La sentenza d’Appello di Aemilia, il più grande processo alla mafia del nord Italia, fissa 712 anni complessivi di carcere e trasforma 25 condanne di primo grado in assoluzioni tra i 118 casi discussi in 11 mesi di udienze. A leggere il dispositivo, nell’aula bunker del carcere della Dozza a Bologna, è stato il presidente della Corte d’Appello Alberto Pederiali
che dal 13 febbraio scorso, con modalità fortemente condizionate dalle
misure di sicurezza anticovid, ha condotto le udienze assieme ai
colleghi Maurizio Passarini e Giuditta Silvestrini. Due accuse di associazione mafiosa sono cadute (Francesco Lomonaco e Gabriele Valerioti)
mentre per tutti gli altri imputati condanne confermate o ridotte in
parte, grazie anche alla riunificazione dei due riti di primo grado. La
cosca di ’ndrangheta operante in Emilia Romagna, autonoma ed evoluta rispetto alla casa madre dei Grande Aracri
di Cutro, esiste dunque anche per la Corte di Bologna e la sentenza di
primo grado, fortemente contestata dagli avvocati difensori, regge alla
verifica dell’Appello.
L’associazione a delinquere di stampo mafioso viene confermata per Giuseppe Iaquinta (13 anni di carcere), padre del calciatore della nazionale Vincenzo, campione del mondo in Germania, che ha ottenuto a sua volta uno sconto di pena (da 2 a 1 anno) e la condizionale. Michele Bolognino, unico dei sei capi cosca che aveva scelto il rito ordinario, è condannato a 21 anni e 3 mesi. L’imprenditore modenese Augusto Bianchini,
accusato di essersi rivolto alla ‘ndrangheta per la gestione dei
cantieri post terremoto del 2012, a processo con la moglie Bruna Braga e
con il figlio Alessandro, prende 9 anni. Altri titolari d’impresa
condannati con pene ridotte sono Omar Costi (9 anni e 8 mesi), Mirco Salsi (3 anni) e Silvano Vecchi (2 anni). Assolto invece, come richiesto anche dal sostituto pg Valter Giovannini
per l’accusa, l’imprenditore modenese operante nel campo dei prodotti
petroliferi Gino Gibertini. Tra le famiglie di origine calabrese
insediate a Reggio Emilia riceve un duro colpo quella dei Vertinelli,
imprenditori prima estorti dalla ‘ndrangheta e poi saliti sul carro dei
mafiosi: 17 anni e 4 mesi a Palmo, 16 anni e 4 mesi al fratello
Giuseppe, 4 anni a testa ai 3 figli. Condanne pesanti anche per la
famiglia dei Muto: 12 anni a Luigi, 10 anni e 8 mesi ad
Antonio (classe ’55), 11 anni e 4 mesi all’Antonio del ’78, 8 anni e 6
mesi a quello del ’71. Altre condanne pesanti, dai 7 ai 23 anni di
carcere, copiscono uomini di spicco della cosca che tanto in appello a
Bologna come nel primo grado a Reggio hanno tentato di difendersi
dicendo: ho fatto molti sbagli nella mia vita, e li ho pagati, ma nella
‘ndrangheta mai. Uomini come Gaetano Blasco, i fratelli Amato, Carmine Belfiore, Antonio Crivaro, Gianni Floro Vito, Vincenzo Mancuso, Mario Vulcano.
Un’altra figura importante della organizzazione mafiosa la cui posizione era stata stralciata dal processo, Pasquale Brescia,
ha rimediato 13 anni nella sentenza d’appello del recente mese di
ottobre. Si tratta dell’imprenditore noto per avere inviato una lettera
minatoria al sindaco di Reggio Emilia Luca Vecchi. Lo aveva fatto nel 2016 quando le indagini della Dda bolognese, le interdittive del prefetto Antonella De Miro
e l’avvio del processo, avevano tolto la terra sotto i piedi agli
affari illeciti e alle relazioni malsane della cosca, tessute anche con
personaggi compromessi delle Forze dell’Ordine. Nel complesso queste
sentenze confermano la linea della Procura Generale, rappresentata in
aula da Lucia Musti, Luciana Cicerchia, Valter Giovannini
e da Beatrice Ronchi, pmdel primo grado assieme a Marco Mescolini. Agli
avvocati difensori dei 93 condannati resta invece la strada della
Cassazione.
Due accuse di associazione mafiosa sono cadute mentre per tutti gli
altri imputati condanne confermate o ridotte in parte, grazie anche
alla riunificazione dei due riti di primo grado. La cosca di ’ndrangheta
operante in Emilia Romagna, autonoma ed evoluta rispetto alla casa
madre dei Grande Aracri di Cutro, esiste dunque anche per la Corte di
Bologna e la sentenza di primo grado, fortemente contestata dagli
avvocati difensori, regge alla verifica dell’Appello. Sconto di un anno
per l'ex calciatore della nazionale
Poco prima della sentenza, all’apertura dell’udienza, alcuni imputati
avevano rilasciato le ultime dichiarazioni spontanee per ribadire la
loro innocenza. Francesco Amato, l’uomo che dopo la
condanna di primo grado a 19 anni aveva sequestrato cinque persone
minacciandole di morte con un coltello all’interno di un ufficio postale
a Reggio Emilia, ha citato i nomi dei giudici e dei pm del primo grado,
aggiungendo quello del sostituto procuratore generale dell’appello
Lucia Musti, per dire: “Questi sono la vergogna del Presidente della
Repubblica Sergio Mattarella”. Alfredo Amato,
condannato a 19 anni come il fratello in primo grado, è intervenuto
subito dopo in sua difesa: “Perdonate mio fratello – ha detto – sembra
cattivo ma non lo è. Come tutti noi che non siamo mafiosi è arrabbiato
per essere stato condannato e in più lui soffre di disturbi mentali. Se
fosse stato sano, non andava certo in Posta a sequestrare persone”. Sono
le ultime parole del dibattimento al processo d’Appello di Aemilia. Sei
ore dopo arriva la sentenza: Alfredo Amato è condannato a 17 anni, suo
fratello Francesco a 16 anni e 9 mesi.
https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/12/18/processo-aemilia-piu-di-700-anni-di-carcere-per-i-118-imputati-dellappello-ce-anche-lex-calciatore-iaquinta/6040750/
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