Mentre in queste ore la stampa internazionale celebra i risultati promettenti di una nuova generazione di vaccini a mRNA contro il melanoma, in Italia sembra quasi che parlare di progresso scientifico sia diventato sconveniente.
Eppure la notizia merita attenzione: i dati a cinque anni dello studio KEYNOTE-942 mostrano che, nei pazienti con melanoma, la combinazione tra vaccino personalizzato a mRNA e immunoterapia ha ridotto del 49% il rischio di recidiva o morte rispetto alla sola immunoterapia. A cinque anni, il 92,2% dei pazienti trattati con la combinazione risultava vivo, contro il 71,3% del gruppo di controllo.
Non significa che abbiamo trovato “il vaccino contro il cancro”. Ma sono esattamente il tipo di risultati che dovremmo saper raccontare: con entusiasmo, sì, ma anche con rigore, prudenza e consapevolezza dei limiti.
E invece, troppo spesso, nel dibattito pubblico italiano e su giornali e televisione, sembra prevalere una narrazione diversa: Big Pharma come nemico, l'industria farmaceutica come sinonimo di interesse economico, la medicina guardata con sospetto e la ricerca raccontata quasi esclusivamente quando qualcosa va storto.
È un paradosso.
Perché possiamo e dobbiamo criticare gli interessi economici delle aziende farmaceutiche, discutere dei prezzi dei farmaci, pretendere trasparenza, valutare con attenzione gli effetti avversi e distinguere la ricerca dalle strategie commerciali.
Ma tutto questo non dovrebbe trasformarsi in un rifiuto della scienza.
Una multinazionale può avere interessi economici e, contemporaneamente, sviluppare una terapia capace di migliorare concretamente la vita dei pazienti. Le due cose non si escludono.
La ricerca biomedica non è una religione e Big Pharma non è un santo. Ma neppure la medicina è il nemico.
Il vero problema è quando il sospetto diventa pregiudizio e finisce per impedirci di riconoscere una buona notizia quando arriva.
E questa, per una volta, è una buona notizia.
Non perché dobbiamo fidarci ciecamente di un'azienda.
Non perché ogni nuova terapia funzionerà.
Non perché la ricerca abbia già tutte le risposte.
Ma perché dietro questi risultati ci sono anni di ricerca, migliaia di pazienti coinvolti negli studi clinici, ricercatori, medici, biologi, ingegneri e tecnologie che fino a pochi anni fa sembravano fantascienza.
Forse dovremmo tornare a raccontare la scienza anche così: senza ingenuità, senza propaganda, ma nemmeno con quel pregiudizio per cui tutto ciò che arriva dall'industria farmaceutica è automaticamente sospetto.
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