Gli altri due colleghi si chiamavani Giuseppe Bommarito e Pietro Morici
Non aveva neanche trent’anni quando la sua vita ebbe fine. Furono i killer della mafia a metterci un punto. Andava dalla fidanzata, Mario D’Aleo, capitano dei carabinieri, quando lo freddarono. Gli scaricarono addosso un caricatore uccidendo lui e i due colleghi di scorta.
Per far ammazzare un ragazzo neanche trentenne si scomodarono i vertici della mafia. C’erano Riina, Provenzano, Greco, Calò, Brusca come mandanti. All’inizio infatti nessuno si preoccupò di lui, troppo giovane. Poi Mario D’Aleo si mise a lavorare con una caparbietà unica e nel giro di pochi anni mise a rischio i loro traffici di droga, le estorsioni, il riclcaggio. Di più: mise a rischio la stessa latitanza di Riina e Provenzano. Per questo decisero di ucciderlo.
D'Aleo doveva sposarsi da lì a poco. Uomo con un grande senso del dovere, ma anche un bravo, bravissimo ragazzo che sognava di fare il carabiniere sin da bambino. Quando la famiglia, facendo sacrifici, lo mandò infatti all’accademia di Modena lui si scusava per le spese che dovevano sostenere. “Chiedo scusa a papà se spendo un po' troppi soldi per telefonare, ma sentire la sua voce familiare è davvero bello”, diceva.
Era il 13 giugno quando venne ucciso.
Non arrivò ai trent’anni.
A lui, anche quest'anno, il ricordo di tutti noi.
Leonardo Cecchi

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