza che si definiscono pure “antifascisti”, dove andremo a finire…?


Alla destra non sembra vero poter usare un italiano di seconda generazione, un “pericoloso pro pal” per spiegare a prova di meloniano semplice cosa è accaduto in piazza e chi c’è dietro quelli che “spaccano le vetrine”.


E non me ne frega nulla elencare i titoli di studio e il curriculum di Youssef Shier, né difenderlo. Anzi, se saranno dimostrate le sue responsabilità, ne risponderà davanti alla giustizia, come tutti e come sempre in uno Stato di diritto. 


Non è quello il punto.


Il punto è quanto sia facile e mediocre usare un solo volto dal nome straniero e i tratti maghrebini per infangare, delegittimare e oscurare un intero movimento che scende in piazza per combattere per il diritto allo studio, contro il caroaffitti, il carovita, una scuola e un’università a portata di tutti, non solo di pochi privilegiati.


Quanto è più facile costruire un solo nemico riconoscibile e appiccicargli sopra un bersaglio, invece che rispondere alle domande di centinaia di migliaia di giovani che protestano pacificamente. 

Come se fossero tutti automi incapaci di ragionare con la propria testa. Che squallida e arrogante narrazione.


È quello che fanno sempre, da sempre. E io non ci sto.


Perché ne conosco il meccanismo e ho già visto come va a finire, ventisei anni fa a Genova, come l’anno scorso per Gaza, ogni volta che un movimento spontaneo di giovani (e non solo) osa rialzare la testa e gli viene tirata giù a suon di manganelli e propaganda.


Stanno creando il mostro perfetto solo per nascondere e ignorare la mostruosità di un sistema che protegge le vetrine dei negozi come un mausoleo e distrugge le vite delle persone, schiaccia, calpesta, marginalizza, criminalizza, esclude chi non ne fa parte.


Anche questa è una forma di violenza, la più subdola e la più spaventosa.


Avevano l’occasione di spiegare all’opinione pubblica da dove viene e come è montata questa rabbia, e non è certo dentro una chat di WhatsApp.


Invece hanno preferito darle in pasto l’ultimo nemico da odiare, il più comodo, il più ovvio, lo straniero, l’altro, il diverso. 


Col risultato che l’odio è molto più forte di prima e la rabbia ancora più grande di ieri.


E non è certo colpa di questi ragazzi.

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