lunedì 27 luglio 2026

Il Cappellaio Matto

 


Il Cappellaio Matto


Non era nato per misurare il tempo.


Lo seminava.


Tra le crepe dell'alba

lasciava cadere minuti

come semi di papavero,

convinto che persino l'attesa

potesse fiorire.


Lo chiamavano matto,

ma nessuno aveva il coraggio

di guardare nei suoi occhi.


Là dentro

vivevano orologi senza lancette,

farfalle cucite al vento,

e bambini

che non avevano mai smesso

di credere all'impossibile.


Con dita ferite

cuciva cappelli

per le anime rimaste nude,

intrecciando fili di luna,

respiri di pioggia

e piume cadute

dalle ali dei sogni infranti.


Ogni punto era una cicatrice.

Ogni nodo,

un addio mai pronunciato.


Sorrideva.


Non perché il dolore

gli avesse risparmiato il cuore,

ma perché aveva imparato

che anche le lacrime,

quando incontrano la luce,

diventano cristalli.


Alla sua tavola

il tè non scaldava soltanto le mani.


Scaldava i ricordi,

le assenze,

le parole rimaste chiuse

fra due battiti del cuore.


E ogni tazza vuota

era il posto riservato

a chi aveva perduto se stesso

correndo dietro

a una vita perfetta.


Il Cappellaio Matto

non sfidava il mondo.


Lo perdonava.


Perdonava chi aveva smesso

di ascoltare il vento,

chi aveva barattato

la meraviglia

con la certezza,

i sogni

con gli orologi,

l'anima

con una maschera.


Poi alzava il volto

verso il cielo,

come se attendesse qualcuno.


Forse Dio.

Forse un bambino.

Forse soltanto

un altro cuore abbastanza coraggioso

da sedersi accanto a lui.


Perché la follia

non abitava nella sua mente.


Abitava negli occhi

di chi aveva dimenticato

che la realtà

senza immaginazione

è soltanto una gabbia,


e che i veri matti

sono quelli

che attraversano il miracolo della vita

senza fermarsi,

nemmeno una volta,

a bere una tazza d'infinito.

Roberta Pantaloni

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