Un’unità
di crisi e una grande strategia in cinque anni, per reagire al disastro
climatico – un disastro che è soprattutto politico.
Alcuni lo chiamano antropocene, i più radicali capitalocene: anni fa, di fronte all’indifferenza e all’inazione, proposi di chiamarlo il cazzocene. Un’epoca in cui anche le evidenze più brutali – vale per il clima ma vale per Gaza, per la distruzione del diritto internazionale, per i fascismi che ritornano, per la guerra, per le disuguaglianze, per quasi tutto – semplicemente ce ne fottiamo.
Non sono bastate quattro ondate di calore – dicono che ne arriverà una quinta… – per far cambiare idea a una classe politica, soprattutto a quella che dovrebbe governarci. Non si scomposti affatto: deterso il sudore dalla fronte, hanno proseguito nel loro discorso che nega, minimizza, banalizza, per confondere e quindi andare avanti così: se fa caldo risparmieremo con il riscaldamento, se diventerà un paese caraibico ci abitueremo, l’inquinamento ci ha sempre fatto bene, del resto i ghiacciai si sciolgono a cicli, ha sempre fatto caldo e mi ricordo un’estate in cui…
Accumulo sì ma non di energia rinnovabile: accumulo di cazzate.
La cosa assurda è che una volta quelli di destra si vantavano per il loro realismo. Qui siamo al più totale disancoramento dalla realtà. E invece è proprio realismo – climatico – quello che ci vuole. Anzi ci vuole una vera Realpolitik, di quelle tough-minded, proprio.
Protezione civile e pompieri fanno parte del nostro immaginario. Ora siamo di fronte a un salto di qualità con la linea dei grafici che esce dal foglio su cui sono stampati, e l’unità di crisi deve essere costituita subito, con i migliori scienziati e tecnici che abbiamo, con gli amministratori che già si stanno muovendo e con i manager che sanno organizzare qualcosa (magari si trovasse anche qualche politico – a livello statista, però), per mettere in campo, nei prossimi cinque anni, una rivoluzione a ogni livello. Non un piano dall’alto, ma in ogni direzione, proprio nello spirito delle energia rinnovabile di cui ancora, incredibilmente, diffidiamo. In uno sforzo di collaborazione che riduca i rischi che corriamo e anche il prezzo della bolletta.
Un’unità di crisi che raccolga le migliori menti, che punti sulla tecnologia, che sbaragli la burocrazia e le idiozie di chi preferisce morire a un impianto di pannelli o a una pala eolica, che costruisca e ricostruisca filiere che ci servono e che ci libererebbero da dipendenze pesantissime. Alla ricerca di una politica industriale che manca, ecco un bel tracciato da seguire.
Soluzioni che non ci renderebbero più deboli, tutt’altro. Ci renderebbero più avanzati e più ricchi, collettivamente e individualmente. E ci farebbero vivere meglio.
Ma noi no, noi abbiamo interessi fossili a cui siamo affezionati, ci piace il cemento e l’asfalto, e solo alla settordicesima estate sempre più calda qualcuno ha scoperto che esistono gli alberi e che fanno fresco…
A Palazzo Chigi c’è la sala verde. Insediamo l’unità di crisi e mandiamo via gli irresponsabili che occupano le altre stanze del Palazzo. Prima che sia il Palazzo stesso a sciogliersi.
Giuseppe Civati
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