Forse gli credettero perché videro che, dopo tutte le torture, continuava a mantenere la stessa, identica versione: quella in cui il responsabile era solo lui, brigadiere Vittorio Tassi. Non solo di quella sparatoria, ma di tutte le azioni partigiane in quella zona del Senese.
Lo avevano catturato, armi in pugno, insieme a cinque compagni che con lui erano rimasti indietro per coprire la ritirata di una squadra partigiana di cui faceva parte da quando si era rifiutato di aderire alla Repubblica di Salò. Portati al comando e torturati, nessuno parlò, tranne Tassi, che continuò a dire di essere il solo responsabile di tutto, portando infine i tedeschi a credergli, almeno in larga parte. Così facendo ne salvò infatti quattro su cinque, ma non riuscì a scagionare il più giovane, Renato Magi, muratore e partigiano che non aveva neppure 19 anni e fu condannato a morte con lui.
“Mia cara Olga, avrei tante cose da dirti, ma non posso più scrivere perché ho il cuore secco. Se Iddio vuole ci rivedremo in cielo e di lì non ci separeremo più. Dirai a Remo che moriamo, io e Renato, con il nostro segreto”, furono le parole della sua ultima lettera indirizzata alla moglie.
Li fucilarono il 17 giugno 1944 e oggi riposano l’uno accanto all’altro.
Alla memoria di servitori dello Stato, partigiani e uomini come Vittorio e Renato.
(Foto restaurata, perché meritava che le fosse restituito un volto dopo tanti anni.)
Leonardo Cecchi

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