giovedì 12 febbraio 2026

Saito Sanemori

 




Saitō Sanemori(斎藤 実盛)- il vecchio guerriero che affrontò la guerra come un giovane


La guerra Genpei (1180–1185), che oppose i clan Taira e Minamoto, è ricordata soprattutto per figure monumentali come Minamoto no Yoshitsune o Taira no Kiyomori. Eppure la sua forza narrativa e simbolica emerge con particolare intensità attraverso personaggi meno celebrati, come Saitō Sanemori, la cui vicenda è tramandata con notevole precisione nell’epica del Heike Monogatari.


Sanemori, nato nel 1111 secondo la tradizione, era un samurai che in gioventù aveva servito i Minamoto, per poi passare al clan Taira. Nel XII secolo la lealtà non era un’ideologia immobile, ma un intreccio di rapporti personali, protezioni e opportunità politiche. Così, allo scoppio del conflitto, egli si trovò a combattere contro uomini che un tempo erano stati suoi compagni d’armi.


Morì nel 1183, nella battaglia di Shinohara (nell’ambito della campagna di Kurikara), all’età di settantatré anni — un’età straordinaria per un guerriero. È proprio l’Heike Monogatari a consegnarci l’episodio che lo ha reso immortale: Sanemori si presentò in battaglia con un’armatura splendida e con capelli neri come quelli di un giovane. Solo dopo la sua morte si scoprì che li aveva tinti per nascondere la vecchiaia. Non voleva che i nemici lo disprezzassero per l’età; voleva cadere come un guerriero nel pieno del vigore.


Non è un semplice dettaglio aneddotico. In quel gesto si condensa l’etica guerriera dell’epoca: il valore non è solo forza fisica, ma controllo dell’immagine, volontà di dignità fino all’ultimo istante. Sanemori sapeva di andare incontro alla morte; volle tuttavia morire come un samurai completo, senza che la vecchiaia ne attenuasse l’onore.


La sua figura divenne presto emblematica del tema centrale dell’epica Taira: la caducità della gloria. L’Heike Monogatari è attraversato da una sensibilità buddhista profonda, che ricorda costantemente l’impermanenza di ogni cosa. Sanemori non è un eroe vincente, ma un eroe tragico. E proprio per questo è memorabile.


La memoria di Sanemori non si fermò alla cronaca militare. Nel XIV–XV secolo, Zeami Motokiyo, il grande teorico e autore del teatro nō, gli dedicò una pièce intitolata Sanemori. Si tratta di un dramma appartenente alla categoria del mugen-nō, il “nō dell’apparizione”, in cui un viandante — solitamente un monaco — incontra uno spirito legato a un luogo e alla propria sofferenza passata.


Nel Sanemori, un monaco giunge nei pressi del campo di battaglia dove il guerriero cadde. Incontra un vecchio che si rivela essere il fantasma di Sanemori. Lo spirito racconta di aver trascorso due secoli “tra gli Asura”, il regno buddhista dei guerrieri iracondi, soffrendo pene indicibili a causa della violenza accumulata in vita. Attraverso la recitazione rituale e la preghiera ad Amida Buddha, lo spirito ottiene infine redenzione. Il momento culminante è la rievocazione dell’ultima battaglia e del gesto dei capelli tinti, che mosse perfino i nemici a rispetto e stupore: “Ahimè, il vecchio guerriero! Esausto dal combattere, come un albero morente colpito dalla tempesta…”.


Qui la battaglia non è più solo evento storico, ma esperienza karmica. Il teatro nō trasforma Sanemori da eroe tragico a spirito in cerca di salvezza. La guerra non è glorificazione, ma sofferenza; l’onore terreno non basta a liberare l’anima.


Secoli dopo, anche Matsuo Bashō raccolse quell’eco. In un haiku giovanile citò ironicamente un verso del nō; più tardi, visitando il luogo dove era conservato l’elmo di Sanemori, scrisse versi più profondi:

“Che pietà!

Sotto l’elmo

un grillo che canta.”


In quell’immagine minima, la grandezza guerriera si dissolve nel suono fragile di un insetto. La storia si fa silenzio, la gloria si fa eco.


Così Sanemori continua a parlarci attraverso tre registri:

la cronaca dell’Heike Monogatari,

la meditazione rituale del nō,

la poesia scarna dell’haiku.


Tra storia, teatro e letteratura, il vecchio guerriero resta una figura liminale — tra forza e fragilità, tra onore e sofferenza, tra memoria e oblio. Non vinse la guerra, ma vinse qualcosa di più raro: la permanenza nella coscienza culturale del Giappone.


– Hisao

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