venerdì 12 giugno 2026

I FALSI RUDERI e la SERRA MORESCA di Villa Torlonia

 


Due follie architettoniche nel parco più eccentrico di Roma 


Villa Torlonia, con il suo fascino eclettico, è un luogo dove storia, arte e natura si fondono in un connubio sorprendente. Dopo aver esplorato la storia della famiglia Torlonia, in questo secondo post del nostro piano editoriale, ci immergeremo in due delle sue particolarità più affascinanti: i suggestivi Falsi Ruderi e l'esotica Serra Moresca.


Nel parco di Villa Torlonia, a pochi passi dal Casino Nobile dove dormiva Mussolini, esistono due strutture che non assomigliano a niente di quello che ti aspetti di trovare a Roma.


Una è un insieme di rovine antiche che non sono antiche o meglio, sono autentiche ma sono state messe lì apposta, pezzo per pezzo, per sembrare i resti di qualcosa che non è mai esistito in quel posto.


L'altra è un palazzo con vetrate policrome, una grotta artificiale, laghetti interni, palme, agavi e un tavolo che saliva meccanicamente dal piano di sotto come in un romanzo di Jules Verne. Nel 1840, un pezzo di Andalusia si poggia in un parco di Roma. 


Cominciamo da una domanda: cos'è esattamente un falso rudere?


Non è una rovina vera, abbandonata e lasciata decadere. 

Non è nemmeno una costruzione nuova che imita le rovine. È qualcosa di più paradossale e più romano: è una rovina autentica, fatta di pietre vere, di frammenti reali, di elementi architettonici genuinamente antichi, costruita in un posto in cui non è mai stata, per creare l'illusione che lì, un tempo, ci fosse qualcosa che non c'era mai stato...Una finzione, ma con materiali veri.


L'immissione di falsi ruderi fu dovuta a una moda che nacque nel XVI secolo, per poi svilupparsi nella seconda metà del XVIII secolo e proseguire nel secolo successivo.

Era la stagione del Grand Tour, i giovani aristocratici europei viaggiavano in Italia per formarsi, e tornavano a casa con in testa le immagini delle rovine romane: il Colosseo che emergeva dalla vegetazione, il Foro ricoperto di erba, gli archi trionfali spelacchiati dal tempo. Piranesi aveva inciso tutto questo in tavole che circolavano in tutta Europa. La rovina diventò estetica e poi diventò moda da giardino.

I proprietari di ville e parchi cominciarono a costruire rovine artificiali. Non per ingannare nessuno, i loro ospiti sapevano benissimo che erano finte ma per evocare un'atmosfera, per creare uno sfondo melanconico e sublime alle passeggiate. La rovina come scenografia. Come citazione poetica. Come dichiarazione di gusto.

In Inghilterra si chiamavano "follies". In Italia, con il tipico gusto romano per il paradosso, si chiamavano semplicemente falsi ruderi.


I falsi ruderi di Villa Torlonia hanno una storia in tre atti e ogni atto è separato dall'altro da decenni.


La struttura viene commissionata nel 1762 dal cardinale Girolamo Colonna di Sciarra che incaricò Ignazio Muratori. Il Muratori utilizzò del materiale proveniente dalla Villa di Domiziano di Castel Gandolfo e dal Palazzo della Rovere ai Santi Apostoli. La struttura, tuttavia, nel 1763 rimane incompiuta per via della morte di Ignazio Muratori.

Primo atto: il cardinale Colonna commissiona i falsi ruderi, l'architetto comincia i lavori, e muore l'anno dopo. I lavori si fermano. La struttura rimane incompiuta per quasi settant'anni.

Secondo atto: nel 1797 Giovanni Torlonia acquista la villa dai Colonna. Trova i ruderi incompiuti nel parco. Non li demolisce, non li ignora...li lascia lì. Sono già parte del paesaggio.

Nel 1832 il duca Alessandro Torlonia incarica Giovan Battista Caretti di completare l'opera, il quale la termina nel 1842.

Terzo atto: Alessandro, figlio di Giovanni, commissiona finalmente il completamento. Passano ottant'anni tra l'inizio e la fine. Tre committenti, due architetti, tre famiglie diverse. I falsi ruderi di Villa Torlonia sono il risultato di un cantiere durato un secolo.


Qui arriva il dettaglio che trasforma tutto.


I falsi ruderi erano una moda, ma non erano falsi, se non per il luogo di rinvenimento che non era quello originale, e cioè la villa di Domiziano a Castel Gandolfo e dal Palazzo della Rovere ai Santi Apostoli.

La Villa di Domiziano a Castel Gandolfo era uno dei complessi imperiali romani più grandiosi dei Castelli Romani, costruita dall'imperatore Domiziano nell'85 d.C., la stessa villa di cui parlano Svetonio e Plinio. I suoi resti erano sparsi nelle campagne dei Castelli da secoli.

Il Palazzo della Rovere ai Santi Apostoli era invece un palazzo rinascimentale romano, con elementi architettonici quattrocenteschi che includevano mensole della bottega di uno degli scultori più importanti del Quattrocento romano.

Quindi i falsi ruderi di Villa Torlonia contengono pezzi di un palazzo imperiale del I secolo d.C. e pezzi di un palazzo rinascimentale del XV secolo, mescolati insieme e riassemblati come sfondo decorativo per le passeggiate del principe.


Vi si osservano un muraglione con sei nicchie, più un nicchione centrale con semi-cupola a cassettonato a losanghe. Le nicchie, in cui erano alloggiate le statue ora poste al Casino Nobile, sono suddivise da paraste corinzie. Di fronte, v'è un filare di ruderi di colonne in travertino scanalate e basi attiche tutte però autentiche.

Tra i ruderi emerge anche un Tempio di Minerva, un tempio periptero su podio con conci squadrati che faceva innalzare le colonne in rovina e i resti della cella sopra il muro di cinta.

Le statue che occupavano le nicchie furono spostate nel Casino dei Principi durante i restauri e lì si trovano ancora oggi, catalogate e studiate, inconsapevoli del viaggio che hanno fatto da Castel Gandolfo a via Nomentana attraverso un cantiere durato cent'anni.


C'è un paradosso in tutta questa storia che vale la pena fermarsi a considerare.


Roma è piena di rovine vere che sembrano false, così consumate, così frammentarie, così lontane dalla loro forma originale da non comunicare quasi nulla di quello che erano. Il Foro Romano visto da un turista digiuno di storia è una distesa di colonne spezzate che non racconta niente.

I falsi ruderi di Villa Torlonia sono rovine false fatte di materiali veri ma sono costruite per comunicare qualcosa di preciso: l'emozione della rovina, il senso del tempo che passa, la melanconia dell'antico che sopravvive al presente...Sono più onesti di molte rovine vere.

A pochi passi dai falsi ruderi, nascosta tra le palme e le agavi del parco meridionale di Villa Torlonia, si trova uno degli edifici più sorprendenti e meno conosciuti di Roma.


La Serra Moresca di Villa Torlonia fu commissionata nel 1839 dal principe Alessandro Torlonia. Per questo progetto ambizioso, Alessandro si affidò all'architetto veneto Giuseppe Jappelli, celebre per la sua capacità di fondere elementi classici con stili architettonici esotici. Jappelli si ispirò principalmente alle architetture dell'Alhambra di Granada, uno dei più celebri esempi di arte moresca in Europa.


Jappelli scelse lo stile neomoresco per la realizzazione della serra, forse influenzato dal libro illustrato di James Canavah Murphy "The Arabian Antiquities of Spain" pubblicato a Londra nel 1816, una copia del quale si trova nella Biblioteca vaticana e che Jappelli stesso aveva consigliato a Giacomo Caneva, suo collaboratore nella realizzazione della serra.

La motivazione di questa scelta va ricercata anche nella volontà di Jappelli di riproporre a Villa Torlonia un motivo del periodo di Ludovico Ariosto, del quale il principe Alessandro era grande appassionato. 

Il prospetto principale, sul lato più lungo, è articolato in 7 scomparti, intercalati da pilastri di pietra albana graffita con ornamenti moreschi dipinti, con al di sopra una colonna esagonale di ghisa. Ogni scomparto è chiuso da grandi vetrate policrome con intelaiatura di ghisa dal ricco disegno moresco. L'ingresso, disposto sul lato minore dell'edificio, era fiancheggiato da due vasi in ghisa e presenta un arco moresco rientrante, sormontato da un frontone dipinto di un fondo bleu con stelle d'oro.

Ma l'aspetto più sorprendente non era la facciata, era quello che succedeva all'interno.


Il complesso era destinato ad accogliere piante rare ed esotiche, ma anche spettacoli, come testimoniato da uno spazio nascosto dedicato all'orchestra.

Gli ospiti del principe si trovavano immersi tra le palme e le vetrate policrome, circondati da piante esotiche, mentre da qualche parte nascosta, un' orchestra suonava, la musica sembrava provenire dal nulla, dalla grotta, dall'aria stessa.

La Torre era riservata ai pochi invitati che il Principe accoglieva nella sontuosa sala situata all'ultimo piano; ampie finestre incorniciate in ghisa e vetri colorati amplificavano l'effetto dei marmi policromi che decoravano le pareti sorprendendo gli ospiti. Innovativi meccanismi facevano il resto impressionando con tavoli imbanditi che salivano dal piano sottostante.

Un tavolo imbandito che emergeva meccanicamente dal pavimento, come un numero di magia, come un effetto teatrale. Gli ospiti sedevano in quella sala con le vetrate che tingevano la luce di mille colori, e il pranzo compariva dal nulla attraverso un meccanismo idraulico nascosto nella struttura.

Era il 1840. Erano a Roma. E si sentivano in un racconto delle Mille e Una Notte.

A completare l'opera architettonica di Jappelli, una Grotta artificiale sorretta da strutture in legno e stucco, in cui si susseguivano laghetti e percorsi lignei sospesi; un luogo pensato per una Ninfa dove giochi tra vegetazione e acque dovevano destare meraviglia in chiunque ci si immergesse.

La grotta era ombrosa, umida, percorsa da laghetti e passerelle di legno sospese sull'acqua. Era pensata come il luogo della Ninfa del Bosco, un elemento mitologico grecoromano inserito in un contesto arabo-andaluso, circondato da piante tropicali americane. Tre culture, tre continenti, tre epoche, coesistenti in pochi metri quadri di parco romano.

La grotta artificiale non esiste più. I laghetti interni sono stati prosciugati. I percorsi sospesi sono scomparsi. Ma la struttura principale della Serra è stata restaurata tra il 2007 e il 2021 — quattordici anni di lavori ed è oggi visitabile nella sua forma originale.

La fragilità dei suoi elementi, tra cui il vetro, ne ha segnato il rapido degrado; tuttavia, una foto degli anni Trenta del Novecento mostra la serra ancora integra.

Dopo l'occupazione militare angloamericana del 1943-1946 e i successivi decenni di abbandono, la Serra Moresca era diventata un guscio vuoto, le vetrate distrutte, i meccanismi della Torre fermi, la grotta crollata, le piante esotiche scomparse. Chi la vedeva in quegli anni non riusciva nemmeno a immaginare quello che era stata.

Il complesso della Serra Moresca di Villa Torlonia è tornato alla sua originaria bellezza dopo due fasi di restauro. La prima, tra il 2007 e il 2013, ha riguardato il recupero dell'edificio. Con le sue lucenti vetrate policrome e l'elegante struttura in peperino, ferro e ghisa, la Serra rievoca ancora oggi l'atmosfera che accoglieva gli ospiti del principe Torlonia.

Tutta la zona meridionale del parco è un viaggio onirico. 

In pochi passi, il visitatore attraversa le Alpi, il Medioevo e l'Andalusia. Tutto in un parco pubblico di Roma, ad ingresso gratuito, quasi sempre deserto.

Non c'è nessun altro posto al mondo in cui questo è possibile.


📍 I Falsi Ruderi si trovano sul viale che porta alla Casina delle Civette, vicino al muro di cinta del parco nord.

📍 La Serra Moresca si trova nel parco sud, subito dopo la Casina delle Civette — visitabile come museo.

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