giovedì 30 novembre 2023

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Il femminicidio di Ipazia, matematica, astronoma e filosofa.

 




Ipazia fu barbaramente uccisa ad Alessandria d’Egitto l’8 marzo del 415 d.C. "Venne fatta a pezzi dal clero di Alessandria per compiacere l'orgoglio, l'emulazione e la crudeltà del loro Vescovo" Cirillo, successivamente proclamato santo dalla Chiesa.


"L'invidia si armò contro di lei. Alcuni, dall'animo surriscaldato, guidati da un lettore di nome Pietro, si misero d'accordo e si appostarono per sorprendere la donna mentre faceva ritorno casa. Tiratala giù dal carro, la trascinarono fino alla chiesa che prendeva il nome da Cesario: qui, strappatale la veste, la uccisero colpendola con i cocci. Dopo che l'ebbero fatta a pezzi membro a membro, trasportati questi pezzi al cosiddetto Cinerone, cancellarono ogni traccia di lei nel fuoco".


Ipazia fu uccisa per la sua autorevolezza. Fu assassinata, brutalmente, per invidia e gelosia e, sicuramente, il suo essere donna fu un aggravante per la sua posizione di persona di libero pensiero. Ipazia è considerata una vittima del fanatismo religioso, dei giochi di potere e una martire del pensiero scientifico.


Ma chi era veramente Ipazia d’Alessandria? Era una scienziata e una filosofa. Una delle prime donne di scienza dell'antichità. Fu una protagonista del movimento di rinascita politica e culturale che si ispirava ai valori della tradizione classica e si contrapponeva alla politica della chiesa gerarchica degli episcopi. 


Da alcuni suoi contemporanei fu riconosciuta come la terza grande caposcuola del platonismo dopo Platone e Plotino. Fu l’ultima grande astronoma dell’antica scuola matematica di Alessandria. Senza ombra di dubbio Ipazia era una donna eccezionale.


Purtroppo non possiamo leggere gli scritti di Ipazia, sono tutti andati perduti dopo l’ennesimo incendio della biblioteca di Alessandria e la distruzione del Serapeo, la biblioteca minore della città. Tutti i contributi della scuola alessandrina furono bruciati a seguito dei decreti emessi da Teodosio I tra il 391 dC e 392 dC. 


Possiamo solo rifarci ai frammenti del suo pensiero desumibili dalle lettere e dagli scritti degli studiosi dell’epoca. Ci si riferisce, in particolare, agli scritti di Sinesio di Cirene, l'allievo più caro d'Ipazia, al quale si devono molte delle notizie della vita e delle opere della scienziata alessandrina, ma anche ai trattati degli storici Socrate Scolastico, Damascio, Filostorgio e Sozomeno.


Ipazia nacque ad Alessandria d’Egitto intorno al 370. Fu introdotta alla filosofia dal padre, Teone, insegnante della scuola d’Alessandria. Iniziò il suo percorso culturale dallo studio delle scienze matematiche – che, secondo la concezione platonica, sono le scienze propedeutiche alla filosofia – per poi giungere alle scienze filosofiche. 


Negli anni succedette al padre nell'insegnamento di queste discipline nella comunità alessandrina e, già nel 393 dC, era a capo della scuola d’Alessandria, insegnando a suoi allievi a considerare la filosofia “uno stile di vita, una costante, religiosa e disciplinata ricerca della verità".


Ipazia è stata l’antesignana della scienza sperimentale: studiò e realizzò l’astrolabio piano (per localizzare o calcolare la posizione di corpi celesti), l'idroscopio (per misurare il peso dei liquidi) e l'aerometro (per determinare i gradi della rarefazione o della condensazione di un dato volume d’aria). 


Lei stessa non considerava l'opera di Tolomeo come l'ultima e definitiva parola in fatto di conoscenza del cosmo, al contrario, questa era ritenuta una semplice ipotesi matematica ed era necessario proseguire ed approfondire le ricerche, per giungere alla comprensione della natura e della disposizione dell'universo.


In ambito filosofico, secondo Socrate Scolastico “ella giunse ad un tale grado di cultura, che superò di gran lunga tutti i filosofi del suo tempo, a succedere nella scuola platonica riportata in vita da Plotino e a spiegare a chi lo desiderava tutte le scienze filosofiche. Per questo motivo accorrevano da lei, da ogni parte, tutti coloro che desideravano pensare in modo filosofico”. 


Ma ciò che all’epoca rese grande Ipazia fu che non impegnò solo la sua vita a studiare di matematiche, di astronomia e di filosofia, non riservò solo la conoscenza per sé o per pochi eletti, ma al contrario la dispensò a quanti stavano attorno a lei con liberalità e generosità. Ipazia “gettandosi addosso il mantello e uscendo in mezzo alla città, spiegava pubblicamente a chiunque volesse ascoltarla Platone o Aristotele o le opere di qualsiasi altro filosofo".


Anche o forse soprattutto per questo fu barbaramente uccisa. Il fondamentalismo religioso vedeva in lei una nemica del cristianesimo. I fondamentalisti temevano che la sua filosofia e la sua libertà di pensiero rappresentassero un’influenza pagana sulla comunità cristiana di Alessandria. 


Questo femminicidio segnò la fine del paganesimo, una profonda ferita per la scienza e per la dignità stessa delle donne. Come scrisse Pascal, Ipazia fu “l’ultimo fiore meraviglioso della gentilezza e della scienza ellenica". 


Con lei, ultima erede della scuola alessandrina, cessa di esistere la più importante comunità scientifica della storia dove avevano studiato Archimede, Aristraco di Samo, Eratostene, Ipparco, Euclide, Tolomeo… e tutti i geni che hanno gettato le fondamenta del sapere scientifico universale. 


Ipazia fu maestra di un sapere scientifico le cui origini risalgono ad almeno mille anni prima e che il crollo del mondo ellenico e il trionfo del cristianesimo seppellirà per molti secoli, sino al nascere della scienza moderna, da Galileo in poi. 


La sua storia, ancora oggi, dovrebbe far riflettere su come i dogmi - ideologici, religiosi o di qualsiasi altra natura - siano nemici della conoscenza, della libertà di pensiero e dell’evoluzione.

(Valentina Gualtieri e Alessandro Somai)


Nell’immagine: “Ipazia” di Magritte


Da: Toponomastica Femminile


Grazie a Ida Accorsi


Ipazia d’Alessandria: 

La biografia della grande filosofa, matematica e astronoma alessandrina  

https://www.biopills.net/ipazia-dalessandria/

Bianca

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Chiesa di San Siro alla Vepra, Milano

 



"Quando l'arcangelo Michele, in contrasto con il diavolo, discuteva per avere il corpo di Mosè, non osò accusarlo con parole offensive, ma disse: Ti condanni il Signore!"

 Lettera di Giuda, 9


Chiesa di San Siro alla Vepra, Milano

Semisconosciuta ai milanesi stessi, la chiesa intitolata al Santo che secondo tradizione fu il primo vescovo di Pavia, è un piccolo scrigno che conserva pregevoli affreschi quattrocenteschi. Venne edificata nel IX secolo nei pressi della Vepra, antico canale del fiume Olona. Nel corso del Medioevo acquisì sempre più importanza dando il proprio nome al borgo rurale sviluppatosi intorno ad essa. Tra il 1454 ed il 1482 fu completamente riedificata in stile gotico lombardo con elementi romanici. Dell'edificio quattrocentesco rimane purtroppo solo la parte absidale poiché la famiglia Pecchi, che ne entrò in possesso nel 1483, demolì nel XVII secolo buona parte della struttura per addossarvi un'edifico rurale. Nei primi anni del Novecento subentrarono come proprietari i Fossati i quali, commissionandone i lavori all'architetto Adolfo Zacchi, fecero demolire la casa colonica per costruirvi un'elegante villa signorile in stile neorinascimentale. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale la villa venne abbandonata. Durante l'estate del '44, nel pieno dell'occupazione tedesca, Villa Fossati fu requisita e divenne teatro delle terribili gesta perpetrate dalla famigerata "banda Koch" un gruppo paramilitare spalleggiato dalle autorità militari germaniche. Da allora l'edificio divenne purtroppo noto in tutta Milano come "Villa Triste". Al termine del conflitto la famiglia Fossati non fece più ritorno alla Villa e la cedette, insieme alla chiesa, all'ordine delle Suore Missionarie dell'Immacolata che tutt'ora sono presenti. L’immagine che vi proponiamo è un particolare del ciclo di affreschi quattrocenteschi di autore ignoto che caratterizzano questa piccola ma suggestiva chiesetta milanese. Nella fascia inferiore dell’abside centrale, sottostante al Cristo in mandorla attorniato dai quattro simboli degli Evangelisti, è raffigurata una serie di Santi ai lati di una Crocifissione fra la Madonna e San Giovanni. Vi possiamo ammirare San Michele Arcangelo che, oltre a colpire il demone ai suoi piedi, come nella classica iconografia cristiana, è intento alla pesatura dell'anima (psicostasia). Quest’ultima è una rappresentazione di accertata origine orientale mutuata dalla mitologia egizia. Nell’antico Egitto si credeva infatti che il destino dell’uomo dopo la morte fosse determinato dalla pesatura della sua anima, ossia dal peso delle sue azioni in vita. Anche nell’Antico Testamento sono presenti allusioni alla pesatura delle buone e delle cattive azioni. Nel Cristianesimo il compito di presiedere alla bilancia del giudizio è affidato all’Arcangelo Michele. Da notare l'omino (animula) supplichevole, posto sul piatto sinistro, che simboleggia l'anima sottoposta al giudizio insindacabile dell’Arcangelo.

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mercoledì 29 novembre 2023

Andrej Nikolaevič Kolmogorov

 


Negli anni Sessanta-Settanta del Novecento in Unione Sovietica si istituivano scuole specializzate nell’insegnamento della matematica, tra cui il famoso Liceo N. 239 di San Pietroburgo.


La diffusione di queste scuole è dovuta, in modo particolare, a Andrej Nikolaevič Kolmogorov, uno dei matematici più influenti e brillanti del XX secolo, considerato il più importante matematico russo di quegli anni. Kolmogorov nonostante fosse stato di fondamentale importanza per lo sforzo bellico durante la Seconda Guerra Mondiale, fu uno dei più illustri del suo settore a non essere coinvolto nella ricerca scientifica post-guerra. La motivazione va ricercata nella sua presunta omosessualità dato che, dal 1929, iniziò a condividere una casa col matematico Pavel Aleksandrov.


Nell 1922 Kolmogorov, che all’epoca era uno studente di appena diciannove anni all’Università di Mosca, era già un nome emergente nella comunità matematica ed iniziò a insegnare in una scuola sperimentale della città. Nel 1935, con la collaborazione di Aleksandrov, istituì la prima gara di matematica riservata ai ragazzi. Questa è stata la prima pietra posata per la realizzazione di queste scuole specializzate.

I leader sovietici furono persuasi nel credere che le scuole di specializzazione in matematica e fisica potessero fornire al Paese menti in grado di determinare la vittoria per la corsa agli armamenti. Nel dicembre del 1963 fu quindi istituita la scuola di Kolmogorov e nel giro di pochi anni furono inaugurate strutture simili a Mosca e Leningrado (oggi San Pietroburgo). Vennero inizialmente selezionati quarantasei giovani ragazzi per un campo estivo preparatorio per l’esame di ammissione. Durante questo soggiorno Kolmogorov, aiutato dai suoi ex studenti, organizzò diversi seminari e corsi. Tra tutti i partecipanti vennero scelti solamente in diciannove per entrare nel nuovo collegio di Mosca specializzato in matematica e fisica.


La peculiarità di questa scuola è che i programmi vennero redatti e supervisionati direttamente da Kolmogorov, che creò un piano di studio specializzato per ogni studente. Oltre alla matematica venivano insegnate altre discipline, come musica, arte, architettura russa antica e soprattutto erano incluse molte ore di educazione fisica. Lo scopo finale di Kolmogorov non era solo quello di preparare studenti che potevano eccellere nella matematica, ma era quello di fornire un insegnamento a trecentosessanta gradi. 


Nella scuola il livello dei professori era molto elevato e ragazzi venivano divisi in gruppi in base ai loro interessi e abilità. Ma in URSS l’intero sistema educativo superiore era basato sul concetto di uniformità: gli studenti dovevano ricevere la stessa identica formazione e non era immaginabile quella modalità di insegnamento. Le autorità erano infatti convinte che nella loro società non c’era spazio per un’educazione riservata all’élite.


La riforma scolastica guidata da Kolmogorov fu presa di mira da parte di tutto l’establishment sovietico. Uno dei maggiori matematici sovietici del tempo, Lev Pontryagin, apostrofò con parole di sdegno il lavoro del suo collega:“Non possono suscitare nient’altro che disgusto”. La stampa non fu da meno. Iniziò un petulante attacco mediatico, dove gli autori di queste riforme vennero etichettati come “vittime dell’influenza straniera esercitata dall’ideologia borghese”. L’istituto fondato da Kolmogorov fu dunque oggetto di visite continue da parte delle autorità e nel 1978, ormai settantacinquenne, fu pubblicamente contestato durante l’Assemblea Generale della sezione di matematica dell’Accademia delle Scienze dell’URSS. 


Kolmogorov fu bollato come un agente al servizio della propaganda occidentale e venne messo pian piano da parte. Non si riprese più dallo scandalo e dagli attacchi pubblici ricevuti. La sua salute peggiorò drammaticamente: iniziò a manifestare i primi sintomi del Parkinson, perse la vista e successivamente la parola. Sembra che fu addirittura aggredito mentre percorreva il corridoio dell’università, colpito alla testa, riportò un trauma cranico che andò ad aggravare la sua precaria condizione di salute.

Morì il 20 ottobre del 1987, a ottantaquattro anni, dopo essere diventato completamente incapace di vedere, di parlare e perfino di muoversi ma fu, fino all’ultimo respiro, circondato dai suoi studenti che gli prestavano servizio di assistenza ventiquattro ore al giorno.


In foto Kolmogorov nel 1963 al liceo da lui fondato (Mosca). Credits Laurent Mazliak by Research Gate

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