sabato 25 luglio 2026

Ne facesse una giusta la Meloni!

 


Arrestare un quattordicenne non è giustizia.  È una resa.


Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge che cambia le regole sull'imputabilità dei minori tra i 14 e i 18 anni. Fino ad oggi era il giudice a dover accertare, caso per caso, se il ragazzo fosse capace di intendere e di volere. Con la riforma quella capacità si presume. Sarà la difesa a dover dimostrare il contrario.


È un'inversione dell'onere della prova. Ma è soprattutto un'inversione di sguardo.


Lo Stato smette di chiedersi chi è quel ragazzo, da dove viene, cosa gli è mancato. Comincia a trattarlo come un adulto in miniatura. Colpevole finché non prova il contrario.


Non è così che si cambia una persona.


La repressione non educa. Punisce. E punire non è la stessa cosa che correggere. Un ragazzo di quattordici anni che finisce in un circuito penale pensato per gli adulti non impara la responsabilità. Impara la rabbia. Impara che lo Stato lo ha già giudicato, prima ancora di ascoltarlo.


Il carcere minorile, quando diventa la prima risposta e non l'ultima, non interrompe la traiettoria. La consolida.


I dati raccontano una deriva già in corso. Le sentenze di non luogo a procedere per accertata immaturità dei minorenni sono passate da 256 nel 2004 a 60 nel 2024. Il sistema, ancora prima di questa riforma, aveva già smesso di credere nella possibilità che un adolescente potesse sbagliare per immaturità, e non per natura.


Chi lavora ogni giorno con l'infanzia e l'adolescenza lo dice da tempo: la violenza giovanile non si affronta prendendo a modello la giustizia degli adulti. È un segnale, non una sentenza definitiva sul carattere di un ragazzo.


Il problema non è la fermezza. È l'assenza di alternative reali prima di arrivare alla fermezza.


Dove sono gli investimenti nelle scuole delle periferie? Dove sono gli educatori di strada, i centri diurni, i percorsi di comunità che intercettano un ragazzo prima che il reato accada, non dopo? Un decreto che inasprisce le pene senza rafforzare ciò che previene, cura solo l'allarme sociale del momento. Non cura il ragazzo.


Educare richiede tempo, presenza, pazienza. Arrestare richiede una firma.


Il primo percorso costruisce adulti responsabili. Il secondo costruisce, spesso, adulti che hanno imparato dal carcere l'unica lezione che il carcere sa dare bene: la sfiducia nelle istituzioni.


Uno Stato che vuole davvero proteggere i suoi ragazzi non comincia dal manette. Comincia dall'esempio. E un esempio non si impone con una legge più dura. Si costruisce, ogni giorno, con chi quei ragazzi li accompagna prima che sbaglino.

Claudia Saba

Facebook 

Nessun commento:

Posta un commento