venerdì 13 febbraio 2026

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Nel 321 a.C. Roma subì a opera dei Sanniti un'umiliazione storica, una ferita d'onore paragonabile solo all'Allia e, in futuro, a Canne. Durante la seconda guerra sannitica, mentre la Repubblica tentava di consolidare l'influenza sull'Appennino e la Campania, le gole delle Forche Caudine divennero il teatro di una disfatta collettiva. Più che il sangue, fu l'onta a segnare l'immaginario romano per secoli.


Pochi anni prima, era scoppiata la guerra per il controllo di Napoli e dei collegamenti interni, in un’epoca in cui Roma, potenza in rapida ascesa ma non ancora padrona d’Italia, si scontrava con i Sanniti, popolo montanaro tenace e ben organizzato. Dal 326 a.C., gli scontri si susseguirono logorando uomini e risorse, mentre Roma mirava a proteggere gli alleati campani e a impedire che il Sannio restasse un cuscinetto tra il suo dominio e il Sud della penisola. Fu in questo scenario che un esercito consolare romano, diretto verso il Sannio, si ritrovΓ² a imboccare un valico: una trappola perfetta.


Le Forche Caudine: una stretta gola tra i monti Partenio e Tairano sulla via tra Capua e Benevento, porta del Sannio. La zona era una sequenza di strettoie boscose che si aprivano su una conca erbosa, circondata da rilievi inaccessibili. Per chi entrava, l'accesso e l'uscita erano identici e facilmente bloccabili dall'alto. Qui i Sanniti di Gaio Ponzio, esperti del luogo, tesero l'agguato ai Romani, sfruttando la natura chiusa del paesaggio.


Penetrati nella gola, i Romani si trovarono intrappolati: bloccati davanti e alle spalle, il nemico era saldamente attestato sulle alture. Gli storici antichi narrano il loro disorientamento: costretti a fortificare un campo, non potevano combattere. I Sanniti, dall’alto, controllavano ogni mossa, padroni dell'acqua e dei percorsi. Non fu battaglia campale, ma una resa imposta dalla geografia e dall’astuzia: l'imbuto naturale delle gole annullΓ² ogni manovra romana.


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Di fronte a un esercito nemico intrappolato ma ancora forte, Gaio Ponzio optΓ² per uno strumento politico: piegare Roma senza un odio insanabile. Le condizioni imposte includevano la restituzione di cittΓ  (Fregelle, Lucera), la conferma dell'autonomia di Napoli e la consegna di ostaggi. A ciΓ² si aggiunse la clausola infamante: l'intero esercito romano, disarmato, doveva passare sotto il giogo, tre lance a formare un arco di degradazione pubblica. Per i cittadini-soldati di Roma, cultori dell'onore, le fonti descrissero l'oltraggio come peggiore della morte in battaglia.


L'annuncio del trattato e della sottomissione, portato a Roma dai sopravvissuti, suscitò sconcerto, rabbia e vergogna, senza però annullare il senso di responsabilità verso gli impegni assunti dai consoli. Nei decenni successivi, quell'episodio divenne un ricorrente monito letterario e storiografico sulla fragilità della potenza, sull'importanza della vigilanza e sui rischi del sottovalutare il nemico e il territorio. Il trauma delle Forche Caudine spinse così la classe dirigente romana a ridefinire tattiche e disciplina, un processo che condusse alla vittoria finale sui Sanniti e alla conquista progressiva dell'Italia centro-meridionale.


La sconfitta delle Forche Caudine, priva di strage e combattuta tra gole e rocce, divenne per i Romani una prova iniziatica collettiva. Il ricordo degli uomini costretti a passare sotto il giogo, esposti agli sguardi beffardi del nemico e umiliati dalle armi deposte, risuonΓ² nei secoli come monito: la distanza tra gloria e caduta Γ¨ sempre colmabile.


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