giovedì 12 febbraio 2026

Wabi-sabi

 


Interludio serale...


Ci sono parole che non si spiegano: si abitano. Wabi-sabi è una di queste.


È la bellezza dell’incompleto, del fragile, del tempo che lascia tracce. È la tazza scheggiata che continui a usare, la crepa dorata del kintsugi che non nasconde la ferita ma la trasforma in storia. È l’autunno che spoglia gli alberi e li rende, paradossalmente, più veri.


Nella cultura giapponese, il wabi-sabi non è solo estetica: è una postura interiore. Accettare l’impermanenza (mujo), riconoscere che tutto è transitorio, che nulla è perfetto e nulla è eterno. E proprio per questo, ogni istante è prezioso.


In un mondo ossessionato dalla levigatezza e dall’eterna giovinezza, il wabi-sabi ci invita a rallentare. A vedere poesia nell’usura, grazia nella semplicità, verità nell’imperfezione.


Forse è questo il suo dono più grande: insegnarci che la bellezza non grida. Sussurra.

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