Il primo ottobre Putin aveva detto una cosa molto chiara: niente diesel russo ai mercati internazionali finché restano sanzioni e divieti contro l’energia di Mosca. Tradotto: “Voi fate i duri, io mi tengo il carburante”. Una minaccia geopolitica con la maturità di quello che, dopo una litigata condominiale, stacca la luce sulle scale e si porta via il contatore.
Nove giorni dopo Trump annuncia l’accordo con Putin: oltre 300.000 tonnellate di diesel russo subito sui mercati, altre 500.000 a novembre e poi altre forniture. Nello stesso giorno, il Tesoro americano emette la General License 135: una deroga che autorizza vendita, consegna, scarico e importazione — compresa negli Stati Uniti — di diesel di origine russa fino al 7 aprile 2027. Il giorno dopo Mosca riapre parzialmente l’export. Pochi giorni più tardi parte da Primorsk una nave con circa 40.000 tonnellate di diesel russo e il Cremlino conferma che il carburante è tornato sui mercati globali. Quando una sequenza è così ordinata, persino un commento Facebook dovrebbe riuscire a seguirla. [web:28568][web:28502]
Adesso, prima che qualcuno scriva “la Russia non era a secco, analfabeti”, precisiamo: la Russia non aveva finito il diesel. Non c’erano i cosacchi a spingere i trattori perché mancava la benzina. Il punto, che è più serio e molto meno comodo da negare, è che Mosca aveva bloccato le esportazioni per proteggere il mercato interno. Una superpotenza energetica può possedere il petrolio, ma se le raffinerie lavorano male il petrolio resta quello che è: una pozzanghera molto costosa.
L’Agenzia internazionale dell’energia ha documentato il problema: la Russia ha 32 grandi raffinerie, ma gli attacchi ucraini hanno colpito impianti e unità di lavorazione sempre più spesso. A giugno le raffinerie russe lavoravano circa 3,8 milioni di barili al giorno, il livello più basso da oltre vent’anni e circa il 30 per cento sotto l’anno precedente. La produzione di benzina era in calo di circa il 20 per cento e quella del diesel di quasi il 30 per cento. Per questo Mosca ha ristretto l’export di benzina, carburante per aerei e diesel. Non è propaganda occidentale: è la realtà industriale russa che smette di collaborare con la propaganda russa. [web:28475]
Poi entra Trump. Negli Stati Uniti il diesel era salito a livelli altissimi; quando il gasolio costa troppo, salgono i costi di camion, aziende agricole, trasporti e quindi dello scaffale al supermercato. Trump cerca più offerta, chiama Putin e apre una deroga alle sanzioni. Dal punto di vista di Trump, è politica dei prezzi. Dal punto di vista di Putin, è una porta riaperta per vendere, incassare e dimostrare ancora una volta che l’energia è un’arma perfetta: prima neghi il carburante, poi te lo chiedono, poi lo rivendi e ti chiamano pure statista.
E qui va corretto un errore che facciamo spesso perfino noi, quando prendiamo in giro i sovranisti: loro non sono contrari a dipendere dalla Russia. Magari. Il sovranista italiano non sogna l’indipendenza energetica; sogna di poter tornare a dipendere da Mosca senza che nessuno lo chiami dipendente. Vorrebbe il gas russo, il petrolio russo, il diesel russo e possibilmente anche la spiegazione russa di perché tutto questo sia colpa dell’Europa.
Quando l’Europa prova a ridurre quella dipendenza, grida che Bruxelles ci impoverisce. Quando Trump apre una deroga per il diesel russo, grida al genio pragmatico. Quando Putin chiude il rubinetto, si indigna contro le sanzioni. Quando Putin lo riapre, ringrazia il grande leader. Non è sovranismo: è tossicodipendenza geopolitica con la bandierina tricolore sopra.
Il dettaglio più surreale è che gli Stati Uniti esportano già diesel. Non hanno telefonato a Mosca perché, senza Putin, gli americani sarebbero andati al lavoro sul monopattino, ma perché il diesel è venduto su un mercato globale e più prodotto in circolazione può calmierare i prezzi. Le prime 300.000 tonnellate promesse dalla Russia equivalgono a circa 2,25 milioni di barili. Non è poco, ma non è neanche Mosè che separa il Mar Rosso davanti alla pompa: è un aiuto limitato in un mercato teso.
E allora la domanda è semplice. Se le sanzioni non contano nulla, perché Putin le mette come condizione per riaprire il diesel? Se i droni ucraini non hanno fatto danni, perché Mosca ha ristretto l’export per proteggere il proprio mercato? Se il diesel russo è irrilevante, perché Trump ha emesso una licenza speciale per permetterne il commercio? Non sono opinioni: sono domande con le date attaccate.
La Russia non sta crollando; dirlo sarebbe propaganda al contrario. Continua a produrre, adattarsi ed esportare. Ma il diesel non è soltanto diesel: sono entrate per lo Stato che ha invaso l’Ucraina. Non ogni litro diventa automaticamente un missile, ovviamente; i bilanci pubblici non funzionano come un distributore automatico di razzi. Però più soldi entrano nel bilancio russo, più risorse Mosca può liberare per continuare una guerra che ha scelto di iniziare.
Ed è qui che arriva lo schiaffo. Il sovranismo, per questa gente, non significa che l’Italia e l’Europa debbano essere libere di scegliere il proprio futuro. Significa che l’Ucraina deve stare nella sfera d’influenza russa e che noi dobbiamo restare abbastanza dipendenti da Mosca da non poter reagire quando Putin decide di invadere qualcuno, minacciare qualcuno o spegnere un rubinetto.
Non vogliono l’indipendenza: vogliono una dipendenza più comoda, più economica e raccontata meglio. Non vogliono meno ricatti: vogliono che il ricattatore abbia un accento che gli piace.
Putin invade un Paese, crea una crisi energetica, incassa sulla crisi e poi rivende una parte della soluzione. Trump gli apre una porta. Il sovranista applaude perché, finalmente, si può tornare a dipendere dalla Russia senza nemmeno avere il fastidio di chiamarla dipendenza.
L’ucraino, invece, continua a pagare il conto, non con la carta, con il sangue.
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