Aveva appena 19 anni quando iniziò a lavorare in un campo di concentramento nazista. Otto anni dopo, sarebbe stata impiccata per crimini di guerra. Si chiamava Dorothea Binz e divenne una delle sorveglianti più temute di Ravensbrück, il campo dove decine di migliaia di donne furono imprigionate, torturate e uccise.
Il particolare più inquietante della sua storia non è soltanto la brutalità degli atti di violenza che le furono attribuiti.
È il fatto che non fosse stata costretta a intraprendere quella carriera.
Nel 1939, quando la Germania nazista stava per invadere la Polonia, Dorothea era una ragazza di diciannove anni proveniente da una famiglia modesta del Brandeburgo.
Era nata il 16 marzo 1920 a Düsterlake, non lontano da Ravensbrück.
Aveva abbandonato presto gli studi e svolto lavori che richiedevano poche qualifiche.
Poi, nell'agosto 1939, si presentò volontariamente a un ufficio delle SS per chiedere un impiego.
Il 1° settembre venne assegnata al campo di concentramento femminile di Ravensbrück.
Non era ancora la donna che sarebbe diventata tristemente nota negli anni successivi.
Era una giovane recluta che iniziava a lavorare all'interno di un sistema costruito per privare migliaia di persone della libertà e della dignità.
Inizialmente svolse mansioni legate alla cucina e alla lavanderia.
Ma la sua carriera progredì rapidamente.
Ravensbrück, situato a nord di Berlino, era stato aperto nel maggio 1939 come principale campo di concentramento nazista destinato alle donne.
Vi furono deportate prigioniere politiche, donne ebree, donne rom, testimoni di Geova e altre persone considerate nemiche del regime.
Arrivavano dalla Germania e da numerosi Paesi occupati.
Molte erano state arrestate per aver partecipato alla Resistenza.
Altre per la loro origine, la loro religione o semplicemente perché non corrispondevano ai criteri imposti dall'ideologia nazista.
Nel campo la vita era segnata dalla fame, dalle malattie, dal lavoro forzato e dalle continue punizioni.
Le detenute erano costrette a trascorrere ore agli appelli, anche in condizioni climatiche estreme.
La violenza faceva parte del sistema disciplinare.
Ed è proprio all'interno di questo sistema che Dorothea Binz acquisì un'autorità sempre maggiore.
Negli anni successivi fu assegnata anche al settore di punizione, dove le prigioniere potevano essere rinchiuse e sottoposte a maltrattamenti.
Nel 1943 divenne vice responsabile delle sorveglianti, un incarico che le permetteva di esercitare un'autorità considerevole sulle detenute e sul personale femminile.
Le sopravvissute avrebbero raccontato episodi di estrema brutalità.
Binz utilizzava punizioni corporali e percosse.
Secondo diverse testimonianze, colpiva le donne con bastoni e fruste, talvolta per infrazioni minime o per comportamenti che considerava inaccettabili.
La paura che suscitava non dipendeva soltanto dal rischio di essere punite.
Dipendeva anche dall'imprevedibilità delle sue reazioni.
Una prigioniera poteva essere colpita perché si muoveva troppo lentamente.
Un'altra perché non assumeva la posizione richiesta durante un'ispezione.
Nel campo, il potere delle sorveglianti poteva trasformare gesti quotidiani in occasioni di violenza.
Binz viene ricordata anche per aver utilizzato un cane durante le attività di sorveglianza.
Le testimonianze delle ex deportate descrivono un comportamento particolarmente aggressivo e intimidatorio nei confronti delle donne sottoposte al suo controllo.
Ma la sua influenza andava oltre il rapporto diretto con le prigioniere.
Dal 1943 partecipò alla formazione delle nuove sorveglianti.
Ravensbrück, infatti, non era soltanto un luogo di detenzione e sfruttamento.
Era anche uno dei principali centri nei quali veniva preparato il personale femminile destinato ai campi di concentramento nazisti.
Migliaia di donne furono addestrate all'interno di quel sistema prima di essere assegnate a Ravensbrück o trasferite in altri campi.
Il loro compito consisteva nel sorvegliare le prigioniere, nell'imporre la disciplina e nel contribuire al funzionamento dell'apparato concentrazionario.
Binz aveva un ruolo importante nell'addestramento delle nuove arrivate.
Insegnava procedure, regole e modalità di controllo delle detenute.
Il suo comportamento contribuiva anche a diffondere una cultura nella quale la brutalità verso le prigioniere veniva tollerata e normalizzata.
Per comprendere questo aspetto bisogna ricordare che il sistema dei campi nazisti non dipendeva soltanto dagli ordini impartiti ai livelli più alti.
Aveva bisogno di migliaia di persone disposte ad applicarli.
Sorveglianti.
Funzionari.
Amministratori.
Personale medico.
Impiegati.
Individui che, attraverso il proprio lavoro quotidiano, contribuivano al funzionamento di un apparato di persecuzione.
Dorothea Binz rappresenta uno degli esempi più inquietanti di questa forma di partecipazione.
Non era una dirigente politica del Terzo Reich.
Non aveva progettato il sistema dei campi.
Ma all'interno di Ravensbrück esercitò la propria autorità attraverso violenze che contribuirono alle sofferenze delle detenute.
Tra il 1939 e il 1945, nel sistema concentrazionario di Ravensbrück furono registrate circa 130.000 donne e bambini.
Decine di migliaia non sopravvissero.
Le vittime morirono per fame, malattie, maltrattamenti, esecuzioni e altre forme di violenza.
Negli ultimi mesi della guerra, le condizioni peggiorarono ulteriormente.
Nel 1945, con l'avanzata delle truppe sovietiche, le autorità naziste iniziarono a evacuare una parte dei prigionieri.
Migliaia di persone furono costrette a marciare in condizioni disperate.
Molte non sopravvissero.
Quando il regime nazista crollò, Dorothea Binz aveva venticinque anni.
Cercò di sottrarsi alle responsabilità per il proprio passato, ma venne arrestata dagli Alleati.
La giustizia britannica la incluse tra gli imputati del primo processo per i crimini commessi a Ravensbrück.
Il procedimento cominciò il 5 dicembre 1946 ad Amburgo.
Davanti al tribunale comparvero alcuni ex membri del personale del campo, tra cui sorveglianti, medici e funzionari.
Le accuse riguardavano il maltrattamento e l'uccisione delle prigioniere.
Durante il processo vennero ascoltate testimonianze sulle condizioni del campo e sulle violenze esercitate dal personale.
Le ex detenute raccontarono ciò che avevano visto e subito.
Le loro parole contribuirono a ricostruire il ruolo degli imputati.
Binz respinse diverse accuse e cercò di ridimensionare le proprie responsabilità.
Ma il tribunale ritenne che le prove fossero sufficienti per condannarla.
Il 3 febbraio 1947 venne pronunciata la sentenza.
Morte per impiccagione.
Dorothea aveva soltanto ventisei anni.
Il 2 maggio 1947, nel carcere di Hameln, la condanna venne eseguita.
Aveva compiuto ventisette anni da poche settimane.
La sua vita si concluse meno di otto anni dopo il giorno in cui, diciannovenne, aveva chiesto volontariamente di entrare nel sistema di sorveglianza nazista.
Ma la storia di Dorothea Binz non dovrebbe essere ricordata soltanto attraverso la sua condanna.
Racconta qualcosa di più ampio e difficile da affrontare.
La violenza a Ravensbrück non era esercitata esclusivamente da uomini armati o da ufficiali ai vertici del regime.
Anche donne molto giovani parteciparono attivamente alla persecuzione delle prigioniere.
Alcune arrivarono nei campi cercando uno stipendio, una posizione lavorativa o maggiori opportunità all'interno della Germania nazista.
E nel corso degli anni diventarono parte di un sistema fondato sulla disumanizzazione.
Il caso di Binz mostra quanto possa essere pericoloso un ambiente nel quale la violenza viene trasformata in una pratica ordinaria.
Quando una persona viene privata di ogni diritto, quando la sua sofferenza non viene più considerata degna di attenzione e quando chi esercita il potere non deve rispondere delle proprie azioni, la crudeltà può diventare parte della quotidianità.
Ed è questo uno degli aspetti più terribili della storia di Ravensbrück.
Le prigioniere non affrontavano soltanto la fame, il freddo e il lavoro forzato.
Dovevano anche convivere con persone che potevano decidere arbitrariamente di punirle, umiliarle o picchiarle.
Dorothea Binz fu una di quelle persone.
Il suo volto giovanile, spesso ricordato nelle cronache per il contrasto con le sue responsabilità, non rendeva meno gravi le sue azioni.
E la sua età non la sottraeva alla responsabilità delle violenze commesse.
Quando venne condannata, la guerra era finita da quasi due anni.
Ma per le donne sopravvissute a Ravensbrück, la fine del conflitto non cancellava quanto avevano subito.
Molte portarono per tutta la vita le conseguenze fisiche e psicologiche della deportazione.
Le loro testimonianze hanno permesso di ricostruire quanto accadde e di attribuire responsabilità a chi aveva partecipato al sistema concentrazionario.
Oggi Ravensbrück è un memoriale.
Le strutture superstiti, gli archivi e le testimonianze conservano la memoria delle donne che vi furono imprigionate.
Ed è soprattutto a loro che appartiene questa storia.
Non alla fama macabra di una sorvegliante.
Non al soprannome con cui alcuni resoconti hanno cercato di descriverne la crudeltà.
Ma alle persone che subirono quella violenza e a quelle che riuscirono a raccontarla.
Dorothea Binz aveva diciannove anni quando scelse di entrare a Ravensbrück.
Non era nata sorvegliante di un campo di concentramento.
Lo diventò attraverso una serie di decisioni, incarichi e comportamenti.
E proprio per questo la sua vicenda resta una testimonianza storica importante.
Perché i sistemi di persecuzione non funzionano soltanto grazie alle idee di chi li costruisce.
Funzionano anche attraverso le scelte di chi accetta di parteciparvi.

Nessun commento:
Posta un commento