Caro Rino,
toc toc.
Lo so, è un modo cretino di cominciare una lettera. Ma da ieri nella testa ho solo quel rumore lì: qualcuno che bussa alla tua porta.
Di te so poco, so quello che raccontano i giornali. So quello che scrive la gente online.
Le solite cose che si dicono quando uno muore, sai.
Era un bravo ragazzo. Aveva fatto pure l'università, era andato a vivere in città dove ci sono i semafori per attraversare la strada, le macchine parcheggiate in doppia fila.
Dove i giovani dicono che c'è vita.
Dove i vecchi dicono che c'è troppo rumore.
I vecchi. Come mamma. Come papà. Come tornare in quel paesino di 2000 anime per stare con loro.
Perché nei paesini di 2000 anime del Sud chi vuoi che ci stia con i i vecchi?
I giovani.
Quelli che dovrebbero spiccare il volo.
E invece tornano al nido.
Perché, beh... Quel è l'alternativa?
Non c'è.
I giovani sono condannati a guardare papà che muore.
I giovani sono condannati ad ascoltare mamma che resta sola.
Che piange.
E tu sei tornato, Rino.
Hai lasciato i semafori e la doppia fila e sei tornato a Ururi, in Molise, da mamma.
Ogni giorno.
Ogni notte.
Ogni compleanno: ottantacinque, novanta, novantuno.
E intanto gli anni passavano pure per te, chiusi dentro quella casa da cui uscivi sempre meno.
Dicono che la depressione sia una porta che si chiude da dentro, un giro di chiave alla volta, finché un giorno non senti più nemmeno chi bussa.
La tua, dicono, si chiudeva da anni.
Una mattina scendi le scale e la chiami.
"Mà."
Niente.
"Mà, sono io."
Niente.
Le prendi la mano, ed è fredda.
Le sfiori la faccia, ed è fredda pure quella.
Mamma è morta?
Mamma è morta.
Novantun anni, e se n'è andata senza fare nemmeno un po' di rumore.
E adesso la casa è enorme.
Ci sono le sue pantofole accanto al letto.
C'è il suo bicchiere sul comodino, con l'acqua lasciata a metà.
C'è la sua sedia in cucina, che nessuno sposterà più.
E ci sei tu, in mezzo a tutte quelle cose, che non sai più per chi alzarti la mattina.
Le tieni la mano ancora un po'.
Sali di sopra.
E da quelle scale non scendi più.
E sai perché non c'era un'alternativa, Rino?
Perché l'alternativa eri tu.
Al Sud l'assistenza agli anziani ha un nome e un cognome: quello del figlio che resta.
Un infermiere gratis.
Una badante gratis.
Un'assistenza domiciliare gratis, ventiquattro ore su ventiquattro, per anni.
Per i vecchi esiste un modulo per ogni cosa: l'invalidità, l'accompagnamento, il pannolone dell'ASL.
Per il figlio che li tiene in vita non esiste nemmeno una casella da barrare.
E quando quel figlio si spezza non se ne accorge nessuno, perché per tutti la malata era lei, mica tu.
Questo paese non ha un welfare, cazzo: ha dei figli, e li consuma fino all'osso.
Toc toc, Rino.
Questa lettera arriva tardi, lo so.
E allora lo dico a te che stai leggendo, e una mamma ce l'hai ancora: vecchia, stanca, magari in un paesino dove i semafori non ci sono.
Se la hai vicino, almeno tu, stasera abbracciala.

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