Lo Stato gli chiese una grossa mano. A lui che non era giudice, poliziotto o funzionario. Era un imprenditore, un privato cittadino con un enorme senso civico.
Gliela chiese perché nel suo albergo, il Riva Smeralda di Villagrazia di Carini, alloggiavano alcuni chimici marsigliesi legati al traffico internazionale di droga. Erano arrivati in Sicilia per mettere le proprie competenze al servizio di Cosa Nostra, insegnando come trasformare la morfina-base in eroina.
Non ci pensò due volte e disse di sì. Li coprì e li aiutò per settimane, dando un contributo enorme alle indagini, senza mai lamentarsi e portando infine all’arresto di tutti i mafiosi, compreso un grosso boss, Gerlando Alberti.
Quella collaborazione Iannì la pagò con la vita. Perché durante il blitz furono impiegati anche alcuni degli agenti che avevano operato sotto copertura nell'albergo. Vennero riconosciuti e il ruolo di Iannì divenne evidente agli arrestati. Dal carcere, il boss diede l’ordine di ucciderlo. E il 28 agosto 1980, due uomini entrarono nel suo albergo e lo crivellarono di colpi.
Un imprenditore e un cittadino che aveva scelto di aiutare le istituzioni e che non fu adeguatamente protetto dopo essersi messo al servizio dello Stato.
Oggi, nell’anniversario del suo assassinio, il pensiero va a Carmelo Iannì e al dovere di non dimenticare mai che cosa sia davvero la mafia.
Leonardo Cecchi

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