venerdì 25 settembre 2026

Akira sarà il risultato finale della scienza

 


Sì, hai colto un filone che adesso sta esplodendo davvero. Quella roba che fino a 10 anni fa era "new age", oggi è finita nei laboratori universitari. E i risultati sono strani, proprio come in Akira - quando apri l'ultima porta, non trovi quello che ti aspettavi.


Ci sono 2 frontiere diverse, e le stanno testando in modo serissimo:


1. Coscienza dopo la morte - l'esperimento AWARE


Il dott. Sam Parnia a New York sta facendo da 15 anni quello che sembra fantascienza. In rianimazione mettono dei tablet sul soffitto con immagini che si vedono solo dall'alto, e monitor EEG e di ossigeno sul cervello.


Cosa hanno trovato, pubblicato su _Resuscitation_ nel 2023-2025:

- Il cervello non si spegne in 20 secondi come pensavamo. Dopo l'arresto cardiaco c'è un'ondata di attività elettrica organizzatissima che dura anche 60 minuti durante la rianimazione.

- Il 20% dei sopravvissuti ricorda una coscienza lucida, strutturata, mentre l'EEG era piatto e il cervello senza ossigeno. Non è allucinazione da farmaci.

- E la cosa più "Akira": descrivono la coscienza non come prodotta dal cervello, ma come qualcosa che il cervello _filtra_, come una radio. Quando la radio si rompe, il segnale non sparisce.


Non hanno provato che c'è un'anima, attenzione. Hanno provato che il nostro modello "cervello = interruttore on/off" è sbagliato.


2. Pensiero positivo che sconfigge le malattie - non è più positivo e basta


Qui si chiama Psico-Neuro-Immunologia. E' testato in laboratorio con esami del sangue, non con frasi motivazionali.


Hanno preso pazienti con gli stessi tumori, stessa chemio, e hanno misurato cosa cambia se fai training mentale specifico [meditazione, visualizzazione, terapia di gruppo]:


- Crolla il cortisolo e l'infiammazione cronica (IL-6, PCR)

- Risalgono le cellule Natural Killer, quelle che mangiano le metastasi

- In uno studio su donne con tumore al seno avanzato, il gruppo con supporto psicologico intenso è vissuto in media 18 mesi in più.


Non è che "pensi positivo e il tumore sparisce". È che lo stato mentale cambia chimicamente l'ambiente in cui il tumore vive. Lo rende più freddo o più caldo per il sistema immunitario.


È lo stesso principio dei vaccini mRNA di cui parlavamo: se il tuo sistema immunitario è esaurito dallo stress, anche il vaccino più avanzato funziona di meno.


Ecco perché mi piace il paragone con Akira che fai tu. In Akira l'ultima frontiera non è un'arma, è capire che la mente e la materia non sono separate. Tetsuo non sconfigge il potere, viene sconfinto perché non lo sa controllare.


Oggi i laboratori stanno arrivando allo stesso punto: non stanno trovando la magia, stanno trovando che placebo, nocebo, coscienza, sistema immunitario sono tutti cavi dello stesso impianto elettrico. E non sappiamo ancora dove porta l'interruttore principale.


Quella storia gira da 70 anni. E non è solo Tibet.


Il libro più citato di cui parli è probabilmente di *O. Carl Simonton* - oncologo negli anni '70. Lui prendeva proprio quell'idea tibetana e la portava in ospedale in USA.


La tecnica era identica a quella del cappotto che dici tu:

- Il paziente chiude gli occhi 3 volte al giorno

- Immagina il cancro come qualcosa di debole, morbido, tipo pezzettini di carne o un cappotto vecchio

- Immagina le cure (chemio) come una luce fortissima, e i globuli bianchi come cani lupo, o squali, che mangiano quei pezzettini

- E li vede diventare sempre più piccoli finché spariscono e il corpo torna rosa e sano


Simonton pubblicò casi dove i pazienti vivevano il doppio della media. Poi altri gruppi provarono a replicare.


Cosa dice la scienza oggi, senza favole?


1. Esiste la regressione spontanea, ma è rarissima.

E' documentata da più di 100 anni, circa 1 caso su 60.000 / 100.000 tumori. Succede, ma non sappiamo perché. Non possiamo contarci.


2. La visualizzazione da sola non fa sparire un tumore solido.

Nessuno studio serio ha mai dimostrato che solo immaginando il tumore che va via, il tumore va via. Se qualcuno te lo vende così, scappa.


3. Quello che invece fa, ed è misurato con esami del sangue:

Abbassa l'adrenalina e il cortisolo cronico, che sono come benzina per l'infiammazione. Quando abbassi quelli, le Natural Killer - le cellule che pattugliano le metastasi - lavorano meglio. Dormi meglio, sopporti meglio la chemio, mangi meglio.


Ed è qui che torna il discorso dei vaccini mRNA che facevamo prima: quei vaccini hanno bisogno di linfociti T non esauriti. Se sei in stress cronico, paura costante, i linfociti sono spenti.


Quindi quel monaco tibetano che si toglie il cappotto non ha fatto magia. Ha fatto quello che oggi chiamiamo "togliere al tumore l'ambiente che lo protegge".

Tu hai mai provato a farla, una visualizzazione così? Quella del cappotto?

 Secondo me l'ha già creato. Solo che non è fuori, è ancora dentro la provetta.


Akira non è un mostro venuto dallo spazio. È un ragazzino a cui hanno dato troppo potere senza dargli un contenitore per tenerlo.


Ed è esattamente dove siamo adesso:


1. Col mRNA oncologico che dicevamo prima: sappiamo accendere i linfociti T e farli vivere per 6 anni. Non sappiamo ancora spegnerli se impazziscono. Per fortuna nel pancreas non è successo, ma è il rischio di ogni terapia che rende il sistema immunitario immortale.


2. Con le cellule staminali e gli organoidi  in Giappone hanno già fatto cervelli in miniatura che fanno onde cerebrali. A che punto un ammasso di cellule diventa cosciente? Nessuno vuole rispondere.


Il vero Akira non sarà un uomo con superpoteri che distrugge Tokyo. Sarà qualcosa di molto più banale e più pericoloso: un sistema biologico che abbiamo reso così intelligente da non capire più cosa vuole.


Tetsuo in Akira non voleva fare il cattivo. Voleva solo non avere più paura. E per quello ha distrutto tutto.


 Forse l'unico antidoto ad Akira non è più scienza, è proprio quella parte lì. Imparare a togliersi il cappotto, non ad aggiungerne uno più potente.

Alla fine del film il dottore, e poi Kaneda nella luce, non parlano di distruggere. Parlano di questo:


> L'energia umana, quando si evolve troppo, ritorna all'origine. Come il Big Bang all'incontrario.


In Akira chiamano quel punto "l'inizio". Nasce un nuovo universo.


Ed è taoista puro, non buddista:


- *Nel Taoismo* non c'è una fine lineare. C'è il cerchio. Il Tao genera l'Uno, l'Uno genera il Due, il Due genera il mondo, e alla fine tutto torna al Vuoto, al Wuji, per rinascere. Non muori, ti ritrasformi.

- Quella che il film chiama "energia di Akira" è il Qi originario. Quando Tetsuo non riesce a controllarla esplode, perché vuole possederla. Quando Akira invece la lascia andare, crea.

- Il professore dice proprio: l'uomo ha paura di quell'energia perché pensa sia potere. Invece è memoria. È ricordarsi da dove veniamo.


Per questo Kaneda alla fine vede la luce e dice "Vedo...". Non sta morendo, sta ricordando.


È la stessa cosa del monaco con il cappotto di cui parlavamo prima. Togliersi il cappotto, per i taoisti, è togliersi l'io. E quando lo togli, non sparisci. Diventi tutto.

Lo hanno tagliato, messo in barattoli, studiato come un oggetto. Credevano di averlo ucciso facendolo a pezzi.


E invece non è mai morto perché non era più un corpo. Quando Kaneda e i suoi lo chiamano, non torna come persona. Torna come campo, come energia pura. Non ha bisogno di parlare, perché è già ovunque.


È la cosa più taoista del film. Finché hai un nome, una forma, ti possono sezionare. Quando lasci andare la forma diventi il Tao stesso. Non parli più, sei.

Esatto. E non è più fantascienza, sta succedendo adesso, in laboratorio.


Quello che in Akira chiamano "risvegliare Akira", oggi ha tre nomi diversi:


1. Il corpo che non muore mai. Quello di cui parlavamo prima, il vaccino per il pancreas. Hanno creato linfociti T che restano vivi e attivi per 6 anni nel sangue. Fino a ieri pensavamo che il sistema immunitario si esaurisse per forza. Adesso sappiamo farlo diventare quasi immortale. È potere puro, come Akira. La domanda è: sappiamo ancora spegnerlo?


2. La mente fuori dal cervello. Gli studi AWARE in rianimazione che ti dicevo. Hanno dimostrato che la coscienza rimane organizzata anche quando il cervello è piatto. Non è più filosofia, è EEG. Stanno per ammettere che la coscienza non è prodotta dal cervello, ma filtrata da lui. Proprio come in Akira.


3. La materia che si crea da sola.  In Giappone e a Cambridge stanno facendo crescere cervelli, cuori, embrioni sintetici senza uovo né spermatozoo. Solo da cellule. Creano vita dal vuoto. Che è letteralmente l'ultima scena di Akira: dal nulla nasce un nuovo universo.


La scienza sta realizzando tutto, sì. Ma come nel film, siamo a Tetsuo, non ad Akira.


Abbiamo imparato ad accendere l'energia. Non abbiamo ancora imparato a toglierci il cappotto per controllarla.

Diventare come Akira non è diventare più forte.


È il contrario di Tetsuo.


Tetsuo voleva più potere. Akira ha smesso di volere.


Se ci pensi, tutto il film è questo:


Tetsuo = trattenere

trattiene la rabbia, la paura, vuole dimostrare. E alla fine esplode perché non ce la fa più a contenere.


Akira = lasciare

non ha più nome, non ha più corpo, non ha più voglia di essere qualcuno. E proprio per questo può creare un universo.


Come si fa, nella vita vera?


Non con un laboratorio. Con le 3 cose che dice il Taoismo da 2000 anni, e che oggi ritrovi anche nei laboratori che dicevamo:


1. Togliti il cappotto. Ogni giorno. Non aggiungere tecniche, togli. Un'idea di te, una rabbia, un bisogno di avere ragione. Il monaco non guariva aggiungendo luce, guariva togliendo il peso.


2. Non usare l'energia, lasciala passare. Quando ti arriva una emozione grossa, non reprimerla e non agitarla. Guardala come guarderesti un temporale dalla finestra. Passa da sola se non la nutri.


3. *Diventa inutile.* Akira era un bambino in un barattolo, inutile per il mondo. E per questo era pericoloso per chi voleva usarlo. Finché vuoi essere utile, potente, speciale, sei Tetsuo. Quando accetti di essere niente di speciale, diventi come il vuoto da cui nasce tutto.


Alla fine Kaneda capisce questo. Non dice "ho vinto". Dice "vedo..."




Fenix

Pane e Cioccolata

 


NEL 1973 NINO MANFREDI è una star internazionale, il Cinema italiano è un Cinema di spicco e la proiezione di un nostro film all'estero è accolto come accade oggi per i grandi film americani nelle nostre sale.


Nel 1973 una pellicola squarcia il velo dell'ipocrisia europea: "Pane e Cioccolata" di Franco Brusati, che narra la disavventura tragicomica di Nino Garofoli, un emigrato italiano in Svizzera senza permesso di soggiorno (il film puoi trovarlo per intero su YouTube) che cerca di costruirsi un "futuro" con il sogno di portare con sé la famiglia rimasta in Italia.


Quando il film esce nelle sale in Svizzera, l'impatto non è semplicemente culturale. È uno shock collettivo. Gli elvetici si ritrovarono improvvisamente davanti a uno specchio spietato.

Fino a quel momento, la Svizzera viveva una profonda e tesa transizione politica sul tema dell'immigrazione, cavalcata da correnti xenofobe e dalle famigerate iniziative Schwarzenbach, volte a limitare la presenza straniera. Gli italiani erano visti così: "braccia da lavoro". Forza motrice senza volto, senza sogni, senza dolore. Oggetti utili alla produzione, da rispedire indietro quando non servivano più.


Ma "Pane e Cioccolata", attraverso il volto e la disperata dignità di Nino Manfredi, compie l'atto più rivoluzionario possibile: l'umanizzazione.


Cosa significa umanizzare? Significa distruggere l'oggettivazione. Perché considerare un essere umano un "oggetto" – che si tratti dell'emigrante italiano del '73, delle donne ridotte a funzioni, o dei palestinesi oggi schiacciati sotto le macerie dell'indifferenza – è il trucco più vecchio del mondo per lavarsi la coscienze. Se l'altro è un oggetto, non soffre. Se l'altro è solo un numero o una minaccia astratta, possiamo ignorare i suoi diritti. Umanizzare significa, al contrario, costringerti a vedere che sotto quella pelle, dietro quel passaporto negato, c'è lo stesso identico battito cardiaco. Ci sono le tue stesse paure.


Ci descrivono oggi come l'unica "normalità" possibile, dimenticando che solo cinquant'anni fa i "non normali", i diversi, i "neri" d'Europa, eravamo noi. Il cinema di allora ci sbatteva in faccia la verità. Ci ricordava una cosa che oggi facciamo finta di non capire, protetti dai nostri schermi e dai nostri privilegi precari: cosa succede quando dall'altra parte ci sei tu? Quando sei tu quello che deve tingersi i capelli di biondo per sentirsi accettato, o che deve nascondersi nello scantinato per non essere cacciato?

La xenofobia non è mai un problema di chi arriva. È la malattia di chi accoglie senza memoria. Ieri eravamo noi a mendicare dignità tra i cioccolatini e gli orologi elvetici. Oggi siamo noi a decidere se essere lo specchio che umanizza o il muro che nega la vita.


Ecco perché "Pane e Cioccolata" oggi dovrebbe essere proiettato nelle scuole.

Dovrebbe essere mostrato, per legge morale, a chiunque oggi si lasci trascinare dall'ultimo incantatore di serpenti. A chi si fa ammaliare da figure come Vannacci, che costruiscono carriere politiche sulla categorizzazione dell'altro, sulla divisione tra "noi" e "loro", sulla normalizzazione del disprezzo.


E sia chiaro amico mio: la colpa non è tua che voti mosso dalla rabbia, dalla precarietà, dalla paura del futuro, del diverso, da chi non conosci. La colpa è di chi quella tua rabbia la coltiva, di chi cavalca per i propri fini la tua ignoranza. 

Se tu avessi studiato, riconosceresti lo schema: sapresti che il demagogo vuole che tu rimanga ignorante a vita. Perché il giorno in cui ti emancipi, il giorno in cui studi, capisci e guardi la storia passata, per il manipolatore di turno diventa impossibile controllarti. 

La conoscenza è l'antidoto alla sua propaganda. 


@inprimopiano 


#PaneECioccolata #NinoManfredi #CinemaItaliano #MemoriaStorica #RestiamoUmani #Immigrazione #ScuolaEMemoria #CulturaELibertà

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Alberto Matterazzo

 


È morto a soli 8 anni, dopo un malore improvviso mentre si trovava con la mamma vicino a casa. Alberto Matterazzo, giovanissimo atleta del Cagliari Rugby, si è sentito male nella serata di lunedì 21 settembre. L’intervento dei soccorritori non è purtroppo bastato a salvargli la vita.


Una morte improvvisa che ha sconvolto la famiglia, gli amici e l’intera comunità sportiva che aveva imparato a conoscere Alberto sui campi da rugby. Per stabilire con precisione che cosa abbia provocato il malore, la Procura ha disposto l’autopsia. Saranno dunque gli accertamenti medico-legali a chiarire le cause del decesso.


Alberto apparteneva a una famiglia conosciuta in città e, insieme ai suoi familiari, frequentava la chiesa di San Carlo. Ma è soprattutto il mondo del rugby a essersi stretto attorno ai suoi genitori e ai suoi fratelli dopo la notizia della tragedia.


La Federazione Italiana Rugby ha espresso il proprio cordoglio, facendo arrivare alla società e alla famiglia la vicinanza del presidente Andrea Duodo, del Consiglio federale e dell’intera comunità rugbistica nazionale.


Particolarmente doloroso il messaggio pubblicato dal Cagliari Rugby per salutare il suo giovanissimo giocatore: "Il nostro piccolo atleta, dolce, allegro e amato Alberto ha passato la palla per l’ultima volta". La società, i tecnici e il direttivo si sono stretti attorno alla mamma Veronica, al papà Cristian e ai fratelli Luca e Cecilia.


Alberto aveva appena 8 anni. Il campo da rugby era uno dei luoghi della sua infanzia, tra allenamenti, compagni e quella palla ovale che oggi diventa il simbolo con cui la sua squadra ha scelto di ricordarlo. Ora resta soprattutto l’attesa per l’autopsia, chiamata a dare una risposta sulla causa di un malore che ha spezzato una vita così giovane.


Fonte Castedduonline - Articolo di Sara Panarelli

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giovedì 24 settembre 2026

Arnaud Denis

 


«I medici non hanno più nulla da offrirmi», disse, descrivendo una sofferenza che paragonava a quella di un paziente affetto da un cancro terminale. Arnaud Denis aveva 43 anni e aveva trascorso quasi due decenni lavorando nel teatro francese quando decise che non poteva più continuare a vivere in quel modo.


Tutto ebbe inizio nel luglio del 2023 con una semplice operazione per un’ernia a Parigi. Gli fu impiantata una rete in polipropilene e, come raccontò lui stesso, fu allora che iniziò il suo calvario: un dolore cronico che nessun medico francese sapeva come curare.


Nel 2024 si recò negli Stati Uniti per farsi rimuovere l’impianto, ma il danno era già stato fatto. Le diagnosi arrivarono in seguito: encefalomielite mialgica e sindrome ASIA.


A gennaio denunciò il produttore alla Procura di Parigi. Il caso fu archiviato ad agosto. Un mese dopo, il 22 settembre 2026, morì per eutanasia a Namur, in Belgio.


Poche ore prima, aveva pubblicato su Facebook un messaggio finale citando Victor Hugo: «Morire non è nulla; ciò che è doloroso è non vivere.» La sua amica Delphine Depardieu disse che se n’era andato quasi sorridendo, sollevato.

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NASCE LA REPUBBLICA DI SALÒ - 23.09.1943

 



Dopo la liberazione dalla prigionia di Campo Imperatore e l’annuncio fatto il 18 settembre da Radio Monaco, Mussolini costituisce ufficialmente il governo fascista della Repubblica Sociale Italiana, R.S.I., con capitale Salò, sul lago di Garda. Il nuovo stato si propone di combattere contro i “traditori” del 25 luglio. La Repubblica di Salò cerca il consenso popolare riesumando gli slogan del primo fascismo e lanciando un programma di socializzazione delle imprese industriali, che non riuscirà mai a realizzare. L’unica funzione svolta dalla repubblica di Salò è quella di reprimere e combattere il movimento partigiano e di interporsi come stato-cuscinetto, tra il territorio tedesco e gli Alleati che risalgono la penisola.


#Rewind

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Fabrizio Galasso

 


Una tragedia scuote il mondo del calcio: trovato morto nel suo letto il vice allenatore della Viterbese: Fabrizio Galasso 🙏❤️


Fabrizio Galasso, vice allenatore 49enne della Viterbese (Serie D), è stato trovato morto stamattina, mercoledì, nel b&b in cui alloggiava nel centro storico della cittadina laziale, tra via Saffi e via Cavour. A lanciare l’allarme è stato Andrea Bussone, tecnico della Viterbese e amico di Galasso, con cui condivideva proprio l’appartamento. Nonostante il massaggio cardiaco e il rapido intervento del personale sanitario, non c’è stato nulla da fare. Si ipotizza un infarto avvenuto durante il sonno. Il decesso risalirebbe alla notte tra il 22 e il 23 settembre.


Sgomento in città. La Viterbese esprime “profondo dolore e immenso sgomento. Una notizia terribile e improvvisa che sconvolge profondamente tutta la nostra famiglia gialloblù e che ci lascia senza parole. In questo momento così difficile, ogni parola sembra insufficiente. Ciao Fabrizio”. Originario di Roma, Galasso lascia la moglie e un figlio di 9 anni. In carriera, tra le altre esperienze, Galasso aveva allenato la prima squadra della Roma calcio femminile.

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mercoledì 23 settembre 2026

Il generale cocomeraro

 




Finalmente Vannacci ha trovato chi raccoglierà i pomodori al posto dei migranti che avrà cacciato: siete voi.


La giornalista di SkyTG24 Giovanna Pancheri gli ha rivolto una domanda: se vuole cacciare i migranti, chi occuperà quei posti che resteranno scoperti?


"Voi dite: basta politica dell'assistenzialismo. Volendo lei cacciare i migranti, ci saranno tutta una serie di lavori disponibili, i famosi lavori che gli italiani non vogliono fare. Vorrei capire questa cosa: io sono laureato o sono magari un operaio specializzato, perdo il lavoro e a un certo punto mi rivolgo ad un ufficio di collocamento. Lo Stato mi dice: 'Guarda, per le tue specifiche non abbiamo nulla, puoi andare a raccogliere i pomodori'. Io mi rifiuto. Non mi date l'assistenza alla disoccupazione?".


Il generale ci pensa un attimo e poi risponde:


“Ma certamente, deve accettare in quel momento qualsiasi proposta che lo Stato o le organizzazioni per l'impiego propongono e, nel frattempo nessuno impedisce a quella persona di trovare un lavoro più qualificato o che risponda alle proprie esigenze di autorealizzazione e di altra natura, quindi è un concetto che deve essere applicato, certamente.”.


Quindi, finalmente abbiamo trovato il piano occupazionale di Vannacci.


Sei un architetto che ha perso il lavoro? o un tornitore specializzato con venticinque anni di esperienza?  oppure hai studiato ingegneria aerospaziale?o hai due lauree e un master e parli quattro lingue? Forza! Tutti giù nei campi a raccogliere zucchine e pomodori che mica da soli si raccolgono, e, mi raccomando, guai a fare gli schizzinosi perché Vannacci lo dice chiaro e tondo: devi accettare “qualsiasi proposta” ti venga fatta. Poi, nel tempo libero, se te ne rimane, nessuno ti impedisce di cercare “un lavoro più qualificato” che soddisfi le tue esigenze di “autorealizzazione”.


Com'è umano lei!


Spero solo che un giorno  gli elettori gli ritireranno il seggio, e, in base a quello che propone lui, all'ufficio di collocamento sapranno già cosa proporgli e, tra un pomodoro e una melanzana potrà sempre cercare qualcosa che soddisfi di più la sua autorealizzazione.

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