Da Prato ci mandano questa foto, risalente a 2-3 giorni fa.
Ora, ogni mattina milioni di italiani si svegliano e fanno una cosa pericolosissima: vivono.
Aprono la finestra, escono di casa, prendono il sole. Il sole emette raggi ultravioletti e i raggi UV sono classificati dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogeni per l’uomo. Non significa che ogni raggio di sole sia una condanna a morte, significa una cosa più semplice: la dose e il tempo di esposizione contano.
Poi si fanno la donna e si asciugano i capelli con un phon che, a pochi centimetri dalla testa, genera campi elettromagnetici molto più intensi di tanti campi ambientali misurati vicino alle antenne. Certo, sono frequenze diverse, meccanismi diversi, grandezze diverse. Ma il punto resta: la distanza da una sorgente conta.
Eccome se conta.
Mettono in tavola salumi, alcol, magari carne rossa. I salumi e l’alcol sono classificati come cancerogeni per l’uomo, la carne rossa come probabilmente cancerogena. Anche qui: non è che una fetta di prosciutto ti fulmina al tavolo della cucina, però nessuno organizza fiaccolate contro il tagliere misto, nessuno occupa le piazze contro il bicchiere di vino, nessuno urla al complotto del capocollo.
In alcune case ci sono materiali naturali, come certi graniti, che possono contenere tracce di radioattività naturale o rilasciare piccolissime quantità di radon.
Prendono l’aereo per le ferie e durante il volo ricevono una piccola dose di radiazione cosmica ionizzante. Piccola, normalmente non preoccupante per chi vola ogni tanto.
Fanno la lastra dal dentista, la TAC in ospedale, cioè esami che usano radiazioni ionizzanti, capaci di interagire con gli atomi, danneggiare il DNA e aumentare, in misura di solito molto bassa ma non inesistente, il rischio nel corso della vita.
Poi però arriva il 5G. E improvvisamente partono complottismi di ogni genere.
Il 5G è un’onda radio. Sta nella grande famiglia delle radiofrequenze, insieme alla radio, al Wi-Fi, al Bluetooth, ai telefoni cellulari, ai baby monitor, ai telecomandi.
Sono onde non ionizzanti: non hanno l’energia sufficiente per rompere direttamente i legami chimici del DNA. A livelli altissimi possono scaldare i tessuti ed è proprio per questo che esistono limiti, controlli, norme, misurazioni. Ma l’idea che un’antenna dall’altra parte della strada “buchi le cellule” appartiene alla fantascienza.
Ora, l’antenna sta a decine o centinaia di metri. Lo smartphone invece sta a due centimetri dalla tempia, incollato all’orecchio, in tasca, sul comodino, sotto il cuscino. E infatti, se proprio uno vuole ridurre l’esposizione personale alle radiofrequenze, la prima cosa sensata non è urlare contro il palo lontano, ma non dormire abbracciato al telefono come fosse un peluche.
La paura però è selettiva: il palo fa paura, il telefono no. L’antenna è il mostro, lo smartphone è l’estensione naturale della mano.
Lo stesso smartphone con cui si filma la protesta contro il 5G. Lo stesso con cui si carica il video. Lo stesso che, per funzionare, ha bisogno esattamente di quelle antenne lì.
Quindi facciamo così: chi è davvero convinto che il 5G lo stia avvelenando, da domani sia coerente. Spenga il telefono. Stacchi il router. Rinunci al Wi-Fi. Non usi il cellulare per denunciare “le onde”. Non faccia dirette contro le antenne usando le antenne.
Rinunci al sole, ai taglieri, all'aereo. Torni alla radio a valvole e alla cabina telefonica all'angolo.
Così, giusto per coerenza.
P.s. Lo stupido al centro è consigliere comunale!


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