venerdì 13 febbraio 2026

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La notte tra il 18 e il 19 luglio del 64 d.C., una scintilla presso il Circo Massimo si trasformò in un incendio che iniziò a divorare Roma. Complici il vento e l'intrico di vicoli, tetti sporgenti e case di legno (insulae), le fiamme si diffusero con rapidità impressionante, tramutando la città in un unico rogo. Tacito lo definì il più grave disastro dell'Urbe, raccontando il panico, la fuga, la folla divisa tra la speranza di salvare i propri beni e la disperazione della perdita totale. In pochi giorni, tre quartieri furono distrutti, sette gravemente danneggiati; solo quattro rimasero indenni in una città sfigurata.


Mentre Roma bruciava, la tradizione vuole che Nerone cantasse e suonasse, trasformando il disastro in un palcoscenico personale. L'immagine dell'imperatore che intona la caduta di Troia contemplando la capitale in fiamme Γ¨ divenuta metafora di un potere cinico e indifferente.


Eppure, le fonti offrono un quadro piΓΉ sfumato. Tacito riferisce la diceria del canto su Ilio, ma ammette la mancanza di testimoni oculari e l'incertezza sull'origine dell'incendio. Molte ricostruzioni, inoltre, collocano Nerone ad Anzio al momento dello scoppio; sarebbe rientrato solo dopo aver saputo della catastrofe.


Ciò che emerge con maggiore chiarezza è l'efficacia nella gestione dell'emergenza post-incendio. Tacito narra di come Nerone offrì agli sfollati il Campo Marzio, i giardini e altri spazi pubblici come rifugio, istituendo centri di raccolta e gestendo la crisi alimentare con l'afflusso di derrate e la riduzione dei prezzi per scongiurare la carestia. Altre fonti evidenziano il suo impegno nel coordinare i soccorsi e nel creare vie tagliafuoco, abbattendo edifici sull'Esquilino per bloccare l'avanzata delle fiamme. Nonostante le misure, il malcontento popolare crebbe rapidamente: di fronte alla devastazione, molti furono pronti a credere che il principe vedesse nella distruzione l'opportunità per ricostruire una nuova Roma secondo la sua visione.


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In quel clima nacque la "leggenda nera" di Nerone incendiario. Storici antichi come Svetonio e Cassio Dione ne fecero un folle, capace di distruggere la cittΓ  per la Domus Aurea, il palazzo dorato sorto sui resti. Tacito fu piΓΉ cauto: riportΓ² sia l'ipotesi dolosa, voluta dal principe, sia l'incidente, lasciando irrisolto il nodo delle responsabilitΓ .


Gli studi moderni notano come gli incendi fossero comuni nelle antiche cittΓ , dove legno, fiamme e urbanistica congestionata creavano un disastro potenziale. Tuttavia, si riconosce che la successiva riorganizzazione neroniana, con strade piΓΉ ampie e limiti d'altezza, sfruttΓ² in modo sistematico quella devastazione.


Per deviare le accuse, Nerone incolpΓ² i cristiani, una comunitΓ  malvista. Tacito narra che l'imperatore li perseguitΓ² con crudeltΓ , suscitando pietΓ  persino tra i pagani, che li vedevano come vittime. Questa persecuzione, nata dalle rovine di Roma, segnΓ² la memoria cristiana, facendo di Nerone il persecutore per antonomasia. La storia del tiranno che suona mentre Roma brucia, amplificata dalla propaganda, divenne il mito universale del potere che tradisce il popolo.


Tra fiamme reali e allegoriche, nacque la leggenda di Nerone. L'imperatore, ambiguo riformatore urbanistico e crudele, si fuse con un simbolo di decadenza e cecitΓ  del potere. La Roma del '64 non fu solo cenere: fu il crogiolo in cui memoria, propaganda e fede diedero forma a un mito ancora vivo, usato per descrivere chi "suona" mentre il mondo crolla.


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