Il Cappellaio Matto
Non era nato per misurare il tempo.
Lo seminava.
Tra le crepe dell'alba
lasciava cadere minuti
come semi di papavero,
convinto che persino l'attesa
potesse fiorire.
Lo chiamavano matto,
ma nessuno aveva il coraggio
di guardare nei suoi occhi.
Là dentro
vivevano orologi senza lancette,
farfalle cucite al vento,
e bambini
che non avevano mai smesso
di credere all'impossibile.
Con dita ferite
cuciva cappelli
per le anime rimaste nude,
intrecciando fili di luna,
respiri di pioggia
e piume cadute
dalle ali dei sogni infranti.
Ogni punto era una cicatrice.
Ogni nodo,
un addio mai pronunciato.
Sorrideva.
Non perché il dolore
gli avesse risparmiato il cuore,
ma perché aveva imparato
che anche le lacrime,
quando incontrano la luce,
diventano cristalli.
Alla sua tavola
il tè non scaldava soltanto le mani.
Scaldava i ricordi,
le assenze,
le parole rimaste chiuse
fra due battiti del cuore.
E ogni tazza vuota
era il posto riservato
a chi aveva perduto se stesso
correndo dietro
a una vita perfetta.
Il Cappellaio Matto
non sfidava il mondo.
Lo perdonava.
Perdonava chi aveva smesso
di ascoltare il vento,
chi aveva barattato
la meraviglia
con la certezza,
i sogni
con gli orologi,
l'anima
con una maschera.
Poi alzava il volto
verso il cielo,
come se attendesse qualcuno.
Forse Dio.
Forse un bambino.
Forse soltanto
un altro cuore abbastanza coraggioso
da sedersi accanto a lui.
Perché la follia
non abitava nella sua mente.
Abitava negli occhi
di chi aveva dimenticato
che la realtà
senza immaginazione
è soltanto una gabbia,
e che i veri matti
sono quelli
che attraversano il miracolo della vita
senza fermarsi,
nemmeno una volta,
a bere una tazza d'infinito.
Roberta Pantaloni

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