domenica 23 agosto 2026

Un'autobomba siciliana per un giudice di Trento

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La storia di un giudice che seguì la droga e trovò lo Stato.




Pizzolungo, provincia di Trapani, 2 aprile 1985. Sono da poco passate le 8:35. Una Fiat 132 blindata corre lungo la statale verso il tribunale; dietro, l'auto di scorta. Davanti, una Volkswagen Scirocco: al volante Barbara Rizzo, trent'anni, con i suoi due gemelli di sei anni, Giuseppe e Salvatore, diretti a scuola. La blindata sorpassa la Scirocco. In quell'istante esatto esplode un'autobomba tarata per il giudice.

L'auto della donna fa da scudo involontario. Il giudice si salva. Barbara Rizzo e i suoi due bambini no.

Il magistrato dentro la 132 è Carlo Palermo. Ed è arrivato in Sicilia da poche settimane — circa cinquanta giorni. La domanda che devi tenere aperta, perché è il cuore di tutta questa storia, è una sola: perché un'autobomba di Cosa Nostra aspettava, in Sicilia, un giudice che fino a ieri lavorava a Trento? La risposta è una parola che userà lui stesso. Ma per capirla, dobbiamo tornare indietro di cinque anni, e a mille chilometri di distanza.

La versione ufficiale
La versione comoda è la più semplice: la mafia uccide i giudici, Palermo era un giudice antimafia, la mafia ci ha provato. Punto. Una tragedia siciliana come tante, archiviabile sotto la voce «Cosa Nostra».

Ma questa lettura ha un buco grande quanto l'Italia: non spiega Trento. Non spiega perché un magistrato che indagava su morfina e fucili in una tranquilla provincia alpina si sia ritrovato, di lì a poco, con una carica di tritolo sotto casa in Sicilia. Le tragedie non viaggiano da sole per mille chilometri. Qualcosa, o qualcuno, le accompagna.

L'incrinatura — comincia con la droga, finisce ovunque
Trento, 1980. Palermo, giovane giudice istruttore, mette le mani su un sequestro: 110 chili di morfina base, tra un albergo della città e una villa nel Bolzanino. Un'inchiesta di provincia, in apparenza. Tira un filo, e il filo non finisce più.

Da quei 110 chili risale una connection transnazionale che salda mondi che non dovrebbero toccarsi: i trafficanti turchi — il clan Uğurlu — con le cosche siciliane, Gerlando Alberti, i fratelli Grado e le loro raffinerie di eroina in Sicilia. E dentro questa rete compare una figura che cambia tutto: Henry Arsan, un trafficante siriano residente a Milano, capace di fare in Medio Oriente una cosa sola ma decisiva — barattare armi contro droga.

Ferma qui l'occhio. La stessa rete, gli stessi canali, muovono contemporaneamente eroina e armamenti. Non sono due mercati: è un'unica infrastruttura.

Gli attori — e qui entra lo Stato
Se ci fossero stati solo mafiosi e trafficanti, Palermo sarebbe rimasto un giudice antidroga. Il problema — il suo, e nostro — è chi c'era dietro i canali. Nelle carte dell'inchiesta compaiono ufficiali dei servizi segreti affiliati alla loggia massonica P2 di Licio Gelli: il generale Giuseppe Santovito, allora ai vertici del SISMI, e il colonnello Massimo Pugliese. Le operazioni «estero su estero» passavano per banche svizzere.

Rileggi questo elenco con attenzione. Trafficanti, cosche, un mediatore d'armi, e uomini apicali dei servizi dello Stato, tutti nella stessa rete, tutti — alcuni — con la tessera della stessa loggia. Non è un romanzo. È il contenuto di un fascicolo giudiziario.

Le connessioni nascoste — la parola proibita
Ed eccola, la parola che tenevo in sospeso. Palermo capisce che quel groviglio — mafia, politica, affari, massoneria, servizi — non è una somma di reati separati: è un sistema. Un livello di potere sopra i tre che tutti conoscono (la manovalanza, l'organizzazione, i mandanti mafiosi). Un quarto. Lo chiamerà, riprendendo una definizione che attribuisce a Vito Ciancimino, il quarto livello.

È il principio che vale ancora oggi, e per questo l'archivio lo conserva: il traffico illecito non è il rovescio dell'economia legale — ne è un'infrastruttura. Gli stessi tubi che spostano l'eroina spostano le armi, il denaro sporco e le informazioni riservate. E chi tiene aperti quei tubi non ha bandiera: serve chi paga.

Cosa succede a un giudice che, partendo dalla droga, arriva a questo? Succede quello che leggerai ora.

Il peso reale — come si ferma un'inchiesta
L'inchiesta non muore in un agguato. Muore prima, in modo più burocratico e più efficace. Quando lambisce ambienti vicini al potere politico, i fascicoli vengono spostati — trasferiti per competenza a Venezia — e lì spezzati in due tronconi: armi da una parte, droga dall'altra. Divisa, la bestia diventa innocua. Gli imputati verranno condannati in primo grado e assolti in appello.

È il meccanismo più sottovalutato del potere: non serve insabbiare, basta frammentare. Un'inchiesta divisa in due non dimostra più niente, perché la forza stava proprio nel legame tra le parti. Tienilo a mente: è una tecnica, non un caso. E la ritroverai, identica, ancora oggi.

Poi arriva la Sicilia, e Pizzolungo. Palermo aveva raccolto in Trapani il testimone di un collega ucciso due anni prima, Gian Giacomo Ciaccio Montalto. Cinquanta giorni dopo, il tritolo. Per la strage, negli anni, la giustizia ha individuato mandanti mafiosi — Vincenzo Galatolo è stato condannato a trent'anni — ma il perché profondo, il legame con ciò che Palermo aveva toccato al Nord, resta la parte che nessun tribunale ha mai messo a verbale per intero.

Quello che è passato inosservato — e che accade adesso
Ti sembra una storia degli anni Ottanta, sigillata negli archivi? Guarda meglio il presente. Nel 2026 l'Italia discute di uno scandalo che i giornali chiamano dossieraggio: ex uomini dei servizi e delle forze dell'ordine accusati di aver saccheggiato le banche dati protette dello Stato per costruire e rivendere informazioni riservate su imprenditori, politici, cittadini. Un ex numero due dei servizi tra gli indagati.

Cambia la merce — ieri morfina e fucili, oggi dati — ma la grammatica è identica: chi ha le chiavi dello Stato le usa come un mercato. È il quarto livello, aggiornato al digitale. Palermo, quarant'anni fa, aveva già dato un nome a tutto questo. E per averlo fatto, tre persone innocenti sono morte al posto suo, una mattina di aprile, su una statale di provincia.

La domanda che nessuno fa
La prossima volta che senti parlare di un «traffico» — di droga, di armi, di dati, di rifiuti — non fermarti alla merce. Chiediti: cos'altro passa per quegli stessi canali protetti? Chi li tiene aperti, e per chi? Perché la merce cambia, ma i tubi restano gli stessi. E i tubi, non la merce, sono il vero potere.

La prossima volta che ti dicono «è solo criminalità», chiediti a quale livello.

Prima di salutarci

Ve l'avevo detto: qualcosa si stava muovendo.

La prossima settimana comincia.

Non lo chiamerò con un nome. Chi mi segue da tempo sa che le cose che contano non si annunciano — si trovano.

Là fuori, dove mi trovate ogni giorno, comparirà un sentiero. Segni, tracce, cose lasciate apposta per chi sa guardare. Non chiamatelo gioco: lo è soltanto per chi non capisce cosa c'è in fondo.

Perché in fondo a quel sentiero c'è una data. Un giorno che nessuno vi ha ancora detto, e che si mostrerà solo a chi ha avuto il coraggio di cercarlo.

E chi arriverà fin là non ci arriverà a mani vuote. Chi cammina, troverà la soglia più leggera. Chi resta a guardare la troverà chiusa. E cara.

Nei prossimi giorni, tenete gli occhi aperti.

Il primo segno è già a un passo

Edmund Dantes 

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