lunedì 24 agosto 2026

700 soldati italiani in una guerra mai votata IL CLIENTE DA DIFENDERE: Prima gli vendi le armi. Dodici giorni dopo, mandi i soldati a proteggerlo

 I militari italiani impegnati all'estero sono 7.488 - Key4biz

Riad, 16 febbraio 2026. Nei padiglioni del World Defense Show, il salone degli armamenti più grande del Golfo, il ministro della Difesa italiano Guido Crosetto stringe le mani giuste e definisce "eccellenti" le relazioni tra Roma e Riad. Non sono parole di circostanza: l'Italia esce da quel salone con contratti record. Fincantieri firma per i siluri MU90 un accordo da circa 200 milioni di euro — il più grande nella storia della sua controllata Wass. Leonardo piazza quattro aerei da pattugliamento marittimo alla marina saudita. È una giornata ottima per l'industria italiana della difesa.

Tieni a mente quella data. Perché dodici giorni dopo, il 28 febbraio, in quella stessa regione scoppia una guerra. E poche settimane più tardi settecento soldati italiani si ritrovano schierati proprio lì, a difendere il cielo dell'Arabia Saudita. Nessuno, in Italia, li ha visti partire. C'è un dettaglio, in questa sequenza, che ribalta la lettura ufficiale — ma prima devi capire cosa è successo, e cosa ci hanno raccontato.

La versione ufficiale

La versione ufficiale è ordinata, quasi rassicurante. Dalla seconda metà di marzo 2026, "a seguito della crisi nell'area del Golfo e su richiesta dei Paesi partner", la Difesa italiana ha schierato un dispositivo dell'Aeronautica a protezione dello spazio aereo di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein. Si chiama Task Force Air-Arabia. Serve a difendere: intercettare missili e droni, proteggere i contingenti e gli interessi nazionali già presenti nell'area. Tutto autorizzato, dicono, dalle risoluzioni parlamentari del 5 marzo e dalla successiva delibera sulle missioni. Nessuna guerra, nessuna avventura: solo scudi, radar e batterie antimissile. Un atto di responsabilità in un momento pericoloso.

È un racconto costruito bene. Ha una parola-chiave, ripetuta come un mantra: difensivo. Ma ogni volta che una parola viene ripetuta con tanta insistenza, l'archivio impara a chiedersi cosa serva a coprire. E qui, sotto quella parola, c'è una sequenza di date che la versione ufficiale preferisce non mettere in fila.

L'incrinatura

Il primo dettaglio che non torna è geografico. L'Arabia Saudita non compare esplicitamente tra i Paesi previsti dalla scheda missione votata dal Parlamento. Il governo ha spostato uomini e sistemi d'arma in un Paese su cui le Camere non si erano espresse in modo specifico. Come è stato possibile? Attraverso il linguaggio. La risoluzione approvata il 5 marzo impegnava il governo a un generico "dispiegamento e riposizionamento" di sistemi di difesa aerea nel teatro mediorientale. Quella formula — riposizionamento — è diventata la chiave: consente di muovere le truppe da un Paese all'altro del Golfo senza tornare a chiedere il voto, purché il numero complessivo resti invariato. Non una firma in bianco esplicita. Una firma in bianco scritta in burocratese.

Il secondo dettaglio è cronologico, ed è più freddo del primo. Il 5 marzo Crosetto annuncia in Senato lo spostamento di 239 militari dal Kuwait all'Arabia Saudita. Nella seconda metà di marzo la task force diventa operativa, e i numeri crescono: circa quattrocento uomini dell'Aeronautica, fino a settecento in totale, con una batteria SAMP-T, quattro Eurofighter, cannoni Skynex, radar Kronos, un aereo-radar. Ma la missione resta non ufficializzata per mesi. Il Ministero della Difesa la mette nero su bianco sul proprio sito solo il 30 luglio — quasi cinque mesi dopo. È allora che il Paese scopre di avere settecento soldati in un teatro di guerra attivo.

E qui la parola difensivo comincia a tremare. Perché il 29 luglio, il giorno prima dell'ufficializzazione, l'Arabia Saudita — il Paese che quei soldati proteggono — rivendica per la prima volta un raid congiunto con gli Stati Uniti contro le milizie filo-iraniane in Iraq: passa dalla difesa all'attacco. Difendere il cielo di un Paese che ora bombarda oltre confine è ancora una missione "difensiva"? La domanda non è retorica. È esattamente quella che l'opposizione porta in Parlamento.

Gli attori

Ecco chi muove la partita. Al centro c'è Guido Crosetto, ministro della Difesa, l'uomo che a febbraio firma a Riad e a marzo annuncia lo schieramento. Alle accuse di aver tenuto tutto nascosto risponde con freddezza: sostenere che il Parlamento fosse all'oscuro, dice in sostanza, non è una critica al governo ma la confessione di non aver letto le carte e non aver seguito le audizioni. Traduzione: era tutto scritto, se solo aveste guardato. Un'ammissione che, letta al contrario, dice molto. Era tutto scritto — ma scritto dove nessuno leggeva.

Poi ci sono le opposizioni: PD, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra parlano di missione "segreta", di "delega in bianco", chiedono che il governo torni a riferire. La Rete Italiana Pace e Disarmo chiede lo stop e il ritorno del dossier in Parlamento. E poi ci sono gli attori che non parlano in aula, ma pesano più di tutti: le aziende. Leonardo, Fincantieri. E dall'altra parte del tavolo, l'Arabia Saudita — non un alleato qualsiasi, ma uno dei migliori clienti dell'industria militare italiana.

Le connessioni nascoste

È qui che la sequenza di date smette di essere un caso. L'Italia non vende armi all'Arabia Saudita per sbaglio. Nel 2025 le autorizzazioni all'export militare italiano hanno toccato il record storico: 9,164 miliardi di euro, quasi il doppio del 2022. Leonardo da sola vale oltre la metà di quel totale. E il primo cliente del 2025 è stato il Kuwait — un altro dei Paesi della task force — salito dal settantaseiesimo posto al primo in un solo anno. La regione del Golfo è diventata il cuore del mercato: la maggior parte dell'export italiano va ormai verso Paesi fuori dall'Unione Europea e dalla NATO.

Leggi la sequenza con attenzione, perché è tutta documentata. Febbraio: contratti record a Riad. Fine febbraio: la guerra. Marzo: settecento soldati italiani a difendere il compratore. L'archivio non afferma un nesso di causa — quello resta una tesi. Ma registra le date. E le date, in questa storia, parlano da sole: chi vende lo scudo, poi va a reggerlo.

Il peso reale

Perché conta, oggi? Perché tra il vendere un'arma e il mandare un uomo a usarla c'è una soglia che le democrazie custodiscono con cura. La Costituzione italiana, all'articolo 78, riserva al Parlamento la decisione più grave: lo stato di guerra. La Task Force Air-Arabia non è una guerra dichiarata. Ma è una presenza militare in un teatro dove volano missili veri, in un Paese che nel frattempo ha iniziato a combattere, decisa dal governo e riferita alle Camere a cose fatte. Il confine tra "supporto difensivo" e partecipazione a un conflitto si assottiglia fino a diventare una questione di parole. E le parole, come abbiamo visto, qui sono scelte con cura.

Quello che è passato inosservato

Ora torna alla promessa dell'inizio. Il dettaglio che ribalta tutto non è il contratto di febbraio. È lo spazio tra due date: dodici giorni. Dodici giorni separano la stretta di mano di Crosetto a Riad dall'inizio di una guerra che avrebbe trasformato quell'"eccellente relazione" commerciale in un impegno militare sul campo. Nessuno poteva prevedere la guerra il 16 febbraio. Ma quando è arrivata, la macchina era già pronta, i rapporti già "eccellenti", i sistemi già venduti. E il passaggio dal fornitore al difensore è avvenuto senza un voto, dentro la piega di una parola — riposizionamento — che quasi nessuno aveva notato. Il documento che autorizzava tutto esisteva. Semplicemente, era scritto perché non lo leggesse nessuno.

Il pattern

Non è la prima volta. È il modo in cui funziona la diplomazia delle armi: prima il rapporto commerciale, poi la protezione dell'investimento, infine la presenza sul terreno — ogni passaggio giustificato dal precedente, ognuno "tecnico", nessuno mai davvero discusso. Il cittadino scopre l'ultimo anello quando la catena è già chiusa. E ogni volta la parola usata per raccontarlo è la più rassicurante che esista: difesa.

La prossima volta che senti parlare di una missione "difensiva", non chiederti solo cosa difende. Chiediti chi c'era, dodici giorni prima, dall'altra parte del tavolo. 

 

Edmund Dantes 

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